L’Egitto vettovaglia Roma durante la guerra annibalica (216).
Ma se i Romani brillarono soltanto per la loro — diciamola —
circospezione, facendosi solo vivi, allorquando le sorti della
guerra erano decise; non così operò Tolomeo IVº Filopatore durante
la guerra annibalica. Secondo Polibio[80], stante la devastazione
di tutto il territorio italico sino alle porte della capitale del
Lazio e l’infierire della guerra nelle regioni, dalle quali era
possibile importare grano, il governo di Roma si era per un momento
trovato nell’assoluta incapacità di vettovagliare sia i cittadini che
l’esercito, e la carestia era giunta a tale da far salire il frumento
ad un prezzo circa trenta volte superiore all’ordinario.
Le succitate circostanze ci riportano al periodo della seconda guerra
punica immediatamente posteriore alla battaglia di Canne e alla morte
di Gerone di Siracusa (216), già alleato dei Romani, il cui nipote
era allora passato dalla parte dei Cartaginesi,[81] privando così Roma
del soccorso di quell’inesausto granaio, che era per essa la Sicilia.
In tali frangenti il senato mandò ambasciatori al Tolomeo, chiedendo
vettovaglie[82], e il Lagida, mal rammentando adesso l’aforisma del
nonno, pare non sia stato alieno dal favorire gli amici contro gli
amici, di che, per lo meno, dovette ricordarsi Annibale, quando,
più tardi, ripartendo per sempre dall’Italia, stette in forse tra il
pigliare la via di Cartagine o l’altra d’Egitto, donde sarebbe mosso ad
occupare direttamente Alessandria[83].
Ma il Lagida non si limitò a soddisfare alla richiesta dei Romani[84]:
volle tutto coronare con un nuovo atto di sua spontanea iniziativa.