Guerra tarantina; Pirro. Ambasceria di Tolomeo IIº d’Egitto ai Romani
(273). Motivi politici; motivi economici.
Gli anni 285-273 a. C. furono tra i più tempestosi della storia di
Roma. Nel breve giro di poco più di due lustri il suo governo avea
dovuto contare una sollevazione degli Italici, che, dai Lucani, dai
Sanniti e dai Tarantini s’era estesa agli Etruschi, agli Umbri ed ai
Galli, due sconfitte di non lieve importanza come quella di Eraclea
(280) e l’altra di Ausculum (279), con la perdita complessiva di 130000
uomini, la nuova campagna del 278 andata a male, e, nella Sicilia,
l’insediamento di un nemico temibile (276), quello stesso Pirro, che da
undici anni teneva in continui palpiti la futura capitale del mondo.
Ma, poichè la fortuna aiuta gli imbelli e gli audaci, la sorte delle
cose mutò tutto ad un tratto nel giro di pochi mesi. Nello stesso anno
276 la Sicilia veniva conquistata dai Cartaginesi, allora alleati
dei Romani, Pirro, battuto a Benevento (275), periva tre anni dopo
miseramente in Grecia, e la ribellione d’Italia, privata così del
suo braccio migliore, si spegneva in breve per mancanza di sussidi
militari[35] (275-0). E, come se la fortuna volesse, quasi in compenso
del passato, offrire tutte in una volta le sue grazie ai Romani, l’anno
stesso della morte di Pirro[36] giungevano nella capitale del Lazio
ambasciatori da parte di Tolomeo IIº Filadelfo, re di Egitto, recanti,
insieme coi doni di prammatica, amicizia ed alleanza[37]. La data
dell’ambasceria ci è indicata con precisione da Eutropio. Essa rimonta
al consolato di C. Fabio Licinio e C. Claudio Caninio (273), ad un
anno cioè, in cui Pirro era ancora in vita e l’amicizia del re d’Egitto
poteva riescirgli proficua.
Così essendo, l’atto diplomatico del Lagida[38] non appare nè nobile,
nè leale.
Nessuna ragione infatti esisteva perchè Pirro avesse dovuto aspettarsi
una simile ricompensa. Verso il 295 egli era stato condotto quale
ostaggio in Egitto presso il padre di Tolomeo Filadelfo,[39] ed
avea saputo talmente guadagnarsi le simpatie della famiglia reale da
riceverne, pochi anni di poi, in isposa la figliastra Antigone ed aiuti
di danaro e di milizie per la prossima riconquista del già perduto
trono d’Epiro[40] (295).
Si era allora insediato al governo della Macedonia quel Demetrio,
figlio di Antigono Iº, già noto per la sua fama militare e per una
sua grande impresa contro gli Egiziani. Al 306, infatti, aveva,
per incarico del padre, sconfitto presso Salamina, in una delle più
memorabili battaglie navali dell’antichità, lo stesso Tolomeo Iº,
il quale, oltre a perdervi più di 120 vascelli da guerra, 100 da
carico ed 8000 soldati, avea visto cadere prigionieri il figlio ed il
fratello Menelao, cui era venuto in soccorso. Questa battaglia, che
aveva fruttato ad Antigono la conquista di Salamina e gli avea offerto
il destro di assumere pel figlio il titolo di re[41], aveva altresì
incoraggiato quest’ultimo ad attaccare Tolomeo nell’Egitto medesimo, e,
non essendovi riescito ad assediare quella Rodi, legata in strettissimi
vincoli di commercio e d’amicizia col Lagida, che gliela disputò
sino all’ultimo sangue. Nella recente guerra[42] di Demetrio per la
conquista del trono di Macedonia, il Tolomeo gli avea tolto Cipro[43]
(295), e, poco dopo, avea tornato ad assalirlo in lega con Lisimaco,
re di Tracia (288)[44], e con Pirro, che già aveva aiutato gli Etoli
contro Demetrio e tentato un’incursione nelle terre del medesimo[45].
