CAPITOLO XXIII.

1857.

_Sommario:_ Provvedimenti del Governo austriaco per rendere solenne

la venuta dell’Imperatore in Lombardia. — Accordi nella società

milanese per la resistenza e per l’opposizione. — Emilio Dandolo,

Soncino, Mancini, Carcano, ed altri mandati a domicilio coatto. —

Ammonizioni al _Crepuscolo_. — Il solenne ingresso dell’Imperatore

in Milano. — Il contegno della popolazione. — In casa Dandolo. — Le

fotografie del monumento all’esercito piemontese. — Il ricevimento

a Corte. — Ministri al seguito dell’Imperatore. — Il conte

Archinto. — Il ministro austriaco Buol risponde alle dimostrazioni

italiane del Governo piemontese richiamando il ministro d’Austria

da Torino, e il Piemonte fa altrettanto. — Amnistia ai prigionieri

politici, e dimostrazioni provocate dalla Polizia. — Amici che

ritornano dalle prigioni di Josephstad e Theresienstad. — Il

maresciallo Radetzki esonerato dalle funzioni di comandante

civile e militare del Lombardo-Veneto. — Parziale soppressione del

_Crepuscolo_. — Lamarmora presenta la legge sulle fortificazioni

di Alessandria, sul porto della Spezia e Cavour sul traforo del

Cenisio. — La Farina fonda la Società Nazionale. — Lo sbarco di

Pisacane a Sapri. — Nomina dell’Arciduca Massimiliano a governatore

generale del Lombardo-Veneto. — Sua venuta a Milano. — La medaglia

di Sant’Elena.

La causa italiana riceveva dal Cavour un impulso gagliardo e un nuovo

avviamento. Egli voleva toglierla dall’ambito puramente rivoluzionario

in cui era rimasta negli ultimi tempi; voleva staccarla dall’azione

del Comitato di Londra, terreno su cui era facile alle Potenze il

combatterla. Cavour aveva accusato l’Austria di mantenere l’Italia

in uno stato rivoluzionario, mentre dimostrava che l’ordine era

rappresentato dal Piemonte; e per di più accusava l’Austria d’aver

sconfinato nell’interpretare i poteri datigli in Italia dagli stessi

trattati di Vienna. Era dunque in nome dei principii conservatori che

Cavour difendeva l’Italia dinanzi ai gabinetti; ma era recente il 6

febbraio, bisognava dunque dare alla politica italiana un indirizzo

diverso, togliendolo dalle mani del partito rivoluzionario.

L’Austria vide questo pericolo; quindi la venuta dell’Imperatore

Francesco Giuseppe a Milano non fu soltanto un fatto di politica

interna, ma soprattutto era un atto di politica estera; era

evidentemente una concessione alle preoccupazioni di alcune potenze

europee, specialmente dell’Inghilterra; la quale voleva bensì che le

condizioni dei paesi italiani fossero migliorate, ma non voleva che

ciò fosse argomento di complicazioni europee, ed era quindi in sospetto

per l’attitudine sempre più energica del Piemonte e quella sempre meno

tranquillante di Napoleone.

Le persone influenti, e che avevano una direzione dell’opinione

patriottica, non tardarono a richiamare l’attenzione pubblica

sull’importanza che avrebbe avuto il viaggio dell’Imperatore,

sollecitati anche da informazioni e da consigli autorevoli che venivano

da Torino.

La parola d’ordine fu subito che si dovesse cospirare di nuovo, e

lavorare attivamente, per mandare all’aria i progetti imperiali, in

modo che in faccia a tutto il mondo il viaggio dell’Imperatore mancasse

allo scopo, ed apparisse un fiasco.

Bisognava dunque, quando l’Imperatore fosse in Italia, fare il vuoto

intorno a lui, ai suoi ministri e a tutto il suo seguito; bisognava che

tutte le persone più notevoli delle classi dirigenti, delle classi più

in vista, si tenessero in disparte; che nessuno cedesse nè a lusinghe,

nè a pressioni; bisognava insomma rendere più evidenti e più clamorose

l’astensione e la resistenza.

A tali scopi erano dirette in quei giorni la propaganda e l’agitazione

in tutte le società, in tutti i ritrovi. Le signore più alla moda, più

eleganti, più belle, insomma tutte le _oche_, come si diceva, erano

nella cospirazione: il non essere nella _Fronda_, era non essere alla

moda. Quanto bene non fecero allora quelle signore!

