III.

La politica estera e le classi sociali romane.

La serie delle guerre romane era stata aperta dal bisogno

inscongiurabile di difesa di fronte al tumultuare dei popoli Italici

alla soglia del Lazio violentemente agitato da quel moto continuo di

emigrazione e di immigrazione, di cui tutta in quel tempo fremeva la

penisola. I primi secoli della storia di Roma, che noi conosciamo a

mala pena, avvolti come ci appariscono, fra la più fitta oscurità,

non sono che l’ultimo atto di quel grande dramma del primo periodo

della storia d’Italia, la cui serie di eventi è in maggior parte da

congetturare più che da rintracciare.

Alla fine di questo primo periodo, la cui data estrema può all’ingrosso

segnarsi alla guerra gallica del 225 a. C., chi avesse avuto voglia di

tirare le somme degli utili e dei danni si sarebbe accorto come tanto

sangue e fatiche erano andate soltanto in minima parte a giovamento di

tutta la collettività romana, e che, a centuplicare i propri interessi,

era stata solo la classe patrizia.

I piccoli e medii possessori di proprietà terriere, ne avevano ricavato

una più o meno grande rovina.

Incapaci, per la lontananza imposta loro dalla guerra, a coltivare i

loro campi, flagellati dai saccheggi e dagli incendi nemici, essi si

erano trovati ineluttabilmente costretti a ricorrere alla croce dei

debiti e allo strozzinaggio delle usure, incamminandosi così per una

via, che, giusta i disposti della legislazione romana, li precipitava

dalla libertà nella schiavitù[118].

Da questa sorte, inevitabile all’enorme maggioranza della plebe e della

società romana, avevano però i patrizi, i trascorsi conquistatori, i

dominatori politici odierni, i grandi possessori del suolo, facile

il mezzo di emanciparsi, sia delegando ad altri la cura della

coltivazione, durante la loro presenza alla guerra; sia, dopo la

medesima, vessando con alti interessi e con espropriazioni i debitori

morosi, sia ripartendo fra i membri del proprio ordine i demanii

conquistati, privilegio sommo, che, per legge e per consuetudine, essi

avevano avuto l’accortezza di riserbarsi con geloso esclusivismo[119].

Comincia da questo momento la catastrofe dell’economia agricola romana,

che avrà un crescendo spaventoso nei secoli che seguiranno, nonchè

quella lotta a mezza spada, prima dei plebei contro i patrizi, poi

del novello proletariato contro patrizi e ricchi plebei, che sembrerà

conseguire una conciliazione ai piedi dell’impero, ma i cui echi non si

sperderanno se non sotto i travolgimenti, che le invasioni barbariche

saranno per arrecare al suolo dell’antica republica. E, con la lotta,

comincia una reazione contro la politica di conquista, cui il senato

romano si appigliò sin d’ora come all’espediente più economico, che

valeva da solo a creare la ricchezza della classe sociale, da cui esso

emanava, e al sopperimento delle cui spese bastavano il sangue e le

fortune dei dominati.

Sarebbe interessante segnare volta per volta questa reazione del popolo

minuto[120] contro la grande politica estera del senato, ma è compito,

che sorpassa i confini del nostro argomento. È bene però rammentare

come quel popolo, che gli storici superficiali si fingono mosso alla

conquista del mondo dalla brama di una patria grande e gloriosa, era

tutt’altro che concorde nell’attuazione di codesto sedicente proposito.

Persino, durante la patriottica guerra annibalica, l’assemblea

centuriata aveva a malincuore condisceso a parecchie spedizioni nelle

province[121]; e, adesso, a guerra finita, l’opposizione tornava

implacabile a non voler dare ascolto al più lontano proposito di guerre

orientali.

Correva il 200; la proposta del console P. Sulpicio, invitante le

centurie ad una dichiarazione di guerra contro la Macedonia, era stata

respinta a grandissima maggioranza, ed un tribuno della plebe, Q.

Bebio, era, per esprimerci con Livio, tornato all’«_antico metodo_»

di accuse contro i patrizi, incolpandoli, nè a torto, di suscitare, in

grazia del proprio utile, guerre da guerre[122].

Contro una così preoccupante ostinazione nessun’arme fu intentata, e

le ingiurie in senato, e gli eccitamenti a una nuova convocazione di

comizi, e la proposta di punire l’insolenza di quel popolo, che avea

l’ardire di chiedere un’ora di tregua e di respiro, e l’abile lavorio

dell’opinione pubblica. Tra quest’ultima categoria di maneggi va

ascritta la fola della tutela e dell’implorazione egiziana, verso la

quale cavalleria obbligava a non turarsi le orecchie. E quella buona

plebe rovinata, così inesperta di politica e ignara della nozione dei

propri interessi, come in ogni tempo ci appariscono le classi inferiori

della cittadinanza romana[123], ebbe l’ingenuità di dare ascolto a quel

capolavoro di abbindolazione, (quale altrimenti riesce impossibile

definire il discorso, che di lì a poco tenne alle centurie[124] il

solito P. Sulpicio), e terminò per votare, non certo nel proprio

interesse, la voluta guerra contro la Macedonia[125].

Le relazioni politiche di Roma con l'Egitto dalle origini al 50 a. C. · 第 21 / 118 题