V.

La politica romana in Egitto giudicata da M. Porcio Catone il censore.

Se non che, particolare degno di nota, in quegli stessi anni, e,

sembra, a proposito della reazione d’Evergete, favorita — nè v’era

dubbio — dal legato romano, L. Termo, che ne avea spalleggiato l’ascesa

al trono, un conservatore utopista, M. Catone il censore, recitava

un’orazione, della quale i frammenti superstiti non ci permettono

di definire la natura, ma in cui tutto induce a credere che egli

attaccasse la condotta di L. Termo in Egitto e con essa la politica di

Roma favorevole ad Evergete.

L’opera del legato veniva definita quale frutto malvagio e feroce

d’ingordigia, e sul di lui conto l’orazione accennava a delitti,

pei quali il supplizio non sarebbe apparso indegno castigo[284].

Specificando, Catone ricordava la necessità, in cui s’era trovato il

Tolomeo, di vietare al romano l’ingerenza in questioni attinenti alla

vita dei cittadini egiziani[285], probabile mezzo sbrigativo usato da

quest’ultimo per carpirne le sostanze. L’oratore confrontava altresì

il carattere morale dei due monarchi fratelli, e, levando al cielo

Filometore[286], accusava implicitamente il suo governo di avere

spalleggiato il peggiore dei due principi, suggellando il rimprovero

con un ammonimento: non volesse il suo popolo, libero com’era,

affidarsi ciecamente ad alcuno[287], fosse questi un ambasciatore

con pieni poteri, fosse un monarca più o meno disonesto e facile a

comprometterne la riputazione. La requisitoria, tutta ispirata ad un

idealismo poco pratico e poco politico, (qualità, sembra, ereditaria

nei Catoni), lasciò il tempo che aveva trovato, e Roma, che già

riscoteva il suo tornaconto dal favore accordato ad Evergete, continuò

— ed era logico — nella via iniziata, senza badare agli scrupoli degli

isolati utopisti.

Le relazioni politiche di Roma con l'Egitto dalle origini al 50 a. C. · 第 65 / 118 题