In ogni ritrovo cittadino non si parlava d’altro, e di salotto in

salotto correva la parola d’ordine sul contegno da tenersi, e sulle

dimostrazioni di resistenza che la città avrebbe dovuto fare durante

tutto il tempo del soggiorno dell’Imperatore in Milano. Guai a chi

avesse mancato alla disciplina; e coi timidi e cogli incerti non si

lasciavano mancare anche certe minacce; si minacciava, cioè, di non

riceverli nelle case, ove solevano andare, e di non salutar più, quelli

che avessero accettati gli inviti a Corte, o avessero fatto qualsiasi

atto di deferenza all’Imperatore e a chi era con lui. In casa Maffei,

in casa d’Adda, in casa Dandolo e Carcano, in casa del marchese Luigi

Crivelli, e in molte altre frequentate da giovani, l’eccitazione era

grandissima: pareva che tutti si preparassero a una battaglia.

Si pensi quanto fossero frequentate e vivaci le serate di casa

Maffei. Mio fratello Enrico che, sebbene da poco avesse fatto il suo

ingresso in società, già la frequentava più di Emilio e di me, e vi

era desiderato per la schiettezza del suo carattere e pel suo spirito

buono e finalmente gioviale, capitava ogni sera in casa Maffei col

bollettino delle notizie e delle prime avvisaglie. Ci va? o non ci va?

(a Corte, s’intende), era una delle domande che s’udivano più spesso,

e su cui si facevano discussioni accanite e perfino delle scommesse

a proposito di qualche signora in pericolo; in pericolo s’intende di

cedere alla pressione di qualche suocero timido, che volesse mandarla a

un ricevimento di Corte. Mio fratello portava le notizie intime, le più

accreditate, le più sicure.

Non meno eccitate erano le autorità austriache; continuamente in

faccende a spiarci, a far pressioni con ordini e con circolari ora

lusinghiere e dolci, ed ora minacciose.

Alcune settimane prima della venuta dell’Imperatore, la Polizia, per

dare un avviso alla gioventù milanese, ne mandò parecchi dei più in

vista a domicilio coatto. Tra questi rilegò Emilio Dandolo ad Adro,

Massimiliano Stampa Soncino a Bormio, Lodovico Mancini a Edolo,

Costanzo Carcano a Mariano, e in altri luoghi altri di cui non ramento

i nomi; e ci dovettero stare finchè l’Imperatore rimase a Milano.

Un gran da fare della Luogotenenza e della Polizia era pur quello di

indurre almeno qualche signora dell’aristocrazia a presentarsi a Corte.

Citerò, tra i molti, un episodio che ancora ricordo, e che può dare

un esempio dei piccoli maneggi che si usavano per trovare una qualche

recluta per la Corte.

Il marchese Carlo Ermes Visconti, marito da poco d’una bella e colta

sposa, la contessa Teresa Sanseverino Vimercati, si trovava un giorno

in casa d’uno zio di sua moglie, il principe Porcia. Questo signore

aveva dei beni feudali in Austria, e vi diventò poi membro della

Camera dei Signori; viveva a Milano, ove in età avanzata sposò la

contessa Vimercati, vedova Bolognini, sorella del conte Ottaviano

e madre della futura duchessa Eugenia Litta. Il giovane marchese

Visconti durante la sua visita, si trovò di fronte al barone Burger,

ch’era il luogotenente austriaco della Lombardia, venutoci casualmente

dopo. Il Burger condusse a poco a poco il discorso sulla prossima

venuta dell’Imperatore a Milano, e disse a Visconti a bruciapelo:

«Spero bene che lei condurrà a Corte sua moglie, che sarà una delle

gemme dei ricevimenti imperiali». Il Visconti, senza esitare, rispose

francamente: «Barone, non ci calcoli». Il Barone insistette, prima con

modi cortesi e insinuanti, poi con l’aria altera e brusca. Alla fine

il Visconti gli rispose: «Se andassi a Corte, farei un atto contrario

alle mie convinzioni, e contro il mio paese; dopo un atto simile non mi

resterebbe che di espatriare». Il Burger non disse altro, e così cessò

la conversazione.

