CARLO, ENRICO, GIOVANNI.

_Tirano, agosto 1900._

Nel leggere i libri di storia ho avuto più volte la curiosità di sapere

che cosa facesse, che cosa dicesse, durante i principali avvenimenti,

tutta quella parte di pubblico che non ha l’onore di essere ricordata

nei libri.

Nel leggere poi qualche libro di storia patria, e specialmente

di storia valtellinese, ho avuto anche un’altra curiosità, tutta

domestica. Conoscendo la parte presa, da parecchi della nostra

famiglia, negli avvenimenti della loro valle nativa, ero tanto più

curioso di sapere quali intendimenti avessero guidato quei nostri

antenati, quale fosse stato l’animo loro, quali le loro costumanze, e

quali vicende avessero attraversato, essi e le loro famiglie.

Quando mi venivano questi pensieri, se mi trovavo a Tirano, passavo

delle ore nello studio, che conoscete, a frugare tra le vecchie carte

d’archivio; e parecchie volte ho potuto rivivere in mezzo ai nostri

buoni vecchi, leggendo dei fasci di lettere, o qualche loro scritto,

e riuscendo così a sapere, con mio grande interesse, quello ch’essi

avessero pensato, o avessero fatto, durante certi tempi fortunosi in

cui erano vissuti.

Se voi avete ereditato questa mia stessa curiosità, avrete di certo

anche quella di sapere che cosa pensassero, e che cosa facessero,

vostro padre e i vostri zii in quegli anni, che resteranno famosi nella

storia italiana; gli anni che corsero tra il 1848 e la proclamazione

del nuovo Regno d’Italia.

Ho pensato perciò di riandare nella memoria i miei ricordi di gioventù,

e di narrarveli, dolente di non averci pensato prima tenendone nota

giorno per giorno. Non è una storia completa di quei tempi che io

vi scriverò; molte ne furono già scritte, altre se ne scriveranno, e

non arriverete a leggerle tutte. Io m’accontenterò d’esporvi quegli

avvenimenti in mezzo ai quali mi sono trovato, o ai quali presi una

qualche parte. Vi dirò quello che ne ho veduto io, e quello che ne ho

sentito dire, e le impressioni che me ne sono rimaste; vi condurrò in

mezzo ad alcuni fatti grandi e a molti fatterelli; vi farò conoscere

qualcuna delle persone che ho conosciute allora, gente d’importanza e

gente oscura, qualche parente, qualche amico; insomma cercherò di darvi

un’idea dell’_ambiente_ in cui sono vissuto a quei tempi.

Ho pensato anche a condurvi con me a dare una breve occhiata agli anni

che precedettero il 1848, gli anni della mia prima giovinezza, per

dirvi qualcosa di mio padre, di mia madre, di mio nonno, e delle nonne,

conducendovi in seno della nostra famiglia d’allora. Saranno poche

pagine intime, che scriverò soprattutto per voi; e così, se qualcuno

all’infuori di voi leggerà questo libro, può saltare il primo capitolo.

Se poi, tra questi lettori, qualcuno che fosse di quei tempi scoprisse

che nel libro ho commesso delle dimenticanze, cosa probabilissima,

spero che mi vorrà essere indulgente, pensando che quei nostri tempi

sono assai lontani, e che è già molto se la mia memoria non siasi

affievolita di più.

Ho fiducia che scrivendo queste pagine non avrò sprecato del tutto la

fatica. Forse vi interesseranno, e un poco me ne divertirò anch’io,

perchè è sempre piacevole il riandare i tempi della propria gioventù,

che, s’ha un bel dire, sono quasi sempre anche i più belli della vita.

Nei miei, poi, ce ne furono di veramente belli, e di veramente grandi.

Nascere in una patria schiava e divisa, avere in cuore l’ideale della

sua libertà, e vederne raggiunta la meta, è una di quelle fortune che

hanno rari esempi nella storia.

Ed ora, ai giovani l’ideale di renderla grande e felice! Il compito non

sarà meno glorioso, perchè non sarà meno grande, nè meno arduo.

Lo zio GINO.

* * *

Incominciando queste pagine proprio dagli anni della mia prima

giovinezza, dico subito che furono anni per me sereni e felici; quando

ci ritorno col pensiero non so staccarmene, e ne ritrovo ancora vivi

nell’animo i ricordi dolcissimi.

C’era nella mia famiglia un’atmosfera di amorevolezza e di confidenza

tra genitori e figliuoli, che non era comune a quei tempi. Fra le

pareti domestiche non sentivo che massime virtuose, non vedevo che

buoni esempi, resi tanto più persuasivi e tanto più attraenti perchè

accompagnati da una bontà indulgente e serena.

Certe massime, pur buonissime, che sentivo da qualche mio parente, da

qualche maestro, o da padri di altri fanciulli, pronunziate con quel

tono burbero e severo col quale alcuni credono di far impressione sui

fanciulli, a me sembravano precetti disgustosi, o per lo meno noiosi.

Quanto mi parevano diverse dalle massime e dai consigli dei miei

buoni genitori, i cui avvertimenti erano sempre pronunziati con tanta

dolcezza! erano così ragionati, e tanto persuasivi!

Quando, più tardi, coi compagni del Ginnasio o del Liceo, tutti dal

più al meno birichini, si evocavano certe massime domestiche severe,

e parecchi le mettevano in ridicolo, il mio pensiero correndo ai miei

buoni genitori, trovava un freno, o per lo meno un rimorso.

Oh, nel giudizio finale non potrò davvero accampare la mancata

educazione quale circostanza attenuante!

Mi vedo ancora dinanzi agli occhi, dopo tanti anni, vive e parlanti le

figure di mio padre e di mia madre, quando erano nel fior degli anni,

e mi pare ancora di sentire la loro voce e i loro discorsi; i discorsi

che facevano con le persone grandi e con noi ragazzi.

