Ma, se così attentamente l’Egitto vegliava sugli affari d’Oriente, Roma
non si palesava da meno.
Dopochè, in seguito alla pace con la Macedonia, i giuochi istmici del
196 videro bandita l’autonomia della Grecia, il proconsole Flaminio e i
dieci ambasciatori, incaricati di riordinarla, si decisero ad occuparsi
seriamente del nuovo avversario, Antioco IIIº di Siria. Infatti,
proprio in quel momento, T. Quinzio Flaminio e i decemviri ricevevano
due ambasciatori siri, Egesianace e Lisia, e proponevano ai medesimi
l’_ultimatum_ da riferire al loro re[183].
Questi doveva obbligarsi: 1) a non molestare le città testè rese
autonome dell’Asia Minore; 2) a sgomberare dalle altre possessioni di
Tolomeo o di Filippo già occupate; 3) a smettere dalle sue operazioni
in Tracia e nel Chersoneso, che, per giunta, pareva accennassero ad un
piano di invasione in Europa[184].
Quest’ultima clausola dell’_ultimatum_ era la sola che stesse a cuore
dei Romani, e, poichè le intenzioni di Antioco potevano facilmente
essere dissimulate, così il senato mostrava di apporgli come colpa,
e motivo di prossima e sicura guerra, ciò che quegli era stato in
suo dritto di fare: le conquiste sulla Macedonia e su l’Egitto. Il
primo capo e, in parte, il secondo dell’ingiunzione di Flaminio e dei
decemviri ci stavano quindi in grazia dell’ultimo.
Egesianace e Lisia, udito l’_ultimatum_ trasmesso loro dal senato, si
congedarono, dirigendosi alla volta di Antioco. Ma, prima che avessero
potuto incontrarlo, il senato aveva spedito un nuovo ambasciatore,
L. Cornelio, perchè si occupasse _ex professo_ della vertenza e si
abboccasse direttamente col re[185] (196).
A Lisimachia si riunirono Antioco, i suoi due ambasciatori, L. Cornelio
e tre dei decemviri, P. Lentulo, L. Terenzio e P. Villio, insieme
con due ambasciatori di Lampsaco e uno di Smirne[186], due città ora
autonome dell’Asia Minore, al cui assoggettamento pareva tendessero
nuovi preparativi di Antioco. Dopo un privato abboccamento, si venne ad
una pubblica adunanza. L. Cornelio, capo dell’ambasceria romana, tornò
a sostenere con grande calore quanto già avea sostenuto Flaminio, che
cioè il re: 1) lasciasse indisturbate le città asiatiche autonome; 2)
cedesse a Tolomeo i territori conquistati; 3) sgomberasse da quelli
usurpati a Filippo; 4) desistesse dai suoi preparativi di passaggio in
Europa[187].
Antioco rispose dignitosamente: non aver egli leso gl’interessi delle
città asiatiche autonome, nè quelli di Tolomeo o di Filippo e tanto
meno aver pensato a muovere contro Roma. Il suo tragitto in Europa
doversi al suo diritto inoppugnabile di riconquistare le città della
Tracia, che erano state a lor volta usurpate dagli scorsi re d’Egitto
ai propri antenati, che ne erano i naturali possessori, e, quindi, da
Filippo ai Tolomei. Quanto a quest’ultimi, egli, già imparentato con
Epifane, lo sarebbe tra breve stato ancora di più[188]. Meravigliarsi
infine come Roma ardisse ingerirsi negli affari dell’Asia, cosa che
egli non aveva mai osato per quelli d’Italia[189].
Mancava una esplicita risposta al primo comma dell’_ultimatum_,
ma di ciò il re si era curato a più riprese, trattando con quelle
città (Smirne e Lampsaco), cui i Romani si riferivano nella loro
generica indicazione di città autonome dell’Asia Minore, e il
cui assoggettamento egli aveva francamente dichiarato di non
pretendere[190]. Ma gli ambasciatori avevano bensì avuto lo incarico
di proporre con alterigia, non già di ascoltare risposte fiere e
dignitose, e dalle violenti repliche degli ambasciatori di Lampsaco,
insinuate e sostenute dai Romani, Antioco fu costretto a chiudere
bruscamente la conferenza, che già si era tramutata in uno scambio
indecoroso di minacce[191].
Così ebbero fine le nuove trattative. Probabilmente però l’ardire del
re di Siria e l’arroganza dei Romani erano rinfocolate dall’improvvisa,
tacita notizia della morte di Tolomeo Epifane. Il primo aveva interesse
a non frapporre indugi e ad accorrere in Egitto, ove tutto, sperava,
sarebbe andato conforme ai suoi voleri; e, dei secondi, L. Cornelio,
che pare portasse seco l’incarico di recarsi anche in Egitto[192], avea
fretta di imitarlo prima che innovazione alcuna fosse stata colà per
succedere.
Antioco infatti partì immediatamente alla volta di Alessandria. Ma,
giunto in Licia, ricevette l’infausta notizia che Epifane viveva
ancora, e, abbandonati i suoi piani circa l’Egitto, si rivolse alla
conquista di Cipro, che per ben altre ragioni gli fallì del pari[193].