«Passa un giorno, passa l’altro
Mai non torna il nostro Anselmo,
Perchè egli era molto scaltro
Andò in guerra, e mise l’elmo...»
Mise l’elmo sulla testa
Per non farsi troppo mal
E partì la lancia in resta
A cavallo d’un caval.
La sua bella che abbracciollo
Gli diè un bacio e disse: Va!
E poneagli ad armacollo
La fiaschetta del mistrà.
Poi, donatogli un anello
Sacro pegno di sua fè,
Gli metteva nel fardello
Fin le pezze per i piè.
Fu alle nove di mattina
Che l’Anselmo uscia bel, bel,
Per andare in Palestina
A conquidere l’Avel.
Nè per vie ferrate andava
Come in oggi col vapor.
A quei tempi si ferrava
Non la via ma il viaggiator.
La cravatta in fer battuto
E in ottone avea il gilè,
Ei viaggiava, è ver, seduto
Ma il cavallo andava a piè.
Da quel dì non fe’ che andare,
Andar sempre, andare, andar...
Quando a piè d’un casolare
Vide un lago, ed era il mar!
Sospettollo... e impensierito
Saviamente si fermò.
Poi chinossi, e con un dito
A buon conto l’assaggiò.
Come fu sul bastimento,
Ben gli venne il mal di mar
Ma l’Anselmo in un momento
Mise fuori il desinar.
Il Sultano in tal frangente
Mandò il palo ad aguzzar,
Ma l’Anselmo previdente
Fin le brache avea d’acciar.
Pipe, sciabole, tappeti,
Mezze lune, jatagan,
Odalische, minareti,
Già imballati avea il Sultan.
Quando presso ai Salamini
Sete ria incominciò,
E l’Anselmo coi più fini
Prese l’elmo, e a bere andò.
Ma nell’elmo, il crederete?
C’era in fondo un forellin
E in tre dì morì di sete
Senza accorgersi il tapin.
Passa un giorno, passa l’altro,
Mai non torna il guerrier,
Perch’egli era molto scaltro
Andò in guerra col cimier.
Col cimiero sulla testa,
Ma sul fondo non guardò
E così gli avvenne questa
Che mai più non ritornò.
Il giorno dopo, quando la madre e il figlio ritornarono, il
delitto era consumato. Ascoltai senza rimorso le parole della loro
riconoscenza, e consegnai il foglio.
Passati alcuni mesi, mentre facevo un esame di laurea
all’Università di Pavia, osservai che i professori mi guardavano
con una certa curiosità, parlando piano tra loro, e ridendo. Finito
l’esame, uno d’essi mi accompagnò dicendomi: Dunque... _passa un
giorno passa l’altro_... è lei l’autore della _Ballata_?
Allora, in bel modo, lo interrogai anch’io alla mia volta, e seppi
che aveva avuto il mio _Crociato_ da un suo amico professore a
Como; forse il professore di quel famoso studente.
Da quel giorno il Crociato peregrinò lungamente a mia insaputa, e
me lo trovai dinanzi ogni momento, ora diminuito, ora accresciuto,
e spesso spropositato. Per questa ragione, per gli spropositi cioè
ond’è stato infiorato quello scherzo nelle varie copie e ristampe
che ne sono state fatte, lo riproduco in questa nota nel suo testo
originale, perchè in fatto di spropositi preferisco i miei.
E lo studente? L’anno dopo ebbe un posto in Seminario, divenne
prete, e... _passa un giorno, passa l’altro_, oggi vive ancora; ma
nella sua carriera non andò al di là della prima strofa, come gli
era accaduto nel suo componimento poetico.
[27] Il d’Adda veniva introdotto nel gabinetto del Re dal ministro
Casaretto, talora secretamente, e di sera; Carlo Alberto voleva
essere informato di tutto quanto accadeva in Milano e in Lombardia;
la parola schietta e franca del d’Adda era sempre d’eccitamento a
Carlo Alberto, sopratutto negli ultimi giorni quando si trattava
di prendere la gran decisione, sorpassando le gravi difficoltà
che circondavano il Re e le urgenti pressioni che gli venivano
dall’estero.
Nel tempo stesso Carlo d’Adda legato con parecchi dell’alta Società
torinese, quali erano Azeglio, Balbo, Collegno, Alfieri, Cavour,
in unione coi lombardi che si trovavano a Torino, e a parecchi
del partito liberale, esercitava un’azione attiva sull’opinione
pubblica che si agitava in quei giorni a Torino e in tutto il
Piemonte per spingere il paese e il Governo alla guerra contro
l’Austria.
[28] Fin dal 1848, quando si discuteva sull’annessione della
Lombardia al Piemonte, il d’Adda scriveva in una lettera del 18
aprile da Torino al Governo Provvisorio: «Repubblica, o monarchia
costituzionale, io servirò sempre fedelmente il mio paese; ma
adesso è desiderio mio, come di tutti gli uomini ragionevoli, che
la forma del Governo sia votata liberamente dal popolo, che nessun
fatto si provochi che influisca sulla libera volontà del paese».
_Lettera al Governo Provvisorio_ nel Museo del Risorgimento.