1854.
_Sommario:_ Sfacelo del partito repubblicano in Lombardia. —
Evoluzione nel salotto di casa Maffei. — Il conte Cesare Giulini e
le sue relazioni in Piemonte. — Principio della guerra in Crimea. —
Abolizione della legge sui cambi militari, servizio obbligatorio.
— Molti fuggono per cansare la leva, altri ne sono esonerati
corrompendo i medici militari. — Episodi. — La scuola dei pompieri.
— In autunno a Tirano e a Grosio. — La guerra in Crimea. — La
crittogama. — Il colera. — Il salotto di mia madre a Tirano.
Al principiare del 1854 la disposizione degli animi e l’atteggiamento
politico in Milano andavano compiendo un’evoluzione che s’allargava
ogni giorno più. Il periodo delle cospirazioni mazziniane e della
preparazione a voti vicini era ormai definitivamente chiuso.
Mazzini, che era rimasto fermo nei suoi propositi e nei suoi metodi,
cercava ancora, ogni tanto, di eccitare i vecchi amici, e chiamava
_traviati_ quelli che, dopo aver messa tante volte la loro vita ne’
più terribili cimenti, chiedevano ora un cambiamento di metodi, per
riordinare le file diradate e scompaginate, e cercar nuove vie. La
parte più eletta del suo partito si staccava da lui, e le antiche
relazioni andavano ogni giorno allentandosi per non riannodarsi
mai più. Moltissimi del vecchio _partito d’azione_, repubblicani e
mazziniani, in Milano e nelle provincie lombarde, dopo un periodo
d’aspettativa, cominciarono a volger gli sguardi al di là del Ticino,
ove già risplendeva fulgida la stella del conte di Cavour. Il così
detto _connubio_ col centro sinistro capitanato da Rattazzi, segno
visibile d’un indirizzo nuovo più attivo, che Cavour dava alla politica
del Piemonte, era per molti repubblicani disingannati l’occasione,
o il pretesto, per lasciar libero il corso all’evoluzione delle loro
opinioni.
Vedevo di giorno in giorno le prove di questa evoluzione, di questa
nuova situazione politica, nel salotto stesso della contessa Maffei,
che frequentavo assiduamente, e dove convenivano, come già dissi, tante
persone influenti e ragguardevoli. Chiarina, come la chiamavano i suoi
intimi, tutta animata da un patriottismo ardente e da un liberalismo
sentimentale, aveva naturalmente accolto, un giorno, nel suo animo con
entusiasmo l’ideale d’un’Italia _una_ con la bandiera di Mazzini su cui
era scritto: _Dio e il popolo_. Essa mentre con la parola calorosa,
convinta, con la gentilezza dell’animo, con la devozione agli amici,
diffondeva intorno a sè la fede ardente delle sue convinzioni, subiva
poi alla sua volta l’influenza dei migliori che la circondavano. Ora,
il 6 febbraio, i fatti che l’avevano preceduto e seguito dietro le
scene, avevano alquanto smorzati nella contessa Clara certi entusiasmi;
e non senza un doloroso disinganno vedeva il Mazzini voltar le spalle
ad uomini altamente stimati, per scendere nei ranghi inferiori a
cercarvi degli istrumenti ciechi della sua volontà.
Gli amici di lei, dopo il 6 febbraio, l’avevano rotta con Mazzini, dopo
averlo seguito, soprattutto in nome dell’idea _unitaria_, contro le
massime _federaliste_ del Cattaneo; l’avevan rotta con lui disgustati
e dissidenti dai suoi metodi. Ed ora, vagando in un repubblicanismo
ideale, aspettavano di scorgere la nuova spiaggia ove approdare;
aspettavano la guida, l’idea, che li riunisse e li conducesse.
Il conte Cesare Giulini, ch’era uno dei frequentatori più assidui
del salotto della contessa Maffei, si era sempre conservato fedele
al principio Monarchico e alle speranze della Casa di Savoja. Si
bisticciava spesso, con spirito e con amabilità, colla contessa per gli
entusiasmi poetici, e spesso ingenui di lei, nella politica; ed ora
trionfava e godeva nel vedere che essa e i suoi amici principiavano
a lasciar la strada delle illusioni per accostarsi a quella delle
speranze solide e pratiche.
Amico del conte di Cavour, da quei giorni egli cominciò ad essere il
tramite di informazioni e di confidenze, che più tardi, come vedremo,
aumentando dovevano condurre ad importanti risultati. Amico parimenti
dell’Arese, dell’Azeglio e di parecchi altri tra i principali uomini
politici del Piemonte, aveva di recente saputi molti particolari
sulla condotta ferma e patriottica della politica piemontese di fronte
all’Austria in diverse vertenze diplomatiche, soprattutto in quella dei
sequestri messi sui beni degli emigrati lombardi dopo il 6 febbraio.
