1855.
_Sommario:_ Il Piemonte accede al trattato d’alleanza della
Francia e dell’Inghilterra nella guerra contro la Russia. —
Cavour, Vittorio Emanuele, Lamarmora. — L’attentato di Pianori
contro Napoleone. — L’Esposizione Universale in Parigi. — Cessa
in Lombardia lo stato d’assedio, e Radetzki è nominato Governatore
civile del Lombardo-Veneto e comandante dell’esercito. — Io e mio
fratello Emilio andiamo a Parigi. — Pietro Maestri e gli emigranti
italiani. — Le diverse opinioni. — Daniele Manin. — La vittoria
di Balaclava. — Una serata al teatro dell’_Opera_ coll’intervento
della Corte e della Regina d’Inghilterra. — Il nostro alloggio a
Parigi. — Parole di Napoleone al conte Arese. — Nuove speranze.
— L’autunno in Valtellina, il teatro di Tirano e il sarto
declamatore. — Ritorno a Milano. — Le nuove speranze nel salotto
della contessa Maffei. — Emilio Dandolo in Crimea.
Il 10 gennaio 1855 veniva firmata la Convenzione colla quale
il Piemonte accedeva al trattato d’alleanza della Francia e
dell’Inghilterra nella guerra contro la Russia. Così il nuovo anno
principiava con quel grande avvenimento che doveva avviare l’Italia
alla riscossa, e deciderne i destini.
Il trattato non fu discusso, soltanto nel Parlamento piemontese, ma
da tutto il pubblico italiano; e per un pezzo da un capo all’altro
d’Italia fu l’argomento di discorsi appassionati, di dubbî e di
speranze. La _sinistra_ parlamentare piemontese si era mostrata avversa
al trattato; ma gl’italiani, in gran maggioranza, e soprattutto
quelli soggetti all’Austria, ne erano entusiasti e avevano avuto
l’intuizione pronta e unanime che quel fatto poteva essere il punto
di partenza di altri e maggiori avvenimenti. Questa giusta intuizione
l’ebbe anche Cesare Correnti, che con un felicissimo discorso nella
Camera piemontese si staccò dalla _sinistra_ alla quale apparteneva,
e sollevandosi al di sopra delle convenienze di partito presentì in
Cavour il condottiere della nuova Italia.
Sul Cavour, che al principio del 1855 aveva assunto il Ministero degli
affari esteri, erano ormai rivolti e fissi gli occhi di tutti: la
legge sulle corporazioni religiose, il riordinamento delle finanze e
dell’esercito, e diverse altre leggi politiche ed economiche, avevano
continuamente aumentata la rinomanza e l’autorità del nuovo capo del
gabinetto piemontese. Nel tempo stesso Vittorio Emanuele, anche per
episodi e motti che si raccontavano di lui, principiava ad acquistarsi
quella popolarità nella quale doveva essere la sua maggior forza.
Per compiere grandi fatti i popoli vogliono l’_eroe_; e quando i fatti
sono maturi anche l’eroe non tarda a sorgere, purchè egli abbia quelle
qualità e quei difetti che sieno all’unisono con quanto si agita nelle
menti popolari.
Di Garibaldi allora si parlava poco. Lo rammentavano, è vero, con
entusiasmo i suoi volontari di Roma, e chi conosceva i primi suoi
fasti, ma la sua popolarità non era ancora molto diffusa. Vittorio
Emanuele in quel momento era più popolare di lui. La politica del
Piemonte, attirando gli sguardi di tutta Italia, ne rendeva popolare
anche il Re; il Re _Galantuomo_, come ormai lo chiamavano i più, il
Re _democratico_, come incominciavano a dire con soddisfazione molti
vecchi repubblicani, ormai sfiduciati della repubblica.
Vittorio Emanuele aveva infatti abitudini e modi semplici e
familiari; aveva l’arte di piacere al popolo, ma la sua democrazia
non aveva radici molto profonde nel suo animo; le forme in lui erano
democratiche, ma l’uomo era un Re.