Tra i provvedimenti della Polizia, di cui molto si parlò in Milano,

ci fu la chiamata di Carlo Tenca per una speciale ammonizione. Il

direttore di Polizia gli disse che la luogotenenza sperava di vedere

nel _Crepuscolo_ annunziata degnamente la venuta dello Imperatore. Il

Tenca rispose che il suo giornale per massima non si occupava dei fatti

interni dell’Austria, e quindi non trovava ragione per occuparsi del

viaggio dell’Imperatore. Il direttore, un po’ colle buone, un po’ colle

brusche, cercò dimostrargli come questo viaggio fosse un avvenimento di

cui s’occupava l’opinione pubblica di tutta Europa, e come il tacerne

avrebbe avuto un carattere di opposizione che il Governo non poteva

tollerare. Il Tenca, ch’era uomo dall’aspetto freddo e di poche parole,

non aggiunse altro, e se ne andò.

Una simile intimazione gli fu ripetuta alla vigilia della venuta

dell’Imperatore, con la minaccia, questa volta, della soppressione del

giornale, visto che il _Crepuscolo_ era assai noto all’estero, e che

era salito in fama tra le persone colte; circostanza che avrebbe reso

più grave il suo silenzio. Tenca ripetè la sua prima risposta, rimase

fermo, non si piegò.

Il giorno 15 gennaio l’Imperatore Francesco Giuseppe fece il suo

ingresso solenne in Milano. Prima si fermò sul piazzale di Loreto ove

era atteso, sotto un padiglione, dal Podestà, conte Sebregondi, e dalle

altre autorità. Poi, proseguendo entrò in città dalla Porta Orientale,

detta comunemente Porta Renza, ed ora Porta Venezia, e per il Corso

Francesco, ora Vittorio Emanuele, si recò al palazzo di Corte (il

_Corso Francesco_, denominazione ufficiale, era comunemente chiamato

_corsia de’ Servi_, poichè sulla attuale piazza di S. Carlo esisteva

una chiesa detta di _Santa Maria dei Servi_, essendo congiunta a un

_Convento di Serviti_. La Chiesa di S. Carlo fu inaugurata nel 1847).

L’intesa tra i cittadini era che lungo le vie, che dovevano essere

percorse dal corteo imperiale, non solo non ci fossero addobbi, ma

rimanessero chiuse anche le persiane.

Poco prima che incominciasse l’entrata m’ero recato dalla piazza del

Duomo alla Porta Orientale per vedere se l’intesa era mantenuta. Vidi

che in gran parte lo era, ma vidi anche dei commissari di Polizia che

entravano mano mano nelle case a far aprire le finestre, e a farle

addobbare con tappeti o con drappi. Per le strade non c’era molta

gente; un po’ di popolani, ma le persone più civili evitavano il

Corso. Mi recai subito dalla contessa Dandolo, che abitava in casa

del marchese Luigi Crivelli, appunto sul Corso di Porta Orientale al

secondo piano verso strada, sicuro di trovarci degli amici, e anche

per vedere di nascosto l’entrata dell’Imperatore spiando traverso le

persiane, ch’eran chiuse. Trovai infatti dalla contessa parecchi amici,

tutti lieti per le buone notizie che ci scambiammo sull’astensione

della miglior parte dei cittadini.

A un tratto il servitore della contessa entra in sala ad annunziare

un commissario di Polizia. Costui veniva a intimare che si aprissero

subito le persiane, e che si addobbassero le finestre con stoffe,

tappeti, od altro. La contessa Ermellina lasciò partire il commissario,

poi prese una pelle di tigre, che stava dinanzi a un divano, e la mise

alla finestra per addobbo, come drappo. Chi passava guardava in su,

rideva, e principiava a far crocchio. Ma ecco di nuovo il commissario

con tanto d’occhi fuori, scalmanato, investendoci tutti e ordinando che

fosse subito levata quella pelle, mentre la contessa dichiarava di non

aver altri addobbi. Tolta la pelle, il commissario ridiscese in strada,

e intanto arrivava il corteo che precedeva e seguiva la carrozza

dell’Imperatore. Non un applauso, non un evviva, neppure tra quella

plebe che applaude a tutti. Solamente, e proprio presso casa Dandolo,

alcuni ragazzacci vociarono qualcosa che poteva esser preso per degli

evviva; allora Giulio Venino, ch’era con noi, mandò un sonorissimo

fischio che fece rivolgere il viso in su a tutti i componenti il

corteo. Il corteo intanto procedeva attraversando una folla fredda e

silenziosa.

