CAPITOLO II.

1847.

_Sommario_: Ritorno a Milano. — Io e i miei fratelli continuiamo

gli studi in casa. — L’amicizia con Cesare Correnti. — Prime

letture patriottiche. — Gli amici del Correnti, e i ritrovi in

casa sua. — I funerali di Federico Confalonieri. — Una carestia

in Lombardia, e una grande questua a Milano con intenti politici.

— La morte dell’Arcivescovo Gaisruck, e l’elezione del Romilli. —

L’amnistia data da Pio IX e le prime dimostrazioni. — Ricevimento

e dimostrazioni al nuovo Arcivescovo. — Primi tafferugli e

primo spargimento di sangue. — L’autunno del 1847 in Lombardia.

— Gli inni a Pio IX. — Amici di Tirano, Giacomo Merizzi. —

Ritrovi in casa Correnti. — Il _Nipote del Vesta Verde_. — Prime

dimostrazioni e pubblica agitazione. — La dimostrazione del non

fumare. — Il Governo Austriaco aumenta le guarnigioni nelle città

Lombardo-Venete. — Metternich manda a Milano Ficquelmont, poi

Hübner con una missione politica. — Le rimostranze del Consigliere

Nazari di Bergamo al Governo.

La morte di mio padre aveva mutato interamente l’aspetto di casa

nostra. S’era partiti da Milano per la campagna, tutti lieti e felici,

ed ora si ritornava alla città in condizioni tanto diverse, e tutti con

la tristezza nell’anima.

Mia madre, accasciata da un dolore senza conforto, che le dava tratto

tratto delle crisi nervose acute, spasmodiche, s’era rinchiusa nelle

pareti domestiche, s’era allontanata da tutte le sue conoscenze, e

non vedeva più che i suoi fratelli, le sue sorelle, qualche parente, e

qualche vecchio amico. E così continuò finchè visse. La sua vita era

spezzata; la sua natura gioconda era scomparsa; e ben rare volte le

rividi sulle labbra il bel sorriso sereno di una volta.

Il mondo era finito per lei, come soleva dire; le sue cure non erano

rivolte che ai suoi figli; e sorretta da una fede ardente, una fede

pur sempre tutta indulgenza e bontà, non aveva altra speranza che di

rivedere suo marito in una vita senza fine.

Noi riprendemmo i nostri studi, con professori che ci davano le

lezioni in casa; e per non staccarsi, in quei giorni mestissimi,

dalla famiglia, anche Emilio incominciò in casa il corso degli studi

universitari di legge. Nostro padre, morendo, aveva fatto dire a Cesare

Correnti che gli affidava la direzione degli studi letterari de’ suoi

figli; sicchè s’incominciò subito a trovarci col Correnti con molta

frequenza, e con molta intimità.

Questa direzione degli studi, veramente, non fu molto assidua, nè

molto efficace; in quell’anno le menti erano distratte da ben altre

preoccupazioni, e gli animi cominciavano a commuoversi al soffio di

quelle vaghe aspirazioni, e di quei nuovi entusiasmi che preludevano

al quarantotto. Ma se nel Correnti non ho trovato il maestro de’ miei

studi, posso dire d’aver trovato presso di lui la mia prima educazione

patriottica.

Convenivano in casa sua molti studiosi, e sopratutto, molti giovani

in cui il sentimento della patria, raccolto dagli esempi dei primi

martiri italiani del 21 e del 31, e da scritti recenti che li avevano

infiammati nelle Università, cominciava a manifestarsi con un insolito

bisogno di attività e di azione.

Li sentivo parlare dell’Azeglio, del Guerrazzi, del Giusti, del

Gioberti, del Pellico, del Berchet, del Balbo, del Mazzini; e allora

m’affrettavo a procurarmi anch’io i libri di questi autori, e li

leggevo e rileggevo, riscaldandomi sempre più a questo nuovo fuoco

della patria ideale.

Ma l’autore che prediligevo sopra tutti era il Berchet. Ne sapevo

a memoria le poesie, le recitavo, le declamavo nella mia stanza, le

ripetevo ai miei compagni, e se ne prendevano tutti insieme delle vere

ubbriacature. Giovanetti e giovani s’infiammavano a quei versi, e nei

loro animi scendeva intanto profondo l’amore all’Italia e l’odio al

dominio straniero. Nel ripeterli, pregustavano la voluttà del farsi

uccidere per la patria; e questo sentimento rimase alto nei loro animi

fino al giorno in cui furono chiamati a farsi ammazzare davvero. Pochi

poeti ebbero il vanto d’avere così profondamente scossa la fibra dei

propri lettori, e d’avere avuto una così grande influenza patriottica

nel loro paese.