A Casa di Savoja aveva procacciata molta simpatia anche il fratello di
Vittorio Emanuele, il Duca di Genova, soldato bello e valoroso, giovane
intelligente e colto. Nelle guerre del ’48 e del ’49 aveva date alte
prove di sè ed ora era destinato a comandare la spedizione di Crimea;
ma alcune settimane prima che le truppe partissero lo spegneva una
rapida tisi.
L’ansietà con la quale si seguiva ogni notizia che riguardasse il corpo
piemontese mandato in Crimea, era una prova, sebbene quasi inconscia,
che in quelle truppe si presentiva il futuro esercito della riscossa.
Ogni più piccolo fatto d’armi era l’argomento dei discorsi di tutti;
e il nome del generale Lamarmora, che comandava la spedizione, era
diventato subito popolarissimo; egli era già considerato come una
speranza d’Italia.
Erano da poco partite le truppe piemontesi per la Crimea, quando
venne una notizia a impensierire quanti osservavano con fiducia gli
avvenimenti che andavano svolgendosi. Il 28 di aprile un italiano,
Giovanni Pianori romagnolo, aveva attentato alla vita di Napoleone,
con due colpi di pistola, al _bois de Boulogne_. Questo fatto aveva
avuto da per tutto un’eco di sorpresa e di indignazione, e aveva dato
un argomento di più a chi non vedeva negl’italiani che un volgo di
rivoluzionarî e di settarî.
Nel maggio del 1855 veniva inaugurata a Parigi l’Esposizione
internazionale, ch’era la prima che si teneva in Europa, dopo quella di
Londra del 1851. L’Impero e Parigi erano in un periodo ascendente di
forza e di splendore; da ogni punto d’Europa si accorreva a visitare
la gran città che aveva ripreso il suo primato; e i Sovrani l’un dopo
l’altro andavano a salutare il nuovo e fortunato Imperatore. Come
rimanere a casa in una così bella occasione?
Si combinò dunque anche Emilio ed io un viaggetto, la cui meta doveva
essere Parigi attraversando la Svizzera e alcuni paesi del Reno e del
Belgio. Ci furono compagni alcuni amici, tra i quali Saule Mantegazza e
Carlo Mancini; il Mancini studiava pittura e voleva conoscere le opere
moderne e i principali artisti di quei paesi. Tutti poi, giovani e di
buon umore, ci si voleva spassare un poco, e questa fu la parte del
programma che riuscì pienamente.
Di tanto in tanto, noi sudditi _felici_ dell’Impero d’Austria,
come ci chiamava la _Gazzetta Ufficiale_, sentivamo il bisogno di
prendere una boccata d’aria in paesi un po’ meno felici, ma un po’ più
lontani dagli occhi della Polizia. Lo stato d’assedio era cessato,
ma le cose andavano su per giù come prima. Il maresciallo Radetzky
era stato nominato Governatore Generale del Lombardo-Veneto, oltre
all’essere il Capo supremo dell’esercito in Italia, con residenza a
Verona, poichè Milano e Venezia avevano cessato di essere le capitali
nominali delle due regioni. Nelle provincie era successo al governo
militare il governo civile dei Delegati, ch’erano i Prefetti d’allora;
nell’Amministrazione pubblica le forme erano tornate ad esser quelle
di prima del ’48, ma eran rimasti lo spirito e gli andamenti della
reazione militare. I militari e la Polizia eran tutto; e l’essere
patriotti era un mestiere che aveva sempre dinanzi a sè, più o meno
vicina, una forca in prospettiva.
C’era poi in noi molto viva la curiosità di sapere quale fosse
l’atteggiamento, in mezzo ai nuovi fatti politici, di quella parte
dell’emigrazione italiana che viveva a Parigi e che contava degli
uomini illustri quali erano il Manin, il Sirtori, il Montanelli,
il Maestri. Essi vivevano nel centro, allora, più importante della
politica europea; potevano forse apprezzare più chiaramente i
sentimenti di Napoleone, che di tanto in tanto accennava alle sue
simpatie per l’Italia; e in fine si sapeva ch’essi si erano staccati da
Mazzini, ma non si conosceva ancora quale indirizzo volessero dare alle
loro aspirazioni e alla loro azione.
Arrivando a Parigi c’eravamo rivolti a Pietro Maestri; ed egli fu poi
la nostra guida per tutto il tempo che rimanemmo a Parigi e ci fece
fare parecchie e importanti conoscenze.