Nella giornata corse la voce che all’Imperatore, appena arrivato al

padiglione di Loreto, fosse giunta la notizia che il Municipio di

Torino aveva, quella mattina stessa, accolta l’offerta del monumento

all’esercito sardo, presentata da una deputazione milanese. Ciò forse

spiegava il malumore dell’Imperatore, e l’accoglienza fatta al Podestà,

che i presenti avevano osservato[29].

Alcuni giorni prima, mio fratello Emilio aveva ricevuto, secretamente,

un pacco di fotografie di quel monumento, ch’era ancora nello studio

del Vela. Ci mettemmo in parecchi a distribuire quelle fotografie, in

modo che fossero recapitate principalmente alle persone del seguito

dell’Imperatore, e che i ministri le trovassero, arrivando, nei loro

alloggi, e sulle loro scrivanie. Si seppe poi che quella distribuzione

aveva avuto un esito felicissimo.

Pochi giorni dopo ci fu il ricevimento e la presentazione a Corte della

autorità e degli invitati. Era una giornata interessante, poichè si

sarebbero conosciuti e contati quelli che ci andavano. Il ricevimento

a Corte avvenne di giorno. Molti giovani della migliore società, molte

signore, quasi tutti invitati, si diedero ritrovo in piazza del Duomo,

e dinanzi al palazzo di Corte, facendo ala per vedere chi ci entrava, e

per assistere allo sfilare delle carrozze. Passavano tra l’indifferenza

quelle delle autorità austriache ed italiane, e della società

ufficiale; ma la curiosità e i sorrisi ironici degli spettatori eran

rivolti verso le carrozze, che in verità furon poche, degli invitati.

Alcuni cercavano nascondersi nel fondo della carrozza, o calavano le

tendine, per non essere veduti.

La sera in tutte le riunioni, in tutti i salotti, non si parlò che del

ricevimento dell’Imperatore e della famosa sfilata, ed era un continuo

scambiarsi di notizie. Le notizie erano buone; le diserzioni erano

state pochissime e parecchie di queste venivano scusate con qualche

circostanza attenuante.

Cose piccole possono sembrar queste a chi le guarda a tanta distanza di

tempo; ma pure furono cose grandi, se si pensa alla meta che si voleva

raggiungere, e che fu raggiunta.

Quel primo ricevimento era fallito; era riuscito una cosa misera. Le

autorità austriache non se lo dissimulavano, e ne erano furenti: in

città si gongolava di contentezza, perchè quella prima battaglia era

stata vinta.

Per molte famiglie dell’aristocrazia l’astensione fu un atto

coraggioso, e veramente meritorio. In alcune di esse c’erano tradizioni

di antiche relazioni personali, in altre legami di parentela con

famiglie, e con personaggi militari o politici austriaci; in altre

giovani e vecchi rappresentavano due correnti diverse, e ora si erano

fuse in una sola. Nel secolo antecedente, l’Imperatrice d’Austria Maria

Teresa, che si occupava anche delle faccende private delle famiglie

dei suoi sudditi, aveva combinati, e talora imposti, dei vincoli

matrimoniali tra famiglie austriache e lombarde dell’aristocrazia:

da ciò eran venute delle relazioni di parentela e d’amicizia. Nel

1848 queste relazioni furono rotte; certe fiere ripulse, anche negli

anni successivi, meritano quindi d’essere menzionate nella storia del

patriottismo lombardo.

Accompagnavano l’Imperatore ministri e personaggi politici, per

accrescere l’importanza del viaggio, e anche per studiare, come

dicevano, le condizioni del paese. A tale scopo ebbero dei colloqui con

qualche vecchio funzionario, o con qualche persona da loro conosciuta

in passato; ma dai discorsi, e dalla qualità delle persone chiamate,

si capì subito che il Governo austriaco non aveva l’intenzione di

far nulla sul serio a beneficio delle provincie Lombardo-Venete, e

credeva bastassero pochi provvedimenti illusori per tener a bada la

popolazione, e sviare l’attenzione della diplomazia.

Tra le persone che i ministri interrogarono, sapendo forse anch’essi

di non far cosa seria, ci fu il conte Giuseppe Archinto. Costui era

uno strano personaggio; apparteneva all’antico patriziato milanese, e

andava dilapidando un gran patrimonio per la mania di fare il grande.