Non era poca l’influenza anche degli scritti di Giuseppe Mazzini, ma

però meno unanime e più discussa. Le idee mazziniane erano diffuse e

accolte con entusiasmo, soprattutto tra i giovani delle Università, ed

avevano molti seguaci anche in casa del Correnti. I suoi frequentatori

più assidui, di tanto in tanto, si passavano l’uno l’altro, di

soppiatto, e con fare un po’ misterioso, qualche foglietto manoscritto

o a stampa, e allora non sbagliavo nel pensare tra me ch’era uno

scritto del Mazzini. Io non ne conoscevo ancora gli scritti maggiori,

ma avevo per lui una vaga ammirazione, ch’era il riflesso di quella che

mi manifestavano, a parole tronche e misteriose, i giovani maggiori di

me.

In quei tempi, o poco prima, era stata fatta a Lugano un’edizione in

tre volumi, di scritti letterari del Mazzini: _Scritti letterari di un

italiano vivente_. Quest’edizione era stata diretta in secreto, a quanto

mi si diceva, da Cesare Correnti, e da qualche suo amico. Si diceva

che pure del Correnti fosse una prefazione ai versi del Giusti, che per

qualche tempo erano corsi manoscritti per Milano.

Tra gli amici più intimi del Correnti ce n’erano d’ogni classe sociale.

C’eran dei preti, come il Lega, il Mongeri, il Vignati, e qualche altro

valente; c’erano dei giovani del patriziato, come il Porro, Cesare

Giulini, Guerrieri, Giovanni e Carlo d’Adda, Giulio Carcano; c’eran

degli artisti, dei giovani ingegneri, medici, professionisti seri e

studiosi; e anche dei buontemponi compagni di Università, cacciatori

e bevitori, ma pieni di buona volontà, che venivano a prendere gli

ordini, e si incaricavano del contrabbando patriottico dei libri e dei

giornali e, alla fine, dei fucili.

Fu questa varietà di conoscenze che rese possibile a Cesare Correnti

di esercitare, in tempi difficili, una larga e forte influenza. La

coltura, la gentilezza dell’animo, l’ingegno immaginoso, che sapeva

trovare per ciascuno il linguaggio più affascinante, gli davano un

grande prestigio e una grande autorità su quanti lo avvicinavano.

Ed egli se ne valeva per infervorare tutti nell’amore all’Italia, e

per tenerli pronti a qualsiasi audacia allo scopo di liberarla dagli

stranieri. Queste varie sue amicizie gli resero possibile la molta

influenza ch’egli ebbe nel mantenere, nella diversità delle tendenze e

delle opinioni, la concordia per il grande intento comune. Anche in lui

stesso le tendenze erano diverse, e più volte si contraddissero; ma il

suo era uno di quegli ingegni larghi, critici, che d’ogni cosa vedendo

tutti i lati, non sempre sanno appigliarsi con fermezza a un lato solo.

Nella stessa vita giornaliera andava soggetto a mutamenti improvvisi,

rapidi, passando dalla attività all’inerzia, dall’entusiasmo alla

sfiducia.

I giorni più belli, più gloriosi, della sua vita furono quelli che

precedettero il quarantotto. Allora ebbe l’intuizione chiara, sicura,

della meta prima e immediata a cui si dovevano dirigere le aspirazioni

e l’opera di tutti, e ch’era la _Rivoluzione per l’Indipendenza, col

Piemonte e Casa di Savoia_.

Con questo programma egli cospirava in quei giorni, riunendo e

disciplinando i suoi giovani amici mazziniani e i suoi amici monarchici

del patriziato. In Milano c’erano parecchi altri gruppi di patriotti,

ma i più, direttamente o indirettamente, facevano capo a lui. Da lui

partivano consigli, istruzioni, parole d’ordine fino al gran giorno

della Rivoluzione.

Questa fu fatta da tutti i cittadini, e se non ebbe un generale-capo,

si può dire che nel prepararla ci fu un capo di Stato Maggiore, e fu

Cesare Correnti.

L’elezione di Pio IX, avvenuta nell’estate dell’anno antecedente,

e i primi atti del nuovo Pontefice avevano fatto vibrare anche

nelle persone più tranquille, più ignare o lontane da ogni idea

rivoluzionaria, come pure nelle persone più ardenti o meno religiose,

un nuovo sentimento ch’era comune; un sentimento di patriottismo

mistico e di vaghe idealità, che ravvolgeva e trascinava tutti.

