Nuove pratiche di Tolomeo XIIIº Neo-Dionigi Aulete e sua assunzione al
Trono. _Optimates_ e _populares_ rispetto alla questione egizia.
Mentre però Roma simulava in tal guisa di disinteressarsi degli affari
d’Egitto, era già, sin dalla morte di Alessandro IIº[335], salito
al trono di Alessandria un uomo di dubbia discendenza reale, Tolomeo
XIIIº Neo-Dionigi Aulete[336], il quale, aveva chiesto la ratifica del
popolo romano contemporaneamente ai figli di Selene. Ciò si desume da
un breve inciso della seconda delle Verrine[337], nel quale l’autore
accenna alla questione, ancora pendente, del riconoscimento del novello
Tolomeo e l’accenno deve essere riferito al 70 a. C., nel quale anno
Cicerone recitava la prima di codeste orazioni e vi figura recitata la
seconda[338].
La questione però rimase impregiudicata. Forte dei suoi pretesi
diritti su quel regno, il senato non si sentiva da tanto da rinunziare
a qualsiasi speranza, mentre, con le mani legate da nemici esteri
ed interni, era costretto a tornare alla comoda simulazione del
disinteressamento. Era un invocare una tregua per ripigliare l’attacco
in circostanze più propizie. Ma che questo non avvenisse, che
cioè il senato andasse sino in fondo era cosa, e per più ragioni,
oramai onesta ed urgente, anche nell’interesse di Roma. Si sarebbe
così una buona volta chiarita l’equivoca situazione, che da ben
due lustri permaneva in Egitto, ed i redditi della regione[339]
avrebbero colmato il _deficit_ spaventoso, verso cui tante e svariate
guerre avevano precipitato l’erario. Tale era infatti il parere dei
republicani-democratici sulla questione egizia, che al 65 venne a
costituire una delle cause determinanti le dimissioni del collegio
dei censori, nel cui seno contrastavano, senza speranza d’accordo, gli
opposti programmi dell’aristocratico Lutazio Catulo e del democratico
Caio Crasso[340]. Le classi minute della cittadinanza romana potevano
aspettarsi da siffatto aggregamento un’abolizione dei tributi, quale
negli anni scorsi l’avea arrecato il bottino della Macedonia o una
distribuzione di frumento più regolare ed abbondante di quello che
le strettezze del pubblico erario non avevano talora concesso. E
con i proletari lottava, accumunato da analoghi interessi, quel ceto
dei cavalieri, che, da circa un secolo, più e più volte ne avevano
spalleggiato gli attacchi politici, e che, reclutando fra i suoi
membri numerosi commercianti e imprenditori, desideravano sbarazzarsi
della vittoriosa concorrenza dei Greci in Egitto, ove questi facevano
monopolio di tutto quanto era possibile monopolizzare[341].
Il designato dei democratici al governo di quella regione era allora
l’edile[342] C. Giulio Cesare, che, in quello stesso anno, faceva dai
tribuni presentare ai comizi tributi un progetto di legge, per cui gli
venisse assegnato il governo dell’Egitto. La guerra mossagli contro
dagli _optimates_ rese vana la rogazione tribunizia ed il progetto
abortì prima ancora che venisse preso in considerazione[343]. È bene
però notare come non dovette essere soltanto il bene dell’erario
e il desiderio della soluzione di un affare così arruffato ciò che
avea sospinto i capi dei democratici alla lotta. Cesare ebbe allora
a sperare quello che ottenne più tardi, dopo il suo consolato, il
conferimento cioè di una provincia importante, pel cui reggimento
abbisognassero numerose milizie e donde potesse attingere tesori, per
poi, provvisto di mezzi e di legioni, tornare a Roma per muover guerra
al senato e all’aristocrazia. La proposta tribunizia non era infatti
se non la prima avvisaglia di un piano mirabile di combattimento, una
macchina di guerra contro gli _optimates_, in vista di un ideale, che
Cesare riescirà primo ad attuare.