Critica della pretesa tutela romana su Tolomeo Vº.
Giustino, nei primi capitoli del libro XXXº della sua storia
universale, dopo avere schizzato colle tinte più fosche il regno del
IVº Tolomeo, tutto in mano di favoriti e di cortigiane, screditato
all’estero ed all’interno, narra come il popolo di Alessandria,
appena ebbe appreso la morte del re, tenuta per alcuni giorni
nascosta da coloro che spadroneggiavano a corte, levatosi a tumulto,
impiccati costoro, inviasse un’ambasceria a Roma, pregando il senato
di provvedere di tutori il giovane erede e difenderlo da Antioco,
re di Siria, e da Filippo, re di Macedonia, già collegati ai suoi
danni. A tale richiesta, il governo romano, non potendo negare
il suo cavalleresco appoggio, avrebbe immediatamente risposto con
un’ambasceria delegando M. Emilio Lepido tutore del giovane re, Tolomeo
Vº Epifane, e dichiarandosi pronto — anche contro le proprie intenzioni
— ad ulteriori sacrifizi.
Tale racconto suscita dei sospetti, e per vari motivi:
1). Esso viene attinto a fonti poco attendibili, e, oltre ad
enunciare un giudizio probabilmente inesatto sull’amministrazione
del IVº Tolomeo, dà, senza tener conto di quelle che consideriamo in
particolare, attestazioni arbitrarie di fatti realmente inesistiti.
Così è a dirsi, per esempio, dell’imputazione di parricidio e di
assassinio contro Tolomeo Filopatore[99].
2). Se, a detta di Giustino, uno dei capi di accusa degli insorti
era costituito dalle vergogne della politica estera del regno di
Filopatore, non era naturale che il popolo di Alessandria reagisse alla
politica, dominante a corte, inaugurandone una non dissimile rispetto
ai Romani[100].
3). Ma i sospetti si fanno più incalzanti quando si passa ad ulteriori
considerazioni. L’informazione di Giustino viene anzitutto smentita da
due altre, l’una proveniente da Giustino medesimo, secondo cui sarebbe
stato il padre stesso moribondo ad affidare il figlio alla tutela
del popolo romano[101], l’altra, proveniente da Polibio[102], secondo
cui la tutela di Tolomeo Epifane venne per contro tenuta da Sosibio,
ex-ministro del padre[103], da quell’Agatocle, fratello dell’amante
del medesimo, la cortigiana Agatoclia[104], e, più tardi, da un giovane
ministro per nome Tlepolemo[105]. Nè l’oblio, sotto cui Polibio passa
la tutela romana, può giustificarsi colle lacrimevoli condizioni, in
cui noi ne possediamo le opere. Livio stesso, che in questa narrazione
si fonda su Polibio, ne tace con mirabile accordo[106]. Ma ciò, che più
contrasta alla narrazione di Giustino, come all’ipotesi di qualsiasi
tutela, sono le narrazioni di Appiano[107], di Livio[108] e di Polibio
medesimo.
Appiano racconta che, nei primi anni del regno di Tolomeo Vº[109],
i succitati Antioco e Filippo, che si era anche alleato con i
Cartaginesi, avevano stabilito di aiutarsi reciprocamente in una
spedizione, che il secondo avrebbe tentato contro la Cirenaica,
Samo, le Cicladi, la Caria e la Ionia, ed il primo contro Cipro, la
Celesiria, la Fenicia e l’Egitto[110]. I Romani, informati delle prime
mosse dell’esercito di Filippo da ambasciatori Rodii, Ateniesi ed
Etoli[111], avevano spedito un’ambasceria in Oriente col mandato di
intimare ai due re la cessazione delle ostilità o dichiarar loro la
guerra (200).
L’ambasceria si abboccò dapprima col generale di Filippo, Nicanore,
il quale appunto allora devastava l’Attica, e, da parte del popolo
romano, lo incaricò di trasmettere al suo re l’ingiunzione di nulla
tentare contro i Greci, ma di sottomettersi ad un tribunale arbitrario
per tutto ciò che quegli aveva osato contro il re di Pergamo. Se il re
non avesse obbedito, il governo romano si sarebbe dichiarato pronto
a muovergli guerra. Uguale discorso essa tenne con gli Epiroti, con
Aminandro, re dell’Atamania, con gli Etoli di Naupacto e gli Achei
di Egio. Indi si era recata da Antioco[112] e poscia da Tolomeo,
nella persona dei tre citati da Livio, per conferire col Lagida e
interrogarlo, come vedemmo[113], circa il suo atteggiamento nel caso di
un’eventuale conflagrazione romano-macedone (200).
Or bene, se la presunta tutela e le presunte invocazioni di
aiuto dell’Egitto fossero state reali, nè Roma avrebbe appreso da
informazioni indirette i movimenti dell’armata e dell’esercito dei
due re, nè avrebbe avuto ragione di umiliarsi a interrogare la corte
alessandrina circa il suo atteggiamento nel caso di guerra contro la
Macedonia, nè, tanto meno, il preteso tutore avrebbe, come appare dal
trovarlo fra gli ambasciatori romani, che adesso si recavano in Egitto,
abbandonato, sin dal 201, quando cioè Tolomeo Epifane era ancora
minorenne, il governo del suo pupillo[114].
Ma, come se ciò non bastasse, poco dopo, in seguito a nuove
sollecitazioni ateniesi[115], un’ambasceria egizia, tutt’altro
che a chiedere, giungeva in Roma per offrire aiuto in favore degli
Ateniesi[116] (200).
Così cade la famosa leggenda filo-egiziaca, con la quale, in quegli
anni, si cercò di captare l’opinione pubblica per trascinare Roma
ad una guerra in Oriente, e che, un secolo e mezzo più tardi, godeva
ancora tanto credito presso il buon pubblico romano da farla raccattare
da uno dei discendenti di Lepido perchè, incisa nel metallo, ingannasse
a sua volta la buona fede degli storici futuri[117]. Ben altri erano i
motivi delle guerre che si apparecchiavano, motivi, che, data la loro
importanza e gl’intimi legami, ch’essi vantano con le relazioni romano
egiziache, non è qui il caso di tacere.