La campagna era riescita infelice pel re di Macedonia, e Pirro e
Lisimaco se n’erano spartito il dominio[46] (288). Morto Tolomeo I
(283)[47], le cordiali relazioni di Pirro col figlio dell’estinto, non
aveano subito ostili interruzioni. Tanto l’impresa d’Italia, quanto
quella di Sicilia, specie quest’ultima, che, col suo buon esito, non
avrebbe fatto altro che danneggiare Cartagine, rivale in commercio di
Alessandria[48], non potevano nè avevano dovuto ingenerare sospetto
alcuno nell’animo del Lagida, e, quando Pirro aveva lasciato l’Italia,
era andato a combattere contro l’Antigono Gonata, figlio dell’estinto
e più volte citato Demetrio, che avea occupato il trono di Macedonia e
non potea certo vantare benevoli sentimenti verso il più implacabile
avversario del padre, — Antigono Gonata, contro cui, sei anni dopo,
Tolomeo Filadelfo inizierà una lunga e penosa guerra[49]. Nessuna
voglia quindi di sfogare vecchi rancori, nè desiderio alcuno di
contrapporre l’equilibrio di una nuova lega alla ormai molto dubbia
potenza del re d’Epiro poteva aver eccitato l’animo del Lagida[50],
e i motivi della sua ambasceria debbono perciò ricercarsi fra cause
d’origine diversa.
Esse appariscono di doppia specie: politiche e commerciali.
Anzitutto il fatto stesso dell’antica e non interrotta amicizia con
Pirro poteva adesso, non ostante la recente neutralità del Tolomeo
nella guerra italica, far temere una di quelle spesso inconsiderate
rappresaglie del governo romano contro gli amici del vinto avversario.
In secondo, la politica estera dei Tolomei s’era fin’allora ingerita
costantemente negli affari internazionali degli stati greci, specie
in quelli del macedone e dei suoi vicini. E, adesso che Roma aveva
battuto il re d’Epiro, non era ardito il sospettare che questa sarebbe
intervenuta, come farà di lì a pochi anni (210-05)[51], negli affari
della Grecia, a sobillare il re di Macedonia, compiendo un atto, le cui
conseguenze si sarebbero probabilmente ripercosse sull’Egitto.
Più importanti erano le ragioni d’indole commerciale.
L’Egitto, l’abbiamo visto, era allora la strada maestra del commercio
mondiale, da cui derivava gran parte della propria ricchezza, e l’unica
città, Cartagine, che, come potenza, sia commerciale che militare,
avesse potuto tenere fronte ad Alessandria e dovuto nutrire troppe
voglie di chiudere alla rivale gli sbocchi del suo commercio, era
allora alleata di Roma[52], e poteva incaricarsi dell’impresa egiziana,
qualora la capitale del Lazio non se ne fosse sentita da tanto.
Un’alleanza ai propri danni da parte di codesti due stati avrebbe
potuto causare all’Egitto la perdita dei principali emporii
commerciali del Mediterraneo. Gli sarebbero anzitutto state tagliate le
comunicazioni con Cadice. Avrebbe perduto la Cirenaica, il più fertile
dei suoi possessi, già conquistato al 321 da Tolomeo Iº e che tanta
gola avea fatto al governo punico. Avrebbe messo a repentaglio Cipro,
celebre pei suoi cantieri, pronta sempre ad offrire all’Egitto tesori
inesausti di ricchezze naturali[53] e capace, per la sua posizione, di
formare una comoda tappa fra l’est e l’ovest, Creta, importante per
lo meno per l’acquisto dei mercenari, le isole dell’Egeo, le Ionie,
e, peggio ancora, quella Rodi, per cui il commercio con l’Egitto
era, a detta di Diodoro, una questione vitale e dovea quindi riescire
per quest’ultimo fonte d’enormi guadagni, Rodi unica stazione per i
vascelli, che in 24 ore avessero viaggiato dalla Palude Meotide verso
l’Etiopia per la via d’Alessandria e del Nilo, e che il padre di
Filadelfo avea così a lungo disputato contro Antigono Iº e Demetrio.
Avrebbe altresì l’Egitto potuto essere danneggiato nei suoi commerci
di grano con Atene o in quelli, certo più notevoli, sebbene non ne
possediamo che scarsi ragguagli, con la Sicilia, specie con Siracusa,
su le quali si erano adesso più che mai volte le avide mire dei
Cartaginesi[54]. Come eventuale, ma non improbabile frutto della lega
con Roma, l’Egitto poteva sperare, come poi avvenne, nello stabilimento
di un continuato commercio sia di papiro, che di lino e vetro con
Napoli e Pozzuoli, donde avrebbe importato lana da servire per le
industrie nazionali[55], e per dove avrebbe col tempo stabilito una
linea diretta, che l’avrebbe messo in comunicazione persino con la
Gallia[56].
Dinnanzi a tali motivi di alleanza, l’astuto Tolomeo non dovette,
adesso che la stella di Pirro tramontava, esitare gran fatto a spedire
un’ambasceria nel Lazio.