Il 58 a. C. e i partiti politici in Roma. Opera legislativa di P.
Clodio. P. Clodio e M. Porcio Catone.
Al 59, l’anno memorando del primo consolato di G. Cesare, segue il
58, l’anno febbrile del tribunato di Clodio, l’anno dell’esilio di
Cicerone, che questi soleva compiacersi di definire per eccellenza
fatale a sè ed alla republica, forse perchè egli non era mai riescito
a liberarsi dall’immodestia di confondere la propria vanità colla
grandezza della sua patria. La coalizione della democrazia con
l’esercito, rappresentato da Pompeo, pur contenendo in se medesima i
germi della propria dissoluzione, aveva, pel momento, riportato piena
ed intera vittoria sulla restaurazione sillana, che ormai faceva acqua
da tutte le parti. Ed a Cesare il dipartirsi alla volta dell’agognata
provincia delle Gallie non avea dovuto in nessun modo riescire
doloroso, poichè i nuovi consoli, C. Pisone Cesonino ed A. Gabinio,
l’uno, suo suocero, l’altro, ufficiale di Pompeo, non ne avrebbero che
continuato l’opera, e, meglio di loro, si sarebbe condotto il nuovo
tribuno P. Clodio.
E l’anno fu realmente fatale alla potenza del senato e
dell’aristocrazia. Cicerone espiava coll’esilio, che gli veniva
fulminato in perpetuo, la strage dei Catilinari del 62 e del 61.
La censura, onnipotente e inappellabile nell’escludere dal dritto
di voto, dalle pubbliche cariche e dall’assemblea senatoria chi
più fosse talentato all’ordine sociale, da cui essa di regola
emanava[387], veniva destituita del principale dei suoi mezzi di
offesa, la segretezza, e sottoposta al controllo della pubblicità e
della collegialità[388]. Per opera di Clodio venivano ricostituite le
già disciolte associazioni proletarie[389], votata una radicale legge
frumentaria, per cui, d’ora innanzi, era concesso grano ai cittadini
non abbienti[390], e due altre, non meno notevoli, di cui la prima
vietava che, per contrari auguri, (antico pretesto dei sacerdoti,
casta quasi inacessibile al popolo minuto)[391], potessero ostacolarsi
assemblee popolari, mentre la seconda abrogava la legge Fufia, che per
anni ed anni aveva escluso dal Foro e dal Campo marzio gli abitatori
della lontana campagna, i quali più non avevano potuto valersi della
fortunata coincidenza dei giorni festivi coi comiziali.
La legislazione adunque di Clodio, questo Rabagas in quarantottesimo,
come Cicerone e chi su lui à modellato la propria narrazione, si sono
compiaciuti di rappresentarcela, era opera certamente democratica,
tutta intesa a dismagliare le fitte reti giuridiche e politiche,
con cui gli _optimates_ avevano consolidato e corazzato i propri
interessi, ma non era certo agire da uomo tristo e perverso. Abile,
favorito dai magistrati allora al governo, audace e sprezzante della
propria vita, con una noncuranza, che la sua fine suggellò dell’aureola
del martirio, contro di lui si ergevano minacciosi gli avversari
più cospicui e più potenti. Primeggiava fra essi, avvolto nella sua
consueta alterezza, sprezzante in cuor suo gli eterni gracchiatori,
i pseudo-democratici col nome di patria e di popolo sulle labbra, i
Ciceroni dell’aristocrazia[392], e avversante con tutta la forza delle
sue tradizioni aristocratiche la marea che saliva minacciosa, l’ultimo
romano del bel tempo antico, M. Porcio Catone. Era fra tutti il più
fragile perchè il meno opportunista, ed il più incommodo perchè il più
immacolato ed inflessibile. Nè Clodio poteva non accorgersene, anzi
veniva da ciò moralmente costretto a tentare ogni via per allontanarlo
dal teatro della propria azione, e, nei limiti del possibile, legarlo
ai propri interessi, insignendolo di qualche onorificenza o creandolo
esecutore e coadiutore di qualcuno degli atti del suo tribunato[393].
E gli espedienti, che riescirono di felice effetto, non tardarono a
rintracciarsi.
Il primo di essi rientra nell’ordine della nostra narrazione.