La maggior parte degli emigrati italiani viveva a Parigi assai
modestamente, sicchè di solito era nelle più modeste camere, o nei
più modesti caffè, o nelle così dette _maison bourgeoises_ dove si
pranzava a trenta soldi, che si andavano a cercare parecchi dei nostri
personaggi politici del ’48, i quali erano alle volte degli antichi
ministri o degli antichi generali. Ciò sia ricordato a loro onore.
Tra questi emigrati trovai qualche vecchio amico e feci parecchie nuove
conoscenze. Avrei desiderato di conoscere il Sirtori, ma non lo conobbi
che parecchi anni dopo a Torino: allora egli viveva assai ritirato,
tutto immerso nelle sue meditazioni filosofiche e religiose e in preda
ad una misantropia che impensieriva i suoi amici.
Nella mia poca esperienza giovanile avevo sperato di trovare tra quegli
emigrati una corrente uniforme di idee e di aspirazioni che avrebbero
servito di guida anche alle mie opinioni politiche, che in quel
momento vagavano nella mia mente come tante nebulose. Ma quegli amici
mi parvero tante nebulose anch’essi; i più, divisi e discordi nella
_querula sventura_, non avevano trovata ancora una bandiera che li
riunisse. Quasi tutti però s’erano staccati da Mazzini. Quello che si
elevava su tutti e aveva la percezione più chiara, era Daniele Manin;
la sua formula: _Italia Una_ e _Vittorio Emanuele_, doveva essere
infatti la fortunata bandiera della redenzione. Altri invece erano
rimasti repubblicani, unitari o federalisti; altri si contentavano
d’un regno dell’Alta Italia; e in mezzo a taluni meridionali infine
era sorta l’idea di mettere al posto del re di Napoli un Murat, per
accaparrarsi Napoleone. Questi facevan capo al generale Ulloa, che
aveva fatte buone prove a Venezia.
In complesso il maggior numero di quegli emigrati erano, più o meno
apertamente, conquistati dalla potenza dell’Impero Francese; disposti a
credere che da questo, più che dal Piemonte, in cui erano ancora restii
a confidare, dipendesse l’avvenire nostro; erano proclivi alle teorie
di Giuseppe Ferrari, che considerava la rivoluzione italiana come
dipendente dalla rivoluzione francese.
Le diverse correnti di idee si urtavano anche nel mio animo, il quale
in mezzo a tanta confusione cominciava a raccogliere i suoi primi
disinganni. La fede in certi ideali, e nella infallibilità di certi
metodi e di certe persone, era già scossa grandemente in me. Che
la resurrezione dell’Italia, e il trionfo d’ogni virtù nel mondo,
dovessero venire dalle iniziative delle classi inferiori e meno educate
della società, come predicavano certuni, era una dottrina che ogni
giorno perdeva un puntello nella mia ragione. La quale principiava a
sentire il bisogno di allargare il proprio orizzonte; ma la mente era
tanto imbevuta in tutta quella letteratura politica sentimentale e
dogmatica, a cui si ispiravano i giovani allora, che il ribellarsi e
l’uscirne non era facile.
Una sera, il 16 agosto, passeggiavo con alcuni amici italiani sui
_boulevards_, quando a un tratto un numero insolito di strilloni
si sparse per le vie correndo, gridando e offrendo a chi passava le
copie dei giornali usciti allora, e certi foglietti che recavano un
dispaccio. Era la notizia della vittoria della Cernaia.
In un momento i _boulevards_ si affollarono da non potervisi più
muovere; le finestre venivano illuminate, e dappertutto si sventolavano
bandiere francesi, inglesi e la nostra dei tre colori collo scudo
di Savoja. Quel dispaccio era del generale Pélissier, generale capo
dell’esercito francese in Crimea, che annunziando la vittoria, chiudeva
colle parole: _Les Sardes se sont vaillamment battus_. La folla, ai
gridi di _vive la France_, univa quello di _vive l’Angleterre, vive le
Piémont_.
