Nuove pratiche.
La novella ambasceria romana era destinata a peripezie maggiori delle
precedenti. Dapprima P. Villio, uno dei suoi componenti, dovette
attendere a lungo ad Efeso, mentre Antioco era diretto a guerreggiare
contro i Pisidi. Essendosi quindi affrettato a raggiungerlo presso
le fonti del Meandro, le trattative furono tosto interrotte sotto
il pretesto che la corte era in lutto a cagione della morte di un
membro della famiglia reale, e Villio si trovò costretto a tornarsene
a Pergamo. Più tardi, quando Antioco fu tornato ad Efeso, Villio
e i suoi compagni si affrettarono a seguirlo. Ma agli ambasciatori
romani, tutt’altro che concedersi un abboccamento col re, fu giocoforza
accontentarsi di una conferenza con Minio, uno dei suoi ministri.
Questi cominciò coll’osservare con fine ironia come i Romani, che in
questa, come nella precedente vertenza con Filippo, l’aveano posato
a cavalieri dell’ellenismo, tenevano, ciò non ostante, soggette e
tributarie Napoli, Reggio, Taranto etc., città non meno greche di
Smirne e di Lampsaco. Continuò quindi col dichiarare che il suo re non
si sentiva da tanto da rinunziare alle città eolie ed ioniche dell’Asia
Minore, compreso Smirne, Lampsaco e Alessandria della Troade, tutti
antichi possedimenti dei suoi antenati. Che però, ove i Romani avessero
voluto stringere alleanza con Antioco, questi era pronto a riconoscere
come autonome Rodi, Bisanzio e Cizico, la concessione più grande che
potevano attendersi dal re[195].
Gli ambasciatori romani risposero al solito altezzosamente, ma senza
pervenire a nascondere la fragilità delle proprie ragioni. Le città
greche, possedute da Roma, non le avevano mai negato codesto diritto,
nè l’esercizio del medesimo aveva subito interruzioni sia pure in
grazia di interventi stranieri. Non così le città asiatiche, di cui
alcune, dopo la conquista dei re di Siria, erano passate a Filippo o a
Tolomeo, altre aveano goduto di una libertà incondizionata. Del resto
la causa della loro libertà non poteva essere difesa da altri meglio
che dagli ambasciatori delle medesime, per cui si richiese venissero
introdotti. Ma, come quattro anni prima a Lisimachia, tale atto decise
della fine della conferenza (192).
Essa non avea contenuto una sola parola dei dritti della corte
alessandrina, non una sola imposizione che a questa venissero
restituiti i territori recentemente usurpati.