Rinnovamento dell’alleanza egizio-romana (210). Roma e Cartagine nel
secondo periodo della guerra annibalica.
Tante dimostrazioni di amicizia poterono ben valere, pochi anni dopo,
una nuova ambasceria romana al re ed alla regina d’Egitto allo scopo
di rinnovare l’antica alleanza, e pare che Roma ci tenesse parecchio,
avendo questa volta i suoi doni rivaleggiato in magnificenza con quelli
del secondo Tolomeo. Al re fu donata una toga e una tunica purpurea
insieme con una sedia tutta avorio; alla regina un manto con una
sopravveste di porpora (210).[90]
Era quello il periodo, in cui i Romani, con un’instabile, ma pur sempre
progrediente fortuna, si rialzavano dalla sconfitta di Canne. Nè ad
Annibale nell’Italia meridionale erano pervenuti gli sperati soccorsi,
nè si era potuta riconquistare la Sardegna, anzi l’unico esercito
cartaginese sbarcatovi era stato tosto distrutto dal generale romano
Tito Manlio Torquato. Uguale sorte era toccata alle truppe cartaginesi
in Sicilia (210), mentre la guerra, che Filippo di Macedonia avea
suscitato contro Roma, si ritorceva a suo danno, giacchè questa gli
avea fatto insorgere contro quasi tutta la Grecia.
In Ispagna le due spedizioni del 211 e 210 avevano in generale rimesso
l’equilibrio delle forze prima ancora che vi fosse spedito quel P.
Scipione (210-9), che chiuderà la guerra annibalica con la disfatta di
Zama. In Italia la resa di Capua, il formidabile quartiere generale
di Annibale, aveva cancellato la memoria tremenda dell’avanzata del
medesimo contro Roma, e segnato la ripresa della prevalenza romana
(210)[91]. Si trattava quindi di un lasso di tempo, nel quale Roma
aveva agio ed anche interesse di pensare all’Egitto, tanto più
che la guerra di Siface contro Cartagine (213-2), colla quale avea
sperato di procacciare all’avversaria nemici nella stessa Libia, era
terminata infelicemente[92]. Urgeva surrogarvene di nuovi, o, per lo
meno, assicurarsi degli antichi, e l’occhio del senato era rivolto
all’Egitto.