Eravamo tre fratelli; Emilio che aveva tre anni più di me, ed Enrico

che ne aveva tre di meno. Un fratellino maggiore di tutti, Nicoletto,

era morto ancor bambino, prima ch’io nascessi.

Mio padre aveva la persona alta ed elegante; aveva il contegno distinto

e riservato. Sul suo viso, una certa mestizia che sovente lo adombrava,

quasi fosse il presagio d’una fine immatura, si mutava facilmente in un

sorriso pieno di dolcezza e di bontà. Aveva l’animo retto e calmo, in

lui era altissimo il sentimento della giustizia e dell’equanimità. La

sua intelligenza era forte e serena; amava gli studi, ed aveva molta

coltura, specialmente in materie giuridiche, economiche e letterarie.

Conosceva bene anche le matematiche.

Mia madre, Paola Borgazzi, era una donnina bella, piacente, elegante,

piena di brio e di spirito. Aveva una religiosità convinta e profonda;

rigida per sè, ma indulgente e amabile, direi, verso gli altri. Soleva

dire che anche tra i santi preferiva quelli miti e indulgenti a quelli

accigliati e severi. Era una sua massima, che se una persona aveva

commesso un fallo non bisognava sfuggirla, ma cercarla, per rialzarne

l’animo, e facilitarle la redenzione. Voleva che anche la virtù fosse

attraente, e ci diceva sempre che tra le virtù la _carità_ è la più

bella.

Con noi figliuoli era affettuosissima, e come metodo d’educazione non

conosceva che la mitezza e l’indulgenza.

Quando noi tre fratelli facevamo troppo chiasso, cosa che succedeva

di frequente, essa andava a rinchiudersi nel suo gabinetto; per cui

il babbo soleva dire che, quando eravamo cattivi, la mamma invece

di castigar noi castigava se stessa. Eppure anche quello era per noi

un castigo, perchè allora ci mettevamo dietro l’uscio a piangere e a

supplicare finchè la porta si aprisse. Emilio, ch’era molto tenero,

si metteva a capo di tutti a piangere. Coi lunghi capelli biondi

inanellati che gli scendevano sulle spalle, e cogli occhi celesti,

pareva l’angelo del dolore.

Dunque, figliuoli, immaginatevelo così vostro padre, quand’era bambino.

All’occorrenza però era un bel diavoletto anche lui.

Mia madre aveva lo spirito pronto e arguto, e per di più un talento

d’imitazione quale non vidi mai in nessuno. Essa alle volte si

metteva a rifare un’intera conversazione, a ripetere un colloquio, una

discussione tra parecchi, imitando le voci, e rispecchiando le persone,

con una tale verità d’osservazione e in un modo così perfetto, da dar

proprio l’illusione d’udire quelle persone stesse.

Accanto a queste qualità piacevoli e brillanti dello spirito, c’erano

in mia madre anche delle solide e profonde virtù, che in lei vivevano

nascoste, ma che nei giorni del dolore furono la sua guida e la sua

forza.

In casa nostra, poi, dagli amici e dai nostri vecchi contadini sentivo

spesso parlare del bisnonno e del nonno, che avevano lasciato lunga e

grata memoria di sè.

Il mio bisnonno, Francesco, lo vedevo dipinto su un quadro, in un

salotto della nostra casa di Tirano, con una bella giubba rossa, e con

delle carte in mano, che indicavano il tempo del Governo Grigione in

Valtellina e di quand’egli era Gran Cancelliere della Valle. Di lui era

rimasta la fama d’uomo di molta rettitudine e di alta autorità.

Del nonno, Nicola, le memorie, naturalmente più recenti, parlavano come

d’un personaggio che in Valtellina aveva avuto una parte importante

durante gli avvenimenti fortunosi della Rivoluzione francese.

Mio nonno aveva fatto gli studi a Roma, in un Collegio di Gesuiti, e

c’era rimasto parecchi anni, pur ritornando in famiglia ogni anno per

le vacanze. Il viaggio dalla Valtellina a Roma, a quei tempi, e cioè

intorno al 1770, non era un affare da poco. Si faceva la Valtellina a

cavallo ed il lago di Como in barca; poi a Milano c’era un vetturale

all’albergo dei Tre Re, che con un legno a quattro cavalli conduceva a

Roma, impiegandoci circa due settimane.

Il nonno, durante gli anni del collegio, era stato molto attorniato

perchè entrasse nella Compagnia di Gesù, e s’avviasse alle Prelature.

Da principio si era dimostrato non alieno, giovanetto qual era, e

lusingato dai superiori, che ne apprezzavano il forte ingegno. Egli

era poi amantissimo degli studi di cultura classica ed archeologica,

che gli rendevano seducente il soggiorno di Roma. Ma i suoi genitori,

di cui era l’unico figlio maschio, si mostrarono vivamente contrari a

quella sua idea giovanile; e forse l’avrebbe smessa egli stesso. Ma a

troncare ogni incertezza venne la Bolla di Clemente XIV, che sopprimeva

la Compagnia di Gesù.

Allora lasciò Roma, e ritornò in famiglia. I Padri del Collegio, sparsi

con altri Gesuiti per tutta Europa, continuarono per qualche tempo a

tenere con lui una corrispondenza, nella quale parlano della ferma

fiducia che la _Compagnia_ (alcuno di loro la chiama _la Madre_),

risorgerà infallibilmente, e riferiscono gli affidamenti che ricevono

da personaggi e da Governi.

Pare che il mio nonno a questa risurrezione non ci credesse molto,

e che intanto abbandonasse il pensiero di ritornare a Roma. Passano

circa dieci anni, e la corrispondenza langue; poi mio nonno, nel

1783, si marita a Milano con donna Francesca, figlia del conte

Fabio Castiglioni, che morì in età ancor fresca. Qualcuno dei Padri

sopravissuti si lamentò con mio nonno del suo matrimonio, meno un certo

Padre Mezzi di Bergamo, che gli scrive una lettera scherzosa, la quale

finisce col dirgli: «Se non te ne è venuta la vocazione, compensa la

Compagnia col mettere al mondo molti gesuitini, futuri Padri».