E a proposito di questa vertenza, il Giulini aveva avuto delle
informazioni confidenziali sull’attitudine di Napoleone e su parole
da lui pronunciate, che dimostravano come l’Imperatore nell’intimità
confermasse l’antica simpatia di Luigi Bonaparte per l’Italia e
incoraggiasse il Piemonte. Queste notizie ripetute all’orecchio
risvegliavano un vago sentimento di nuove speranze; e levigavano
qualche ruga anche sulle fronti accigliate dei patrioti più arcigni,
quando si parlava del nuovo imperatore.
L’alleanza della Francia e dell’Inghilterra colla Turchia, e la guerra
contro la Russia, davano un nuovo e più forte argomento a quelle prime
e vaghe speranze; era un primo soffio improvviso che, dopo cinque
anni, spirava sulla gora stagnante della reazione e che poteva essere
promettente di fatti inattesi e di mutamenti nella politica europea.
A richiamarci dalle speranze vaghe e lontane alla dura realtà del
presente, veniva, nella primavera di quell’anno, una legge, affatto
nuova nelle abitudini di quei tempi, e che doveva riuscire più
insopportabile di quante altre leggi durissime erano state emanate
durante lo stato d’assedio. Il Governo austriaco decretò obbligatorio
per tutti il servizio militare, mentre fino allora erano sempre stati
permessi e regolati dalla legge i _cambi_, sia col presentare un
sostituto, sia col pagare una somma determinata. Il Governo, con la
nuova legge, mirava a diminuire quella divisione assoluta che c’era
tra noi e i suoi soldati, tra le classi superiori nostre e i suoi
funzionari civili e militari.
È difficile oggi immaginare quale sentimento di ripugnanza e di rivolta
suscitasse nell’animo della gioventù patriottica il pensiero di dover
vestire l’uniforme austriaca. Nell’esercito austriaco infatti, a quel
tempo, gli ufficiali italiani erano pochissimi, e anche questi non
c’erano che per circostanze eccezionali.
Si pensi quale scombussolìo mettesse tra i giovani che n’erano colpiti,
e nelle loro famiglie, quella nuova legge! Tra i giovani più animosi
corse subito la parola d’ordine di sottrarsi al servizio militare
austriaco fuggendo, espatriando. Fu questo un nobile proposito, grave e
difficile per molti, ma che da parecchi fu mantenuto.
Anche tra i miei amici e compagni di studî ce ne furono alcuni colpiti
da questa legge. Io per fortuna ero stato della leva militare dell’anno
prima; dichiarato abile ed assegnato ai cacciatori tirolesi, avevo
pagato la tassa, ossia tre mila lire austriache (La lira austriaca,
detta _svanzica_, da _swanzig kreuzer_, ossia venti soldi, equivaleva
circa a 80 centesimi di lira italiana e la lira milanese equivaleva
a circa 60 centesimi) e così non ero diventato nè _cacciatore_ nè
_tirolese_.
De’ miei compagni colpiti qualcuno fuggì ed espatriò; qualche altro
trovò il modo di far scivolare alcuni rotoli di _svanziche_ nelle
saccoccie di qualche medico militare; qualcuno si rassegnò, ed
accettò il duro partito di servire. Rammenterò tra questi il mio
compagno Antonio Frigerio, a cui la famiglia impedì la fuga, che
pur aveva promessa ai compagni. Arruolato in un reggimento di ulani,
diventò ufficiale e servì fino al 1859; ritornato, non rivide più i
vecchi amici; ma nel 1866, entrò nei Garibaldini, fu capitano e morì
combattendo valorosamente a Vezza in Valcamonica.
Tra quelli, de’ miei compagni s’intende, che espatriarono ed andarono
ad arruolarsi in Piemonte, rammento Emilio Guicciardi e Augusto Verga
che furono tra i primi; e tra quelli cui furono _ospitali_ le tasche
d’un medico militare pronte ad accogliere i _rotoli_, rammento Lodovico
Mancini e Costantino Garavaglia. Questi erano venuti a sapere che
c’era una _tale_, per cui mezzo si poteva far arrivare a un medico
militare della Commissione di leva una data somma e con questa venir
dichiarati inabili. Bisognava però, com’era giusto, che ci fosse un
qualche difettuccio che potesse essere di pretesto. Il difettuccio
veniva accertato in una visita preliminare. Se la Commissione liberava
definitivamente il coscritto, questo pagava a quella _tale_ quaranta
marenghi; ma se lo rimandava soltanto d’anno in anno, allora se ne
pagavano venti ogni volta. Quella _tale_, fatta l’intesa, consegnava
al _cliente_ una camicia di colore, ch’era il contrassegno per farsi
riconoscere dal medico il giorno della visita dinanzi alla Commissione
di leva.
