Agricoltura in Roma durante la repubblica; industrie; decadenza
dell’agricoltura; pastorizia; indirizzo politico. Situazione reciproca
dei due stati.
Anche Roma avea goduto un tempo di un’agricoltura fiorente, e avea
visto spuntare sotto l’occhio del Marte latino una distesa di piccole e
gagliarde proprietà, per cui, divise tra faccende rurali e domestiche,
aveano vagato laboriose le falangi dei clienti, amiche appendici
dei vecchi gruppi gentilizi[26]. Ma Roma non aveva mai goduto nè di
commercio nè d’industrie[27], e l’agricoltura era ben presto cominciata
a decadere sotto i funesti effetti delle conquiste, strappanti al
lavoro le braccia e offrenti[28] a buon mercato le terre e gli schiavi,
mezzo più agevole sia della coltivazione diretta, che dell’assoldamento
dei proletari, e fatale meccanismo di distruzione della piccola
proprietà[29].
Per un istante era parso che la crisi agricola potesse venire
compensata da un corrispettivo incremento della pastorizia, dopochè
la conquista del Lazio, dell’Etruria e di tutta la zona interna
dell’Apennino, varia di prodotti, di altitudine e di clima, avea
liberato i proprietari dalla costosa necessità di sostentare
nell’inverno, a proprie spese, il bestiame e di ricoverarlo all’uopo in
apposite stalle[30]. Ma anche la pastorizia avea perduto la sua ragion
d’essere dopo l’affluenza dei nuovi tesori da ogni parte del mondo
conquistato, eccitanti allo sperpero e all’inerzia le classi dominanti,
che li percepivano, e alla miseria, all’accattonaggio, al bottino
le classi inferiori, ridotte oramai sul lastrico dalla concorrenza
spietata degli schiavi.
Incamminati per la china di una politica conquistatrice, eretta la
medesima a mezzo di pubblico e di privato sostentamento, l’unico
organo sociale, verso cui le risorse dell’erario andarono sin d’ora
a confluire, non poteva non essere l’esercito terrestre e marittimo.
La sua presenza rese uno stato, già superbo di lotte e di conquiste
civili, il campo chiuso d’una sempre imminente reazione militare ed il
covo temuto di una banda vigile e sterminata di filibustieri, pronta a
gettarsi dove avesse spiato una preda, a spargere il terrore dov’era
la pace, a profondere nell’abisso delle orge e della magnificenza
capitali e proventi capaci di alimentare lavori d’immenso interesse
per l’umanità[31], finchè le lagrime dei sudditi e degli oppressi non
l’avessero sospinto verso una monarchia democratico-militare, che poi,
a sua volta, sarebbe divenuta zimbello degli eserciti, che le si erano
prostesi a costituirne la base[32].
Questo l’aspetto delle due nazioni, che s’incontravano per la prima
volta al 273, l’una tutta compresa del pensiero del proprio onesto
benessere, operosa, modesta, colta e soddisfatta; l’altra, oziosa,
rapace, provetta nell’arte della guerra e della prepotenza, piena
della vanagloria di ritenersi pensionaria dell’universo, non curante
del domani, intenta a tutto consumare senza produrre, a strabiliare il
mondo colle monumentali costruzioni della sua aristocrazia accanto ai
fetidi abituri del suo cencioso proletariato e impotente a largire al
proprio genio altro campo di esplicazione all’infuori degli acquedotti,
delle grandi strade o delle fortificazioni[33], d’un interesse
puramente strategico, conforme alle più alte idealità della sua vita
sociale[34].
Nel duello inconfessabile, difensivo per l’una, agognato ed offensivo
per l’altra delle due nazioni, chi avrebbe vinto? Quale sarebbe stata
l’agonia, quale la sorte della disfatta? Una situazione a termini
identici e contemporanea a quella di Roma rispetto a Cartagine si
disegnava al 273 sulle pagine della storia del mondo antico. Il suo
svolgimento sarebbe riescito meno rapido e meno drammatico del certame
punico, ma non per questo meno interessante. Due secoli e mezzo ne
prepareranno l’epilogo, e l’eloquenza del medesimo riescirà superiore a
qualsiasi affrettata predizione.