Seconda invasione di Antioco in Egitto (168).
Antioco intanto tornava dalla Siria con preparativi ancora più
formidabili di quelli di quattro anni prima, e, fatta imbarcare la
flotta per Cipro, aveva nella primavera del 168 incamminato il suo
esercito attraverso la Celesiria. Ambasciatori egiziani erano corsi
ad incontrarlo a Rinocolura, ed egli aveva proposto loro il suo
_ultimatum_, con cui, tra l’altro, chiedeva la totale cessione di Cipro
insieme con Pelusio e di tutto il territorio sino al Nilo, concedendo
una tregua per la risposta[228]. Spirata senza soluzione alcuna la
tregua, avea ordinato al suo ammiraglio di recarsi a Pelusio, ed egli,
per la via d’Arabia, era tornato a marciare contro l’Egitto. Per volere
o per forza le principali città dell’impero, non esclusa Memfi, erano
tornate ad aprire le porte all’invasore, che, a piccole giornate, si
avviava verso la capitale. Era già a quattro miglia dalla medesima,
quando il monarca della Siria si scontrò con l’inerme ambasceria
romana[229].
Popilio[230] gli porse le tavolette contenenti il decreto del senato,
imponendogli di leggerle e di rispondere immediatamente. Il re lesse,
e chiese di consigliarsi con gli amici. Ma Popilio, con un tralcio
di vite segnato un circolo intorno al re, dichiarò di aspettare
la risposta definitiva prima ancora che quegli si fosse accinto ad
uscirne. Il re, allora, compresa la gravità della situazione, memore
della sorte dell’avo, rispose di obbedire. E così fu fatto. Entro
un dato termine, Antioco sloggiava dall’Egitto, e Popilio, esortati
i due re alla concordia, lasciava Alessandria per recarsi a Cipro,
dove ancora Antioco teneva acquartierate delle milizie. Di là quindi
veleggiava alla volta di Roma[231] (168).