L’Imperatore lo aveva mandato, quale ambasciatore straordinario,

a chiedere al Re del Belgio la mano di sua figlia, la principessa

Carlotta, pel fratello arciduca Massimiliano. Il conte Archinto v’era

andato, e vi aveva sfoggiato, a sue spese, un lusso di cui si parlò

da per tutto e per un pezzo. Il Governo austriaco gli mostrava quindi

molta deferenza; e il conte accettava gli omaggi con fare altiero, e

trattava da pari coi più alti personaggi dell’Impero. Anzi, mentre

l’Imperatore era a Milano, egli ebbe a lamentarsi una volta perchè

questi lo avesse trattato con troppa confidenza; ed invitato a pranzo

a Corte, ricambiò subito l’invito ai ministri e alle cariche di Corte

dicendo: «mostrerò loro che se a Corte si _mangia_, in casa Archinto

si _pranza_.» In casa sua egli aveva da tempo introdotte le usanze e le

etichette d’un regnante.

Per assecondare la vanità di questo personaggio _decorativo_,

i ministri lo invitarono a proporre un ordinamento nel regno

Lombardo-Veneto che potesse soddisfare le popolazioni. Il conte accettò

l’incarico, e propose un ordinamento somigliante a quello che c’era nel

seicento, al tempo degli spagnoli in Lombardia, con un Senato composto

dei più alti personaggi dell’aristocrazia, e con un presidente la

cui autorità fosse superiore a tutte le autorità governative. Non era

difficile indovinare chi dovesse essere poi quel presidente.

I ministri, oltre il conte Archinto, interrogarono qualche personaggio

più serio sulle condizioni del paese, ma tenendosi sempre in una

cerchia molto ristretta di persone e di idee.

Per controbilanciare in faccia all’Europa l’effetto che l’Imperatore

voleva raggiungere col lasciar credere pacificati i suoi Stati

italiani, e quindi spenta la questione italiana, Cavour, il giorno in

cui l’Imperatore entrava in Milano, riconfermava dinanzi al Parlamento

Subalpino i propositi liberali e nazionali della politica piemontese,

e faceva annunziare dai giornali l’offerta dei milanesi alla città di

Torino di un monumento all’esercito sardo, e quella dei cento cannoni

delle città lombarde ad Alessandria. Pochi giorni dopo il ministro

austriaco Buol mandava un dispaccio aspro e sdegnoso al gabinetto

di Torino, e richiamava il suo incaricato d’affari. Cavour fece

altrettanto.

Queste mosse abilissime di Cavour riscaldavano le fantasie, sostenevano

i propositi di resistenza e rianimavano tutti in quei momenti difficili

a continuare quella lotta passiva, che pure era piena di difficoltà e

di pericoli.

In quei giorni vedevo ricomparire nello studio di mio fratello Emilio

alcuni antichi mazziniani che, dopo il 6 febbraio, non avevo più

riveduti. Emilio era sempre considerato come una delle persone più

importanti, come il capo della gioventù che aveva preso parte alle

cospirazioni; e quei vecchi conoscenti erano spinti verso di lui dal

presentimento di fatti nuovi e vicini. C’era anche in essi il segreto

pensiero, non ancora confessato, che il capo della nuova riscossa

sarebbe stato Cavour; e tacitamente accettavano il nuovo capitano, e

la nuova bandiera, ma a patto che si facesse subito qualcosa. Rimasti

rivoluzionari venivano a ogni tratto con qualche progetto di stile

mazziniano, e non volevano lasciar passare l’occasione della presenza

dell’Imperatore e di tanti personaggi a Milano, senza tentare qualcosa,

fosse pure un altro 6 febbraio, _cavouriano_, purchè fosse una

sommossa. Emilio li ascoltava, e li dissuadeva. Ricordo ancora la sua

calma, la sua pazienza, e i ragionamenti coi quali diplomaticamente li

persuadeva a non fare degli spropositi.

La Polizia invece aveva fatta una propria dimostrazione tre giorni

dopo la venuta dell’Imperatore. Il 18 di gennaio era stata pubblicata

la amnistia pei prigionieri politici che ancora si trovavano nelle

fortezze austriache; i sequestri agli emigrati erano stati tolti

alcune settimane prima. La Polizia pensò di promuovere in città

una illuminazione, che doveva simulare una spontanea espressione di

gratitudine per l’atto sovrano, e mandò di casa in casa dei Commissari

ad ingiungere che quella sera venissero illuminate le finestre.