Al Garavaglia, nella visita preliminare, fu consigliato di procurarsi
una forte irritazione alla gola, per far comparire il collo più largo.
Egli allora, comperata una tromba, ci soffiava dentro finchè aveva
fiato, da mattina a sera, in campagna, a qualche miglio dalla città.
Per quella volta fu rimandato, e dovette pagare i venti marenghi più
volte.
Il caso del Mancini era più grave, poichè, a Roma, egli era stato
ferito in una gamba da una palla francese, e ne aveva ancora la
cicatrice. I feriti del ’48 e del ’49 di solito venivano, senz’altro,
dichiarati abili dagli austriaci pel servizio militare. Ma nella visita
preliminare era stato consigliato a favorire una certa dilatazione
che aveva alle vene delle gambe; ed egli da quel giorno non fece che
percorrere i bastioni della città, finchè gli reggevan le forze. Le
passeggiate raggiunsero lo scopo; e mediante i quaranta marenghi fu
libero.
Se qualcuno ci domandasse, poichè eravamo degli studenti, che cosa
succedesse intanto dei nostri studi, risponderei subito che si studiava
ben poco. Le Università eran sempre chiuse, e coi nostri professori
privati si discorreva più dei fatti del giorno che dei codici e delle
pandette. Ci radunavamo in gruppi a ripassare le lezioni, ma gli studi
si convertivano presto in passeggiate, in bicchierate, in esercizi
ginnastici, e in un tantino di cospirazione politica che non mancava
mai. L’esercizio prediletto era la scherma, nella nostra famosa sala,
colle sciabole di legno.
Quelle sciabole di legno non erano un’illusione maggiore di tant’altre;
ma fu traverso le illusioni che la generazione d’allora andò preparando
la realtà.
Tra i miei esercizi ginnastici di quel tempo ce ne fu uno abbastanza
bizzarro, e fu quello d’imparar le manovre dei pompieri. Nell’autunno
antecedente mi ero inteso col mio amico Giovanni Salis, fratello di
Ulisse, per istituire delle compagnie di pompieri a Tirano e in qualche
altra borgata dell’alta Valtellina, assumendomi l’incarico d’esserne
io l’istruttore per risparmiare la spesa ai Comuni. Detto fatto ne
chiesi il permesso al Municipio di Milano, e ottenutolo, il comandante
dei pompieri mi mise senz’altro tra le reclute dell’annata facendomi
seguire tutto il corso della loro istruzione. Per un paio di mesi,
ogni mattina all’alba dovevo trovarmi alla caserma dei pompieri a S.
Maria delle Grazie a imparar gli esercizi e le manovre delle macchine
in abito di fatica. Così imparai come si cammina sui tetti e lungo
le gronde; come si può salire in alto anche senza le scale solite
della casa, e saltare dall’alto senza rompersi il collo; imparai come
si smorzan le fiamme, e come nei casi difficili si possa salvare il
prossimo e sè stessi.
I miei pompieri tiranesi eran tutti antichi volontari del ’48 e del
’49, e anche nel manovrare le pompe ci si metteva sempre qualcosa
di militare e di patriottico. Tra un esercizio e l’altro si parlava
del passato, e poi ci mandavamo qualche occhiata d’intelligenza con
allusioni all’avvenire.
Nella nostra casa di Tirano era cessata l’occupazione militare e
avevamo principiato a riparare i guasti che non eran pochi, tanto più
che parecchi mobili avevan servito a far bollire le pentole dei croati.
Ritornati in possesso delle nostre stanze eravamo anche tornati
alle nostre abitudini e alle nostre occupazioni ordinarie: Emilio
passava molte ore della giornata nel suo studio leggendo, studiando,
scrivendo; io mi occupavo molto delle faccende campagnole, aiutato
da mio fratello Enrico, e malinconicamente andavo osservando i bei
vigneti tiranesi desolati sempre più dall’_oidium_. Nel mio viaggetto
in Sicilia dell’anno prima avevo saputo che i vigneti vicini alle
solfatare andavano in parte immuni dall’_oidium_, che a quel tempo
colpiva la maggior parte dei vigneti in quasi tutta Europa. Dappertutto
i viticoltori andavano esperimentando i vari rimedi che empiricamente
venivano suggeriti, e sempre inutilmente, contro la _crittogama_.
