— «_Concordia, coraggio_» rispose il capo della pattuglia.
— «Veramente», osservò il vecchietto, «la parola d’ordine sarebbe
un’altra... però, siamo tutti italiani, e passino pure...»
Rimanemmo appoggiati alla barricata chiacchierando, io e il mio
vecchietto, ch’era un impiegato in pensione, per un paio d’ore. Il
vecchietto mi raccontò che il Podestà era stato _promosso a Governo
Provvisorio_; e mi confidò le ingiustizie che aveva subite durante
la sua carriera, concludendo che se _arriveremo a diventar noi i
tedeschi_...
Alla fine cominciammo a domandarci che cosa facevamo noi lì. Il nemico
non si lasciava vedere; si combatteva in tutt’altre parti della città;
intorno a noi tutto era silenzio; la curiosità chiamava tutti altrove;
e anche noi due, dataci la buona sera, ce ne andammo pei fatti nostri.
Riacquistata la mia libertà individuale, mi portai alla Corsia dei
Servi (ora Corso Vittorio Emanuele), e poi mi spinsi innanzi verso il
Corso di Porta Orientale.
Vidi con stupore la barricata dei chierici del Seminario, la più
formidabile di quante ce ne fossero in tutta Milano; una barricata
tutta fatta coi lastroni di granito dei marciapiedi, che sbarrava il
Corso, ed era alta parecchi metri. Vidi sventolare sulla più alta
guglia del Duomo la bandiera tricolore, messaci, seppi poi, dal
Torelli, un amico di mio padre, che vedevo in casa nostra a Milano
e a Tirano. Vidi poi alzarsi i palloncini, fatti dai seminaristi,
per mandar fuori di città i bollettini e i proclami del Governo
Provvisorio[10].
Vidi cose serie e cose buffe, ma che allora a me, e a tutti, parevano
serie anch’esse; vidi le barelle su cui erano trasportati feriti e
morti; e vidi dei bellimbusti, con corazze lucenti, sciarpe e cappelli
con penne d’ogni colore, con spadoni antichi, che passeggiavano, come
cantanti sul palcoscenico. Ammiravo anche loro.
Ritornato sul tardi al mio quartiere generale, presso mia madre,
in casa Garnier, ove continuava l’andirivieni di conoscenti e non
conoscenti, seppi le nuove di tutti i fatti che s’erano andati
svolgendo nella giornata.
Seppi ch’era stato costituito il Governo Provvisorio, e che il conte
Martini aveva potuto penetrare dalle mura in città, recando da Torino
l’assicurazione datagli da Carlo Alberto che le truppe piemontesi
avrebbero varcato il Ticino. Seppi che i consoli s’erano recati dal
maresciallo Radetzki, e che il giorno prima un maggiore austriaco si
era presentato al Governo Provvisorio per proporre un armistizio.
A quella notizia, il viso di _Madame_ Garnier, che in cuor suo
cominciava ad essere inquieta per l’andirivieni crescente degli ospiti,
si illuminò d’un breve raggio di speranza. Ma subito chinò gli occhi,
rassegnata, perchè, tra gli applausi degli astanti, si sentì che il
Governo Provvisorio aveva respinto la proposta. Questa notizia veniva
a mano a mano ripetuta festosamente da quanti venivano, e tutti la
ripetevano a un modo ch’era evidentemente quello della verità. Il
Governo, cioè, aveva riunito il Comitato di difesa, e i principali
comandanti delle barricate. La discussione era stata breve. Il conte
Durini e il conte Pompeo Litta, ex militare Napoleonico, avevano
osservato che l’armistizio poteva esserci utile per lasciare a Carlo
Alberto il tempo di giungere a Milano e prendere gli austriaci alle
spalle. Ma gli altri, unanimi, dimostrarono le ragioni prevalenti per
respingere la proposta, la quale era stata pur respinta dai Comitati
di guerra e di difesa, recentemente nominati. Del Comitato di guerra,
nominato il terzo giorno, aveva accettato di far parte anche il
Cattaneo[11].
I felici e importanti successi ottenuti dagli insorti nella quarta
giornata, la presa della caserma del Genio (l’attuale palazzo della
Cassa di Risparmio) e di altre caserme, nelle quali s’eran fatti dei
prigionieri, avevano nei più accresciuto l’entusiasmo e la fede, e
dissipato in parecchi i dubbi e la paura.
Dopo la presa delle caserme e dei vari posti militari, il numero dei
cittadini armati era di molto cresciuto, e si facevano più fitte le
fucilate, di cui giungeva l’eco dai vari punti della città.
C’era già nell’aria il presentimento della vittoria, e si pareva tutti
mezzo matti per l’esaltazione e per la gioia: non si vedevano che
facce stravolte per la fatica, per l’insonnia, e per l’ebbrezza della
lotta e del pericolo: tutti avevano la voce rauca, tutti avevan fame,
e cercavano di rifocillarsi, sicchè pareva un boccone ghiotto anche il
pezzo di pane secco che veniva offerto da chi ne aveva ancora un poco
in serbo.
Gli austriaci, sia per indecisione, sia per un certo sprezzo militare
di fronte a dei borghesi quasi senz’armi, s’eran lasciati sorprendere
il primo giorno, e poi non avevan saputo riaversi con una offensiva
risoluta e audace. Al quarto giorno la lotta era diventata difficile,
ma nei primi due giorni, con un’azione vigorosa, le truppe avrebbero
potuto soffocare la rivoluzione senza molta difficoltà, prima che fosse
proclamato l’intervento di Carlo Alberto. Radetzki giustificò la sua
ritirata con buone ragioni; ma le ha trovate dopo.
Alla fine, le barricate, le tegole che piovevano dai tetti, e
quell’incessante sonare a stormo di tutti i campanili della città,
avevano sbalordito, scoraggiato i soldati. I generali, tra le notizie
incerte, allarmanti, di Vienna, di Torino, e delle città lombarde,
pressochè tutte insorte, erano rimasti dubbiosi e inerti. Le truppe
stettero quasi sempre sulla difensiva, certamente ostinata e valorosa,
ma i loro assalti alle barricate furono pochi, e poco vigorosi.
La sera del quarto giorno gli austriaci avevano perduto quasi tutti i
posti e tutte le caserme dell’interno della città; erano ancora però
padroni del Castello e dei bastioni che circondano la città, e delle
porte.
Tra i posti perduti nell’interno della città c’era stato, come ho
detto, il palazzo del Genio militare, ove ora si trova la Cassa di
Risparmio. Ne aveva diretta la presa Augusto Anfossi, che aveva
militato all’estero. Dirigeva il fuoco da un balcone d’una casa
dirimpetto, quando una palla lo colpì in fronte. Ma l’assalto era
continuato, per opera del manipolo d’insorti capitanati dal Manara,
in cui erano il Dandolo, il Morosini, Manfredo Camperio, i Mancini,
il Minonzi, ed altri; finchè un ciabattino sciancato, Pasquale
Sottocornola, si portò ad appiccare il fuoco alla porta della caserma,
incendiandola, così fu costretta alla resa.
_L’assalto a una porta_ — fu il pensiero, fu la parola d’ordine dei
combattenti, del Governo Provvisorio e del Comitato di difesa, nella
notte tra la quarta e la quinta giornata. Con ciò si sarebbe rotto
quell’anello che circondava la città; gli armati accorsi dai paesi
vicini sotto le mura[12] sarebbero entrati in Milano, e con essi i
viveri che cominciavano a scarseggiare.
L’impresa era certamente grave e difficile, ma in quel momento tutto
pareva possibile nell’ebbrezza delle prime vittorie.