La legge agraria di P. Servilio Rullo e l’Egitto (64).
Nell’anno seguente (64)[366], Tolomeo Aulete correva un rischio
peggiore dei trascorsi, in grazia della legge agraria, che P. Servilio
Rullo presentava ai comizi centuriati. Questo progetto d’ispirazione
cesariana, messo in iscacco dalla opposizione degli _optimates_ prima
che assurgesse agli onori della votazione, era quanto di più positivo
poteva escogitarsi nelle tristi condizioni economiche, che in quegli
anni attraversavano, insieme con l’erario romano, le classi inferiori
della cittadinanza.
In uno dei quaranta articoli, che lo costituivano, si proponeva
all’approvazione del senato e dei comizi la vendita di tutti i beni
demaniali, passati a Roma sin dal consolato di Silla e di Q. Pompeo
Rufo (88)[367]. Fra questi, come è palese, rientrava l’ereditato
possesso dell’Egitto.
Cicerone, che combattè, in tutti i suoi punti, la legge, accenna
specificamente a tale presunto pericolo, e la cieca partigianeria dei
suoi attacchi si rivela nella strana vacuità e contraddizione degli
argomenti. Egli non si propone infatti un quesito di pratica utilità, e
neanche uno di diritto pubblico, poichè, in fin dei conti, ammette, in
omaggio agli enti politici che sosteneva, l’autenticità del testamento
di Alessandro IIº, ma dichiara di restare atterrito dal solo pensiero
che di tale vendita debba esserne giudice la commissione esecutiva
proposta da Rullo. Questa, per lui, non potrà non aver torto, qualunque
atto sia per compiere. Se aggregherà l’Egitto ai domini romani,
peccherà nel farsi arbitra della città e del regno più dovizioso del
mondo, contemporaneo all’oratore; se li cederà al pretendente, mancherà
al suo dovere per non averlo fatto passare sotto il dominio del popolo
romano[368]. Tali gli enigmatici argomenti di Cicerone, i quali si
liberano di tutto il loro mistero, quando si pensa che egli non mirava
a combattere le decisioni sull’Egitto, ma il rinvio di tali decisioni
alla commissione esecutiva, così come Rullo la proponeva.
Ispirata, come dicemmo, da Giulio Cesare, la legge Servilia mirava
infatti ad escludere gli _optimates_ e i loro amici dal novero dei
suoi esecutori, e a concedere a questi ultimi, tra i quali si sarebbe
avuta una maggioranza radicale, un potere pieno ed illimitato. I
dieci magistrati[369] da eleggersi dai comizi centuriati dovevano
fruire di un potere quinquennale[370], di una giurisdizione assoluta
ed indipendente, nel caso di controversie relative alla proprietà
o alla vendita degli agri demaniali[371], nonchè alla prescrizione
d’imposte[372]; e, quasi a colmare la misura di tanta onnipotenza,
le proposte norme di elezione, coll’escludere in maniera esplicita
gli assenti, tagliavano fuori ogni possibilità di accesso a Pompeo,
incaricato per allora di una grave missione in Oriente. Quei
democratici, che, come Crasso e come Cesare, avevano a più riprese
manifestato la loro opinione sull’Egitto e la cui presenza avea
contribuito ad agghiacciare le voglie del senato circa la riduzione del
medesimo a provincia romana, non potevano non preoccupare M. Tullio, e
questi, a ragione od a torto, non esitò ad oppugnare la legge nel suo
complesso e nei suoi particolari[373].