IV.

Alleanza romano-egiziaca (273).

Ben diversamente di come il Lagida avrebbe dovuto temere, il suo atto

fu accolto con gioia dal senato romano, che tosto restituì la visita

con una nuova ambasceria, nella quale figuravano Q. Fabio Furge,

già console al 276, Numerio Fabio Pittore, che lo sarà al 266[57],

Q. Ogulnio[58], già tribuno della plebe al 300, edile al 296[59],

membro al 290 dell’ambasceria, incaricata della ricerca del serpente

Epidauro[60], e dittatore al 257.

Le accoglienze, a cui essi vennero fatti segno nella corte di

Alessandria furono tra le più liberali. Il re li regalò tosto di

splendidi doni, ma gli ambasciatori, coerenti alla morigeratezza dei

loro costumi, rifiutarono ogni offerta, quasi volessero dimostrare che

nessuna corruzione avrebbe dettato loro i patti di quell’alleanza, che

avevano l’incarico di stipulare.

Il re però con finissima astuzia, deliberato ad ottenere ad ogni

costo condizioni favorevoli da parte del governo romano, invitatili

ad un banchetto, tornò ad offrire delle corone di oro. Con nuovo ed

ammirevole esempio di parsimonia e di delicatezza, gli ambasciatori,

pur accettandole, ne fecero la dimane trovare adorne le statue

del re[61]. Indi si venne a concretare i capitoli del trattato

romano-egiziaco.

Che una vera e propria alleanza dovette essere stipulata ce lo

fanno supporre le parole dell’epitomatore di Livio, la cui testuale

narrazione ci sarebbe dovuta riescire preziosissima. Questi infatti

afferma che «cum Ptolomeo rege _societas_ iuncta est»[62], e con lui si

accorda Dione Cassio, l’altra fonte più autorevole delle circostanze,

su cui c’intratteniamo, opponendosi così agli storici greci, i quali ci

parlano solo di un ravvicinamento amichevole, di una pura e semplice

φιλία. Ma sulle modalità dell’accordo, che è il punto più importante,

le fonti, le quali ci sono così larghe di particolari drammatici e

decorativi, serbano il silenzio più assoluto.

Ha però ragione il Bandelin[63] nel sospettare che non si sia

trattato di una vera e propria alleanza offensivo-difensiva, sibbene

dell’obbligo reciproco di astenersi da vicendevoli ostilità e dalla

prestazione di qualsiasi soccorso agli stati belligeranti con ciascuno

dei due popoli. Infatti, nè noi vediamo Roma e l’Egitto aiutarsi di

regola nelle posteriori guerre, in cui si trovarono impegnate, nè,

quando esse richiesero vicendevoli aiuti, invocare mai i capitoli del

trattato del 273.

Oltre a ciò, non ostante il silenzio delle fonti, le prossime relazioni

romano-egiziache ci autorizzano a ritenere che nella conferenza di

Alessandria si sia anche discusso di affari commerciali, i quali, sin

da quegli anni[64], si avviarono in maniera definitiva. Non sembra però

che all’alleanza si sia imposta una scadenza fissa pel rinnovamento,

che avverrà irregolarmente ad ogni nuova successione dinastica egizia

e ad ogni soluzione di importanti quistioni estere in ciascuno dei due

stati.

Comunque si fosse, Roma e l’Egitto si erano pel momento garantite

reciprocamente nell’eventualità di qualsiasi prossima contingenza di

politica estera; e gli ambasciatori, che, tornati a Roma, riferirono,

come era d’uso, al senato l’esito della loro legazione, dichiarando

di voler deporre i doni ricevuti nell’erario[65], furono, prima da

un _senatus consultum_, poi da una lex, autorizzati a rimanersene

possessori[66].

Le relazioni politiche di Roma con l'Egitto dalle origini al 50 a. C. · 第 10 / 118 题