VI.

_Ultimatum_ di Roma a Filippo di Macedonia. I primi due anni della

seconda guerra macedonica. Trattative di pace. Ripresa della guerra.

Pace definitiva (196). Trascuranza degli interessi egizi da parte di

Roma.

A tale notizia, gli ambasciatori, di comune accordo, stabilirono,

che il più giovane di loro, M. Emilio Lepido, si recasse al campo di

Filippo per fare a costui le medesime ingiunzioni che a Nicanore. Ad

Abido, Lepido si abboccò con Filippo e gli significò come il senato

avesse decretato, vietando al re qualsiasi azione, sia contro i Greci,

sia, (e questa fu una nuova postilla), contro Tolomeo, imponendo

anzi, che, per quanto avea operato contro Attalo e i rodiani, si

sottomettesse al giudizio di un tribunale arbitrale. Nel caso di

inosservanza di un simile _ultimatum_, il popolo romano, in luogo della

pace offerta[161], gli avrebbe dichiarato guerra[162] (200).

Ma le risposte di Filippo furono semplicemente ambigue, ed il senato,

che nulla attendeva di meglio, iniziò a sua volta l’offensiva.

Le vicende della guerra sono note[163]. Il primo e il secondo anno

(200-199) passarono senza gravi ed importanti fatti d’armi, sicchè,

quando il console P. Villio, che sin’ora aveva diretto le operazioni

militari, dovette cedere il posto al proprio successore, T. Quinzio

Flaminio, il nemico era più che mai cresciuto di baldanza e d’audacia.

Flaminio pensò subito ad abboccarsi col re, e l’abboccamento ebbe luogo

nell’Illiria presso il fiume Aoo, lungo il quale stavano accampati i

due eserciti romano e macedone.

Per un avversario, il quale non avea ancora subito perdite

significanti, le pretese dei Romani furono inaccettabili, e può

dirsi che sia stato il filoellenismo del console la causa diretta

della prosecuzione delle ostilità. Egli infatti chiese, senz’altro,

lo sgombero di tutte le città della Grecia peninsulare, da Filippo

ereditate o conquistate[164].

Tra queste ultime non rientravano i numerosi possedimenti egizi

d’Europa. Ai torti di Filippo verso l’Egitto i Romani venivano così

ad aggiungerne dei nuovi. Non solo i Tolomei non ricuperavano i loro

possessi, ma questi passavano legalmente e definitivamente nelle mani

del re della Macedonia.

Le condizioni proposte da Flaminio furono, com’era naturale,

rifiutate, ma la campagna ch’ebbe a seguirne riescì per Filippo più che

disastrosa. Tradito dagli Epiroti, dovette ritirarsi sino ai confini

del suo regno, mentre la Grecia tutta passava in potere dei Romani.

Così, nell’inverno del 197-198, il re della Macedonia era costretto a

riproporre delle trattative di pace.

L’abboccamento col generale romano ebbe luogo in Nicea presso il _sinus

Maliacum_. Questa volta Flaminio si rammentò dei diritti dell’Egitto,

e, dopo aver messo come condizione _sine qua non_ lo sgombero di tutta

la Grecia, impose la restituzione all’Egitto di tutte le terre usurpate

sin dalla morte di Tolomeo IVº. Dopo Flaminio ebbero la parola gli

alleati di Roma. Tra questi, gli Etoli tornarono ad insistere sullo

sgombero della Grecia, come Rodi su quello dell’Asia Minore, specie

delle città carie, Iasso, Bargilia ed Euromo. Furono queste appunto

le clausole, cui Filippo credette di non addivenire[165]; e, giacchè

nè Flaminio, nè gli alleati potevano rimanere soddisfatti delle sue

estreme concessioni, il diritto dell’ultima parola fu rimesso al

senato.

Ma anche questo scordò di bel nuovo gli interessi dell’Egitto, tornando

unicamente ad insistere sullo sgombero della Grecia peninsulare, mentre

la dichiarazione degli ambasciatori, spediti all’uopo da Filippo, di

non rivestire dritto alcuno a decidere su ciò, segnava la fine della

conferenza e la nuova ripresa delle ostilità[166]. (196).]

La pace definitiva seguì a circa un anno di distanza, e, nella

primavera del 196, dodici ambasciatori romani giungevano in Grecia a

curarne l’esecuzione. Tutte le città greche di Asia e d’Europa erano

dichiarate libere ed autonome, e da esse il governo macedone dovea

affrettarsi a ritirare le sue guarnigioni prima dei giuochi istmici.

Tali condizioni erano ripetute in particolare per Pedasa, Bargilia,

Iasso in Caria, Abido in Asia Minore, Perinto in Tracia, Taso e Mirina

su Lemno[167].

Degl’interessi dell’Egitto non una sola parola. Il senato romano, che

avea dichiarato di sostituirsi alla corte di Alessandria nel sostenere

i dritti della medesima contro Filippo, risolse la controversia nella

maniera la più disonesta. Lo stato, che avea soccorso Roma nei gravi

frangenti della guerra annibalica, perdeva tutte le isole dell’Egeo,

le Cicladi, Lesbo, Cipro, il protettorato su Creta, la Ionia, salvo

Efeso[168]; in Tracia tutte le città greche, come Maronea, Dorisco

e Perinto, mentre Eno e Cipselo rimanevano a Filippo; nel Chersoneso

tracico, Eleunte, Alopoconneso, Sesto, Madito e Gallipoli; in Caria

Pedaso, Bargilia ed Iasso[169], che venivano rese autonome insieme

con Stratonichea, che rimaneva a Filippo: in una parola, tutti i

possedimenti d’Europa e due terzi di quelli dell’Asia Minore. E tutto

ciò per opera di Roma, la quale, tutt’altro che tutelare gli interessi

dell’Egitto, dimostrava così di lederli deliberatamente. Qualche altro

mese ancora, e degli ambasciatori romani, abboccantisi col re di Siria,

l’antico complice di Filippo, il quale avea invaso alcuni di codesti

ex possedimenti egizi, ora restituiti a libertà, dichiareranno di non

permettere l’invasione di ciò che oramai il loro popolo possedeva per

diritto di conquista[170].

Le relazioni politiche di Roma con l'Egitto dalle origini al 50 a. C. · 第 24 / 118 题