Mio fratello Emilio ed io andavamo dal Correnti la sera, parecchie

volte per settimana. C’era sempre un andirivieni di gente, e una

conversazione talora animata, talora a bassa voce, a crocchi, e con

tutta un’apparenza cospiratoria. Io ero giovane assai, non capivo

tutto, tacevo, e sorbivo ogni parola con un’attenzione religiosa. La

mia mente, la mia anima intanto si informavano a quelle idee, a quei

sentimenti che mi aleggiavano intorno, e che infondevano in tutto

me stesso quell’idealità patriottica di cui dovevo sentir viva l’eco

durante tutta la vita.

Le acque tranquille, stagnanti da tanti anni, della vita milanese

andavano ora ogni giorno più increspandosi e sollevandosi. Il 1846 era

finito con una _dimostrazione_, in occasione dei funerali del conte

Federico Confalonieri, morto nel mese di dicembre a Hospenthal mentre

ritornava in Italia. La Polizia aveva voluto che i funerali fossero

modesti, e che sulla porta della Chiesa fossero scritte queste sole

parole: «_A Federico Confalonieri requiem_». Ma all’uffizio funebre

assistette una folla straordinaria di cittadini, che riempiva la

Chiesa e la piazza di S. Fedele, folla nella quale vedevansi le persone

più elette della cittadinanza, venute a rendere l’estremo omaggio al

martire illustre. Contro il Confalonieri s’eran fatte delle leggende

odiose, che facevano risalire a lui certe responsabilità nell’eccidio

del Prina, e su ciò erano stati diffusi dei libelli, che poi si seppero

provenienti dalla Polizia austriaca.

Far nascere sospetti, o diminuire il prestigio degli uomini che avevano

tenuto alto il patriottismo italiano, era un compito della Polizia,

contro cui cominciava a reagire il sentimento pubblico. E ora quelle

leggende poliziesche cominciavano a venire sfatate.

Nei primi mesi dell’anno c’erano stati agitazioni e tumulti di

contadini in molti paesi di Lombardia afflitti dalla carestia,

cagionata da inondazioni e da una straordinaria scarsità dei

prodotti. Ciò aveva promosso da parte dei proprietari molte misure di

beneficenza, con evidenti propositi di fratellanza e di patriottismo.

Anche in Milano il pane era rincarato, il lavoro era diminuito, e nelle

classi operaie c’era disagio e penuria. Si formò allora un Comitato

di signore, assai numeroso, nel quale erano rappresentate le famiglie

più note del patriziato e dell’alta borghesia, con l’intento di fare

una grande questua nella città, e di portar sussidi nelle famiglie

popolane. Il Comitato si radunava in casa del conte Vitaliano Borromeo,

ed era presieduto dalla contessa Maria Borromeo d’Adda.

Quelle signore andavano esse stesse, in commissione, in tutte le case

dove c’erano delle famiglie povere, e salivano nelle abitazioni. Si

faceva così un’opera di fratellanza, e si stringevano legami d’affetto

tra le varie classi sociali. Gli episodi di queste visite, e dei

colloqui che avvenivano, erano l’argomento di tutte le conversazioni di

quei giorni.

Quest’opera di carità avveduta e patriottica fece molto rumore; ognuno

ne comprese l’intento, ch’era quello di creare una viva corrente

di simpatia tra le classi povere, affratellandole e preparandole ad

incontrare concordi i grandi avvenimenti di cui gli animi cominciavano

ad avere un vago presentimento.

* * *

Nella primavera di quell’anno venne a Milano Riccardo Cobden a

tenere dei discorsi sul libero scambio, e la parte più eletta della

cittadinanza gli fece una calorosa accoglienza con banchetti e con

discorsi. Gli animi avevano cominciato a risvegliarsi dal lungo sonno,

e alla notizia dell’amnistia politica data da Pio IX c’era stata una

prima dimostrazione al Teatro della Canobbiana, dimostrazione imponente

e clamorosa, nella quale si fecero ripetere più volte gli inni al

Pontefice, che si cantavano a Roma.

Era un’eco delle dimostrazioni che si andavano facendo in quei giorni

da un capo all’altro d’Italia, e che dovevano provocare presto una

prima e grave misura da parte dell’Austria, l’occupazione, cioè,

di Ferrara, quale minaccia al Papa; mentre poi nelle Provincie

Lombardo-Venete l’Austria cominciava a prendere una attitudine

sospettosa e rabbiosa.