Le raccomandazioni del Padre Mezzi non ebbero fortuna.

Mio nonno, appena ritornato in famiglia, riprese i suoi studi storici,

avviando in Valtellina e nella Valle Venosta profonde ricerche sulla

traccia di un albero di famiglia che andava documentando. Raccolse

documenti e numerose pergamene, che conserviamo, illustrando con

indagini, non prima fatte, molti punti della storia valtellinese,

riguardanti specialmente i secoli XII e XIV.

Poi dal 1786 al 1815 lo vediamo rivolgere tutta la sua attività agli

avvenimenti politici di cui fu teatro la sua valle nativa.

La cospirazione contro il Governo Grigione[1], l’invasione francese[2],

l’annessione della Valtellina alla Lombardia, la reazione austro-russa,

il Regno italico, la restaurazione coi trattati del 1815, avvenimenti

ricchi d’episodi anche in Valtellina, lo ebbero attore attivissimo in

servizio della patria[3].

Dopo questi avvenimenti, di cui vi do un cenno sommario nelle note in

fine di questo capitolo, mio nonno si ritirò da ogni pubblico uffizio;

più tardi fu eletto dai Comuni Deputato Nobile alla Congregazione

Centrale in Milano.

Osservando le carte e i documenti di quell’epoca, che dimostrano

l’integrità e l’energia del suo carattere, e la sua vasta cultura, è a

deplorarsi che i casi non abbiano condotto mio nonno a spiegare tante

doti in un campo più vasto.

Egli venne a stabilirsi a Milano nel 1823, quando si maritò suo figlio;

morì l’anno 1828.

* * *

Se spingo il mio pensiero, lontano, nei tempi, della mia infanzia a

cercarvi qualche fatterello, o piuttosto qualche impressione, mi si

affacciano dei vaghi ricordi, che mi dicono quanto fossero diverse

le abitudini e la vita di quei tempi. La prima e massima linea di

separazione tra quei tempi e i tempi nuovi fu segnata dal 1848.

Da allora tutto mutò rapidamente, nelle abitudini domestiche, nella

vita cittadina, nelle usanze, nelle menti, direi quasi come se fosse

passato un secolo, non un breve tempo. Ripensando ai tempi di prima,

tutto mi si affaccia come in un mondo diverso; un mondo più semplice,

più rispettoso, e più uniformemente tranquillo, come uno stagno. Noi

ragazzi, nella nostra famiglia, come dissi, eravamo educati con una

grande dolcezza, ma nelle famiglie degli altri fanciulli, nostri amici,

l’educazione era più severa; si ragionava poco, e si ubbidiva molto. In

una famiglia di quel tempo non si sarebbe mai udito «si fa tal cosa,

o non si fa, perchè nostro figlio, od anche solo la nostra bambina,

vogliono o non vogliono!» Una simile pretesa avrebbe fatto ridere come

una incredibile stranezza. I balocchi, i divertimenti, erano pochi

e semplici. Nelle famiglie signorili si pranzava tra le quattro e le

cinque del pomeriggio, e dopo pranzo si andava in carrozza al Corso,

che si svolgeva tra la Porta Orientale, ora Porta Venezia, e i bastioni

vicini, sotto la direzione d’un Commissario di polizia a cavallo,

seguìto da due ussari. Le carrozze che vi intervenivano erano molte,

e tutte a due cavalli. Una signora non sarebbe andata mai in un legno

a un sol cavallo, e non usciva a piedi che seguita da un domestico in

livrea.

Non c’erano vetture pubbliche, come ora; c’erano solo dei fiacres a

due cavalli in alcune piazze della città, e servivano specialmente pei

forestieri. I così detti _broughams_ non comparvero che dopo il 1850, e

gli _omnibus_ assai più tardi.

La prima signora che a Milano sfoggiò un elegante _brougham_, a un

cavallo, venuto da Parigi, fu la marchesa Ippolita d’Adda Salvaterra

Pallavicino. Di questo fatto allora si parlò molto a Milano.

Alle ville, in campagna, ci si andava coi cavalli proprî, perchè non

c’erano ferrovie, all’infuori del breve tronco di dodici chilometri

tra Milano e Monza, aperto nel 1842. Noi andavamo nelle nostre case

in Valtellina, distanti da Milano da 160 a 170 chilometri, col nostro

legno e coi nostri cavalli, impiegandoci tre giorni. L’illuminazione a

gaz per le vie di Milano non principiò che nel 1845.

Alle volte il babbo e la mamma ci conducevano al teatro _alla Scala_,

ove si diceva che c’erano dei grandi maestri e de’ grandi cantanti;

ma ciò che m’interessava soprattutto era il _balletto comico_, che

chiudeva lo spettacolo dopo il _ballo grande_[4].

Qualche volta poi nostro padre ci conduceva a sentire il Modena, e,

ci diceva: «Quando sarete grandi, vi farà piacere ricordarvi di questo

attore.»

Una delle impressioni, che mi rimase viva per parecchi anni, fu lo

spavento che aveva messo in tutti la prima invasione del colera in

Lombardia. Mio padre si conservava calmo, come di solito, ma mia madre

era spaventata, e volle lasciare Milano. Si andò a Torino, ma prima di

passare il Ticino si dovette fare una quarantena di parecchi giorni in

una villa, che mise a nostra disposizione il conte Francesco Annoni,

amico e parente di mio padre. Alcune stampe di quel tempo raffiguravano

il colera in forma d’un diavolo, anche più brutto del solito, che

percorreva i paesi spargendo un veleno. Per me dunque il colera non

era altro che quel diavolo, e mi guardavo sempre in giro per scansarlo,

caso mai comparisse.