Alcuni illuminarono, ma moltissimi si rifiutarono anche dopo ripetute

ingiunzioni. Tra i palazzi le cui persiane rimasero chiuse ci furono

quelli dei d’Adda, sul corso chiamato allora di _Porta Nuova_, ora

via A. Manzoni. La Polizia li prese specialmente di mira, e diresse

verso quella via un’accozzaglia di popolaccio che aveva mandato in

giro a gridar _fuori i lumi_ e che, fermatasi dinanzi ai tre palazzi

dei d’Adda, dopo un coro spaventevole di urli e di fischi, ne fracassò

a sassate le persiane e i vetri. Altri palazzi ebbero un simile

trattamento in qualche altro punto della città.

Carlo d’Adda molti anni dopo ricordò quei fischi in una tornata del

Consiglio comunale di Milano. Mentre parlava, non rammento su quale

argomento, con quella franchezza ch’era abituale in lui nemico della

popolarità volgare, dalla tribuna pubblica gli furono indirizzati dei

fischi; ed egli allora, volgendosi verso quelli che avevano fischiato e

fissandoli fieramente: «È la seconda volta, disse, che vengo fischiato;

la prima lo fui dalla plebaglia, per non aver illuminata la mia casa in

onore dell’Imperatore d’Austria!».

Pochi giorni dopo la proclamazione dell’amnistia rivedemmo gli amici

che ritornavano dalle prigioni delle fortezze di Theresienstad e di

Josephstad. Trattati crudelmente durante i processi di Mantova, la

loro sorte dopo era stata meno dura, perchè condannati da tribunali

di guerra furono considerati quasi come militari ed infatti ebbero a

compagni nella prigionia parecchi ufficiali ungheresi degli Honveds.

A loro non toccò il duro trattamento degli antichi prigionieri dello

Spielberg.

Si pensi con quanta gioia si rivedessero quei nostri amici, scampati

miracolosamente dalle forche, e che avevano portate le catene per

cinque anni; non si sarebbe più finito di interrogarli e di sentirli

parlare delle loro vicende. Essi però erano molto riservati, e non

parlavano dei casi passati che nella più ristretta e fidata intimità;

ripugnava loro soprattutto di parlare del processo, durante il quale

c’erano stati degli episodî per loro specialmente dolorosi. C’erano

state, contro alcuni, le terribili confessioni, com’è noto, del

Castellazzo; parecchi erano stati deboli confessando, e peggiorando le

condizioni proprie e degli altri.

A questi, nel loro animo, i migliori avevano perdonato, ricordando le

sofferenze e le torture morali che avevano attraversate; ma non amavano

parlar di loro. Giustamente diceva il dottor Luigi Pastro, che in

questi processi fu uno degli eroi: «Nelle cospirazioni non si entra se

non s’è fatto preventivamente sacrificio della vita.»

L’inverno del 1857 in Milano tutto continuò come s’era incominciato;

da una parte le autorità austriache, dal ministro fino all’ultimo

poliziotto, tutte intente ad allettare, o a minacciare, affinchè

il viaggio dell’Imperatore apparisse un gran successo politico del

Governo; dall’altra un’agitazione nella popolazione sotto la guida

delle classi dirigenti per sventare i propositi austriaci, e per

mantenere il paese continuamente in un’attitudine ostile, intransigente

verso il Governo straniero.

Da questa lotta, ora palese ora celata, veniva una grande eccitazione

nella vita cittadina, ch’era costantemente in fermento. Quali sarebbero

state (tutti pensavano), le conseguenze di quell’attitudine, e di

quell’agitazione? Nessuno poteva ancora prevederlo, ma in tutti

c’era la convinzione che il dovere imponeva di far così. Su ciò non

si discuteva, nè era permesso il discutere, quindi le condanne e le

proscrizioni che la società proferiva contro gli avversari o i deboli,

erano continue e inesorabili. E se c’era qualche caso eccezionale, o si

teneva nascosto, o non se ne parlava.

L’opinione pubblica era così vigile e sospettosa da diventare alle

volte ingiusta, per cui mi trattengo dal pronunciare dei giudizî che

allora correvano sulla bocca di tutti, e che il tempo poi, più volte,

ha dovuto rettificare.

