Guerra romano-siriaca. Ultima ambasceria egiziana.
La sorte delle armi riescì sfavorevole ad Antioco, e la battaglia delle
Termopili (191) inaugurò la serie delle sue disfatte.
Poco dopo, nuovi ambasciatori tornavano a Roma dalla corte di
Alessandria. Questa volta, a nome del re e della regina, la figliuola
stessa di Antioco, essi si congratulavano della vittoria delle
armi romane, aggiungendo la preghiera e la raccomandazione, che si
pensasse subito a tragittare in Asia un esercito. Tutto lo stato di
Antioco si trovava, a sentir loro, invaso da terrore, e i re d’Egitto
si profferivano pronti a tutto ciò che il senato avesse potuto
richiedere[198] (190).
La vecchia astuzia della corte alessandrina riappariva questa
volta parecchio sciupata in seguito alla sorte delle due precedenti
ambascerie, di cui l’odierna non era che un triplicato. La risposta
di Roma non aveva quindi a subire variazione alcuna, e, per la terza
volta, esso tornò a ringraziare, a rifiutare e a donare sontuosamente
gli ambasciatori egiziani.