Dopo il colera, ci fu nel 1838 l’ingresso solenne in Milano di

Ferdinando I, il nuovo Imperatore d’Austria, ch’era successo al

padre. Fui condotto anch’io su un terrazzino del corso di Porta

Orientale a vedere lo spettacolo della fastosa sfilata di cavalieri

in ricchi costumi, di araldi, e di cocchi dorati. Quando arrivò la

carrozza, tutta oro e cristalli, nella quale c’erano l’Imperatore e

l’Imperatrice, parecchi lungo la strada incominciarono ad applaudire

ed a sventolare i fazzoletti. Io guardavo con tanto d’occhi e

bisogna dire che in quel momento avessi levato di tasca il fazzoletto

anch’io, perchè a un tratto mi sentii prendere fortemente pel braccio

da un giovinetto più alto di me, che mi era vicino, e che mi disse

bruscamente: «Guardati bene dall’applaudire quando l’Imperatore passerà

qui sotto!»

Fissai quel giovane stupefatto, e senza capire nulla, ma mi guardai

bene dall’applaudire. Poco dopo domandai alla mamma la spiegazione

di quel comando; essa mi rispose che quel giovanotto aveva avuto

ragione, ma che certe cose le avrei capite più tardi. Era questa una

risposta che sentivo sovente, e non chiesi altro. Quel giovanotto si

chiamava Guido Susani, che rividi molti anni dopo, e col quale entrai

in amicizia; un’amicizia che fu spesso attraversata da nuvole e da

temporali, poichè quell’arroganza, sotto i cui auspici avevo fatto la

sua prima conoscenza, lo accompagnava sempre, sia che avesse torto, sia

che avesse ragione, come in quel giorno dell’entrata dell’Imperatore.

Ma siccome i bambini molte volte vanno ruminando tra sè nel pensiero

sulle cose udite e non capite, soprattutto quando si dice loro che son

cose che capiranno più tardi, così ho poi ruminato anch’io sulle parole

del Susani, e a poco a poco, pigliando a volo una parola qua, una

parola là, sentendo parlare da mia madre della storia pietosa di Teresa

Confalonieri, e del Pellico da mio padre, imparai che gli austriaci

erano una cosa detestabile. In casa nostra non erano mai venuti nè

uffiziali, nè alti funzionari austriaci.

Bisogna dire che la parola _diplomatico_ avesse colpito, a quei tempi,

la fantasia di mio fratello Emilio, poichè ricordo che quando gli

domandavano, come si fa coi bambini «Che cosa vuoi fare quando sarai

grande?» rispondeva: «Voglio fare il _diplomatico_!» e si rideva. Una

volta però, quando fu più grandicello, il babbo gli disse: «Sta bene,

se tu dici ciò come un proposito di studiare seriamente; ma ricordati

che nel nostro paese c’è un governo che non dobbiamo servire!»

L’anno dopo la venuta dell’Imperatore fui mandato a scuola per far la

prima classe elementare, ma un caso disgraziato, che poteva essermi

fatale, mi fece interrompere le lezioni per alcuni mesi. Un giorno

fui preso dalla curiosità di sapere cosa ci fosse nell’armadio di una

stanza di servizio, che vedevo sempre chiuso: l’apersi, e in mezzo

a molte bottigliette ne trovai una sulla quale era scritto _Malaga

vecchio_: ne tracannai un sorso; mi sentii come una fiamma in bocca, e

caddi a terra. Era acido solforico.

Fui in grave pericolo per parecchi giorni, soffrendo molto; guarii

lentamente, e ne risentii per un pezzo.

Mio fratello Emilio, che andava a scuola già da tre anni, aveva i suoi

piccoli amici, ch’eran parecchi, ma i tre intimi erano i figli del

marchese Antonio Trotti, Lodovico e Lorenzo, che poi morì giovane,

e Saule Mantegazza. Queste amicizie erano naturalmente accompagnate

da quelle dei rispettivi parenti; in casa Trotti poi ci andavano

altri ragazzi, e di carnevale c’erano delle lezioni di ballo, delle

belle festicciuole anche in costume, e delle recite. Era un grande

divertimento, e i miei genitori conducevano anche me. Una sera però

Emilio ebbe un dispiacere, ed uno lo ebbi anch’io. Emilio ballava con

una bambina d’Azeglio, vestita alla Bernese con una gran cuffia; urtati

nel ballare, caddero tutt’e due; fecero per rialzarsi, ma in grazia del

cuffione della bambina e delle maglie strette che aveva Emilio, non ci

riuscirono; ruzzolarono sotto una tavola, e ci volle un po’ di tempo

per levarneli.

Emilio, da quel giorno, non volle ballar più.

Il mio dispiacere l’ebbi alcune sere dopo. Mia madre aveva combinato

con la marchesa Fanny d’Adda De Capitanei ch’io ballassi una quadriglia

con la sua bambina, Lauretta. La quadriglia andò disastrosamente, e

non seppi più neanche dove fosse andata a finire la mia ballerina.

Per un pezzo, anche dopo quella sera, io continuai a incolparne quella

bambina, mentre essa continuò a prendersela con me.

Chi mi avrebbe detto allora che quella bambina sarebbe un giorno

diventata mia moglie! Eppure la nostra prima conoscenza è datata da

quella sera, e cominciò con un disaccordo che doveva essere il primo e

l’ultimo.

Da bambini, noi tre fratelli eravamo gracili, nervosi, vivacissimi.

Perciò nostro padre non volle mandarci a scuola, e neanche farci

insegnar l’alfabeto, che dopo i sette anni compiuti. Così, fino a

quell’età, non si fece che giocare, saltare e passeggiare, accompagnati

dal babbo, ch’era sempre con noi, e prendeva occasione da ogni piccola

cosa per interessarci a tutto ciò che si vedeva.

Allora non c’erano scuole di ginnastica, ed in casa nostra non c’era

un giardino; perciò nostro padre ne aveva preso uno in affitto, dove

ci conduceva ogni giorno a far il chiasso, mentre lui se ne stava sotto

una pianta con un libro in mano.

Le scuole pubbliche elementari a quei tempi erano scarse, e non buone.

