ODE A NAPOLEONE BONAPARTE.

Pesa Aniballe: quante libbre trovi

In cotesto supremo capitano?

GIOVENALE, Satira X.

Lo imperatore Nepote venne accolto dal

Senato, dagl'Italiani, e dalle provincie

della Gallia. Le sue virtù morali, e la

militare prestanza, furono lodate largamente,

e quelli che ritraevano qualche privato

benefizio dal suo governo annunziavano con

voci profetiche la restaurazione della

pubblica felicità..... Ma la sua vituperosa

renunzia, la sua vita per pochi anni

protratta in miserabilissima condizione tra

imperatore ed esule, finchè......

GIBBON, _Decadenza ec._, vol. VI.

«Egli cadde; ma pure ieri fu re! ed armato a combattere contro ai re. Ed

ora tu sei una cosa senza nome, — abietta, — e nonpertanto viva! E

questi è l'uomo dai mille troni? Questi colui che seminò la terra di

ossa nemiche? E può egli sopravvivere così? Dopo lui, che salutammo

follemente stella mattutina, nè uomo mai, nè demone precipitava in tanta

immensa miseria.

»Uomo malvagio, perchè la stirpe che ti stringeva le ginocchia

flagellasti? Contemplando sempre te stesso divenisti cieco, e il

fastidio di guardarti insegnasti.... Con tanto magnifica potenza, —

potenza di salvare — l'unico dono che ai tuoi adoratori largisti è stato

il sepolcro. — No; — prima della tua caduta gli uomini non potevano

credere come tanta ambizione andasse congiunta a tanta bassezza!

»Gran mercè dello insegnamento; — egli varrà ad ammaestrare i futuri

guerrieri, assai meglio che le sentenze della divina filosofia non

facciano, siccome invano hanno fatto fin qui. Il fascino che occupava la

mente degli uomini si è rotto, nè tornerà più a prostrarsi davanti

questi idoli della spada dalla fronte di bronzo e dai piè di creta.

»Il trionfo, l'orgoglio, e la gioia della battaglia, e la voce della

vittoria scuotitrice della terra, erano l'alito della tua vita. Il

brando, lo scettro, e il dominio che gli uomini, come se vinti da

necessità naturale, obbedivano, e co' quali si era oggimai addomesticata

la fama, tutto è spento. Spirito tenebroso! oh quanto deve lacerarti

amara la tua rimembranza!

»Chi desolava è desolato! Il vincitore è vinto! L'arbitro degli altrui

destini adesso supplica pel suo proprio destino! Gli rimane forse

qualche speranza d'impero che valga a fargli sopportare cosiffatta

vicenda, o teme soltanto la morte? — Morire da re, o vivere da schiavo.

Ah! la tua scelta fu coraggiosamente codarda.

»Colui che vecchio intese fendere la querce, non temeva che gli si

potesse richiudere. Incatenato al tronco che si provò invano di rompere,

— quando si vide solo — quali furono gli suoi sguardi dintorno? Te

incolse una pari sventura nella superbia della tua forza, e un destino

più tenebroso del suo ti percosse. Egli cadde preda delle belve della

foresta; — tu se' condannato a divorarti da te stesso il cuore.

»Il Romano, quando ebbe sfuocato il cuore rovente nel sangue di Roma,

gittò via il pugnale, e ardì ridursi a casa nella sua salvatica

grandezza. Egli osava partirsi per maggiore onta degli uomini che

avevano sopportato il suo giogo e lo lasciavano incolume. L'ora della

sua gloria fu quella in cui spontaneo abbandonò il potere.

»Lo Spagnuolo, quando l'agonia del dominio ebbe perduto ogni splendido

incanto per lui, cambiò le corone in rosarii, lo impero con la cella, e

la sua follia vaneggiava innocente quando si convertì in solenne

annoveratore di grani di rosario, e in sottile disputatore di credi; —

pure beato lui, se non avesse conosciuto mai o le reliquie della

superstizione, o le tirannidi del trono!

»Tu poi — dalla mano repugnante ti era strappato il fulmine; — In poi

troppo tardi lasciasti l'arduo comando, al quale ti teneva la tua

debolezza attaccato. E comunque tu sii uno spirito maligno davvero, fa

male al cuore considerare il tuo tanto avvilito, — e pensare che il bel

mondo di Dio sia stato sgabello a creatura sì abietta!

