La spedizione cipria (58). L’incarico a Catone.
Contemporaneo a Tolomeo Aulete, regnava, l’abbiamo notato, in Cipro,
antico possesso egiziano, un altro membro della casa dei Lagidi, e
precisamente un fratello di Tolomeo Aulete[395]. Nessuna relazione
egli aveva mai vantato col popolo romano, rimanendo così escluso da
quei rapporti cordiali di amicizia e di alleanza, da recente istituiti
col Tolomeo d’Egitto. Sprovvisto quindi della garanzia, che, contro
le pretese romane, concedeva, almeno teoricamente, la condizione di
_socius_[396], egli, giusta lo spirito del dritto pubblico del tempo,
era da considerare come un vero e proprio _hostis_[397]. Da questo
rispetto, nessuna accusa di illegalità poteva essere rivolta contro la
legge, che, intorno al destino del di lui principato, si accingeva a
proporre P. Clodio, e chi, come Cicerone[398], ne l’avesse dichiarato
colpevole non avrebbe fatto se non dell’innocuo, sebbene opportunistico
sentimentalismo, che accusatore ed ascoltatori non avrebbero potuto
pigliare sul serio. Ciò non ostante, tutto dava a credere che questo
principe non socius avrebbe, contro qualsiasi pretesa, trovato sicura
salvaguardia nella sua stessa impotenza e nella neutralità da lungo
tempo, serbata[399]. Ma alla scelta del re di Cipro, come vittima
espiatoria dell’allontanamento di Catone, concorrevano due motivi,
che non sono da rigettare senza discussione, quando ci vengono offerti
dalle fonti come determinanti del piano di Clodio.
Circa dieci anni prima del 58, questi — lo vedemmo — [400] era stato
catturato dai pirati, ed a lui, o a chi per lui chiedeva al re di
Cipro il prezzo del riscatto, necessario alla propria liberazione,
erano stati, con imprudente zelo, lesinati i talenti del ricolmo erario
ciprioto, venendosi così a dimostrare una tal quale noncuranza verso
la dignità, sovra ogni altro sacra ad un romano, quella che a lui
conferiva il nome della propria cittadinanza, e ad offrire, al tempo
stesso, sospetto di un’intesa coi corsari del Mediterraneo.
Ma a siffatto motivo, che in parte costituiva soltanto una questione
personale, se ne aggiungeva un altro molto più grave, e che non avrebbe
fatto indugiare un istante nell’indecisione i componenti dei comizi
centuriati.
Cipro era una delle province più ricche dell’impero dei Lagidi. I
tesori dei suoi re e le dovizie minerali e vegetali del suolo non
conoscevano paragoni. Era dessa la patria feconda del rame, che le
aveva elargito il nome, dell’argento, dei diamanti, degli smeraldi,
dei coralli, dei giacinti, degli anemoni, dei cipressi, delle palme,
dell’ulivo, della vite[401]. E tanti tesori eran lì, depositati
su uno scoglio del Mediterraneo, lago per eccellenza romano, come
una preda, verso cui bastava tendere la mano per impossessarsene.
L’erario della capitale d’Italia era esausto, il roseo orizzonte
dell’annessione dell’Egitto sfumato. A che indugiare, simulando
uno scrupolo, che non si aveva mai avuto?[402]. In tale ordine di
considerazioni Clodio dovè avere dalla sua non soltanto le classi
minute, ma molti dell’aristocrazia, che col loro assenso avrebbero
fatto scordare la tenace opposizione all’assoggettamento dell’Egitto.
Il _senatus-consultum_ non trovò quindi ostacoli, ed esso fu a grande
maggioranza tradotto in legge dai comizi centuriati[403].
Il disposto del popolo recava che Catone, in qualità di proquestore,
con poteri pretorii, accompagnato da un questore[404], si recasse
a Cipro a destituire della dignità e del regio potere il Tolomeo
ivi regnante, a confiscarne i beni e a rivenderli all’asta pubblica
in pro dell’erario[405]. Quanto all’isola così conquistata, la
sua amministrazione doveva temporaneamente passare nelle mani
dell’incaricato da Roma[406], in attesa di ulteriori decisioni del
senato[407]. Marco Catone, per quanto in cuor suo di mal’animo, chinò
rispettoso il capo al supremo decreto del suo popolo e si apparecchiò
a recarsi alla volta di Cipro, ove, forse, d’altro lato, imponendo
silenzio alle sue ragionevoli proteste, lo sospingeva l’ambizione
di provare con quanta scrupolosa onestà egli avrebbe disimpegnato il
delicato ufficio.