Nei Ginnasi e nei Licei c’era qualche bravo professore, e anche

celebre, ma si studiava poco, e superficialmente. A Milano c’erano

diversi Istituti d’insegnamento privato, e tra questi il _Boselli_ e il

_Racheli_ erano i due più importanti, che accoglievano i figliuoli di

molte tra le migliori famiglie.

Noi fummo mandati all’Istituto Boselli, ove c’erano alcuni tra

i migliori professori d’allora, tra i quali Achille Mauri, noto

letterato, e che più tardi nella Camera Piemontese, nel Senato italiano

e nel Ministero della Pubblica Istruzione, lasciò un nome caro ed

onorato.

Nell’istituto Boselli la prima classe elementare era tenuta da un certo

maestro Pozzi, uomo di moltissimo ingegno, il quale, dopo aver fatto

il professore di matematica in un Liceo, aveva voluto dedicarsi ai

fanciulli, per esperimentare certi suoi metodi che dovevano condurli a

imparare rapidamente il leggere, lo scrivere, un po’ d’aritmetica, ed

altre belle cose.

I metodi del maestro Pozzi, davvero ingegnosissimi, consistevano in

una serie continua di giochi traverso i quali si imparava in fretta,

senza fatica, anzi divertendoci moltissimo. De’ suoi sistemi alcuni

sono rimasti, e sono in uso, senza che alcuno rammenti chi primo li

introdusse. Tra i suoi scolaretti il Pozzi poi ne sceglieva alcuni, e,

sempre a furia di giochi, insegnava loro cose che facevano sbalordire

i buoni genitori, quando presentava i suoi piccoli allievi agli esami,

come cagnolini ammaestrati.

Ma non c’erano solo i giochetti, c’era di serio nella scuola del Pozzi

che l’insegnamento diventava facile, attraente, rapido, senza stancare

mai la mente tenera dei bambini, e senza far nascere quelle ripugnanze

precoci che ispiravano molte volte le vecchie scuole.

Il maestro Pozzi lasciò la scuola pochi anni dopo, e morì giovane. Tra

gli ultimi suoi scolari ci fu mio fratello Enrico, a cui prodigò cure

affettuose e pazienti, che non dimenticherò mai.

Mio fratello Enrico, a cagione d’una malattia cerebrale avuta da

bambino, era giunto fino agli otto anni senza quasi poter profferire

le parole. Si temette da principio che fosse muto; ma non era sordo,

e dava segni d’intelligenza svegliata. Mio padre s’intese col maestro

Pozzi, il quale a poco a poco, in un paio d’anni, riuscì a snodar

la lingua ad Enrico, e a farlo parlare, con un seguito di espedienti

ingegnosi e amorevoli.

Mio fratello Enrico diventò un uomo di mente svegliata e acuta; ebbe

l’animo buono e giocondo, lo spirito pronto e arguto.

Tutto amore pei suoi fratelli, le sue preoccupazioni, i suoi pensieri,

eran tutti, e sempre, rivolti a loro, con un affetto quasi figliale.

Finchè visse, le abitudini mie furono le sue; eravamo sempre insieme,

in casa, in campagna, nelle conversazioni, nei divertimenti; non ci

lasciavamo mai.

Il suo carattere aperto e leale, la grande bontà del suo animo lo

rendevano caro ai molti che lo conobbero e che ne cercavano con premura

l’amicizia. Morì a 46 anni, nel 1881, e la sua perdita, che rimpiango

ogni giorno, mi lasciò privo quasi d’una parte di me stesso.

Il maestro Pozzi aveva per assistente un chiericotto, che pareva

avviato a divenir prete; ma quel chierico abbandonò presto il collare

e l’insegnamento dell’alfabeto. Più tardi lo ritrovai, quando fui alla

Università; si chiamava l’avv. Antonio Mosca e fu mio professore di

legge. Dopo il 1859 diventò deputato, e fu un’illustrazione del Foro

Lombardo.

Il direttore, Antonio Boselli, aveva dato molta riputazione al suo

Istituto circondandosi sempre di ottimi professori. Quanto valesse

lui non lo so, ma ne’ suoi alunni non destò l’impressione simpatica

lasciataci dai suoi maestri e professori. Ne avevamo paura; era duro,

severo, e distribuiva con grande facilità ingiurie e scappellotti,

specialmente a quelli che teneva in pensione.

Le prime confidenze su queste abitudini manesche del Boselli le

ebbi da alcuni condiscepoli della prima classe ginnasiale. Eravamo

in tre sul medesimo banco, e io ero nel mezzo. Fin dal primo giorno

feci una grande amicizia coi miei due compagni, e incominciarono

le confidenze, mentre si mangiavano i due panini concessi nella

mezz’ora della ricreazione. Due panini, nulla di più; i regolamenti

scolastici, allora, non permettevano altro, e la concessione d’un po’

di companatico era un affare non facile. Il mio vicino di sinistra

era un giovanetto magruccio, pallido, timido; aveva due gran mani,

gonfie, rosse pei geloni, e sanguinolenti. Era un convittore, e mi

raccontava che il Boselli li faceva alzare col lume nell’inverno prima

di scuola, e li metteva a studiare in camerotti freddi, distribuendo

poi con facilità fior di ceffoni senza economia; e mi diceva che

quando i convittori erano irrequieti, il Boselli, chiamando _morbosa_

l’irrequietudine, somministrava loro dei purganti.

Non so dei purganti, ma dei ceffoni ne pigliava parecchi anche il

mio povero compagno. Poverino! e infatti aveva l’aria intimidita e

malinconica. Ma non lo era di natura, poichè quando più tardi, divenuto

io amico in casa sua, ci ritrovammo, in mezzo ai suoi fratelli, lo

rividi vispo, allegro, e tutt’altro che timido. Ma allora mi faceva

tanta compassione! Solo mi pareva che un giovinetto così mingherlino,

così timido, avesse un nome troppo solenne, troppo da uomo grande; si

chiamava Malachia De Cristoforis.

