II.[394]

La spedizione cipria (58). L’incarico a Catone.

Contemporaneo a Tolomeo Aulete, regnava, l’abbiamo notato, in Cipro,

antico possesso egiziano, un altro membro della casa dei Lagidi, e

precisamente un fratello di Tolomeo Aulete[395]. Nessuna relazione

egli aveva mai vantato col popolo romano, rimanendo così escluso da

quei rapporti cordiali di amicizia e di alleanza, da recente istituiti

col Tolomeo d’Egitto. Sprovvisto quindi della garanzia, che, contro

le pretese romane, concedeva, almeno teoricamente, la condizione di

_socius_[396], egli, giusta lo spirito del dritto pubblico del tempo,

era da considerare come un vero e proprio _hostis_[397]. Da questo

rispetto, nessuna accusa di illegalità poteva essere rivolta contro la

legge, che, intorno al destino del di lui principato, si accingeva a

proporre P. Clodio, e chi, come Cicerone[398], ne l’avesse dichiarato

colpevole non avrebbe fatto se non dell’innocuo, sebbene opportunistico

sentimentalismo, che accusatore ed ascoltatori non avrebbero potuto

pigliare sul serio. Ciò non ostante, tutto dava a credere che questo

principe non socius avrebbe, contro qualsiasi pretesa, trovato sicura

salvaguardia nella sua stessa impotenza e nella neutralità da lungo

tempo, serbata[399]. Ma alla scelta del re di Cipro, come vittima

espiatoria dell’allontanamento di Catone, concorrevano due motivi,

che non sono da rigettare senza discussione, quando ci vengono offerti

dalle fonti come determinanti del piano di Clodio.

Circa dieci anni prima del 58, questi — lo vedemmo — [400] era stato

catturato dai pirati, ed a lui, o a chi per lui chiedeva al re di

Cipro il prezzo del riscatto, necessario alla propria liberazione,

erano stati, con imprudente zelo, lesinati i talenti del ricolmo erario

ciprioto, venendosi così a dimostrare una tal quale noncuranza verso

la dignità, sovra ogni altro sacra ad un romano, quella che a lui

conferiva il nome della propria cittadinanza, e ad offrire, al tempo

stesso, sospetto di un’intesa coi corsari del Mediterraneo.

Ma a siffatto motivo, che in parte costituiva soltanto una questione

personale, se ne aggiungeva un altro molto più grave, e che non avrebbe

fatto indugiare un istante nell’indecisione i componenti dei comizi

centuriati.

Cipro era una delle province più ricche dell’impero dei Lagidi. I

tesori dei suoi re e le dovizie minerali e vegetali del suolo non

conoscevano paragoni. Era dessa la patria feconda del rame, che le

aveva elargito il nome, dell’argento, dei diamanti, degli smeraldi,

dei coralli, dei giacinti, degli anemoni, dei cipressi, delle palme,

dell’ulivo, della vite[401]. E tanti tesori eran lì, depositati

su uno scoglio del Mediterraneo, lago per eccellenza romano, come

una preda, verso cui bastava tendere la mano per impossessarsene.

L’erario della capitale d’Italia era esausto, il roseo orizzonte

dell’annessione dell’Egitto sfumato. A che indugiare, simulando

uno scrupolo, che non si aveva mai avuto?[402]. In tale ordine di

considerazioni Clodio dovè avere dalla sua non soltanto le classi

minute, ma molti dell’aristocrazia, che col loro assenso avrebbero

fatto scordare la tenace opposizione all’assoggettamento dell’Egitto.

Il _senatus-consultum_ non trovò quindi ostacoli, ed esso fu a grande

maggioranza tradotto in legge dai comizi centuriati[403].

Il disposto del popolo recava che Catone, in qualità di proquestore,

con poteri pretorii, accompagnato da un questore[404], si recasse

a Cipro a destituire della dignità e del regio potere il Tolomeo

ivi regnante, a confiscarne i beni e a rivenderli all’asta pubblica

in pro dell’erario[405]. Quanto all’isola così conquistata, la

sua amministrazione doveva temporaneamente passare nelle mani

dell’incaricato da Roma[406], in attesa di ulteriori decisioni del

senato[407]. Marco Catone, per quanto in cuor suo di mal’animo, chinò

rispettoso il capo al supremo decreto del suo popolo e si apparecchiò

a recarsi alla volta di Cipro, ove, forse, d’altro lato, imponendo

silenzio alle sue ragionevoli proteste, lo sospingeva l’ambizione

di provare con quanta scrupolosa onestà egli avrebbe disimpegnato il

delicato ufficio.

Le relazioni politiche di Roma con l'Egitto dalle origini al 50 a. C. · 第 86 / 118 题