Le si dimostra favorevole dopo la resa di Capua ad Annibale.
Dopo Canne, la maggior parte dei municipi dell’Italia meridionale si
erano stretti intorno ad Annibale.
L’antica federazione italica accennava a dissolversi. Ma di tali
perdite nessuna era stata pari a quella di Capua (216), la capitale
del mezzogiorno della penisola, che, con Annibale alla testa e la
possibilità di armare un ingente esercito di pedoni e di cavalieri,
sarebbe un bel giorno venuta a rivaleggiare con la sua antica
dominatrice[85].
Tale nuova orientazione politica non fu però approvata da tutte le
classi della cittadinanza, come non lo erano mai stati i suoi rapporti
con Roma[86]. I nobili erano infatti legati da troppi interessi a
quelli dei Romani. Allorquando questi, dopo la grande guerra latina,
avevano, nel 338, terminato di estendere il loro dominio nella
Campania, il senato, per compensare la nobiltà di Capua della perdita
di parte dell’_ager publicus_, aveva obbligato il popolo a pagare
un’annua rendita di 450 denari ai 1600 cavalieri della città, e s’era
inoltre affrettato a metterli nel possesso dei pubblici poteri. L’anno,
in cui Annibale si affacciava alle porte di Capua, il fiore della sua
nobiltà si trovava imparentato con altrettante famiglie romane[87].
Dinnanzi alla corrente dell’opinione pubblica favorevole all’alleanza
cartaginese, essa si era quindi creduta in dovere di ostacolarla con
ogni mezzo.
Lo chauvenisme liviano à colorito colle tinte più smaglianti la
resistenza di uno degli antesignani della nobiltà capuana, Decio Magio.
Allorquando, narra Livio[88], i Capuani mandarono ambasciatori per
conferire con Annibale, egli fu l’unico che disapprovasse l’idea di
un’alleanza cartaginese. Egli stesso avea deplorato altamente il
massacro dei «prefecti sociorum»[89], e di alcuni altri cittadini
romani residenti a Capua. Invitato più tardi da Annibale a spiegare
codesta sua ostilità, che, fin dall’entrata della guarnigione
cartaginese, l’avea sospinto a proporne l’eccidio, si era rifiutato,
protestando la sua qualità di cittadino romano.
La sua propaganda avea fatto seguaci, e Perolla, figlio di uno dei
capi del partito punico, pur avendo, per opera del padre, ottenuto
grazia presso Annibale, era stato lì lì per ripagare coll’assassinio la
generosità del banchetto, a cui il Cartaginese l’aveva invitato. Urgeva
sbarazzarsi del fiero capuano, e, nella tornata senatoria, che seguì
al suo ingresso, Annibale chiese, e la sua richiesta fu approvata,
che Decio venisse escluso dall’alleanza e dai patti che egli avrebbe
stretto con Capua.
Obbligato di nuovo a scolparsi, Decio ripetè il rifiuto, protestando
in termini identici a quelli della prima volta, cosicchè, carico
di catene, mentre colla voce, unica arme rimastagli, continuava ad
arringare la folla, fatto salire su di una nave, venne spedito a
Cartagine. Una tempesta lo sbalzò a Cirene, possesso del re d’Egitto.
Decio corse a rifugiarsi a piè della statua reale; ma tradotto ad
Alessandria. Tolomeo IVº lo faceva tosto rimettere in libertà,
chiedendogli se volesse tornare a Capua od a Roma, alla quale
concessione, Decio, riconoscente, preferì rimanersene in Egitto.