Ma nessuno usciva ancora dalla legalità; e le autorità austriache

dovevano ogni giorno mandarne giù qualcuna, fingendo di non

accorgersene, o di pigliarsela in pace. Fra le più indigeste ci fu

la missione a Torino del conte Gabrio Casati, Podestà di Milano,

incaricato dal Consiglio Comunale di portare in dono alla sposa

di Vittorio Emanuele, figlia dell’Arciduca Raineri Vicerè del

Lombardo-Veneto, una coppa artistica che alcuni anni prima le era stata

destinata in occasione delle nozze. Carlo Alberto e Vittorio Emanuele

avevano accolto il Casati con distinzioni e con onori di cui s’era

parlato molto a Milano, e che avevano fatto saltar la mosca al naso al

conte Buol, ministro d’Austria a Torino. E poco dopo il conte Casati

conduceva a Torino il maggiore de’ suoi figli facendolo inscrivere

nell’Accademia militare.

Ma l’avvenimento più importante, che doveva fare scattare il governo

austriaco e condurre quelle prime avvisaglie a fatti più gravi, fu la

nomina del nuovo Arcivescovo di Milano. Nel novembre del 1846 era morto

l’Arcivescovo Gaisruck, nato a Klagenfurt l’anno 1769, che occupava

la sede di Milano da ventott’anni. Il Gaisruck era un uomo di costumi

semplici, illibati; schietto e gaio; non aveva la mente molto alta,

ma era di carattere fortissimo. Il suo spirito era abbastanza largo e

liberale, o piuttosto _giuseppino_, come dicevasi allora, e non amava

i frati e le monache, talchè, finchè visse, nella sua vasta diocesi non

ce ne furono.

Egli non voleva nella sua Diocesi un Clero _regolare_, non dipendente

da lui ma dai Generali di Roma. — «Cardinale ed Arcivescovo di Milano,

nella mia Diocesi comando io» — soleva dire.

Conosceva gli uomini, e sapeva sceglierli bene: nei suoi seminari

ci furono allora non pochi professori, sacerdoti, che emergevano per

ingegno e per dottrina. A lui si deve in gran parte se a quei tempi

si formò in Lombardia un clero colto, stimato ed amato, che seppe

più tardi immedesimarsi nella vita del popolo e nelle aspirazioni

nazionali. Nel primo quarto di secolo la Diocesi milanese era ingombra

di preti scagnozzi, avanzi di conventi laicizzati, e di frati sfratati

durante la rivoluzione e il governo giacobino; preti e frati che

diedero tanti argomenti alla vena inesauribile del Porta: onde si disse

più tardi che il clero milanese era stato purgato da Carlo Porta e

dall’Arcivescovo Gaisruck. L’Arcivescovo fu il solo alto funzionario

che a quei tempi sapesse resistere, all’occorrenza, e spuntarla,

dinanzi al potere centrale di Vienna; per questo correva la voce che

egli fosse figlio dell’Imperatore Leopoldo, e che da ciò gli venisse la

sua autorità e la sua forza.

Egli morì mentre si recava al Conclave del 1846 portando il veto

dell’Austria contro l’elezione al Papato del Cardinale Mastai Ferretti,

che fu poi Pio IX.

Dopo la morte del Gaisruck, vennero, per molte cause, tempi meno

buoni, e fu allora che anche il clero della Diocesi milanese andò mano

mano declinando e scemando nella cultura; salvo, si intende, nobili

eccezioni.

Gaisruck fu certamente un ottimo Arcivescovo, ma le sue qualità e la

sua azione non dovevano essere apprezzate che più tardi. Quando morì,

il sentimento pubblico cominciava a rivolgersi, in ogni cosa, verso le

aspirazioni nazionali; in lui non si vide che il Prelato austriaco,

e non fu rimpianto. Tutta Milano, da quel momento, non pensò più che

ad avere un Arcivescovo italiano. Passaron, peraltro, parecchi mesi

prima che questo desiderio fosse soddisfatto. Il Municipio, e molti

autorevoli cittadini, non avevano risparmiato ufficî, per riuscire

nell’intento. Il Governo austriaco voleva mandare uno dei proprii

prelati, ma trovò difficoltà e resistenze ne’ suoi stessi candidati,

sicchè non poteva venirne a capo. Finalmente Vienna e Roma si misero

d’accordo col nominare Arcivescovo di Milano il Vescovo di Cremona,

Bartolomeo Romilli, bergamasco. A Roma piaceva un Arcivescovo che non

seguisse le idee _giuseppine_ del Gaisruck, e Vienna si rassegnò alla

nomina d’un Arcivescovo italiano, sapendolo di carattere mite e debole.

Ma il pubblico non fece allora questi ragionamenti, e perchè l’eletto

era italiano andò in visibilio.

