Se la fortuna fosse stata copiosa dei suoi beni a Socrate, Anito e
Melito, invece di farlo condannare a bere la cicuta, sarebbero andati a
casa sua per bevergli il vino di Samo.[10] — Questa sentenza, comechè
dettata da uno ingegno argutissimo del secolo trascorso, a me parve
sempre più presto gioconda che vera.
Considerando io, con quella diligenza che per me si è potuto maggiore,
lo intendimento universale degli uomini, mi venne fatto conoscere
com'essi da ogni superiorità aborriscano, impazienti la sopportino, e
ardentissimi la detestino.
Di queste superiorità varie appariscono le maniere. Alcune di loro,
siccome non ci possono essere rapite, così neanche noi le possiamo dare;
altre, quantunque possano venirci tolte, pure non ci è concesso
compartirle; ultime in dignità, come in invidia, paionmi quelle che
potendo noi perdere o donare, possono ancora dagli altri venire
acquistate. Libere, grandi, divine, e veramente ben nostre le prime;
serve, imbecilli, e affatto non nostre le seconde.[11]
E tacendo delle altre, le quali, ricercando sottilmente la materia, mi
arriverebbe per avventura di riscontrare; le superiorità, o vogliamo
dire qualità che cadono meglio nell'odio dell'universale, sono lo
intelletto prima, la forza poi, e la venustà e le dovizie. Non però
tutte vengono con misura uguale aborrite, e meno delle altre le
ricchezze; conciossiachè in queste concorrano abbondevolmente le
condizioni per le quali chi le possiede può perderle o donarle, chi n'è
privo acquistarle.
Certo non vuolsi punto negare, e noi per desolata esperienza troppo
acerbamente il sappiamo, come le largizioni e i beneficii più spesso
generino sconoscenza che amore, e nonostante, a cui riesca usarli con
buono accorgimento e con modi onesti, di rado avviene che non conciliino
ossequio e credito grandissimo. Quelli ai quali il cielo amico concesse
la facoltà di beneficare, avvertano che possiamo uccidere un'anima a
colpi di beneficii, come si narra che l'arciero di Metona cacciasse
l'occhio destro di Filippo il Macedone con una freccia di argento.[12]
Inoltre, le ricchezze si perdono assai più agevolmente di quello che si
acquistino, e dacchè la compagnia nella miseria sembra che giovi, ci
rallegriamo nel presagio della caduta imminente dell'uomo che fortuna
locava in parte più eccelsa. E bene di ciò somministrano argomento gli
esempi delle antiche e delle moderne Storie, fra i quali basti
annoverare Creso doviziosissimo, meglio assai che dai castelli muniti e
dalle armi, sovvenuto dal nome di Solone;[13] e Ugolino conte della
Gherardesca, il quale avendo domandato a Marco Lombardo quello che gli
paresse della felicità del suo stato e della copia dei beni terreni,
n'ebbe in risposta: «E' parmi che non vi falli altro che l'ira di
Dio;»[14] e Piero degli Albizzi nostro, a cui, raggiunto il grado
supremo di prosperità, certo giorno di solenne convito fu mandato a
donare un nappo pieno di confetti, e intra quelli un chiodo, per
ricordargli ch'ei conficcasse la ruota della fortuna.[15] Per le quali
cose nessuno deve temere tanto avversa la sorte quanto coloro che ebbero
a sperimentarla prosperevole sempre: così Filippo di Macedonia,
essendogli un giorno recati tre faustissimi annunzi, levate le mani al
cielo, supplicava: «Fortuna, io ti prego di darmi dopo questi grandi
beni qualche mediocre avversità.»[16] E a Carlo di Angiò, colto in mezzo
degli eventi secondi da fato nemico, pareva acquistare assai se gli
consentiva la Provvidenza cadere gradatamente; per la qual cosa
sopraggiuntagli la dolente nuova della ribellione della Sicilia, così
supplicava a Dio: «Sire Dio, dappoi che ti è piaciuto voltarmi contraria
la fortuna, piacciati che il mio calare sia a _petitti_ passi.»[17]
Labilissime ancora la potenza, la bellezza, e la forza: la prima per
evento fortunoso; la seconda e la terza per evento fortunoso e per
necessità. Gli eventi fortunosi talora si partono dalle mani degli
uomini, come furono quelle di Ciro, di Tamerlano, di Gengiskan, di
Alarico, Attila, Genserico e simili; tale altra da quelle del destino,
come accadde a Cambise, di cui lo esercito spense la sabbia infuocata
del deserto etiopico, a Napoleone vinto dai diacci del settentrione, e a
Filippo II, la grande armata del quale le onde dell'Oceano infransero
come il giovanetto in un momento di stizza rompe i suoi trastulli.[18]
Alla bellezza poi quando non sopravvenga vicenda che prima della
stagione la guasti, giunge il tempo inevitabile, se non il giudizio, in
cui ogni umana creatura dovrebbe appendere lo specchio al tempio di
Venere col motto: «Dacchè contemplarmivi qual era non posso, come sono
non voglio;» secondo è voce che la famosa cortigiana Mnesareta facesse.