»E la terra prodigava il suo sangue per costui che si mostra tanto avaro

del proprio! E i potenti tremando con tutte le membra gli si prostrarono

davanti rendendogli mercè per un trono! bella libertà, noi dobbiamo

tenerti ben cara, dacchè i tuoi più acerbi nemici palesarono con modi

così disonesti la interna paura! Oh! non possa mai tiranno al mondo

lasciare nome migliore dietro di sè per ingannare il genere umano.

»I tuoi gesti iniqui stanno scritti nel sangue, nè così scritti invano:

la fama non parla più dei tuoi trionfi e ne rivela le infamie. Se tu

morivi come sa morire l'onore, forse qualche altro Napoleone sarebbe

sorto a vituperare il mondo di nuovo. — Ma chi vorrebbe ascendere

all'altezza del sole per rovinare poi in una notte senza stelle?

»Pesata la polvere di un eroe, ecco ella è vile quanto la creta del

plebeo. Le tue bilance, o Morte, sono giuste per tutti quelli che

muoiono: pure io credeva che una qualche più lucida scintilla, capace ad

abbagliare e a stupire, animasse i grandi viventi, nè mi pareva

possibile che il disprezzo giungesse a farsi ludibrio dei conquistatori

del mondo.

»Ed ella, il vago fiore dell'Austria altera, la tua pur sempre sposa

imperiale, come sopporta col cuore l'ora della tua sventura? Sta ella

sempre unita al tuo fianco? Dovrà ella pure curvarsi, partecipare il

pentimento tuo tardo, la lunga disperazione di te omicida rovesciato dal

trono? Ov'ella ti amasse sempre, abbila cara: sarebbe la gemma più bella

del tuo perduto diadema.

»Affrettati alla squallida tua isola, e guarda il mare: cotesto elemento

può sostenere il tuo sorriso, perciocchè egli non fosse mai dominato da

te; — e con la mano neghittosa, nelle tue torbide fantasie scrivi sopra

la sabbia che la terra è libera come il mare, adesso che può applicarsi

alla tua fronte il motto del pedagogo di Corinto.

»Nuovo Timour, nel carcere della tua gabbia quali pensieri saranno i

tuoi mentre covi il cruccio imprigionato? Uno solo: — il mondo fu mio! —

A meno che somiglievole in tutto a colui di Babilonia, tu non abbi

perduto col tuo scettro ogni sentimento, e la vita non dovrebbe più a

lungo rinchiudere uno spirito così largamente dimostrato, — così

lungamente obbedito, — e così indegno d'impero.

»Oh simile al rapitore del fuoco celeste, vorrai resistere all'urto, e

dividere con lui la eterna condanna, l'avvoltoio e la rupe! Maladetto da

Dio, esecrato dagli uomini, l'ultima tua azione, quantunque non la più

trista, eccita il riso di Satana stesso. — Vi fu un giorno, — vi fu

un'ora in cui la Terra era della Gallia, e la Gallia era tua: allora,

non anche sazio, la rassegna dello immenso potere sarebbe stato atto di

fama più pura di quella che circonda il nome di Marengo, e avrebbe

diffuso una luce di oro sopra il tuo tramonto traverso il crepuscolo dei

secoli, — malgrado qualche nube passeggiera di delitto.

»Ma tu eri nato al trono e a vestire la clamide di porpora, come se

cotesto manto di follia avesse avuto virtù di soffocare le rimembranze

del tuo petto. — Dov'è adesso la clamide scolorata? Dove sono le vanità

di cui ti compiacevi ornarti: — la stella, — i cordoni, — la piuma?

Stizzoso fanciullo d'impero! — dimmi, ti furono involati i tuoi

trastulli? — Ma dove dunque potrà riposarsi l'occhio stanco che va in

traccia di qualche osa di grande? dov'è dunque che splende una gloria

incontaminata, una vita senza onta? — Sì, — uno, — il primo, — l'ultimo,

— il migliore, il Cincinnato dell'Occidente, chè non trova la invidia

ove emendarlo, legava agli uomini il nome di Washington per farli

vergognare ch'egli solo nacque tra loro.»[20]

Nel 1821 il potentissimo poeta, ricredendosi, consolava la grande anima

con questo altro canto:

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