Dopo la nomina, incominciarono tra il Governo e il Municipio, dietro

cui stava tutta la cittadinanza, delle difficili e minuziose trattative

circa gli onori da rendersi al nuovo Arcivescovo. Il Municipio voleva

nascondere sotto quelle onoranze molti sottintesi patriottici, e

fingeva che non ce ne fossero; il Governo fingeva di non capire, e

voleva delle onoranze minori, fingendo di crederle più consone ai

cerimoniali.

Con simili sottintesi, molto complicati, era facile che le cose

finissero male, e così avvenne, presto.

Il nuovo Arcivescovo entrò in Milano il 4 settembre, attraversando

mezza la città, da S. Eustorgio al Duomo, con un corteggio sfarzoso,

che non finiva più. Lungo la strada erano stati eretti tre archi

dedicati a S. Ambrogio, a S. Carlo e a S. Galdino, il Vescovo della

Lega Lombarda, e sui quali c’erano delle iscrizioni, scritte da Achille

Mauri, che avevano dato argomento a lunghe trattative colla Censura.

San Galdino, soprattutto, aveva trovato delle forti resistenze; ma alla

fine il Governatore, ch’era il conte Spaur, e il direttore di Polizia,

il barone Torresani, dovettero ingollarsi anche S. Galdino.

La sera tutta la città fu illuminata, e ci furono grandi dimostrazioni

all’Arcivescovo dinanzi al suo palazzo, in piazza Fontana. La

dimostrazione però aveva un carattere le cui intenzioni erano evidenti,

specialmente in uno dei punti della piazza, ove s’eran dato ritrovo

un gruppo di giovani amici del Correnti, tra’ quali mio fratello

Emilio. S’era gridato molto _viva Pio_ IX e anche _viva l’Italia_, ma,

all’infuori di qualche colluttazione colle guardie di polizia, non era

avvenuto nulla di grave.

La popolazione mostrò vivamente il desiderio che l’illuminazione

fosse ripetuta. Il Governo non voleva; il Municipio insisteva;

e alla fine l’illuminazione fu concessa, ma con un mal garbo che

mostrava la volontà di farla finita. La seconda sera le dimostrazioni

all’Arcivescovo furono più clamorose; e a un tratto una colonna di

giovani irruppe nella piazza del Duomo e nella piazza Fontana, cantando

gli inni a Pio IX. Allora il Bolza, ch’era un commissario di Polizia

feroce e odiatissimo, si gettò sulla folla alla testa di guardie con le

daghe sguainate.

Ne venne un grave parapiglia, nel quale i cittadini ebbero un morto,

certo Abate, e nove o dieci feriti.

Il dado era tratto. Con quel primo sangue versato incominciava la lotta

aperta tra i milanesi e il Governo austriaco; la lotta doveva essere

lunga e terribile, e molto sangue doveva essere versato ancora, prima

che si raggiungesse la vittoria.

La seconda sera della dimostrazione noi non eravamo a Milano. Dopo

le scuole e gli esami, che allora terminavano alla fine d’agosto,

si andava subito in campagna. Ma poco dopo avemmo a Tirano la visita

di Cesare Correnti e di Romolo Griffini, giovane medico, amicissimo

nostro, i quali ci narrarono tutto ciò che era avvenuto, ciò che

s’era fatto, e ciò che si voleva fare, per tener viva e allargare

l’agitazione patriottica.

Si fecero con loro parecchie gite, tra le quali una allo Stelvio,

fermandoci in tutti i paesi e paeselli che si attraversavano, entrando

nei casolari dei contadini, conversando, spiegando all’ingrosso la

quistione italiana, e distribuendo a profusione certe medaglie con

l’effigie di Pio IX e col motto _viva l’Italia_. Poi, se nessuno ci

vedeva, armati d’un pezzo di carbone si scriveva su qualche muro:

_viva l’Italia_, _viva Pio IX_, in alto, o in qualche punto ove le

cancellature non fossero facili. E devo dire che non lo furono in

fatti, perchè vedo ancora qua e là, con grande compiacimento, le

traccie di quei primi miei saggi calligrafici, dopo tante vicende e

dopo tanti anni.

L’autunno del 1847 fu lieto e festoso in tutta la Lombardia. In ogni

paese si cantavano continuamente gli inni a Pio IX, da per tutto si

vedevano archi a Pio IX, e su ogni muro c’era scritto _viva Pio IX_.

C’era in tutti una grande animazione, una festività, una fiducia

sicura, una speranza che non discuteva, e il vago presentimento di

grandi avvenimenti.

