[24] Le strofe erano parecchie, ma mi contenterò di darne un
saggio; la poesia incominciava così:
Ei fu! Siccome l’agili
Piume del firmamento
Nel valicar le trepide
Ali d’un suo lamento
Non è possibil campo
Non è possibil lampo
D’inadeguata fè.
. . . . . . . . . .
. . . . . . . . . .
poi continuava:
Ei ripensò le mobili
Tende e i percossi calli
E il lampo dei manipoli
E i ferri dei cavalli,
E col suo piede adusto
Il secolo d’Augusto
Si pose a contemplar
. . . . . . . . . .
. . . . . . . . . .
Allor pensò alla vergine
De’ patrii suoi covili
Cinta di quattro pargoli
Maschili e femminili
Che con preghiere vane
Andran cercando un pane
Fra l’arabe tribù.
Così dicendo un gelido
Miasma vespertino
Strinse le fauci plastiche
Al misero tapino
Perchè prima l’udito
Poi mosse ancora un dito
Quindi non era più.
. . . . . . . . . .
Stava la bella estatica
Sul tremulo verone
. . . . . . . . . .
Alla novella terribile
Della notizia amara
Rimase muta estatica
Qual marmo di Carrara
Poi disse con trasporto
Ahi, se non fosse morto
Forse vivrebbe ancor!
E tracannò un bicipite
Velen che seco avea.
Poi con un brando ostetrico
Donatole da Enea
Si trapassava il petto;
Poi si gittò dal tetto,
Poi si affogò nel mar!
[25] AL CONTE DI CAVOUR
«_Signor Conte_,»
«Mi sono recato ieri, com’Ella m’indicò, al Ministero della Guerra,
dove mi venne annunziato dal Colonnello Petitti essere io nominato
al grado di sottotenente nel corpo dei bersaglieri, aggregato
allo Stato Maggiore della spedizione. Mi occupai quindi subito dei
necessari preparativi per la partenza, la quale potrò effettuare,
ove Ella lo creda conveniente, prima della fine del mese. Il
giorno 27 corrente parte da Genova un vapore in corrispondenza coi
postali del Levante. Io per quell’epoca sarò pronto ad imbarcarmi,
come sono pronto fin d’ora ad anticipare, sia a differire la
mia partenza, a seconda degli ordini che V. S. Ill.ma vorrà
comunicarmi e che io starò aspettando. Quando V. S. Ill.ma lo
crederà opportuno, Ella non avrà che a farmi avvertire dell’ora in
cui debbo recarmi al Ministero, sia per mezzo del conte Oldofredi,
sia direttamente all’Albergo Trombetta dove alloggio, stantechè
non oserei venire io stesso ad importunare inutilmente V. S. Ill.ma
nelle sue molteplici e gravi occupazioni.
«Ella mi permetta, signor conte, che ora che io mi trovo d’aver
conseguito lo scopo dei miei più vivi desideri, le rinnovi i
miei caldissimi ringraziamenti per la bontà di cui m’ha dato
tante prove, e per la valida sua protezione alla quale solamente
attribuisco il buon esito ottenuto dalle mie domande. Cercherò
col mettere il massimo zelo nel servizio, e la più grande premura
nel disimpegnare quelle incombenze di cui Ella vorrà onorarmi, di
mostrarle meglio che con parole la sincerità della mia riconoscenza
e della mia devozione.
«V. S. Ill.ma mi perdonerà spero, se, prima di chiudere questa mia,
io le rinnovo la raccomandazione che le porsi già a voce e che
concerne un distinto giovane, mio amico, il quale desidererebbe
di entrare nel corpo sanitario della spedizione in qualità di
medico, sia di chirurgo. È desso Scipione Signoroni, figlio di un
valente professore dell’Università di Padova, assai favorevolmente
conosciuto a Milano e per la onorevole parte da lui presa come
ufficiale dei bersaglieri nella passata guerra, e pel sapere e
l’attività con cui da qualche anno attende all’arte sua. V. S.
metterà il colmo ai suoi favori a mio riguardo se vorrà prendersi
cura di questa mia rispettosa preghiera.
«Agradisca intanto la S. V. Ill.ma i miei omaggi.»
«EMILIO DANDOLO».