Che cosa avvenisse in quel momento nell’animo mio e in quello degli
amici ch’erano con me, non lo saprei esprimere. Ricordo che ci siamo
messi a gridare, come matti, per la gioia, _viva il Piemonte, viva
l’Italia!_ L’evoluzione era avvenuta; la strada era trovata; quel
_boulevard_ era stata la mia via di Damasco. L’orgoglio d’una vittoria
italiana risollevava improvvisamente l’animo avvilito dalle sconfitte e
additava un nuovo faro alle nostre speranze.
La vittoria delle armi piemontesi ebbe una grande influenza su molti,
che i patiti disinganni avevano lasciati nel dubbio e nell’incertezza.
Da quel giorno principiò un mutamento nell’opinione pubblica, che fu
rapido e visibile anche tra gli italiani residenti a Parigi. I loro
discorsi diventarono ogni giorni più benevoli verso il Piemonte e verso
lo stesso Napoleone, in cui s’intravedeva meglio l’amico futuro: si
cominciava a guardarlo non più come l’_uomo del 2 dicembre_, ma come
il nostro alleato. Parlo dei più, s’intende, poichè c’erano anche
quelli che non smisero di odiare il _tiranno_ anche dopo Magenta
e Solferino; essi continuavano a tirare il cappello sugli occhi
quando lo incontravano per istrada; non volevano veder lui, come non
vedevano altre cose. Io invece cominciai allora a fargli di cappello;
avvenimento questo di cui probabilmente Napoleone non si sarà accorto.
Una sera in cui l’Imperatore, l’Imperatrice e la Regina d’Inghilterra
andarono al teatro dell’Opéra, fui ben felice di accettare l’invito
di donna Teresa Kramer Berra ad assistere da un suo palchetto a
quello spettacolo di gala. La signora Kramer, cognata dell’illustre
chimico di tal nome, riceveva a Parigi nel suo salotto molte persone
notabili italiane e francesi, appartenenti in gran parte al partito
repubblicano. Ci andavo spesso, con mio fratello, la sera; e anche là
mi accorsi che il linguaggio politico andava sempre più modificandosi.
Quella sera dello spettacolo all’_Opéra_ i canocchiali di quanti
c’erano nel palchetto erano costantemente rivolti al palco imperiale,
non solo per ammirare la soave bellezza dell’Imperatrice, lo splendore
delle uniformi, delle toelette e delle gioie di cui eran coperte le
due Sovrane; ma ancor più per osservare l’Imperatore, per scrutare la
sfinge da cui noi italiani d’ogni colore aspettavamo già il responso.
Quel po’ di buon sangue fatto nella politica ci aiutava anch’esso a
goder meglio l’Esposizione universale, che allora era una gran novità,
e tutto ciò che Parigi offre sempre di interessante e di divertente: ce
la passavamo proprio allegramente. Alle volte improvvisavamo persino
delle piccole festicciuole in casa nostra, dove avevamo un salottino
nel quale, levandone tutti i mobili, e con della buona volontà,
potevano ballare contemporaneamente due coppie. Non si facevano
inviti, ma si lasciavano gli usci aperti e bastava che Carlo Mancini
si mettesse al pianoforte a sonare un valtzer, o una polka, perchè
capitassero dal vicinato le ballerine. Non si guardava troppo pel
sottile: erano cameriere, o sartine, o stiratore, che scendevano dal
quinto piano e ci pareva d’essere degli studenti sul tipo di quelli
descritti da Paul de Kock.
E come i personaggi di Paul de Kock, ci divertivamo alle volte ad
andare in cerca di quelle canzonature che a Parigi, e anche altrove,
non mancano mai nelle occasioni d’un gran concorso di gente, e che
son fatte per tirare in trappola i provinciali ingenui e i forestieri
novizi. E così un giorno si andò a uno spettacolo che veniva annunziato
con _entrata libera_ ma poi si pagava _l’uscita_; andammo in un
elegante stabilimento di bagni a cinquanta centesimi, e vi si pagava a
parte tutto, l’acqua fredda, l’acqua calda, la biancheria, il servizio,
in totale quattro franchi; e andammo ai pranzi d’una lira che ne
costavano sei.
