_Sommario:_ Il secondo giorno della rivoluzione. — L’aspetto delle
vie. — Broggi. — L’ing. Alfieri nostro casigliano prende il comando
del quartiere e mi mette di guardia su un tetto. — Ospitalità
nelle famiglie. — La mattina del lunedì. — Assalto alla casa del
Duca Visconti. — Il figlio del mio portinaio. — Ferimento d’un
ufficiale. — Don Cesare Ajroldi e la barricata di S. Babila. —
Terza giornata. — Con mia madre e mio fratello passiamo in via
Durini, nel Collegio Garnier. — Il Console Pontificio. — L’ing.
Alfieri impazzito. — La barricata del Seminario e i palloncini dei
seminaristi. — Formazione del Governo Provvisorio. — La proposta
d’armistizio. — La guarnigione austriaca. — La presa della Caserma
del Genio. — Note sull’armistizio e sui fratelli Borgazi.
All’alba del giorno seguente, una domenica, Emilio era uscito di casa
di buon’ora, ed anch’io ero sceso, e m’ero fermato sul limitare del
portone, socchiuso come tutti gli altri portoni.
Pioveva; nella via della Cerva non si vedeva nessuno; tutt’in giro
era un profondo silenzio, non interrotto che dal suono continuo delle
campane a storno, e da qualche colpo di cannone. Tutte le persiane
eran chiuse, o socchiuse. Mi spinsi piano piano fino allo sbocco della
strada, e vidi che anche la via Monforte era abbandonata e silenziosa.
La barricata del ponte era stata distrutta dagli austriaci durante la
notte e gettata in parte nel canale detto il _Naviglio_. Al di là del
ponte, in vicinanza del palazzo del Governo, si vedevano dei soldati,
che ora procedevano guardinghi, ora si ritiravano tenendosi ai lati
della strada, sotto le gronde, coi fucili in direzione delle finestre,
e pronti a far fuoco appena vedessero una persiana semiaperta.
A un tratto vidi venire dal piazzale di S. Babila, rasente il muro,
un giovane armato di carabina; egli si fermò al vicolo Rasini, e si
appostò dietro l’angolo. Questo valoroso, che doveva morire poche ore
dopo, era Giuseppe Broggi. Dal punto in cui s’era messo, incominciò
a far fuoco contro i soldati che erano nelle vicinanze del ponte, e
ogni suo colpo ne faceva cadere uno. Così, solo, in meno di mezz’ora
ricacciò fino al bastione i soldati che avanzandosi lentamente si
preparavano ad occupare la via Monforte. Il Broggi, quando vide che
tutta la via era sgombra, si avanzò fino al ponte, e presa la strada
del _Naviglio_ si appostò di nuovo, facendo fuoco, all’angolo del
Corso. Qui ebbe, sulle prime, il medesimo fortunato successo, finchè
una palla di cannone, rimbalzando dallo stipite di una porta, che ne
conserva ancora la traccia, gli squarciò il petto.
Per alcune ore tutto fu quiete e silenzio nelle vie Cerva e Monforte.
Di tanto in tanto qualcuno si affacciava alle finestre, o con passo
prudente usciva dalle porte, e allora si avviava in istrada un po’
di conversazione, per chiedersi e scambiarsi qualche notizia. Non
tutti, naturalmente, erano eroi; chi aveva l’aria spaventata; chi
sommessamente arrischiava qualche parola di prudenza o di biasimo;
chi si millantava; chi, senza allontanarsi dalla porta, prudentemente,
faceva progetti e propositi terribili. Tutti, anche i migliori, erano
esaltati, e ben diversi del solito.
