IV.

Svogliato intervento del senato.

Roma si trovava allora agli esordi della guerra con Perseo, il

successore del vinto Filippo di Macedonia; era quindi previdibile

l’ascolto, che si sarebbe dato agli ambasciatori di quell’Egitto, che

nulla di buono aveva potuto ottenere nei giorni lieti per Roma.

I tre ambasciatori siri e i due egiziani[217] pervennero al senato

nel 171. Scopo dei primi era, sia di protestare contro i desiderati

dell’Egitto, (e ciò per trovarsi giustificati nell’eventualità di un

conflitto), sia di accaparrarsene il favore, promettendo aiuti nella

guerra contro Perseo. Scopo dei secondi era: 1) riaffermare la solita

alleanza con Roma; 2) prometterle, con intento uguale ai precedenti,

intercessione ed aiuti nella recente controversia con la Macedonia; 3),

(e questo era il punto più importante), spiare il colloquio del senato

con gli ambasciatori siri per cavarne il profitto che se ne fosse

potuto.

L’assemblea senatoria ricevè cortesemente le due ambascerie, decisa ad

usarne nel proprio tornaconto. A quella egiziana permise di trattare

soltanto il primo punto della propria incombenza. L’alleanza fu

infatti, come sempre, rinnovata, ma, al tempo stesso, gli ambasciatori

vennero con strana rapidità congedati. Si passò quindi a dare ascolto

all’ambasceria siriaca. Ma, in luogo degli aiuti sperati, non fu

offerta se non la pura e semplice assicurazione che il senato avrebbe

incaricato dell’affare Q. Marcio Filippo, suo ambasciatore in Macedonia

e nel Peloponneso[218], mettendolo in comunicazione colla corte

alessandrina.

Intanto però che questi fosse avvertito e potesse con cognizione

di causa occuparsi dell’affare, veniva da Roma, per salvare ogni

apparenza, spedito ad Alessandria ambasciatore Tito Numisio allo scopo

di conciliare le due corti in questione[219]. Sembra però, (ed è lecito

arguirlo dalla fine della contesa), che egli, interpretando il pensiero

del suo governo, preoccupato in quegli anni da altri eventi d’ordine

affatto opposto, non abbia spiegato un eccessivo interessamento. Egli

avrà, senza grande risolutezza, cercato di rimuovere Antioco dalla

determinazione di trattenere le due province asiatiche, o tentato di

rassegnare l’Egitto alla perdita delle medesime, proposta impossibile a

chi avea pur il diritto di aspettarsi qualcosa di meglio da un’antica

alleanza fedelmente osservata, e a cui argomento decisivo restava

ancora la sorte delle armi. Così la missione di Numisio fallì, ed egli

tornò a Roma senza che il senato si curasse più che tanto degli affari

d’Egitto (171).

Le relazioni politiche di Roma con l'Egitto dalle origini al 50 a. C. · 第 42 / 118 题