T. Quinzio Flaminio e gli ambasciatori di Antioco (194-3).
Le trattative per un accomodamento furono riprese al 194-3. Questa
volta il senato romano fu meno accorto nel simulare i taciti
intendimenti della propria politica. T. Quinzio Flaminio, a cui esso
aveva rimandato gli ambasciatori di Siria, pose loro il dilemma: o
Antioco desistesse dall’immischiarsi negli affari d’Europa, ed i Romani
avrebbero rinunziato a immischiarsi in quelli asiatici, o, in caso
contrario, concedesse ai Romani il diritto di conservare e tutelare le
alleanze fatte o da farvi[194].
Com’è palese, Roma non si curava più nè delle usurpazioni di Antioco
sui possessi di Tolomeo, nè dell’intangibilità delle città autonome
dell’Asia Minore, rinunziando così a rivendicare i dritti dell’uno o
delle altre, nel caso in cui Antioco si fosse astenuto dal porre piede
in Europa.
Era quanto di peggio poteva prevedersi.
Ma neanche questa conferenza approdò a risultato alcuno. Tutto fu
rimandato a un nuovo abboccamento, che nuovi ambasciatori romani,
dietro incarico ufficiale, si ripromettevano di ottenere col re stesso
in persona, e gli ambasciatori della Siria furono nuovamente congedati.