Tra le persone più agitate del quartiere osservai un certo ingegnere
Alfieri, che abitava nella stessa nostra casa; uomo di solito
tranquillo e di poche parole, diventato ora loquacissimo e di maniere
strane. Egli s’era trovato il giorno prima in via Monte Napoleone nel
momento di quel gran parapiglia in cui la folla, che ritornava dal
palazzo del Governo, veniva accolta a fucilate da una compagnia di
soldati. Vivamente impressionato, aveva avuto tutta la notte, come
mi disse poi il suo servitore, una gran febbre, e improvvisamente era
impazzito. Ma nessuno lo sospettò allora, e parve soltanto un patriota
dei più ardenti.
L’ingegnere Alfieri, a un tratto, chiamò tutto il vicinato e parecchi
delle case vicine a raccolta in una corte; dichiarò che da quel momento
egli prendeva il comando del quartiere e che tutti avrebbero dovuto
obbedire a lui solo sotto la più severa disciplina. La cosa parve
a tutti naturalissima, e l’ingegnere cominciò a dare i suoi ordini.
Ordinò che si preparassero dei pannolini bagnati per spegnere le bombe,
e che si mettessero delle caldaie al fuoco per gettare acqua ed olio
bollente sui soldati; poi mandò alcuni nelle cantine, e sui tetti,
per sorvegliare le spie e i nemici nascosti. Anche su ciò non si ebbe
nulla da ridire. A me, che avevo le pistole, diede l’ordine di tenermi
accovacciato dietro l’abbaino d’un tetto, ove mi condusse egli stesso,
per sorprendere un nano che, a suo dire, faceva dei segnali dai tetti,
ai soldati. A nessuno, dico, venne il sospetto che a quel nostro
comandante avesse dato di volta il cervello. Erano tutti esaltati da
un bisogno di fare e di credere; più un comando era misterioso, e più
ci trovava devoti. Si viveva all’infuori della realtà; la realtà era
il complesso dei sentimenti e delle speranze di tutti; era un amore
infinito per l’Italia; era la sicurezza della vittoria!
Rimasi parecchie ore sul tetto, dietro il mio abbaino, osservando
innanzi tutto se compariva il _nano_, e poi le linee dei soldati, che
tratto tratto sfilavano sui bastioni, a passo rapido, e guardando i
campanari che picchiavano a martello le campane sulle torri di tutte
le chiese. Tutto ciò, tra un rumore continuo di grida, di fucilate,
di cannonate, che assordavano l’aria, e tra il sibilo tetro delle
racchette e delle bombe.
Nel guardare lungo la via, vidi presso il ponte sul _Naviglio_
di S. Damiano, stesi sul lastrico, due cadaveri, che vi giacevano
probabilmente dal giorno prima. E infatti seppi poi che i soldati
venuti dal bastione a rioccupare il palazzo del Governo, appena n’erano
usciti O’Donnel e le Autorità milanesi, nel caricare la folla e nel
risospingerla al di là del ponte, erano in alcune case, e saliti sui
tetti, avevano gettato in istrada quei due infelici che vi stavano
appiattati, e di cui vedevo i cadaveri.
In quel momento mi sentii risuonare nell’anima, con una profonda pietà,
quel grido: _evviva i morti!_ con cui avevo sentito il giorno prima la
folla salutare le prime vittime.
I morti erano là. E non ristavo dal guardarli da lontano, con quella
specie di fascino che ci tiene avvinti alle cose che si fanno meditare.
Chi erano quei morti?
Venne la sera, e il _nano_ non compariva; per di più avevo una gran
fame, e ciò contribuì a persuadermi che la mia missione fosse pel
momento finita. Cercai la scaletta per la quale ero venuto, ed ebbi
l’ingrata sorpresa di vedere che l’uscio era chiuso a chiave. L’aveva
forse chiuso il mio stesso comandante, per assicurarsi meglio che avrei
eseguito la consegna datami.
Che cosa fare? Non mi rimaneva che di aggirarmi pei tetti, come un
gatto, di fumaiuolo in fumaiuolo, col pericolo di finire in istrada, in
cerca d’un’altra soffitta aperta e d’un’altra scaletta.
Le trovai; scesi; ed eccomi in una casa, e in mezzo a gente che non
conoscevo. In altri tempi sarei stato accolto come un ladro, ma in quel
giorno fui accolto come un amico, come un figliuolo di casa. Narrai
la mia avventura a quella buona famiglia, in mezzo alla quale ero
capitato; mi si fece una gran festa, si parlò del _nano_, e si voleva
anche trattenermi a cena, se non avessi fretta di rivedere mia madre.
Non è facile descrivere l’ospitalità che in quei giorni si trovava in
ogni casa. I pericoli, e le vicende della lotta, obbligavano spesso
a cercar rifugio nella prima casa che capitasse. Tutti trovavano
dappertutto un’accoglienza fraterna e festosa. Pareva che Milano
fosse una sola famiglia. Si era in quei giorni tutti amici e fratelli;
tutti si soccorrevano a vicenda, si abbracciavano, si davan del tu.
Dalle strade si saliva nelle abitazioni, e vi si trovava un letto per
riposare, un bicchier di vino, un boccone per rifocillarsi. Ciò alle
volte diventava una vera necessità. In alcune vie tutte le botteghe
eran chiuse, e le comunicazioni erano difficilissime. Qualche cuoco,
o qualche servitore che si era azzardato ad andare in cerca di
commestibili, era stato ferito o ammazzato. La città era bloccata,
e al quarto giorno i viveri cominciarono a scarseggiare. La larga
ospitalità, che metteva in comune le provviste di quelli che ancora ne
avevano, diventava una vera provvidenza.
I ricchi e le persone agiate distribuivano, nelle strade e nelle
case, viveri e soccorsi a quanti si presentassero loro, fossero o non
fossero poveri. I signori distribuivano larghi soccorsi ai popolani
e agli operai, che in quei giorni della rivoluzione si trovavano
necessariamente disoccupati. Soccorrevano in ogni maniera anche le
loro famiglie, ed essi volonterosi e coraggiosamente si adoperavano in
ogni più audace azione, e volonterosi ubbidivano a chi li dirigeva e li
comandava.
Nessun furto avvenne in quei giorni, mentre tutte le case erano aperte
a tutti e non guardate da nessuno. Milano era una famiglia sola; tale
fu la fisionomia morale della rivoluzione.
La mattina del lunedì, di buon’ora, qualcuno venne ad avvisarci che i
soldati si avanzavano, che avevano oltrepassato il ponte, e che pareva
si disponessero ad occupare tutta la via. Sarebbe stata da parte loro
una bella mossa, che avrebbe potuto condurli a pigliare alle spalle le
barricate del corso di Porta Orientale.
L’allarme fu grande, tanto nella casa nostra, quanto nelle case
vicine, e tutti si misero ad asserragliare le porte per timore d’una
invasione. Il figlio del nostro portinaio, certo Cecco Migliavacca,
giovanotto alto e robusto, detto fatto, principiò a disselciare
il cortile, e a portar sassi su un balcone della casa dal quale si
dominava l’imboccatura della strada. Io lo aiutai in questo lavoro, e
in pochissimo tempo ci fu su quel balcone una abbondante provvista di
sassi. Quando, ad un tratto, che cosa vediamo? I soldati si avanzano
rapidamente, coi fucili puntati alle finestre, e quattro zappatori
colle asce alzate, comandati da un ufficiale, principiano a menar
colpi a tutta forza contro il portone della casa del duca Visconti di
Modrone, che fa angolo tra via Monforte e via della Cerva.
Quella casa era zeppa di gente, venuta a ricoverarsi dalle case più
minacciate di via Monforte, e trattenuta con una generosa ospitalità
dal Duca.
Il mio giovanotto cominciò a lanciar sassi furiosamente: io l’aiutai
del mio meglio, e i soldati qua e là retrocedevano, senz’accorgersi
sulle prime da qual parte venisse quella grandinata. Tutto ciò fu
l’affare d’un minuto.
Intanto il portone di casa Visconti stava per cedere ed era imminente
una qualche grave sciagura: quand’ecco aprirsi la finestra d’una casa
vicina, che fa angolo col vicolo Rasini, e nella quale abitavano alcuni
canonici della chiesa di S. Babila. A quella finestra si affaccia un
prete, il quale, tra le fucilate che gli tirano dalla strada i soldati,
spiana un fucile, prende di mira l’ufficiale e lo colpisce. Questo
fatto improvviso atterrisce i soldati, che rapidamente fuggono al di là
del ponte, portando seco il ferito. La casa Visconti era salva.
Chi era quel prete? Il vicinato disse subito che era don Cesare
Ajroldi. Io lo vidi, quel prete, mentre lanciavo i sassi, ma nella
commozione del momento non potei ravvisarlo. Sul nome di quel prete si
fecero poi correre voci disparatissime, con l’evidente intenzione di
non richiamare una speciale attenzione su nessuno. Parecchi avevano
anche l’indiscrezione di domandare all’Ajroldi stesso se fosse stato
lui l’eroe di questo episodio, ma egli si schermiva sempre. Uomo
d’ingegno e distinto predicatore, l’Ajroldi, dopo il ritorno degli
austriaci, fu tenuto per dieci anni in una specie di esilio; lo
mandarono curato in un paesello di poche centinaia d’anime; dopo il
1859 ritornò a Milano, diventò Monsignore del Duomo, ed occupò diverse
cariche cittadine nella beneficenza, tra la stima generale.
Dopo quel fatto venne l’ordine, non so da chi, di erigere una forte
barricata di fianco a S. Babila, per difendere il Corso, e per
proseguire poi, con altre barricate, di mano in mano fino al ponte.
Eccoci, dunque, tutti quelli del vicinato, a costruire in gran
fretta una barricata, servendoci di masserizie e di materiali che
generosamente ci venivan dati dalle case vicine. Don Cesare Ajroldi,
sceso in istrada esso pure, aveva preso a dirigerne la costruzione.
La barricata era finita, e già si pensava a costruirne un’altra,
quando gli austriaci avanzarono di nuovo fino al ponte con due pezzi
d’artiglieria, e ci tirarono alcune cannonate. La nostra barricata
si sfasciò, e in breve fu messa sossopra. Ci mettemmo in fretta
a ricostruirla, ma mentre stavamo collocando dei sacconi e delle
materasse per difenderla meglio, una palla di cannone l’attraversò,
schiacciando e recidendo la testa d’uno ch’era in mezzo a noi, un certo
Perelli. Don Cesare e il Migliavacca trasportarono il morto nella
vicina chiesa di S. Babila, e tiratici tutti in disparte, commossi,
assistemmo una seconda volta allo sfacelo della nostra barricata. Non
tentammo allora di rizzarla nuovamente, e poco dopo anche gli austriaci
ritirarono i loro cannoni, e pel momento non fecero più nessuna mossa
in avanti.
Nullameno i fatti di quella mattina avevano messo in allarme tutto il
quartiere. Il duca Visconti cominciò a raccogliere gente per farne
dei difensori della sua casa, e questi furono il primo nucleo d’un
reggimento di volontari, che poi equipaggiò a sue spese e condusse al
campo. Il duca in quei giorni era sempre in mezzo alla strada, con
un sacchetto di lire austriache, dette zvanziche, che vuotava e poi
riempiva, distribuendo sussidi agli operai, ai popolani, alle donne del
quartiere e dei quartieri vicini.
Intanto le case di via Monforte e di via Cerva venivano in parte
abbandonate dagli inquilini, che cercavano di rifugiarsi in vie meno
esposte, in punti meno minacciati. Correva la voce che gli austriaci
si preparassero ad un nuovo e più vigoroso assalto, scendendo dalla via
Monforte.
La mattina del terzo giorno Emilio, capitato a casa, dopo averci
narrate le sue vicende, ma in modo da non spaventare la mamma, la
persuase a lasciar la casa, e a portarsi altrove con me e col fratello
Enrico. Mia madre pensò allora di recarsi nella vicina via Durini
presso una certa _madame_ Garnier, ch’essa conosceva e ch’era la
direttrice d’un Collegio di fanciulle situato nel palazzo Durini.
Non è à dire con quanta festa ci accogliesse quella buona signora,
la quale aveva già messo a disposizione di altri, ch’erano venuti a
chiederle ospitalità, i locali delle sue scuole. C’era perciò, in
quel Collegio, un andirivieni continuo di amici e di amiche della
Direttrice, di giovanotti armati e di combattenti che venivano a
portare e a sentir notizie, a veder le sorelle, o le madri che v’erano
accorse, a rifocillarsi, a riposarsi, o a farsi medicare se feriti.
Tutto ciò in un Collegio di fanciulle! Ma chi ci badava allora? Tutti
rispettosi, tutti fratelli; la gente aveva ben altro pel capo.
Dopo che ci fummo collocati alla meglio nella nuova abitazione, mi
venne la curiosità di ritornare in via Cerva, e di dare una capatina
in via Monforte per vedere se gli austriaci avanzassero. In via Cerva
trovai un assembramento di persone, e pareva anche che ci fosse un
po’ di parapiglia, precisamente dinanzi alla casa Perelli, dove noi
abitavamo. Che cosa era avvenuto? In quella casa abitava pure un
certo De Simoni, console pontificio; ora un messo, scortato da alcuni
cittadini armati, era venuto ad invitarlo a un ritrovo dei Consoli che,
come si seppe poi, volevano chiedere un abboccamento al maresciallo
Radetzki. Ma il messo e la pattuglia erano stati bruscamente fermati
dall’ingegnere Alfieri, il quale gridava che senza il suo permesso il
Console non sarebbe uscito di casa.
Il Console intanto s’era affacciato alla finestra, ed era principiato
un curioso colloquio tra lui, l’Alfieri, il messo e quelli della
strada.
Finalmente il Console, in uniforme, scese, e allora l’Alfieri si mise
a gridare: «Vedete quest’uomo? Questa è la spia che tutti andiamo
cercando da due giorni... ammazzatelo!»
Il povero Console, che non ne capiva nulla, si agitava, tremava; ma per
fortuna le smanie dell’Alfieri furon tali e tante che tutti finalmente
si accorsero, cosa non facile in quei momenti, che aveva smarrita
la ragione. Dopo un chiasso indiavolato, l’Alfieri cadde a terra
dibattendosi.
Raccolto da alcuni pietosi fu condotto all’Ospedale, dove pochi giorni
dopo morì delirando. Non fu in quei giorni il solo caso di pazzia
improvvisa.
La mattina del 21, sull’albeggiare, dopo parecchie ore dormite
saporitamente su una branda, nell’anticamera del Collegio Garnier,
non ostante lo scampanìo continuo di quasi tutti i campanili della
città, scesi in istrada e m’imbattei subito in alcuni che, con una
sciarpa tricolore a tracolla, si affannavano a dar ordini in nome del
Comitato di difesa e a disciplinare l’insurrezione: non fosse altro, ne
avevano la buona intenzione. Caduto anch’io nelle mani di questi capi,
fui messo subito di sentinella ad una innocua barricata, che chiudeva
la via Durini dalla parte del Verziere. Il mio comandante, dopo aver
osservato le mie pistole, non trovandole forse abbastanza micidiali,
volle aumentare il mio armamento, e mi mise in mano un fioretto da
scherma, poi mi diede la parola d’ordine: _Papa Pio_.
Poco dopo venne un altro capo, il quale trovò opportuno di rinforzare
il posto, e mi diede un compagno, ch’era un buon vecchietto, armato
di una lancia antica. Gli confidai la parola d’ordine, e fummo subito
amici.