La politica estera e le classi sociali romane.
La serie delle guerre romane era stata aperta dal bisogno
inscongiurabile di difesa di fronte al tumultuare dei popoli Italici
alla soglia del Lazio violentemente agitato da quel moto continuo di
emigrazione e di immigrazione, di cui tutta in quel tempo fremeva la
penisola. I primi secoli della storia di Roma, che noi conosciamo a
mala pena, avvolti come ci appariscono, fra la più fitta oscurità,
non sono che l’ultimo atto di quel grande dramma del primo periodo
della storia d’Italia, la cui serie di eventi è in maggior parte da
congetturare più che da rintracciare.
Alla fine di questo primo periodo, la cui data estrema può all’ingrosso
segnarsi alla guerra gallica del 225 a. C., chi avesse avuto voglia di
tirare le somme degli utili e dei danni si sarebbe accorto come tanto
sangue e fatiche erano andate soltanto in minima parte a giovamento di
tutta la collettività romana, e che, a centuplicare i propri interessi,
era stata solo la classe patrizia.
I piccoli e medii possessori di proprietà terriere, ne avevano ricavato
una più o meno grande rovina.
Incapaci, per la lontananza imposta loro dalla guerra, a coltivare i
loro campi, flagellati dai saccheggi e dagli incendi nemici, essi si
erano trovati ineluttabilmente costretti a ricorrere alla croce dei
debiti e allo strozzinaggio delle usure, incamminandosi così per una
via, che, giusta i disposti della legislazione romana, li precipitava
dalla libertà nella schiavitù[118].
Da questa sorte, inevitabile all’enorme maggioranza della plebe e della
società romana, avevano però i patrizi, i trascorsi conquistatori, i
dominatori politici odierni, i grandi possessori del suolo, facile
il mezzo di emanciparsi, sia delegando ad altri la cura della
coltivazione, durante la loro presenza alla guerra; sia, dopo la
medesima, vessando con alti interessi e con espropriazioni i debitori
morosi, sia ripartendo fra i membri del proprio ordine i demanii
conquistati, privilegio sommo, che, per legge e per consuetudine, essi
avevano avuto l’accortezza di riserbarsi con geloso esclusivismo[119].
Comincia da questo momento la catastrofe dell’economia agricola romana,
che avrà un crescendo spaventoso nei secoli che seguiranno, nonchè
quella lotta a mezza spada, prima dei plebei contro i patrizi, poi
del novello proletariato contro patrizi e ricchi plebei, che sembrerà
conseguire una conciliazione ai piedi dell’impero, ma i cui echi non si
sperderanno se non sotto i travolgimenti, che le invasioni barbariche
saranno per arrecare al suolo dell’antica republica. E, con la lotta,
comincia una reazione contro la politica di conquista, cui il senato
romano si appigliò sin d’ora come all’espediente più economico, che
valeva da solo a creare la ricchezza della classe sociale, da cui esso
emanava, e al sopperimento delle cui spese bastavano il sangue e le
fortune dei dominati.
Sarebbe interessante segnare volta per volta questa reazione del popolo
minuto[120] contro la grande politica estera del senato, ma è compito,
che sorpassa i confini del nostro argomento. È bene però rammentare
come quel popolo, che gli storici superficiali si fingono mosso alla
conquista del mondo dalla brama di una patria grande e gloriosa, era
tutt’altro che concorde nell’attuazione di codesto sedicente proposito.
Persino, durante la patriottica guerra annibalica, l’assemblea
centuriata aveva a malincuore condisceso a parecchie spedizioni nelle
province[121]; e, adesso, a guerra finita, l’opposizione tornava
implacabile a non voler dare ascolto al più lontano proposito di guerre
orientali.
Correva il 200; la proposta del console P. Sulpicio, invitante le
centurie ad una dichiarazione di guerra contro la Macedonia, era stata
respinta a grandissima maggioranza, ed un tribuno della plebe, Q.
Bebio, era, per esprimerci con Livio, tornato all’«_antico metodo_»
di accuse contro i patrizi, incolpandoli, nè a torto, di suscitare, in
grazia del proprio utile, guerre da guerre[122].
Contro una così preoccupante ostinazione nessun’arme fu intentata, e
le ingiurie in senato, e gli eccitamenti a una nuova convocazione di
comizi, e la proposta di punire l’insolenza di quel popolo, che avea
l’ardire di chiedere un’ora di tregua e di respiro, e l’abile lavorio
dell’opinione pubblica. Tra quest’ultima categoria di maneggi va
ascritta la fola della tutela e dell’implorazione egiziana, verso la
quale cavalleria obbligava a non turarsi le orecchie. E quella buona
plebe rovinata, così inesperta di politica e ignara della nozione dei
propri interessi, come in ogni tempo ci appariscono le classi inferiori
della cittadinanza romana[123], ebbe l’ingenuità di dare ascolto a quel
capolavoro di abbindolazione, (quale altrimenti riesce impossibile
definire il discorso, che di lì a poco tenne alle centurie[124] il
solito P. Sulpicio), e terminò per votare, non certo nel proprio
interesse, la voluta guerra contro la Macedonia[125].