Pesa Aniballe: quante libbre trovi
In cotesto supremo capitano?
GIOVENALE, Satira X.
Lo imperatore Nepote venne accolto dal
Senato, dagl'Italiani, e dalle provincie
della Gallia. Le sue virtù morali, e la
militare prestanza, furono lodate largamente,
e quelli che ritraevano qualche privato
benefizio dal suo governo annunziavano con
voci profetiche la restaurazione della
pubblica felicità..... Ma la sua vituperosa
renunzia, la sua vita per pochi anni
protratta in miserabilissima condizione tra
imperatore ed esule, finchè......
GIBBON, _Decadenza ec._, vol. VI.
«Egli cadde; ma pure ieri fu re! ed armato a combattere contro ai re. Ed
ora tu sei una cosa senza nome, — abietta, — e nonpertanto viva! E
questi è l'uomo dai mille troni? Questi colui che seminò la terra di
ossa nemiche? E può egli sopravvivere così? Dopo lui, che salutammo
follemente stella mattutina, nè uomo mai, nè demone precipitava in tanta
immensa miseria.
»Uomo malvagio, perchè la stirpe che ti stringeva le ginocchia
flagellasti? Contemplando sempre te stesso divenisti cieco, e il
fastidio di guardarti insegnasti.... Con tanto magnifica potenza, —
potenza di salvare — l'unico dono che ai tuoi adoratori largisti è stato
il sepolcro. — No; — prima della tua caduta gli uomini non potevano
credere come tanta ambizione andasse congiunta a tanta bassezza!
»Gran mercè dello insegnamento; — egli varrà ad ammaestrare i futuri
guerrieri, assai meglio che le sentenze della divina filosofia non
facciano, siccome invano hanno fatto fin qui. Il fascino che occupava la
mente degli uomini si è rotto, nè tornerà più a prostrarsi davanti
questi idoli della spada dalla fronte di bronzo e dai piè di creta.
»Il trionfo, l'orgoglio, e la gioia della battaglia, e la voce della
vittoria scuotitrice della terra, erano l'alito della tua vita. Il
brando, lo scettro, e il dominio che gli uomini, come se vinti da
necessità naturale, obbedivano, e co' quali si era oggimai addomesticata
la fama, tutto è spento. Spirito tenebroso! oh quanto deve lacerarti
amara la tua rimembranza!
»Chi desolava è desolato! Il vincitore è vinto! L'arbitro degli altrui
destini adesso supplica pel suo proprio destino! Gli rimane forse
qualche speranza d'impero che valga a fargli sopportare cosiffatta
vicenda, o teme soltanto la morte? — Morire da re, o vivere da schiavo.
Ah! la tua scelta fu coraggiosamente codarda.
»Colui che vecchio intese fendere la querce, non temeva che gli si
potesse richiudere. Incatenato al tronco che si provò invano di rompere,
— quando si vide solo — quali furono gli suoi sguardi dintorno? Te
incolse una pari sventura nella superbia della tua forza, e un destino
più tenebroso del suo ti percosse. Egli cadde preda delle belve della
foresta; — tu se' condannato a divorarti da te stesso il cuore.
»Il Romano, quando ebbe sfuocato il cuore rovente nel sangue di Roma,
gittò via il pugnale, e ardì ridursi a casa nella sua salvatica
grandezza. Egli osava partirsi per maggiore onta degli uomini che
avevano sopportato il suo giogo e lo lasciavano incolume. L'ora della
sua gloria fu quella in cui spontaneo abbandonò il potere.
»Lo Spagnuolo, quando l'agonia del dominio ebbe perduto ogni splendido
incanto per lui, cambiò le corone in rosarii, lo impero con la cella, e
la sua follia vaneggiava innocente quando si convertì in solenne
annoveratore di grani di rosario, e in sottile disputatore di credi; —
pure beato lui, se non avesse conosciuto mai o le reliquie della
superstizione, o le tirannidi del trono!
»Tu poi — dalla mano repugnante ti era strappato il fulmine; — In poi
troppo tardi lasciasti l'arduo comando, al quale ti teneva la tua
debolezza attaccato. E comunque tu sii uno spirito maligno davvero, fa
male al cuore considerare il tuo tanto avvilito, — e pensare che il bel
mondo di Dio sia stato sgabello a creatura sì abietta!