Anch’io e i miei fratelli quell’autunno si fece un gran cantare gl’inni

a Pio IX; mio fratello Emilio, e i nostri compagni di Tirano, studenti

e maggiori di me, li avevano imparati nelle scuole e li avevano diffusi

tra gli altri amici del paese.

Si cantava specialmente la sera, tenendoci al largo dai gendarmi.

Mi pare ancora di sentirle quelle stonature patriottiche; mi pare

ancora di vederli quegli amici, che a braccetto e pieni di entusiasmo

vociavano per le strade a squarciagola.

Tra quelli che ricordo di più c’erano i fratelli Ulisse e Giovanni

Salis, un Zanetti e un Ricetti, studente di medicina, che vedremo più

innanzi; due fratelli Della Croce, di cui uno, Benedetto, diventò poi

un valoroso colonnello d’artiglieria; un Carlo Visconti Venosta nostro

parente, che morì in fresca età; e un giovane rimpatriato da poco, e

che si faceva notare pel suo camminare impalato, per le sue cravatte

dure di crine, e pel suo accento italo-austriaco.

Questo giovane, di famiglia tiranese, si chiamava Giacomo Merizzi, e

veniva dal collegio Teresiano di Vienna, dove aveva passato molti anni

facendovi i suoi studi. Il Governo austriaco concedeva facilmente ai

giovani di famiglie nobili italiane dei posti gratuiti nel _Teresiano_,

ove si imparavano la lingua dell’Impero, la legislazione austriaca e

il diritto amministrativo. Poi, persuaso di averne fatto dei buoni e

fedeli funzionari, appena usciti dal collegio dava loro un buon impiego

negli ufizî governativi.

Così era avvenuto del Merizzi, il quale aveva avuto bensì l’anno

prima l’impiego a Milano, e aveva l’aria d’un perfetto austriaco,

ma era uscito dal collegio con la testa piena di astruserie

filosofiche-sociali, ed era un rivoluzionario. Ecco perchè ora, in

attesa di meglio, stonava con noi gli inni a Pio IX.

Venuto il 1848, il Merizzi lasciò l’impiego, fu nei volontari, poi si

ritirò a Tirano, e vi esercitò l’avvocatura. Visse sempre ritirato,

anzi solitario; e amava vegliare le notti lavorando, e dormire di

giorno. Durante il decennio della resistenza, delle cospirazioni, e nei

giorni della riscossa, non partecipò molto agli entusiasmi dei giovani

d’allora, forse perchè i suoi ideali si libravano in altre sfere.

Ebbe qualche ammirazione per Mazzini e per Garibaldi, ma nessuna per

Cavour. Odiò gli altri uomini principali del risorgimento, e dava in

escandescenze a nominargli il Sella, come a pestargli un piede.

Era d’animo buono e gentile, e parlava con molta mitezza; ma poi, di

tanto in tanto, usciva dalla sua solitudine, andava in qualche pubblica

riunione, e allora teneva dei discorsi d’una incredibile violenza.

I radicali, e i malcontenti valtellinesi fecero di lui, naturalmente,

un candidato alla deputazione, e lo opponevano di solito a mio fratello

Emilio; finchè, andata la sinistra al potere nel 1876, e fatte le

elezioni dal Nicotera, vinsero.

Fu eletto un paio di volte, andò all’estrema sinistra, pronunziò un

paio di discorsi a frecciate repubblicane e violenti, ma non trovò

molto favore, nemmeno fra i suoi vicini. La Sinistra era da poco al

potere, voleva rimanerci, voleva essere un partito di governo, e non

amava amici compromettenti e guastamestieri.

Si ritirò prestissimo dalla vita politica, e rientrò nella sua

solitudine taciturna.

Morì sui cinquant’anni, e sebbene la mia casa e la sua a Tirano fossero

vicine, non ci vedevamo che ad intervalli, e di parecchi anni. Allora,

siccome il tema dei nostri discorsi era, come doveva essere, limitato,

così ricordavamo qualche volta i tempi in cui si cantavano insieme

gl’inni a Pio IX.

* * *

Finito l’autunno, e ritornati a Milano per riprendere gli studi,

le nostre visite al Correnti diventarono anche più frequenti e

interessanti. Ci si andava la sera, poichè di giorno egli era occupato

nel suo ufizio del Debito Pubblico, ove era impiegato. I discorsi vi

si andavano sempre più accalorando, e l’argomento principale era quello

delle dimostrazioni che si volevano promuovere con atti, o con scritti,

prendendo ogni occasione che si presentasse opportuna.

Tra i molti progetti messi innanzi dal Correnti ci fu quello di

pubblicare un almanacco popolare, per l’anno nuovo, nel quale si

parlasse molto dell’Italia, in quei modi velati, s’intende, che fossero

conciliabili con la Censura e con la Polizia.

