La politica romana in Egitto giudicata da M. Porcio Catone il censore.
Se non che, particolare degno di nota, in quegli stessi anni, e,
sembra, a proposito della reazione d’Evergete, favorita — nè v’era
dubbio — dal legato romano, L. Termo, che ne avea spalleggiato l’ascesa
al trono, un conservatore utopista, M. Catone il censore, recitava
un’orazione, della quale i frammenti superstiti non ci permettono
di definire la natura, ma in cui tutto induce a credere che egli
attaccasse la condotta di L. Termo in Egitto e con essa la politica di
Roma favorevole ad Evergete.
L’opera del legato veniva definita quale frutto malvagio e feroce
d’ingordigia, e sul di lui conto l’orazione accennava a delitti,
pei quali il supplizio non sarebbe apparso indegno castigo[284].
Specificando, Catone ricordava la necessità, in cui s’era trovato il
Tolomeo, di vietare al romano l’ingerenza in questioni attinenti alla
vita dei cittadini egiziani[285], probabile mezzo sbrigativo usato da
quest’ultimo per carpirne le sostanze. L’oratore confrontava altresì
il carattere morale dei due monarchi fratelli, e, levando al cielo
Filometore[286], accusava implicitamente il suo governo di avere
spalleggiato il peggiore dei due principi, suggellando il rimprovero
con un ammonimento: non volesse il suo popolo, libero com’era,
affidarsi ciecamente ad alcuno[287], fosse questi un ambasciatore
con pieni poteri, fosse un monarca più o meno disonesto e facile a
comprometterne la riputazione. La requisitoria, tutta ispirata ad un
idealismo poco pratico e poco politico, (qualità, sembra, ereditaria
nei Catoni), lasciò il tempo che aveva trovato, e Roma, che già
riscoteva il suo tornaconto dal favore accordato ad Evergete, continuò
— ed era logico — nella via iniziata, senza badare agli scrupoli degli
isolati utopisti.