Il mio compagno di destra era molto diverso; aveva dodici anni, era

tarchiato, aveva il fare risoluto, e lanciava anche qualche bestemmia,

specialmente contro il latino. Suo padre l’aveva messo nella _Pensione

Boselli_ solo per alcuni mesi, cioè mentre era assente con parte

della famiglia, lasciata in Spagna. Però, diceva questo mio compagno,

se nel frattempo il signor Boselli mi somministrasse un qualche

ceffone, allora farei una «_conspiracion_ in collegio, e poi un

_pronunciamento_, e occorrendo una _revolucion_, come si fa in Spagna.»

«Sei spagnuolo?» gli domandai.

«No, sono di Val Seriana, ma mio padre è cittadino onorario di

Saragozza, ove è chiamato _el Dio del do di petto!_»

Io non capivo niente. Ma il mio amico mi raccontò che suo padre in

tre _piazze_ dove fece tre _stagioni_, in Spagna, era ricevuto come un

_Rey_.

Basti dire che a Toledo gli studenti gli staccarono i cavalli e

trascinarono essi la carrozza; a Valladolid illuminarono la città per

lui. Quando poi c’era la sua serata, allora fioccavano inviti, poesie,

serenate, regali, e si lanciavano pel teatro dei canarini: e il mio

amico non la finiva più nel raccontare cose meravigliose, intanto

che si sbocconcellavano que’ due panini. Io e gli altri compagni lo

ascoltavamo pieni di meraviglia e quasi d’invidia; ci pareva proprio il

figlio d’un Re.

Due mesi dopo venne a prenderlo un bell’uomo, senza barba, che

cantarellava, intanto che il signor Boselli gli faceva vedere

l’Istituto.

Era il cittadino di Saragozza, che veniva a prendere suo figlio per

ricondurlo in Spagna. Tutti salutammo affettuosamente il nostro amico,

facendo mille propositi per l’anno dopo. Ma l’amico non ritornò più, e

non seppi più nulla di lui.

Si andava alla fine d’ogni mese al Ginnasio di S. Alessandro (ora

Beccaria) a fare un breve esame, chiamato _esperimento_, su qualcuna

delle materie della classe, insieme agli alunni del Ginnasio pubblico.

Ci trovavo press’a poco sempre gli stessi scolari, ch’erano molto

biricchini e insolenti, soprattutto con noi delle scuole private;

per cui correvano spesso delle busse. Parecchi mi canzonavano perchè

avevo i capelli rossi, e mi lanciavano dei proverbi popolari poco

lusinghieri. Per un po’ fingevo di non badarci; poi ne pigliavo

qualcuno, e gli davo una buona strigliatina. Mi dicevano in milanese:

_Guardet de la toss e di cavei ross; Qui ross in difficil de conoss_.

Tra questi scolari ne avevo notato specialmente due, che stavano sempre

tra loro, col fare brusco e con la faccia accigliata. D’uno seppi più

tardi ch’era il figlio d’un Commissario di Polizia; l’altro; ch’era

anche il più altezzoso dei due, per un pezzo non sapemmo chi fosse;

ma qualcuno tra noi disse che doveva essere il figlio d’un generale,

perchè una volta venne a prenderlo suo padre con in capo una feluca.

Un giorno, nell’uscir di scuola, gli domandammo: «E tu chi sei?

Chi è tuo padre?» — «Mio padre» rispose in tono fiero il ragazzo «è

Commissario di Sanità del Municipio.»

Ma siccome noi avevamo l’aria di non aver capito, e si rideva, il

ragazzo replicò, con fare d’importanza e di compassione per la nostra

ignoranza: «Mio padre è il Capo che sta al di sopra di chi accalappia i

cani!»

Rammento ancora un grosso guaio ch’ebbe una volta mio fratello Emilio

nella scuola Boselli. Non so per qual ragione, la sua classe era

stata un giorno messa tutta in castigo e privata della ricreazione.

Che fecero allora gli scolari? C’era su una stufa grande, e fatta a

colonna, un busto in gesso dorato, ch’era il ritratto dell’Imperatore

d’Austria; gli scolari, approfittando d’un momento in cui il professore

era uscito dalla classe, buttarono una corda al collo del busto, e con

una forte tirata lo rovesciarono a terra, mandando tutto in frantumi

l’infelice Imperatore[5].

Apriti cielo! I sospetti più gravi caddero su mio fratello Emilio,

come ispiratore e principale esecutore del delitto. Boselli, a buon

conto, gli diede una terribile lavata di capo, accompagnata da parole

ingiuriose; mio fratello allora mise i suoi libri sotto il braccio, e

se ne andò a casa. Il giorno dopo, mio padre accomodò la faccenda alla

meglio.

Boselli, quando ci strapazzava, soleva dedurre dalle nostre scappatelle

le più terribili conseguenze: «Si incomincia colla disobbedienza, poi

di questo passo si finisce sulla forca!»

Molti anni dopo, nel 1853, vennero i processi di Mantova, le forche

furono rizzate davvero, e mio fratello Emilio corse un grave pericolo.

«Che Boselli l’avesse indovinata?» mi disse un giorno Emilio. Infatti

c’era mancato poco.

Ma i vecchi alunni del signor Boselli dovevano presto perdonargli

le strapazzate, gli scappellotti, i purganti, e i suoi pronostici,

poichè venute le _Cinque Giornate_, egli fu tra i primi ad accorrere

al Broletto, che fu uno dei punti di ritrovo dell’insurrezione, e vi

rimase ucciso.

Devo però dire che, a quei tempi, il migliore dei miei maestri è stato

mio padre. Egli ci faceva, dopo la scuola, delle ripetizioni, ch’erano

vere lezioni, e con grande amorevolezza e chiarezza c’insegnava ben più

di quanto avevamo sentito, e talvolta non capito a scuola.