Il progetto piacque a tutti, tutti ci si mise di buona volontà, e in

poche settimane l’almanacco fu pronto alla meglio. Anche il nome fu

presto trovato. C’era un vecchio almanacco, che dava le previsioni

del tempo e i numeri del lotto; era nelle mani di tutto il popolino

di Lombardia, e si chiamava il _Vesta Verde_. Il nuovo almanacco fu

chiamato dunque il Nipote del Vesta Verde, il nome fece fortuna.

Ci scrissero il Correnti, Pietro Maestri, Romolo Griffini, Giovanni

Cantoni, mio fratello Emilio, ed altri giovani studenti. Tra le cose

scrittevi da Emilio ci fu anche una certa canzone dello _Spazzacamino_

che, messa in musica, ebbe i suoi giorni di voga e di popolarità.

Il _Nipote del Vesta Verde_ uscì col finire dell’anno, ed ebbe uno

straordinario successo; successo che ora non si comprenderebbe. Ma

tutti ci lessero quello che c’era e quello che non c’era, e parve quasi

una parola d’ordine, un grido di guerra. La sua grande popolarità

indusse poi il Correnti, e l’editore Vallardi, a continuare la

pubblicazione per molti anni ancora.

Esso attraversò i dieci anni terribili che corsero dal 1849 al 1859; ci

scrissero press’a poco i medesimi, parecchi dei quali erano emigrati,

ed altri, tra cui Enrico Fano.

La parola del _Nipote del Vesta Verde_, dignitosa sempre, non era più

pronunziata che con quel filo di voce ch’era consentito dalla durezza

dei tempi; esso s’accontentava di tener vivo col suo nome la memoria

dei giorni in cui era nato.

Il grand’affare di tutti, nello scorcio del 1847, e sul principio del

1848, furono quelle dimostrazioni, che mano mano andarono crescendo

fino al giorno della rivoluzione. Alla rivoluzione però non ci si

pensava ancora.

Alle dimostrazioni tutto serviva di pretesto. Ogni giorno c’era una

parola d’ordine: _Tutti a Porta Romana!_ in omaggio alle riforme di

Pio IX; e il corso di Porta Romana diventava, fino a nuovo ordine,

il passeggio pubblico affollato, elegante, della città. Su quel corso

c’era, e c’è ancora, una vecchia casa, sul cui portone si vede scolpito

in caratteri antichi e rozzi: _tempo e pacentia_; la gente vi si

affollava dinanzi come a leggere una _parola d’ordine_. (Casa Noseda,

9).

Giungeva la notizia di moti rivoluzionari in Calabria; e la parola

d’ordine era che si portasse il _cappello alla calabrese_; e tutti lo

portavano, col dovuto pennacchio. La Polizia lo proibiva; e allora

si cercava di imitarlo, portando un cappello a tuba, che aveva una

fibbietta sul davanti e il pelo arrovesciato da una parte per fingere

il pennacchio. Poi venne la volta dei vestiti di velluto di fabbrica

lombarda, in odio al panno austriaco. Insomma ogni giorno ce n’era una;

e la Polizia, che il pubblico si divertiva a schernire in mille modi,

montava sulle furie, ed era sempre in grandi faccende, alla ricerca del

_Comitato_, poichè s’era messa in mente che tutto fosse misteriosamente

decretato da un Comitato segreto.

La dimostrazione più importante, che superò l’aspettativa di quelli

stessi che l’avevano pensata, e che doveva condurre a luttuosi

avvenimenti, fu quella del non fumare. Asteniamoci, si disse, dalle

contribuzioni volontarie; dunque col principio dell’anno nessuno

fumi. E al primo di gennaio non si fumò più. Non si fumò più nè per

le strade, nè in casa, per quanto il sacrifizio riuscisse duro a

moltissimi. I nostri nemici sulle prime ne risero, e la cosa parve loro

puerile; ma essa riuscì una così forte dimostrazione di disciplina, che

non tardò a impensierirli, a irritarli, come vedremo presto, e a far

loro perdere la testa.

Da Vienna intanto si mandavano nuove truppe nel Lombardo Veneto, e

si rafforzavano in ogni città le guarnigioni. Ma il Governo Centrale

non capiva che l’aria era mutata, e che i tempi cominciavano a

farsi minacciosi; colla pedanteria, che gli era abituale, non sapeva

staccarsi in nulla da quei sistemi e da quei metodi ch’erano il suo

dogma politico.

