Imparentamento della casa egizia con Mitridate.
Sembra infatti che negli ultimi anni della terza guerra mitridatica
l’alleanza dei due fratelli, regnanti in Cipro ed in Egitto, col
re del Ponto fosse un fatto compiuto; ed essi, al 63, figuravano
reciprocamente fidanzati con le due figlie del medesimo[353].
La gravità di questo nuovo orientamento dell’Egitto è misurata dai
repentagli, a cui Mitridate avea messo e continuava a mettere lo stato
romano.
Prima ancora che guerra alcuna l’avesse trascinato a scontrarsi con
le legioni romane, egli signoreggiava «sulla spiaggia settentrionale e
meridionale del Mar Nero e molto addentro nell’Asia Minore. I mezzi di
cui disponeva», «per la guerra terrestre e marittima, erano immensi.
Il paese, su cui poteva levar soldati, si stendeva dalla foce del
Danubio al Caucaso e al Mar Caspio; sotto le sue insegne accorrevano
Traci, Sciti, Sauromati, Bastarmi, Colchi, Iberi». «Per la sua flotta
la satrapia colchica gli somministrava, oltre il lino, la canapa, la
pece e la cera, l’eccellente legname da costruzione, tagliato nelle
foreste del Caucaso; e piloti e ufficiali erano assoldati nella Fenicia
e nella Siria. Dicevasi che il re fosse entrato in Cappadocia con 600
carri falcati, con 10000 cavalli e 80000 fanti, e per questa guerra non
aveva tuttavia chiamato sotto le armi quanti avrebbe potuto».[354].
A tanta potenza egli era pervenuto, assorbendo e conquistando ora
tacitamente ed ora rumorosamente i paesi limitrofi al proprio regno e
poscia i limitrofi ai nuovi territori conquistati sino ad estendere in
Europa la propria autorità morale e materiale. Appunto allora il senato
s’era scosso dal torpore, cui l’avea costretto la situazione interna
dello stato, e Silla, fra i tre fuochi di una rivoluzione politica in
Roma, di una sociale in Italia, e della guerra asiatica, aveva all’87
preferito di volgersi contro il terzo nemico. La guerra era stata aspra
e pericolosa. La Grecia avea per un momento balenato sotto i piedi
degli eserciti romani, e, quando a Silla, dopo tanti frangenti, era
stato concesso di rimbarcarsi per l’Italia, il vinto Mitridate avea
trovato mezzo di chiudere al suo vincitore le porte della patria[355].
Nè s’era trattato se non di un breve armistizio. La guerra era
ricominciata alla sola distanza di tre anni, ed il pericolo di
Mitridate avea riacceso l’altro non meno incalcolabile della
devastazione piratica. Così le cose s’erano trascinate sino al 66 a.
C., e ben 20 anni di guerra si apparecchiavano ad un’eco clamorosa
entro l’orbita dei partiti politici Romani. In quell’anno stesso (66),
Pompeo, per mezzo dei suoi amici e con l’appoggio della democrazia,
veniva, benchè cittadino privato, investito del supremo potere militare
con l’assegnata competenza della guerra pirato mitridatica.
Era lo strappo più violento che mai si fosse perpetrato contro i
privilegi della oligarchia romana, e la sua enormità ci offre la
misura dei pericoli di Roma[356]. Or bene, al principe, il quale tanto
rivolgimento e terrore avea apportato nel cuore della capitale del
mondo, i due monarchi egiziani venivano adesso ad offrire il contributo
della propria potenza[357].
Ma anche questo secondo tentativo di legare l’Egitto agli interessi
dell’Oriente era destinato ad una nuova, tragica catastrofe. Nello
stesso anno 63, nel crollo finale della potenza del monarca del Ponto,
le fanciulle furono dal padre, entro la capitale stessa del Bosforo
Cimmerio, ultima rocca di difesa rimastagli, costrette a bere quel
calice avvelenato, che le salvò dalla vergogna e dalla schiavitù
insieme con colui, che, dopo Annibale, era stato il più implacabile fra
i nemici di Roma[358].