Con mio fratello Emilio, maggiore di me, come dissi, e che era

dotato di molta precocità d’ingegno e di molta volontà di studiare,

le lezioni eran lunghe, ed erano seguite poi da discorsi istruttivi

durante le passeggiate che si facevano dopo le lezioni. Molte volte ci

accompagnava nelle passeggiate il poeta Giuseppe Rèvere, anzi ricordo

che parecchi de’ suoi bei sonetti li scrisse in casa nostra.

Uno dei modi di educazione di mio padre era quello di stare co’ suoi

figli più che poteva, di esigere da noi una confidenza illimitata,

ricambiandocene molta, e di considerarci come persone un po’

superiori alla nostra età; così ispirava in noi il sentimento della

responsabilità e del dovere. Eravamo trattati da piccoli uomini,

cosa che ci lusingava assai; per cui era grande il nostro impegno per

tenerci a quel livello.

In Valtellina, ove passavamo le vacanze, mio padre alle volte

interrompeva i miei spassi, non di rado un po’ sfrenati, coll’affidarmi

qualche incombenza campestre, in cui ci volesse dell’assiduità e

dell’attenzione. Non è a dire come ne fossi superbo, e con quanta

serietà mi ci mettessi. Ciò avveniva specialmente nel tempo delle

vendemmie, che mio padre, buon agricoltore e buon enologo, dirigeva in

casa sua diligentemente, introducendo metodi allora nuovi, e prendendo

Emilio e me come suoi aiutanti.

Mio padre amava i contadini e ne era fortemente riamato; volontieri

s’intratteneva con loro, s’occupava dei loro affarucci, e il suo studio

era sempre frequentato da contadini che venivano a chiedergli aiuti

e consigli. Specialmente affezionata gli era l’intera popolazione di

Grosio, colla quale la nostra famiglia aveva avuto da parecchi secoli,

tradizionali legami di interessi e di affetti.

Sentimenti riaccesi anche più vivamente da non lontane memorie:

quelle che si riannodavano al mio avo, don Nicola, il quale, anche

in mezzo alle gravi occupazioni della sua vita operosa, non aveva mai

dimenticato i suoi Grosini, ed era stato in ogni occasione difensore e

consigliere amorevole degli affari loro e del Comune.

C’erano in quel tempo in Tirano parecchie buone e distinte famiglie,

ora in parte scomparse; e noi ci avevamo anche dei parenti, poichè mio

padre aveva tre sorelle che si maritarono in Valtellina, nelle famiglie

Cattani, Quadrio e Merizzi. Tra i parenti voglio ricordare specialmente

due, che lasciarono nel mio animo una cara e indelebile memoria; e

questi furono un cognato di mio padre, don Antonio Merizzi; e un suo

cugino germano, don Luigi Quadrio, prete e parroco nel paesello di

Bianzone.

Don Luigi Quadrio era un sacerdote severo nella condotta, dignitoso

nella persona; aveva ingegno, coltura, idee larghe e liberali, come

molti a quel tempo nel clero lombardo. Modestissimo, nemico di ogni

rumore mondano, non volle cariche, che lo avrebbero condotto a diventar

Vescovo, e passò la maggior parte della sua vita nei paeselli di

Bianzone e di Mazzo in Valtellina, amatissimo dal popolo, venerato dal

clero, dedito ai suoi studi e alle cure intelligenti e solerti della

sua piccola parrocchia; spendendo tutto il suo in beneficenza. Tra lui

e mio padre c’era un grande accordo di sentimenti e di pensieri; c’era

un legame d’affetto quasi fraterno, che il buon sacerdote continuò con

noi pure, fin che visse.

Dopo il 1840, una prima e lieve aura di risveglio nazionale aveva

cominciato a spirare in Italia coi Congressi scientifici, ch’erano

stati avviati in alcune città.

Al Congresso, che si doveva tenere in Milano nel 1844, si voleva dare

una speciale importanza, e perciò se ne cominciarono i preparativi

fin dall’anno prima. Vi prendevano parte le persone più notevoli e

più colte di Milano; si preparavano temi e studi di argomenti patrî e

cittadini. C’era in tutti un ridestarsi di attività, di intendimenti

patriottici, e di vaghi presentimenti.

Il Cattaneo, che preparava il suo libro sulle _Condizioni morali e

civili della Lombardia_, s’era rivolto a parecchi studiosi per avere

delle notizie economiche, statistiche, morali, riguardanti le diverse

provincie lombarde. Si rivolse a mio padre per aver quelle della

provincia di Sondrio.

Mio padre si mise al lavoro, e fece una completa monografia della

Valtellina, che per la sua importanza non fu trasfusa nel libro del

Cattaneo, ma fu per intero pubblicata negli _Annali di statistica_.

Presentata al Congresso, ne ebbe grandissime lodi, e mise allora in

vista mio padre, che viveva di solito in un modesto riserbo, e gli

diede molta notorietà. Fu allora che entrò in relazione più intima con

quel gruppo di studiosi, fra i quali Cesare Correnti, che poco dopo

dovevano diventare uno dei nuclei più importanti dell’azione e della

lotta politica.

Mio padre era socio, e assiduo frequentatore, della Società

d’Incoraggiamento delle scienze, lettere ed arti, che aveva una ricca

biblioteca, ed era un ritrovo di studiosi, ma che, per la natura

dei tempi, limitavasi ad essere poco più d’un casino di lettura.

Nell’occasione del Congresso si pensò di risollevarla e di farne un

centro di studi attivi e fecondi. Si nominò una Commissione incaricata

di stendere il programma; mio padre ne fu il presidente, e lesse una

prima relazione sull’argomento. Io allora ero un giovanetto, e non

saprei dire quali fossero gli intenti di mio padre e della Commissione;

solo ricordo ch’egli ne discorreva calorosamente col Correnti, col

Rèvere, e col conte Carlo Porro, in un locale municipale ove il

Porro si occupava dei primi ordinamenti del nascente Museo di storia

naturale. Vi si radunavano parecchi, che non conoscevo, e mio padre,

che ci aveva sempre con sè, vi conduceva Emilio e me. Più volte vi

sentii parlare della Società Palatina, onore in passato di Milano, e

augurio di speranza per l’avvenire.