Il podestà Casati aveva fatto molte esplicite e coraggiose rimostranze,

ma gli era stato risposto con dei sermoni e con dei consigli

agro-dolci. Metternich aveva mandato a Milano nell’ottobre un suo

diplomatico, il conte di Ficquelmont, con la missione di osservare, di

persuadere i sudditi che avevan torto di lagnarsi, di distrarli, e di

riferire.

Alla fine Metternich, quando cominciò a impensierirsi per gli affari

d’Italia, nominava a Milano una speciale Commissione, chiamata

_Conferenza_, allo scopo di mantenere unità d’azione tra le autorità

politiche e militari. Appartenevano a questa _Conferenza_ il Vicerè

Raineri, il Governatore di Lombardia conte Spaur, il maresciallo

Radetzki, comandante supremo delle truppe del Lombardo Veneto, e il

conte di Ficquelmont per la parte diplomatica, soprattutto pei rapporti

coi diversi Stati italiani, in quei giorni pressochè tutti in fermento.

Ma il conte di Ficquelmont rimase poco a Milano. Richiamato a Vienna

sulla fine del febbraio 1848, gli succedette ai primi di marzo il

barone Hübner, il quale poi rimase prigioniero a Milano dopo le

Cinque Giornate, ed è quel medesimo che si trovò a Parigi nel 1859

ambasciatore d’Austria, a sentire le famose parole di Napoleone III che

furono il primo squillo di guerra.

Il conte di Ficquelmont, nel breve tempo in cui fu a Milano, aveva

fatto allestire un bell’appartamento nel palazzo Marino, ove ora

risiede il Municipio, e si preparava a tenervi dei ricevimenti e a

dare dei pranzi, per incominciare a risolvere la questione italiana.

Aveva con sè la moglie e una figlia, la contessa Clary, una bella e

simpatica signora, la quale doveva, circa vent’anni dopo, diventare la

suocera del conte di Robilant, ambasciatore d’Italia a Vienna. In quei

vent’anni quanti avvenimenti!

Il conte di Ficquelmont, la moglie e la figlia, prodigavano gentilezze

a quanti riuscivano a conoscere, ma questi eran pochi; andarono a far

visita a moltissime signore dell’aristocrazia milanese, ma queste

non si fecero mai trovare in casa. I ricevimenti e i pranzi non

accoglievano, e malinconicamente, che poche famiglie di austriaci e di

impiegati; e così anche questa parte della missione andò fallita.

Intanto le acque ingrossavano, e salivano ogni giorno più.

Nel 1815, quando era stato creato il Regno Lombardo-Veneto, venne

istituito un Corpo amministrativo, chiamato la Congregazione Centrale,

in cui erano rappresentate tutte le Provincie, simulacro d’una

autonomia che non esistette mai. Questa Congregazione avrebbe dovuto

essere l’interprete dei bisogni del paese. Essa però era stata sempre

tenuta in nessun conto, e quindi era placidamente rimasta in un lungo

sopore. Ma in quei giorni il rappresentante di Bergamo, l’avvocato G.

B. Nazari, sorse a un tratto a proporre che la Congregazione si facesse

interprete del pubblico malcontento, ne studiasse le cause, e ne

proponesse i rimedi.

Una tale proposta, che usciva da un corpo sempre umile e silenzioso,

mise il campo a rumore. I consigli delle Provincie vi fecero eco, e

la seguirono; alcuni persino misero innanzi chiaramente il concetto

dell’autonomia amministrativa. Il consigliere Nazari ricevette

congratulazioni e festeggiamenti da ogni parte; e intanto il Vicerè

Raineri, il Governatore conte Spaur, l’inviato straordinario di

Ficquelmont, il maresciallo Radetzki, il direttore della polizia barone

Torresani, e tutte le autorità austriache grandi e piccole, montavano

sulle furie, strepitavano, si affaccendavano, e cercavano invano il

bandolo di quella matassa che ogni giorno si ingarbugliava loro di

più nelle mani. E cercavano il _Comitato_ secreto, quello che, secondo

loro, dirigeva tutto.

Così finiva a Milano l’anno 1847.

Il Governo austriaco, pedantescamente fedele alle sue tradizioni, non

sapeva prendere nessuna di quelle grandi risoluzioni che sole possono

mutare il corso degli avvenimenti. E i suoi sudditi Lombardo-Veneti,

pieni di entusiasmo e di fede, avevano preso la rincorsa giù per una

china, in fondo alla quale c’era il precipizio o la salvezza.

La fortuna volle che i nostri nemici nulla capissero, e nulla

prevedessero.

Ricordi di gioventù · 第 10 / 105 题