Lo stesso dicasi della forza; e al vecchio immemore degli anni di rado
la fortuna arride come ad Entello, e con frequenza maggiore ci viene
fatto incontrare Miloni, i quali presumendo troppo, mentre si affaticano
a fendere la querce vi rimangono presi, e diventano preda dei lupi. — Ma
pel divino intelletto procede la bisogna altramente. Vitale e splendida
l'aurora, sublime il meriggio, magnifico il tramonto. Il mattino di
Omero sarà la _Iliade_, il vespro l'_Odissea_. Questa fiamma divina non
teme furto di Prometeo. Simonide, gittato in mare dallo iniquo
nocchiero, non si lagna delle perdute dovizie se mai gli avvenga potere
attingere la riva, imperciocchè porti seco tutti i suoi beni; e Biante,
sapientissimo, esprime la sentenza medesima, mentre si aggira pellegrino
senza viatico per molteplici contrade. E quando il malignare degli
uomini giungerà a inebriarti di amarezza e a turbarti la pace
dell'anima, la intelligenza scintillerà come il sole luminoso e parato
sopra le onde di un mare in tempesta. I gridi stessi del dolore
suoneranno sapienza. Anzi nella guerra disonesta mossa dal genere umano
alla intelligenza, mentre questa nella sublimità della via lo
sfolgoreggia dei suoi fulmini, cotesto fuoco non ridurrà mai in cenere,
ma feconderà anche contro il volere di colui che lo spande, essendochè
le alte intelligenze, a modo di specchi tersissimi entro ai quali Dio si
contempla, non possano fare a meno di riflettere una luce divina....!
Però che tutte queste cose considerando, io concedo che gli uomini di
alto ingegno non abbiano diritto a godimenti terreni, come neppure
ragione di lamentarsi dello squallore o degli affanni; mentre
all'opposto parmi che i loro fratelli possano credere di avere diritto e
ragione di cruciarli quanto meglio sappiano e possono. — Essendo ormai
stabilito che delle due curve di cui si compone la vita dell'uomo
d'ingegno, corporea e spirituale, la seconda termini in cielo, — poco
deve importare se la prima termina all'ospedale. Questo re del pensiero
presume non dovere pagare nulla il superbo diletto di passeggiare sopra
la testa dei suoi compagni di creta? Nulla la facoltà celeste di
sfogliare con alito leggiero le carte del libro del Destino, il quale
agli altri tutti figliuoli di Adamo si presenta chiuso fatalmente così
come di bronzo si fosse? E mentre per lo universale la morte è oblio di
esistenza innominata, non deve pagare nulla la facoltà di posarsi sopra
la spalla del tempo e valersene, come Dante e Virgilio di Gerione, per
traversare l'Oceano dei secoli ed attingere la eternità?