Da Parigi tornammo direttamente a Milano con un ricco bagaglio
di impressioni e di notizie, che l’immaginazione e la speranza ci
facevano parer anche più belle e più importanti. Quelle impressioni
erano accolte con gioia dalla nostra buona mamma e da mio fratello
Enrico, che avevano come noi l’animo facile alla speranza, e dagli
amici, che ci ascoltavano avidamente. Tra le notizie che noi portavamo
da Parigi, c’eran quelle che correvano nei gruppi meglio informati
dell’emigrazione a proposito dell’attitudine di Napoleone sempre piena
di simpatia per l’Italia: spesso venivano ripetuti discorsi e parole
da lui pronunziati con qualche italiano, e specialmente col conte
Francesco Arese, suo vecchio amico.
Il conte Arese aveva infatti veduto l’Imperatore nel 1851, poi era
stato da lui invitato ed alloggiato alle Tuileries nel marzo e nel
maggio del 1852. Si diceva che Napoleone gli avesse allora parlato
delle faccende nostre, e che gli avesse detto un giorno: — Che cosa
potrei fare io per l’Italia? — E che poi gli avesse soggiunto: — Dite a
Vittorio Emanuele che venga a Parigi e che conti sulla mia amicizia.
Queste parole erano state realmente dette, e me le confermò parecchi
anni dopo lo stesso Arese, di cui divenni amico.
La fantasia pubblica ve ne aggiungeva delle altre; tutte insieme
giravano di bocca in bocca, e il tono stesso di mistero col quale
venivano ripetute le accreditava anche più, e le rendeva argomento
di nuove e maggiori speranze. Mantener sempre accesa la speranza!
era una suprema necessità nella lunga e difficile lotta che il paese
era chiamato a sostenere contro i propri dominatori. Le speranze e le
illusioni furono in quel tempo la nostra vita e la nostra forza.
L’eco dei discorsi che si facevano a Parigi, e la diminuzione dei
rigori e degli arbitrii polizieschi, venuta dopo la cessazione dello
stato d’assedio, avevano risollevati gli animi e messo in tutti nuova
lena e buon umore. Si passò quell’autunno con l’animo meno oppresso,
sebbene ci fosse il colera, e con le facce meno imbronciate del solito.
Se nel secreto del nostro animo dovevamo pur confessare a noi stessi
d’abbandonarci troppo ai voli della fantasia, nessun dubbio d’altra
parte che c’era qualcosa di mutato nelle condizioni generali della
politica, e che una breccia era aperta in quella fitta reazione che
aveva asserragliata tutta l’Europa dopo il 1848.
In Valtellina, Emilio, io e il Bonfadini, che avevamo trovato a
Parigi, raccontando le nostre informazioni e le nostre impressioni,
commentandole in discorsi che le ingrandivano sempre più, avevamo messo
nei nostri amici un grande entusiasmo. E devo concludere che ci fosse
in noi proprio del buon umore, quando ripenso a una burla che si fece a
Tirano, di cui rimase memoria per un pezzo.
A Tirano c’è un piccolo teatro, ove di tanto in tanto recitavano
allora de’ dilettanti del paese, e ove capitava alle volte qualche
compagnia di comici in bolletta a recitarvi de’ drammi, compreso
quello, poverini, del loro appetito. Un sarto, che era un dilettante
appassionato, se non fortunato, amava recitare insieme coi comici;
ma in quell’autunno il direttore della compagnia ch’era venuta a
Tirano non volle saperne di lui, sotto il pretesto ch’era un figura
ridicola e che aveva una gamba storta. Ciò era vero; ma il sarto
non sapeva capacitarsi di quel rifiuto, e se ne doleva altamente al
caffè. Trovandomi presente una sera, mentre qualche maligno lo andava
aizzando, gli diedi in tono serio ed amichevole il consiglio di
vendicarsi recitando un monologo od una poesia. Il sarto accolse il
consiglio, con gratitudine, e la mattina seguente lo vidi comparire
nel mio studio per chiedermi il _monologo_, non sapendo precisamente
che cosa fosse; e io gli risposi che tornasse tra qualche giorno per
lasciarmi il tempo di farne venire da Milano uno nuovo, fatto fare
appositamente per lui. La sua riconoscenza fu grande, e lo servii
subito. Erano sopraggiunti intanto mio fratello Emilio e un nostro
amico, Antonio Della Croce, che furono complici dello scherzo; e ci
venne l’idea di mettere insieme delle strofe senza senso, meno quel po’
che ci sarebbe voluto perchè il sarto non se ne accorgesse. La poesia
fu presto fatta; la diedi al sarto, gliela spiegai e gli insegnai anche
il modo di declamarla. Il sarto non s’accorse dello scherzo; e ripenso
ancora a quelle mattine in cui il poveretto veniva nel mio studio a
farsi spiegare qualche punto che gli pareva un poco oscuro, e a farsi
insegnare i gesti e le inflessioni della voce per dar risalto alla sua
declamazione[24].
