L’iscrizione di Delo.
Di avverso tenore alla non lieta protezione, in cui Roma aveva preso
i Giudei, sono le altre due testimonianze di rinnovate relazioni
romano-egiziache durante il regno di Evergete.
La prima, un’iscrizione Delia[288], sta a base di un monumento, che
i romani Lucio e Caio Pedio posero a Marco, congiunto di Evergete
e della regina Cleopatra, in grazia della di lui virtù, onestà e
benevolenza verso i suoi. Il prenome Marco è senza dubbio un nome
romano, e il Letronne, che meglio di tutti ha comentato ed interpetrato
l’iscrizione, v’intravide un membro della famiglia dei Pedii,
dedicatori del monarca. L’assenza del nome egli la spiegò con l’uso,
consueto nelle iscrizioni relative a cittadini romani, di sottinderlo,
qualora esso coincida con quello di altra persona segnata per intero
nell’epigrafe. Tali ragioni non erano però sembrate attendibili al
Prideaux, che aveva esaminata l’iscrizione un secolo e mezzo prima, nè
lo sembrarono più tardi al Böckh. Ambedue, infatti, per riconoscere
in Marco un romano, hanno richiesto l’appellativo di ρομαῖον, e
quest’ultimo, confutato l’argomento del Letronne, col dire che esso
può valere soltanto nella menzione dei figli di una persona, segnata
per intero nell’iscrizione, ha opinato che il romano μάρχον sia, per la
regolarità delle linee dell’iscrizione, da correggere in un πολέ]μαρχον
o altra simile parola polisillaba. Se non che, quanto al richiesto
epiteto di ρομαῖον, esso non può palesemente figurare come necessario,
ma soltanto additare una consuetudine, a cui, come tale, poteva o
meno ottemperarsi, e, quanto all’assenza del nome, dal Böckh concessa
soltanto nella menzione dei figli di una persona segnata per intero
nell’iscrizione, gli è chiaro che, in maniera e per ragione analoga,
essa poteva darsi nella menzione di congiunti omonimi.
Ma, contro il Böckh, è da osservare qualcosa di più importante.
Mutando il nome proprio μάρχον in un nome comune qualsiasi, l’epigrafe
viene a rimanere priva dell’indicazione del suo destinatario, non
potendo così intendersi a quale degli epistrateghi d’Egitto essa
fosse dedicata[289]. E v’è ancora di peggio. L’emendazione πολέμαρχον
costituisce un _bis in idem_ del seguente ἐπιστράτεγον, che non ha
ragione alcuna di esistere. Ma, anche senza tener conto di ciò, la
succitata emendazione non reca nulla d’imperativo, e la regolarità
dell’epigrafe si ricostituisce tosto, sostituendo a un Μάρχον
anche un τὸν Μάρχον. Del resto, comunque si voglia ricostituirla,
le conseguenze, che interessano pel nostro studio, possono mutare
di specie, ma non di genere. Infatti, interpetrando l’estinto come
un romano, si resterebbe meravigliati della sua duplice, altissima
onorificenza di epistratego e di congiunto della famiglia reale.
L’epistrategato era la più alta carica dell’amministrazione provinciale
sotto i Lagidi, ed epistratego era il governatore civile e militare
di una data regione della monarchia[290]. Ma Marco non era soltanto
un pubblico ufficiale di Evergete; ne era altresì _congiunto_
della famiglia reale, cioè a dire insignito di una onorificenza,
corrispondente all’odierno «_cugino reale_»[291]. Sorgono quindi due
ipotesi: o Marco Pedio aveva reso ad Evergete dei servizi segnalati,
forse nel frangente della sua assunzione al trono, o Evergete aveva
rivestito di tanta onoreficenza un romano, sia dietro raccomandazione
del senato, sia per maggior fiducia nel medesimo che nei propri
connazionali. Nei primi due casi, si noterebbe l’abile politica di
Roma, che, dopo aver concesso i propri favori, se ne risarciva ponendo
un suo cittadino, quale pubblico ufficiale, alle costole del principe
egizio, allo scopo di aver trasmesse notizie positive sul contegno
della corte e sull’atteggiamento dei sudditi[292]. Nel terzo, noi
assisteremmo alla strana anticipazione di quello che accadrà di là
a circa un secolo, quando la migliore e più desiderata guardia dei
discendenti dei Lagidi sarà fatta da un corpo di milizie romane[293],
la cui presenza ridurrà l’Egitto ad uno stato vassallo più che a
nazione alleata o cliente.
Nel caso poi che in Marco non sia da riconoscere un romano, resta a
notare come, alla fine del secondo secolo a. C., due membri di una
delle principali famiglie di Roma si trovassero in intimi rapporti con
un eccelso governatore egiziano, congiunto della famiglia reale. E,
poichè le lodi vertono sull’onestà, sulla virtù, e, quel che più monta,
sulla di lui benevolenza verso i medesimi, si è indotti a ritenere
tale intimità non estranea alle vigenti relazioni politiche col governo
romano, e quale prova di onori e di trattamenti, che adesso i più alti
funzionari della monarchia alessandrina elargivano ai nobili di Roma a
sanzione dei cordiali rapporti fra i due paesi[294].