L'oblio — la seconda morte — la morte dell'anima, che non può vincersi
con monumenti marmorei, nè con gli obelischi, nè con le stesse piramidi
(imperciocchè penda tuttavia ignoto se la più grande delle piramidi di
Egitto fosse inalzata per un re o per un bue, il re Cheope o il bove
Api), — con breve foglio molto meglio si può.
Oh, sacri intelletti, placatevi pensando come le fibre del vostro cuore
e della vostra mente compongano una lira eolia, traverso la quale scorre
l'alito infiammato di Dio. Gli anni dei Grandi non si misurano col sole:
— essi lo precorrono di miriadi di secoli a illuminare tempi che non
sono anche nati per lui. E voi, Uomini, ferite questi Grandi, feriteli
nel cuore, conciossiachè dal sangue che ne sgorga voi ricaverete vitale
nudrimento che Dante appella: — _il pane degli angioli_; — affrettatene
la sera, che a modo delle piante e dei fiori approssimandosi la notte
emanano più fragranti i profumi; — infrangeteli come lo insetto
fosforico, che disfatto sopra la parete v'imprime una traccia più lunga
di splendore. — Vendicatevi, uomini, quanto meglio atrocemente potete,
di essere amati, ammaestrati, e dilettati...!
Ma quando l'anima ha distratto la sua esistenza nel mondo, sparpagliando
le sue divine facoltà come le foglie di una rosa sopra un torrente che
passa; — quando a guisa di aquila che abbia mudato le penne ella libra
lo immenso suo volo con gli occhi fissi nell'eterno sole; — quando
scintilla luminosa s'immerge nel fonte di tutto splendore, — allora
cessi la guerra; imperciocchè due firmamenti concedesse Dio agli uomini,
uno celeste, ornato di piante e di stelle, opera delle sue mani; l'altro
terrestre, opera in parte di Dio stesso e degli uomini, composto delle
rinomanze degli eroi e dei poeti, e di quanti altri vissero gloria ed
orgoglio della gente umana. Onorate almeno, o genti, i vostri grandi
defunti, se pur volete che altri subentrino nel doloroso ministero
d'immolarsi per voi. — Affinchè la vittima non repugni dal sacrificio,
nuovi fiori e nuovi incensi si apprestino, astergasi con acqua lustrale
l'altare, celinsi e bipenni e coltelli: — le sembianze e le voci
dolorose dei morenti con una nuvola di gloria, con un suono di armonia
nascondansi. Pera Quirino, purchè vada ad albergare fra i Numi![19] — E
gli stessi sacrificati, fatti ormai cittadini del cielo, di leggieri
perdoneranno, conciossiachè appunto vi amino molto per le molte angosce
patite per voi, e l'odio passi sopra la loro anima innamorata come
nuvola spinta da vento procelloso traverso il disco della luna. O genti,
placate le ombre dei vostri Grandi defunti, dacchè riesca tanto lieve
conseguirlo: poco desiderano, di poco esse si contentano; una preghiera,
una laude, una pietra, una memoria, un fiore, un grano d'incenso basta
per loro; e placate che sieno, vi guarderanno dall'alto a modo di
piissime stelle, e come stelle vi additeranno la via per cui l'uomo si
eterna; o visitando in ispirito le antiche dimore, le conforteranno con
una traccia di gloria, come appunto i libami cari agli Dei, quantunque
consumati dal fuoco, si lasciano dietro un profumo durevole. Così i
Greci operavano, dedicando un tempio espiatorio a Socrate, e a Fidia
mastro supremo di bellezza erigendo una cappella, e tutti i loro Grandi
onorando di simulacri e di monumenti nel Ceramico, o nel luoghi
illustrati dalle geste inclite di quelli. — Nè Roma sapientissima fu
tarda a imitare i giovevoli esempi; onde fra i suoi cittadini nacque un
desiderio irresistibile di fama, una cupidigia immensa di laude, a costo
pure di rimanere consunti dai baci infiammati della gloria, in quella
guisa medesima che noi vediamo la farfalla innamorata della luce che la
incenerisce, e udimmo di Semele arsa dal suo onnipotente amatore.