Finalmente andò in scena. Era giorno di fiera, e c’erano in teatro
non solo persone del paese, ma anche parecchi d’altri paesi della
provincia. Il sarto al primo presentarsi sulla scena ebbe un gran
successo, e l’ilarità fu generale. Vi contribuirono la figura del
pover’uomo, i gesti coi quali salutò il pubblico, e un gilè bianco
che aveva delle proporzioni inverosimili. Poi, con una grande serietà,
declamò la poesia da capo a fondo, accompagnandola coi gesti e colle
pose tragiche che gli avevo insegnate. Da prima il pubblico rideva,
ma non capiva, com’era ben naturale; poi parecchi s’accorsero della
canzonatura, e ridevano ancora più, applaudendo. Ma ci furono anche
quelli che, pur ridendo per le boccacce del sarto, non badarono al
senso della poesia abituati forse a non badarci mai.
Il successo fu straordinario; il sarto dovette ripetere la declamazione
più volte, e per altre sere; per molti giorni non si parlò in paese
che della poesia e di lui. Il buon uomo mi fu riconoscentissimo; finchè
visse ricordò sempre con compiacenza il gran successo di quella sera,
e non si faceva pregare a ripetere quei versi ad ogni occasione che
ne fosse richiesto. Non sospettò mai la canzonatura, e nessuno gliela
svelò. Ho trovato in pochi, durante la mia vita, una riconoscenza più
duratura.
Sul finire dell’autunno e al principiare dell’inverno nel salotto
della contessa Maffei la conversazione s’era fatta più animata e più
gaia per le nuove speranze, che allargavano il cuore a tutti. Non
si parlava che del viaggio di Vittorio Emanuele a Parigi e a Londra,
ch’era avvenuto nella seconda metà di novembre, e i commenti non eran
pochi. Anche all’infuori dei crocchi politici le notizie e gli episodi
che riguardavano quel viaggio, venivano avidamente raccolti, ripetuti
e ingranditi. Ciò a mano a mano accresceva la popolarità di Vittorio
Emanuele, e a formare la quale avevano non piccola parte certi suoi
tratti, certi suoi motti, popolari, militareschi, e anche spavaldi, che
gli venivano attribuiti.
Insomma il nuovo anno, che stava per principiare, si affacciava sotto
buoni auspici; e le speranze, risollevando gli animi, tenevano viva la
volontà di muoversi, di agitarsi, di fare.
Rividi in quei mesi Emilio Dandolo, e si rinnovò l’amicizia, che, fin
da quando eravamo giovinetti e studenti, avevo stretta con lui e con
suo fratello Enrico, morto poi sotto le mura di Roma. Dopo l’assedio
di Roma, Emilio Dandolo era ritornato ferito, colle spoglie di Manara,
di Morosini e del fratello: dopo un anno era partito con Lodovico
Trotti, come già dissi, per un lungo viaggio nell’Egitto e nel Sudan,
che descrisse in un libro da lui pubblicato nel 1853. Scoppiata la
guerra d’Oriente volle ritornare alle armi, e riprendere la sua antica
uniforme d’ufficiale dei bersaglieri piemontesi. Chiese a Cavour, e
ottenne d’essere aggregato allo Stato Maggiore del corpo piemontese di
spedizione[25] e il 12 febbraio 1855 partì per la Crimea. Ma il Governo
austriaco, avvisatone dal suo ambasciatore a Costantinopoli, lo fece
richiamare dopo alcuni mesi sotto minaccia di processo e di sequestro
per emigrazione illecita. Aveva assistito per alcune settimane
all’assedio di Sebastopoli.