A tanta distanza di tempo certe intransigenze possono parere esagerate,

ma bisogna ricordarsi che noi allora ci consideravamo come dei

combattenti in guerra[30].

Il 28 marzo 1857 il maresciallo Radetzki, comandante supremo

dell’esercito e Governatore generale del Lombardo-Veneto dal 1850 al

1857, veniva messo in riposo, e gli veniva data quale sua abitazione

in Milano la Villa reale presso gli attuali giardini pubblici. Insieme

con questa notizia veniva diffusa la voce che a Vienna si maturassero

grandi progetti a favore delle provincie italiane: progetti che non

venivano precisati, ma che le voci officiose ingrandivano. Intanto per

distrarre la pubblica attenzione, venivano promossi in Milano alcuni

lavori pubblici, tra i quali la Stazione Centrale della ferrovia e i

Giardini pubblici. Ma i freni rimanevano sempre stretti.

In quei giorni Carlo Tenca veniva nuovamente chiamato dal Direttore

di Polizia e dal luogotenente a proposito del _Crepuscolo_. Gli

fu di nuovo severamente osservato che il suo giornale continuava a

non occuparsi dell’Imperatore e del suo soggiorno in Milano, e gli

fu intimato di mutar contegno. Egli si rifiutò, e la Luogotenenza

gli tolse la concessione che nel _Crepuscolo_ ci fosse una Rivista

politica; ciò fu un colpo mortale pel giornale, la cui Rivista gli

procurava una grande diffusione, non essendoci altri giornali politici

all’infuori della _Gazzetta Ufficiale_. La fermezza patriottica del

Tenca che viveva del proprio lavoro e soprattutto del proprio giornale

fu un vero atto eroico: poichè egli sapeva che sarebbe andato incontro

alle più grandi strettezze; e così fu. Il _Crepuscolo_ da quel giorno

andò gradatamente declinando.

Durante l’inverno, e nella primavera ci furono altri duelli cogli

ufficiali, tra i quali ricordo quello di Giacomo Battaglia, con un tal

_Ceti_. Il Battaglia, giovane colto, assai promettente, collaborava nel

_Crepuscolo_, ed era tra gli amici intimi di casa Maffei. Il duello fu

alla pistola, senza conseguenze sgraziate. Gli amici furono in pena pel

Battaglia ch’era affetto da una forte miopia, la quale poi doveva forse

essergli fatale nel combattimento di S. Fermo.

Prima che l’Imperatore lasciasse Milano, si fecero più insistenti

le voci che le provincie Lombardo-Venete avrebbero avuto un nuovo

ordinamento; si disse che un arciduca, anzi lo stesso fratello

dell’Imperatore, l’arciduca Massimiliano, sarebbe venuto quale

Governatore generale; si disse che le provincie avrebbero avuto una

larga autonomia, e perfino, secondo alcuni, una semi-indipendenza.

Gli sguardi si rivolgevano ancora più al Piemonte, che seguiva nel

frattempo una politica accorta, intenta ai più alti interessi politici

ed economici, non solo piemontesi, ma italiani. Lamarmora presentava

al Parlamento la legge sulle fortificazioni d’Alessandria, e Cavour

proponeva la creazione del porto militare della Spezia, e il traforo

del Cenisio. La Farina, d’intesa con Cavour, istituiva la Società

nazionale, che presto veniva diffusa in tutta Italia, il cui scopo era

di associare e di disciplinare tutte le forze vive del paese sotto la

bandiera dell’Italia _Una_ con Vittorio Emanuele, secondo il programma

di Manin.

Ma il Manin non doveva vedere lo svolgimento del suo programma, che

principiò solo un anno dopo, a Plombières; egli morì a Parigi nel

settembre dell’anno 1857.

A rendere sempre più forte l’autorità morale di Cavour ci furono anche

in quell’anno le solite imprese vane di Mazzini; e cioè lo sbarco pur

generoso di Pisacane a Sapri, ma che finì miseramente, e un tentativo

di sommossa a Genova che indignò l’opinione pubblica.

Le grandi riforme che dovevano tener dietro alla venuta dell’Imperatore

a Milano, si limitarono alla nomina del fratello di lui, l’arciduca

Massimiliano, a Governatore generale del Lombardo-Veneto: vero è che,

secondo le _voci ufficiali_, le grandi riforme sarebbero venute dopo.

L’Arciduca era un bel giovane, ed era pure una bella giovane

l’Arciduchessa. Chi avrebbe presagito allora a quella coppia felice

il tragico destino che l’attendeva al Messico dopo pochi anni? La loro

venuta a Milano era però la prima tappa sul cammino delle loro speranze

e delle loro illusioni.

Alla venuta dell’arciduca Massimiliano sulle prime si badò poco:

soltanto alcuni mesi dopo i milanesi dovevano occuparsi molto di lui.

In quel primo momento la parte che dirigeva l’opinione pubblica non era

in città: i più, come di solito dopo le bagnature dell’estate, erano

andati in campagna nelle loro ville, ove poi continuavano i discorsi

sugli avvenimenti che avevano tanto preoccupati gli animi durante

l’annata, e sulle speranze intorno alle quali si andava fantasticando.

Io pure, con mia madre e coi miei fratelli, ero partito per la

Valtellina: perciò non vidi l’Arciduca per le strade che al nostro

ritorno, sul finire di novembre.

Quanta animazione, quale risveglio degli animi sì lungamente depressi,

non vedevasi allora dappertutto! C’era in tutti una gran voglia di

fare, c’era un bisogno di concordia, un bisogno di sperare; non si

sapeva ancor bene che cosa si potesse sperare, ma si sperava. Questo

risveglio, questo vago bisogno di agitarsi, non c’era solo in Milano;

c’era nelle provincie, c’era in ogni borgata. Trovai tutti animatissimi

anche i miei amici di Valtellina, coi quali mio fratello Emilio ed

io si facevano delle lunghe chiacchierate, architettando i più arditi

castelli in aria.

Nell’autunno antecedente, come già dissi, eravamo stati tutti in

faccende per la sottoscrizione dei cento cannoni d’Alessandria. Questa

volta, tra gli argomenti del nostro affaccendarsi, c’era la medaglia di

Sant’Elena.

L’Imperatore dei francesi, che ogni giorno andava evocando qualche

memoria napoleonica, aveva in quell’anno istituita una medaglia

commemorativa, che chiamò la medaglia di Sant’Elena, destinata ai

veterani superstiti, francesi o d’altri paesi, che avessero militato

sotto Napoleone I. Agli ufficiali superstiti fu data la Legione

d’Onore. Col mezzo, credo, della legazione francese a Torino, si

pensò di far avere tale medaglia ai soldati superstiti che si fossero

potuti rintracciare nei paesi Lombardo-Veneti. Col diffondere queste

medaglie si rievocavano nel popolo i ricordi di glorie, e di battaglie

combattute contro gli austriaci nelle file delle truppe italiche.

Io mi incaricai, coll’aiuto dei miei amici valtellinesi, di procurare

la medaglia di Sant’Elena ai vecchi soldati di Napoleone che si

trovavano ancora nella provincia di Sondrio. Coi vecchi congedi, e

con attestati di notorietà, si riuscì ad averne un elenco di quasi

un centinaio. Fu questa la mia maggior occupazione di quell’anno.

Le fatiche mie e dei miei amici furono coronate da un buon esito,

poichè tutte le medaglie domandate vennero accordate, e se ne potè far

presto la distribuzione; colle dovute precauzioni, si intende, per non

richiamare l’attenzione della Polizia.

Quelle medaglie venivano accolte col maggior entusiasmo: il ricordo

delle antiche sofferenze, pure in quelli che avevano fatta la campagna

di Russia, era scomparso dinanzi al fascino delle antiche glorie, e

soprattutto dinanzi al nome di Napoleone che li entusiasmava ancora.

Napoleone III nell’istituire la medaglia di Sant’Elena non aveva

sbagliato; la popolarità dello zio rifulgeva anche su lui, e qui in

Lombardia, nella fantasia popolare già lo vedevamo scendere dalle

Alpi, e cacciare gli austriaci. Sulle moltitudini il nome di Napoleone

esercitava ancora un vero fascino: non c’era che un Napoleone, si

diceva, che potesse e dovesse cacciare via l’Austria dall’Italia.

Ne conobbi parecchi di questi vecchi soldati di Napoleone I. Dopo

più di quarant’anni lo adoravano ancora come un Dio, e ne parlavano

commossi.

Ricordi di gioventù · 第 61 / 105 题