E bene incolse finalmente alla Grecia conservare coteste memorie, dacchè
per esse non venne mai meno l'onta della viltà, il bisogno del riscatto,
e la misericordia del mondo. E così Dio la protegga, come meritano la
sua lunga sciagura, la grandezza antica, e l'onore reso agl'incliti
trapassati. Il sangue di Maratona non imporpora ancora le guancie della
Grecia, ma incomincia a farne battere il cuore; — non anche le cinge le
tempia l'olivo cecropio, ma l'albero caro a Minerva è piantato; — la
mano ardita e franca non anche tratta la lira dei suoi antichi poeti, ma
già ne ha teso le corde, e meglio assai del tendere le corde ella
apprestava argomento ad altissimo canto: — i suoi occhi già già
scintillano come nel giorno in cui palpitante si sporgeva dai suoi
promontori a contemplare la battaglia di Salamina. — Beata lei che non
siede più nelle tenebre e nella ombra della morte! Il miracolo è
operato. Salute, salute alla Grecia, nostra sorella maggiore negli
affanni e nella gloria!
Nè certo il desiderio mi fa velo allo intelletto con propizi vaticinii,
presagendo che ricovereranno la perduta grandezza, e recuperata
manterranno, tutti quei popoli che per istituto pubblico della debita
onoranza proseguiranno i loro gloriosi defunti. La Francia ebbe il
Panteon pei suoi Grandi passati; — oggi la Baviera dedica un tempio a
Odino, e v'inaugura i simulacri di Genserico, di Atalarico, di Attila e
di altri tali, per cui Mnemosine, genitrice delle Muse, abbrividisce
ricordandoli...! Veramente fra costoro e i Temistocli, gli Scipioni, i
Milziadi e i Fabrizii, troppo immenso è il tratto che corre: — ma giova
considerare infine come alla contrada non sia dato vantare eroi migliori
di quelli, e che i principi ben possono ordinare una statua, non un
Eroe. La fattura di questo è opera di tale che siede troppo più in alto
di loro; nè la immortalità si dispensa da mani mortali quantunque nate a
stringere lo scettro. Noi, Italiani, abbiamo Santa Croce; a noi
principio, e che pur vale per qualsivoglia splendidissimo fine
straniero, però che gli stessi Britanni mal sappiano chi contrapporre a
Michelangiolo. Abbiamo ancora le statue delle Logge degli Uffizi, opera
lodata e lodevolissima; ma e Santa Croce e gli Uffizi sono cosa
eventuale, non duratura, non ordinamento perenne di governo civile.
Intanto che coi desiderii e coi voti gli uomini ben nati affrettano un
provvedimento che formerà tanta parte di sapienza civile e di pubblica
morale, personaggi privati, come possono meglio, s'ingegnano riparare al
difetto; e Canova, magnanimo cuore se altri fu mai, inaugurava immagini
di marmo nel Panteon romano, che il tempo sembra consentirci eterno,
affinchè accolga rinomanze eterne; Giancarlo Di Negro e Niccolò Puccini
ne imitano l'esempio nelle loro ville amenissime consacrate
Al decoro, al gentile, al bello e al buono.
Ma, egli è mestieri pur dirlo, il simulacro di cui massimamente si
appagano le ardue anime dei Grandi vuole essere inalzato dal popolo, —
dal Briareo dalle cento bocche e dalle cento mani, — il dominato
dominatore di tutti, — del quale i re, i poeti, gli artisti, gli uomini
insomma per ogni maniera cupidi di fama, domandano supplichevoli la
laude o le larghezze, o la tutela, o la vendetta. — Sì, la laude, —
perchè i potenti, i sacerdoti, e tutti insomma cui arse desiderio di
gloria, non crederono che la corona, la tiara, e la ghirlanda, a ragione
fosse posta sopra la testa loro se il voto dell'universale non ve la
confermava. Al popolo fu concesso essere sopra i re, quando creò i suoi
re; e quando qualche volta, ma rado, prendendo da se questa facoltà li
distrusse, il popolo scelse quelli a cui disse: Voi sarete i miei
Grandi: ed anche in questo i principi si trovarono ad essere sottoposti
al popolo. — Sì, la larghezza, — imperciocchè le perle del diadema reale
per la più parte si composero delle lacrime congelate del popolo, e il
poco oro della reggia e del tempio venne comprato con la massa enorme di
rame che estrassero dalle viscere del popolo come da una miniera. — Sì,
la tutela, — perchè se il popolo ti guarda, chi ti toccherà? se il
popolo ti odia, chi ti salverà? — Sì, la vendetta, — perchè il popolo
quando pose la sua mano sopra un capo quantunque potente, sopra un regno
sebbene vetusto, dopo istanti od ore fu detto: Qui visse un Uomo, e qui
fu un Regno!
