FORO NUNDINARIO O TRIANGOLARE.

Anche Pompei aveva dunque il suo Foro venale, o nundinario, come

vien più comunemente designato, a cagione che, secondo il costume

romano, traessero i rustici ogni nono giorno a Roma pel mercato, del

modo stesso che oggidì tante borgate hanno i mercati settimanali, per

vendere, cioè, e comprare derrate, per ricevervi le leggi, giusta il

seguente passo di Macrobio: _Rutilius scribit, Romanos instituisse

nundinas, ut octo quidem diebus in agris rusticis opus facerent nono

autem die intermisso rure, ad mercatum legesque accipiendas Romam

venirent, et ut scita atque consulta frequentiore populo referrentur,

quæ trinundino die proposita a singulis atque universis facile

noscebantur_[263].

Questo Foro in Pompei, per ragione della configurazione della sua

pianta, vien chiamato eziandio triangolare; come invece da altri viene

unicamente ritenuto non più che una semplice stazione o quartiere

de’ soldati. Ma per quest’ultima opinione, osserverò che da costoro

verrebbe per avventura scambiata la parte per il tutto; perchè infatti

in questo foro si ritrovi un quartiere, quantunque non di soldati, ma

piuttosto, a quanto pare, di gladiatori; ma di codesto dirò a suo luogo

più avanti, parlando dell’Anfiteatro.

Il Foro nundinario sorgeva sovra una delle parti più elevate della

città, e forse la più antica a giudicarne dai suoi monumenti: dominava

il mare e costituivasi d’un gran rettangolo, nel cui mezzo era il

tempio greco che già ho descritto, intitolato ad Ercole, e da due lati

correva un Hecatonstylon o gran portico, sorretto da ventidue colonne

per ciascun lato, di tufo vulcanico ricoperto di stucco con fondo

rosso, metà tonde e metà scannellate d’ordine dorico, senza base.

Siccome a mezzo d’una larga gradinata scendevasi al teatro, così

argomentar è dato dell’uso di questo portico, che valer dovesse, cioè,

oltre che al passeggio, anche a riparare gli spettatori nel caso di

frequenti acquazzoni che avessero turbata la rappresentazione. Anche

a Roma, testimonio Eusebio, esisteva un Hecatonstylon al campo di

Flora, presso al terreno di Pompeo, che, consunto dal fuoco, instaurò

Tiberio ed abbellì Caligola; se pur non viene esso confuso coll’altro

egualmente di Pompeo vicino al campo Marzio, e del quale è menzione

in Strabone e nel libro XXXVI dell’_Istoria Naturale_ di Plinio il

Vecchio; ed un altro parimenti presso il teatro di Marcello nella

stessa città.

Ponevano a questo Foro i propilei, o antiporti, come il greco nome

esprime, di bello stile ed eleganti, formati di otto colonne d’ordine

jonico stuccate e dipinte in giallo, decorati da mensole per sorreggere

busti di personaggi e da una fontana. Nei resti di questi propilei si

riscontrano tuttavia i luoghi degli arpioni su cui giravano le porte

che dovevano chiudere il Foro; ciò che indusse a sospettare che non

a tutti indistintamente fosse questo aperto; onde vedrebbesi di qual

modo si fosse potuto contenderne l’adito e il passeggio dei portici

a’ coloni che vi dedusse Publio Silla, come a suo luogo, trattando

dell’orazione tenuta a favore di Silla da M. T. Cicerone, ho pur fatta

parola, e fu causa di tanto e sì lungo piato.

Avanti alla fontana de’ propilei, su d’un piedistallo, leggendosi la

iscrizione:

M . CLAVDIO . M . F . MARCELLO

PATRONO[264].

veniamo a conoscere il nome d’un altro patrono o protettore della

città, forse lo stesso Marco Claudio Marcello, che nella guerra civile

avendo seguito le parti di Pompeo, questi riuscito vinto, temendo l’ira

di Cesare esulò a Mitilene, dove visse nello studio delle buone arti

per alquanto, finchè Lucio Pisone, Claudio Marcello fratello di lui e

il Senato ne supplicarono il perdono, che fu concesso; onde Cicerone

ne rese publiche grazie a Cesare in quella splendida orazione che ci è

ancor conservata.

Una curiosa particolarità ci addita un emiciclo che fu scoperto nel

1765, il qual riguarda alla marina. Su di esso è un quadrante solare,

od orologio, statovi del pari che la banchetta semicircolare, o

_schola_, come latinamente appellavasi, a proprie spese collocato da

Lucio Sepunio Sandiliano, figlio di Lucio, e da Marco Erennio Epidiano,

figlio di Aulo, duumviri di giustizia, secondo suona l’iscrizione

seguente:

L . SEPVNIVS . L . F . SANDILIANVS

M . HERENNIVS . A . F . EPIDIANVS

DVOVIR . S . D . SCHOL . ET . HOROL .

Sono i medesimi duumviri dei quali parla l’iscrizione da me recata

nel parlar del tempio di Venere, e nella quale Bréton, diversamente

interpretando le ultime sigle, credette leggere la menzione della

collocazione in quel tempio d’un altro quadrante solare. Su di che,

a tutta risposta, si potrebbe chiedergli: perchè allora que’ duumviri

invece delle sigle D. S. P. F. C. non si servirono dell’eguale dicitura

usata in questa iscrizione scolpita nel Foro triangolare, dove la

parola Horol spiega la cosa senza lasciar dubbio di sorta?

Fin dall’anno di Roma 499, cioè 254 avanti Cristo, come consente la

più parte degli scrittori ed a testimonianza eziandio di Plinio[265],

Lucio Papirio Cursore collocava il primo quadrante solare, che avea

portato dalla Sicilia, presso il tempio di Quirino. In seguito si

moltiplicarono; ma non si creda tuttavia che si chiamassero tutti

contenti del trovato e di questa divisione delle ore del giorno. Gli

epuloni, cui pareva che di tal guisa si fosse lor messa addosso una

importuna, comunque tacita censura, maledivano l’istituzione; ed anche

un secolo dopo di Lucio Papirio (l’anno 535 circa), Plauto così la fa

lamentare in una sua commedia, che andò sciaguratamente perduta, e che

ebbe per titolo _Bis compressa seu Boeotia_, da un di costoro:

_Ut illi Dii perdant, primus qui horas reperit_

_Quique adeo primus qui statuit solarium._

_Qui mihi comminuit misero articulatim diem._

_Nam me puero uterus hic erat solarium_

_Multo omnium istorum optumum et verissumum._

_Ubi iste monebat esse: nisi cum nihil erat._

_Nunc etiam quod est, non est, nisi soli lubet_

_Itaque adeo jam oppletum est oppidum solariis._

_Major pars populi aridi reptant fame.[266]_

Questo è l’unico frammento di quella produzione smarrita e racchiude di

per sè uno storico documento.

Marco Antonio pare tuttavia non si preoccupasse, come l’epulone di

Plauto, più che tanto dell’orologio, perocchè avesse provveduto che la

cucina propria rimanesse pronta a tutte l’ore del giorno ed a’ capricci

del proprio stomaco; singolarmente curando che lo spiedo mantenesse

sempre a disposizione di lui il porcellino da latte, di cui, si narra,

fosse egli assai ghiotto.

[Illustrazione: La Basilica in Pompei. _Vol. I. Cap X. La

Basilica._]

Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3) · 第 48 / 56 题