Alcuni cominciavano ad esperimentare anche lo zolfo, e anch’io mi ci
provai in qualche mio vigneto. Ma i contadini erano riluttanti: a molti
di loro lo _zolfo_ sembrava un rimedio diabolico contro un castigo di
Dio. Intanto andavano aumentando la miseria, la fame e le malattie.
In Valtellina, specialmente nella parte centrale, l’uva è il prodotto
principale; in alcuni paesi è il prodotto quasi unico. Nel 1854 la
totale mancanza di quel prodotto, che doveva durare dieci anni, era al
quinto anno, e già se ne vedevano i terribili effetti; ad accrescere
la miseria pubblica c’era anche il _colèra_ che manifestatosi a Milano
serpeggiava in tutta la Lombardia ed era penetrato anche in Valtellina.
Le vacanze di quell’autunno furono, dunque, poco liete. _Oidium_ e
_colèra_ furono gli argomenti principali dei discorsi nel salotto che
mia madre aveva riaperto alle amiche e agli amici tiranesi, dopo che
gli alloggi militari erano cessati in casa nostra.
Emilio, di tanto in tanto, andava a Grosio, e spesso lo seguivo
anch’io, passando alcuni giorni nella nostra vecchia casa, in mezzo ai
nostri contadini e a tanta buona gente che ci voleva bene, e a cui ci
legava un tradizionale affetto.
Emilio amava assai la caccia, quella specialmente dell’alta montagna,
ed era un buon tiratore. Ma in quegli anni i cacciatori dovevano
contentarsi di rammentare tra loro i fasti d’un tempo, poichè i fucili
da caccia erano vietati dallo stato d’assedio. Io che non fui e non
divenni mai un cacciatore, neanche colla civetta, pure mi divertivo a
sentire i discorsi degli altri, tanto più se si trattava di avventure
strepitose, raccontate sotto la cappa del camino, da qualche vecchio
cacciatore d’orsi.
«È furbo l’orso! ed ha talento!» mi diceva una volta con serietà uno di
essi. «Se l’orso avesse fatto gli studi nessuno mai lo piglierebbe!»
Nel vicino paese di Grossotto avevamo un gruppo d’amici, persone
ottime, intelligenti come non sempre se ne trovano nei paesi piccoli;
con essi ci comunicavamo le nostre speranze e si facevano chiacchiere
infinite. Teneva il primo posto in mezzo a loro il medico del Comune,
il dottor Benedetto Rizzi, uomo di studi e di molta intelligenza, che
avrebbe emerso in qualsiasi campo più vasto, ma che s’accontentò di
vivere nella sua piccola patria, esercitando una influenza benefica,
soprattutto patriottica.
Rammento sempre con piacere le lunghe serate che si passavano con
questi amici nel salottino o nella cucina dell’osterietta di Grossotto
o di Grosio, discorrendo di politica e lasciando libera la fantasia
a speranze, che allora si sarebbero dette follie; noi sognavamo la
nostra Italia come gl’innamorati sognano il loro focolare domestico
dell’avvenire.
L’oste di Grosio, certo Ettore, era persona fidatissima, e nella sua
cucina la politica era al sicuro. Il buon Ettore era quasi un amico
di noi tutti; pescatore, cacciatore, suonava l’organo e il violino,
ammaestrava i gatti e gli uccelli, e raccoglieva qualche oggetto di
antichità. In mezzo a tante occupazioni qualche volta si aspettava
invano all’ora del desinare; ciò però non diminuiva la sua riputazione
di buon cuoco.
Nel settembre del 1854, come è noto, c’era stata in Crimea la battaglia
dell’Alma, poi nell’ottobre quella di Balaklava e ai primi di novembre
quella d’Inkerman; tre fatti che nelle nostre fantasie venivano a
portar legna al fuoco e a farci vedere traverso le vittorie degli
alleati la possibilità di avvenimenti che per reggere avevano bisogno
appunto di fantasie molto fertili; ma chi vuol sperare si contenta di
così poco!
I discorsi politici si facevano ogni sera anche ai tavolini di giuoco
di mia madre, ma i giudizi e i criteri erano più calmi e meno unanimi.
Mia madre, che seguiva di solito le nostre opinioni, dava spesso l’aire
con qualche esclamazione speranzosa; ma si metteva a brontolare subito
mio zio Merizzi, gran pessimista, che trovava modo di brontolare contro
quelli che credevano onnipotenti gli austriaci e contro quelli che
credevano possibile di liberarsene.