E nonostante, assai più fatale dell'oblio nuoce l'altro peccato, che
consiste nell'onorare gl'immeritevoli. — Nequissima turpitudine, comune
a tutti i tempi, ai nostri poi miserabilmente speciale. Allora la virtù
torce sconsolata lo sguardo dal mondo, e sopra questo si addensa una
ecclissi dolorosa: le lacrime amare che le sgorgano dagli occhi si
convertono in pioggia di desolazione quaggiù, ed a ragione; imperciocchè
se il primo fatto nasce da oscitanza, il secondo poi deriva dalla offesa
premeditata: nè difetto di debito ossequio percuote mai tanto quanto
l'oltraggio manifesto.
Però io desidererei che non si ponessero immagini ai vivi (specialmente
se principi), e nemmeno ad avi di principi regnanti; conciossiachè la
esperienza ammaestri come troppo spesso passioni non rette nè giuste
possano persuadere oggi tale atto di cui ci pentiremo forse domani: e i
principi virtuosi dovrebbero piuttosto meritare che desiderare una
statua, e sapere che di tutte le lusingherie, pericolosissima è quella
che li espone al voto delle presenti generazioni e delle future. Ed in
quanto agli avi dei principi tuttora regnanti, il sospetto che dai
trecconi si abbia in mira piuttosto di piaggiare il vivo che lodare il
morto, dovrebbe persuadere il consiglio generale di rifiutare simili
dimostrazioni, le quali non si nega che possano essere sincere, ma
bisogna convenire che potrebbero ancora essere bugiarde; e la lode,
assai più della moglie di Cesare, non ha da comparire sospetta. — A me
sembra pertanto senno grandissimo quello che nella moderna Roma fece
dettare la legge che vieta erigere simulacri ai Pontefici viventi, però
che il popolo, talvolta insanendo, fu visto al tempo di sede vacante
precipitarli nel Tevere.
Mentre dunque l'uomo vive, non abbia statua; ma chiuso il giorno
supremo, per quello che sparse di se larga fama nel mondo, si proponga
al popolo se abbia o no meritato l'onore della statua; e dove il
consenso universale lo conceda, passato un anno si torni a proporre
un'altra volta, e così fino alla terza; e vincendo sempre pel sì, vada
consolata cotesta ombra di simulacro marmoreo. Ove poi il primo anno si
rigetti il partito, si proponga l'anno dopo, o forse meglio decorso
spazio maggiore di tempo: in mezzo secolo tre volte o quattro;
conciossiachè nel periodo di mezzo secolo le passioni si acquietino, le
opinioni mutino, e sia sperabile allora che la verità generosa levi
soltanto la voce.
Come, dove, e avanti cui avesse a proporsi il partito, io lo dirò
un'altra volta. — Per ora basta così. Questo concetto mi sorse doloroso
nella mente considerando come gli uomini mossi dalle passioni, vento
contrario alla vita serena, s'ingannino. E non dico già di quelli che
hanno grosso intendimento, ma sibbene anche di coloro che fanno
professione di filosofia, e furono dai cieli benedetti d'ingegno. Ed in
conferma di questa mia sentenza valgami per tutti lo esempio del Byron,
il quale alla distanza di pochi anni giudicò tanto diversamente
Napoleone. Nel 1815 egli cantava così: