VII.[79]

L’Egitto vettovaglia Roma durante la guerra annibalica (216).

Ma se i Romani brillarono soltanto per la loro — diciamola —

circospezione, facendosi solo vivi, allorquando le sorti della

guerra erano decise; non così operò Tolomeo IVº Filopatore durante

la guerra annibalica. Secondo Polibio[80], stante la devastazione

di tutto il territorio italico sino alle porte della capitale del

Lazio e l’infierire della guerra nelle regioni, dalle quali era

possibile importare grano, il governo di Roma si era per un momento

trovato nell’assoluta incapacità di vettovagliare sia i cittadini che

l’esercito, e la carestia era giunta a tale da far salire il frumento

ad un prezzo circa trenta volte superiore all’ordinario.

Le succitate circostanze ci riportano al periodo della seconda guerra

punica immediatamente posteriore alla battaglia di Canne e alla morte

di Gerone di Siracusa (216), già alleato dei Romani, il cui nipote

era allora passato dalla parte dei Cartaginesi,[81] privando così Roma

del soccorso di quell’inesausto granaio, che era per essa la Sicilia.

In tali frangenti il senato mandò ambasciatori al Tolomeo, chiedendo

vettovaglie[82], e il Lagida, mal rammentando adesso l’aforisma del

nonno, pare non sia stato alieno dal favorire gli amici contro gli

amici, di che, per lo meno, dovette ricordarsi Annibale, quando,

più tardi, ripartendo per sempre dall’Italia, stette in forse tra il

pigliare la via di Cartagine o l’altra d’Egitto, donde sarebbe mosso ad

occupare direttamente Alessandria[83].

Ma il Lagida non si limitò a soddisfare alla richiesta dei Romani[84]:

volle tutto coronare con un nuovo atto di sua spontanea iniziativa.

Le relazioni politiche di Roma con l'Egitto dalle origini al 50 a. C. · 第 13 / 118 题