Il prevosto di Tirano, don Carlo Zaffrani, un buon prete patriotta,
e ottimista anche più di noi e di mia madre, vedeva gli Austriaci
andarsene ad ogni più piccolo avvenimento; e intanto pigliava il largo,
a buon conto, ogni volta che capitava in paese qualche commissario
straordinario di Polizia, dacchè aveva visto che si imprigionavano e si
impiccavano anche i preti.
Quarto al tavolino da giuoco sedeva di solito il signor Valentino
Negri, consigliere di Tribunale in pensione, uomo grave, corpulento,
sulla settantina, danaroso, complimentoso e che professava i principii
più austeri, pur concedendo loro, di tanto in tanto, e in secreto, una
qualche tregua galante. Egli soleva frammezzare il giuoco e i discorsi
con qualche aneddoto o con qualche motto, che nella sua intenzione
dovevano essere piacevolissimi. Quando si parlava di politica non si
sbilanciava: l’Imperatore d’Austria era sempre _Sua Maestà_; e tutt’al
più si permetteva qualche critica dubitativa a proposito di Metternich,
o di qualche altro ministro morto, o fuori di carica da un pezzo.
Soltanto dopo il 1859 la sua lingua diventò più sciolta: allora _Sua
Maestà_ diventò il _Nerone_ austriaco e l’aborrito tiranno.
Nel salotto c’era alle volte un secondo tavolino da giuoco; c’erano
poi sempre delle signore o delle signorine che lavoravano intorno a una
tavola, ed altri amici di casa che discorrevano in crocchio. Tra questi
uno dei più assidui era don Antonio Homodei, giuocatore appassionato,
quando non era sotto gli occhi di sua moglie. Ma questa gli si metteva
di solito al fianco per sorvegliarlo e per frenarlo all’occorrenza;
soprattutto quando lo vedeva ostinarsi in qualche partita, sfortunata e
sfrenata, nella quale si potevan perdere fin due lire.
Don Antonio allora, con suo dolore, doveva smettere; ma si confortava
col dire una qualche facezia sugli sfortunati al giuoco; facezia
che ripeteva da chi sa quanti anni, e di cui ogni volta rideva
chiassosamente, sebbene sua moglie lo tirasse per l’abito, dicendogli:
Homodei, non dir sciocchezze!
E le famose _bande d’insorgenti_ che avrebbero dovuto comparire nelle
vallate quell’autunno? Qualche amico aveva domandato a Emilio notizie
delle famose _bande_, poichè se ne parlava ancora secretamente in
Milano. Ma le notizie erano presto date: le _bande_ non avevano mai
esistito che nella fantasia degli emigrati di Londra e di Ginevra. Sui
confini dei Grigioni e dell’Engadina, ove eravamo noi in quei giorni,
non s’erano veduti che dei pastori, poichè a quel tempo non esistevano
i _touristes_.
Ritornati a Milano avvenne un caso che poco mancò non mandasse Emilio
in prigione, mentre l’aveva tante volte cansata. Un mio conoscente
venne a dirgli che si trovava a Milano, presso un suo amico, che si
chiamava Giuseppe Pozzi, un tal Bedeschini veneto, il quale aveva fatto
un giro per le provincie, dicendosi incaricato da Mazzini, allo scopo
di riordinare le fila del partito repubblicano. Emilio era pregato
di intervenire all’adunanza, soprattutto per spiegare come l’antico
partito _d’azione_ fosse uscito dal partito _mazziniano_, e avesse
preso una nuova direzione.
Emilio, non conoscendo questo Bedeschini, non voleva sulle prime
recarsi al ritrovo; ma dopo molte insistenze, e non volendo che si
credesse ch’egli si asteneva per timore, ci andò! Il Bedeschini volle
conoscere gl’intervenuti, ma Emilio sostenne vigorosamente che non si
dovevano pronunziar nomi, e i nomi non furono pronunziati; poi disse
le ragioni per le quali non era più possibile ritornare agli antichi
metodi; e il ritrovo fu sciolto.
La mattina seguente il Pozzi, presso il quale il Bedeschini era ospite,
e molti altri anche fuori di Milano, di cui questi conosceva il nome,
venivano tutti arrestati. Il Bedeschini era un agente provocatore
pagato dalla polizia, come si seppe più tardi: anzi si disse che per
questa _retata_ ricevesse trentamila _svanziche_. Nuovi processi furono
iniziati e le prigioni si aprirono ad altri infelici.