Il conte Porro doveva morire subito dopo le Cinque Giornate, come

vedremo, ucciso da un soldato, mentre era condotto prigioniero ed

ostaggio. E ben presto doveva morire mio padre.

Mio padre era pure tra i frequentatori della casa di donna Anna

Tinelli, signora colta, e nota a Milano pel suo talento artistico

e per le sue belle miniature. Nel suo salotto conveniva un piccolo

mondo politico, quale era compatibile coi tempi, ed erano avanzi di

gente complicata nei movimenti del 1831. Il marito di lei era stato

processato e condannato in contumacia, e s’era riparato in America.

Anche donna Anna era stata inquisita dallo Zaiotti, e se n’era liberata

con fermezza e con presenza di spirito. Durante il processo Paride

Zaiotti soleva interrompersi con qualche storiella, poi ripigliava

il filo, per confondere gli inquisiti. Una volta avendo ricevuto una

lettera, s’interruppe ridendo: «Ecco uno che mi scrive — al Signor

Adone Zaiotti; — le pare che io sia un Adone Zaiotti; — le pare che

io sia un Adone?» E donna Anna prontamente: «Non è un Adone, ma non è

neanche un Paride!» Zaiotti riprese il fare brusco.

Da donna Anna andavano pure assiduamente Arese, Belcredi, il marchese

Gaspare Rosales, i genitori miei e di mia moglie, e parecchie altre

persone appartenenti a famiglie cospicue, liberali ed anti-austriache.

Ai primi di settembre del 1846, finite le scuole, che allora duravano

tutto il mese d’agosto, si partì per Tirano.

Le vacanze di quell’anno incominciarono con auspici che si sarebbero

detti più lieti del solito. Mio padre aveva incominciato uno studio

economico sulla Beneficenza religiosa e la Beneficenza civile, e

correggeva le bozze d’una seconda edizione, di molto ampliata, del suo

libro sulla Valtellina. Queste occupazioni, le sue nuove amicizie, il

nuovo campo d’attività intellettuale che presentiva, erano argomento in

quei giorni d’una viva soddisfazione nell’animo suo, e lo distraevano

da una preoccupazione malinconica che lo turbava da parecchio tempo in

seguito a un caso disgraziato che gli era avvenuto.

Il caso era stato che nel ritornare dalla Valtellina, una notte,

la _Diligenza_ in cui si trovava era ribaltata da un’alta ripa, tra

Sondrio e Morbegno. Un certo Scala, di Grosotto, che si trovava nella

Diligenza, era rimasto morto; e a mio padre, in seguito alla scossa

avuta, era andata mano mano indebolendosi la vista d’un occhio, fino

ad offuscarsi completamente. Questo fatto lo impensieriva assai, e gli

aveva lasciato dei presentimenti dubbiosi e mesti.

Ora, il mutamento improvviso delle sue abitudini solite veniva con

molta opportunità a sviarlo dai pensieri molesti, e a ridargli la calma

serena dell’animo e l’attività geniale della mente.

Mia madre, che lo adorava, ne gioiva ed era in vena di vivacità e di

spirito più che mai.

Io poi avevo dentro di me una secreta gioia, che mi faceva parere

quell’autunno il più bello di tutti. Mio padre, per non so quale

disgusto che aveva avuto col direttore Boselli, aveva fissato di farci

continuare gli studi in casa, alla ripresa delle scuole.

S’era fatto intanto un programma di escursioni sui monti e di

scarrozzate, e si principiò con una gita a Poschiavo in una numerosa

compagnia. A Poschiavo allora s’andava per una strada appena

carreggiabile, a cavallo o su carrette. La brigata non poteva essere

più allegra; e ricordo che mia madre fu in quel giorno (e doveva

esserlo per l’ultima volta nella sua vita), della più gioconda

festività.

Nel ritornare, sulla sera, fummo sorpresi da un temporale e da un

forte acquazzone. Per un tratto di strada non breve non trovammo ove

ripararci, e intanto soffiava un vento gelato che veniva dalle gole del

monte Bernina.

Nella notte mio padre si sentì male; gli si sviluppò un violento

malore, e tre giorni dopo spirava, ai 24 settembre del 1846.

Presente a sè fino agli ultimi momenti, volle salutarci tutti,

raccomandando i suoi figli a quanti erano accorsi in casa nostra. A

me disse: «Sii d’aiuto in ogni cosa alla mamma, e seguine sempre i

consigli... te ne troverai contento per tutta la vita».

I ricordi di mio padre e i consigli di mia madre dovevano essere

infatti una delle fortune della mia esistenza.

Mia madre era caduta in terra svenuta, e fu in delirio per parecchi

giorni. Io e i miei fratelli fummo condotti quella sera in casa di

mio zio Merizzi; il giorno dopo venne a prenderci il cugino don Luigi

Quadrio e ci volle presso di sè nel suo paesello di Bianzone, ove fu

condotta poi anche mia madre.

Saputasi a Grosio la morte di mio padre, tutta la popolazione in massa

scese a Tirano, che dista dodici chilometri, e volle averne la salma

per accompagnarla là, dove riposavano tanti della nostra famiglia.

Mio padre aveva da poco compiuti i 48 anni. Egli ebbe la sventura di

passare la maggior parte della sua vita nel periodo di quella morta

gora in cui visse l’Italia tra il 1815 e il 1848. La sua mente, i suoi

studi, la riputazione che s’era acquistata gli avrebbero certamente

riservata una parte politica importante nei grandi avvenimenti che

seguirono da poco la sua morte; ma questa immaturamente lo tolse alle

speranze del paese, e all’affetto di quanti lo conobbero. Di questi

sentimenti si rese interprete Cesare Correnti in una Commemorazione che

lesse alla _Società d’Incoraggiamento_, e che fu uno de’ suoi scritti

più ispirati e gentili.

Ricordi di gioventù · 第 8 / 105 题