»E la terra prodigava il suo sangue per costui che si mostra tanto avaro
del proprio! E i potenti tremando con tutte le membra gli si prostrarono
davanti rendendogli mercè per un trono! bella libertà, noi dobbiamo
tenerti ben cara, dacchè i tuoi più acerbi nemici palesarono con modi
così disonesti la interna paura! Oh! non possa mai tiranno al mondo
lasciare nome migliore dietro di sè per ingannare il genere umano.
»I tuoi gesti iniqui stanno scritti nel sangue, nè così scritti invano:
la fama non parla più dei tuoi trionfi e ne rivela le infamie. Se tu
morivi come sa morire l'onore, forse qualche altro Napoleone sarebbe
sorto a vituperare il mondo di nuovo. — Ma chi vorrebbe ascendere
all'altezza del sole per rovinare poi in una notte senza stelle?
»Pesata la polvere di un eroe, ecco ella è vile quanto la creta del
plebeo. Le tue bilance, o Morte, sono giuste per tutti quelli che
muoiono: pure io credeva che una qualche più lucida scintilla, capace ad
abbagliare e a stupire, animasse i grandi viventi, nè mi pareva
possibile che il disprezzo giungesse a farsi ludibrio dei conquistatori
del mondo.
»Ed ella, il vago fiore dell'Austria altera, la tua pur sempre sposa
imperiale, come sopporta col cuore l'ora della tua sventura? Sta ella
sempre unita al tuo fianco? Dovrà ella pure curvarsi, partecipare il
pentimento tuo tardo, la lunga disperazione di te omicida rovesciato dal
trono? Ov'ella ti amasse sempre, abbila cara: sarebbe la gemma più bella
del tuo perduto diadema.
»Affrettati alla squallida tua isola, e guarda il mare: cotesto elemento
può sostenere il tuo sorriso, perciocchè egli non fosse mai dominato da
te; — e con la mano neghittosa, nelle tue torbide fantasie scrivi sopra
la sabbia che la terra è libera come il mare, adesso che può applicarsi
alla tua fronte il motto del pedagogo di Corinto.
»Nuovo Timour, nel carcere della tua gabbia quali pensieri saranno i
tuoi mentre covi il cruccio imprigionato? Uno solo: — il mondo fu mio! —
A meno che somiglievole in tutto a colui di Babilonia, tu non abbi
perduto col tuo scettro ogni sentimento, e la vita non dovrebbe più a
lungo rinchiudere uno spirito così largamente dimostrato, — così
lungamente obbedito, — e così indegno d'impero.
»Oh simile al rapitore del fuoco celeste, vorrai resistere all'urto, e
dividere con lui la eterna condanna, l'avvoltoio e la rupe! Maladetto da
Dio, esecrato dagli uomini, l'ultima tua azione, quantunque non la più
trista, eccita il riso di Satana stesso. — Vi fu un giorno, — vi fu
un'ora in cui la Terra era della Gallia, e la Gallia era tua: allora,
non anche sazio, la rassegna dello immenso potere sarebbe stato atto di
fama più pura di quella che circonda il nome di Marengo, e avrebbe
diffuso una luce di oro sopra il tuo tramonto traverso il crepuscolo dei
secoli, — malgrado qualche nube passeggiera di delitto.
»Ma tu eri nato al trono e a vestire la clamide di porpora, come se
cotesto manto di follia avesse avuto virtù di soffocare le rimembranze
del tuo petto. — Dov'è adesso la clamide scolorata? Dove sono le vanità
di cui ti compiacevi ornarti: — la stella, — i cordoni, — la piuma?
Stizzoso fanciullo d'impero! — dimmi, ti furono involati i tuoi
trastulli? — Ma dove dunque potrà riposarsi l'occhio stanco che va in
traccia di qualche osa di grande? dov'è dunque che splende una gloria
incontaminata, una vita senza onta? — Sì, — uno, — il primo, — l'ultimo,
— il migliore, il Cincinnato dell'Occidente, chè non trova la invidia
ove emendarlo, legava agli uomini il nome di Washington per farli
vergognare ch'egli solo nacque tra loro.»[20]
Nel 1821 il potentissimo poeta, ricredendosi, consolava la grande anima
con questo altro canto: