[1] Prima ancora che cominciassero i tempi fortunosi della
Rivoluzione Francese, mio nonno, unitamente alle persone più
cospicue della Valle, prese parte attiva ad una agitazione legale
contro il mal governo del Ducato di Milano, ossia all’Austria,
quale garante dei patti che esistevano tra i Valtellinesi e i
Grigioni; patti che poi il Governo dominante aveva continuamente
violati. Il Governo Grigione, cominciato in Valtellina dopo la
caduta del Ducato di Milano, nel 1512, era stato interrotto durante
la guerra dei trent’anni, dalla rivoluzione del 1620, nota sotto
il nome di _sacro macello_, seguìta da una lunga guerra, e poi
ristabilito dalle Potenze nel 1639. Il Governo, detto delle Tre
Leghe, risiedeva a Coira, ed era formato da una gerarchia, che
dava le cariche pubbliche, specialmente in Valtellina, in appalto
ai maggiori offerenti, i quali poi se ne compensavano facendo
traffico della giustizia e dell’amministrazione nei paesi soggetti.
Si comprende quanto fosse aborrito, e quanti odiosi ricordi avesse
lasciato in Valtellina quel Governo.
[2] Avvenuta nel 1706 l’invasione dei Francesi in Lombardia, la
Valtellina poco dopo insorse contro i suoi dominatori Grigioni,
e ottenne che il generale Bonaparte l’aggregasse alle provincia
lombarde, con un decreto pubblicato il 7 brumaio anno VI (28
ottobre 1797). In principio la Valtellina attraversò anni
tristissimi, prima col governo giacobino, poi coll’invasione
austro-russa; e allora si vide un tal Simeone Paravicini mettersi
a capo della reazione e della guerra civile. Gli Austriaci
entrarono nella valle, arrestando e mandando a Innsbruck quali
ostaggi parecchie tra le persone più note, che erano alla testa
del movimento liberale. Mio nonno, specialmente ricercato, riuscì
a fuggire, traverso gravi pericoli. I paesi dell’alta Valtellina
allora furono invasi da bande di disertori, di fuggiaschi dai
paesi limitrofi, e di malviventi d’ogni specie, che inaugurarono
un periodo di assassinii e di ladroneggi, chiamato poi il tempo
dei _briganti_. Mio nonno, ritornato in paese dopo la battaglia
di Marengo, e dopo il ritorno dei francesi, fu chiamato a diverse
cariche pubbliche; e fu anche più volte preso di mira, lui e le
sue case, dai briganti. Nell’esercizio dei suoi uffizi andava
sempre armato, e seguìto da qualche famigliare parimenti armato. I
fatti di brigantaggio si ripeterono poi in Valtellina nel 1809 in
seguito a moti avvenuti in alcuni paesi, al riaprirsi della guerra
tra la Francia e l’Austria. Le gesta dei briganti formarono poi
una leggenda durata un pezzo, che sentivo raccontare dai vecchi
quand’ero ragazzo; e nella leggenda i nomi di mio nonno e della sua
famiglia erano frequentemente ripetuti.
[3] Si pensi con quale terrore si temesse dai Valtellinesi la
possibilità d’una restaurazione del Governo Grigione dopo il
1815, alla caduta del Governo Napoleonico. Perciò il Consiglio
Dipartimentale, anche a nome di tutte le Rappresentanze Comunali
della Provincia, deliberava di mandare una missione a Vienna per
scongiurare il pericolo, e per patrocinare presso il Congresso
lo _statu quo_, cioè l’unione della Valtellina alla Lombardia.
Furono eletti e mandati a Vienna due Delegati, il conte Diego
Guicciardi, già ministro e Presidente del Senato del Regno
Italico, e Gerolamo Stampa di Chiavenna. Rimasero a Vienna
parecchi mesi, informando, nel frattempo, di quanto avveniva,
il Consiglio, gli amici, e tra questi, specialmente, mio nonno,
a cui diedero i protocolli della loro missione, ossia un diario
in cui segnavano giornalmente le trattative ed i colloqui coi
diversi Rappresentanti delle Potenze al Congresso. Da questi
protocolli, conservati in casa nostra, si rilevano le brighe e
gli sforzi dei Grigioni per riavere la Valtellina, le mosse dei
Delegati per sventarli, i propositi politici, ed i vari progetti
delle Potenze. L’Austria, naturalmente, accoglieva il voto dei
Valtellinesi, che la loro Valle rimanesse provincia lombarda, ed
aveva già occupato Chiavenna; il solo ambasciatore di Sardegna, San
Marzano, appoggiava questa soluzione, dicendo che non bisognava
lasciar aperte nuove porte agli stranieri traverso le Alpi. La
Francia e l’Inghilterra propendevano a fare della Valtellina un
Cantone svizzero autonomo. Altre Potenze, e parte dei Cantoni
svizzeri stessi, non si mostravano da principio favorevoli a questa
soluzione, per non ingrandire la Confederazione, specialmente
con un Cantone Cattolico. Intanto acquistava favore, e stava per
trionfare, una soluzione intermedia, quella di riunire ancora la
Valtellina ai Grigioni, ma costituita in Quarta Lega. Così eravamo
da capo, e si riapriva una nuova serie di discordie civili. Quando,
improvvisamente, piomba in mezzo al Congresso, come una bomba,
la notizia che Napoleone era fuggito dall’Isola d’Elba, ed era
sbarcato il 1.º marzo a Cannes. Allora, in fretta e in furia,
vengono decise varie quistioni pendenti, e il _lembo alpino del
paese lombardo_ viene subito concesso all’Austria, che le Potenze
volevano cattivarsi, ansiose di spingerla contro Napoleone. I
Valtellinesi furono lieti d’avere scossa l’odiata signoria dei
Grigioni; non avevano raggiunta l’indipendenza, ma erano ritornati
lombardi ed italiani, ottenendo finalmente per sempre un governo
civile e regolare. La Valtellina fu ufficialmente chiamata la
Provincia di Sondrio.
[4] Alla _Scala_ l’opera veniva interrotta a metà dal ballo, detto
_grande_; finita l’opera c’era il ballo _piccolo_, o _balletto
comico_. Di questi _balletti_ ne fu celebre uno, che rappresentava
in caricatura tutti i giovani eleganti milanesi più noti a quel
tempo.
[5] Nella _Cronistoria_ di Alessandro Gianetti edita da L. F.
Cogliati, si legge:
«Il direttore dell’Istituto Boselli, in obbedienza delle ricevute
ingiunzioni, dispose per l’insegnamento de’ suoi allievi del
canto dell’inno austriaco. Ma non pochi di questi allievi vi
si rifiutarono, e non lo cantarono. Tanto era il sentimento
di italianità che quegli scolaretti avevano già assorbito
nell’ambiente delle loro famiglie. Quei giovanetti erano i fratelli
Mancini, i fratelli Guy, i fratelli De Cristoforis, i fratelli
Visconti-Venosta, Carissimi, Emilio Bignami-Sormani, ed altri.»