I Fori.

Cosa fossero i Fori — Agora Greco — Fori di Roma — Civili e venali

— Foro Romano — Comizj — Centuriati e tributi — Procedimento in

essi per le elezioni de’ magistrati, per le leggi, per i giudizii

— Foro Civile Pompejano — Foro Nundinario o Triangolare — Le

_Nundine_ — _Hecatonstylon_ — Orologio Solare.

In quel tempo, la parte principale d’una città, dopo i templi, era il

Foro, perocchè in esso si compendiasse la vita publica: ecco a qual

fine io faccia succedere qui il discorso intorno i Fori, cui terrà

dietro quello intorno la Basilica di Pompei, questa essendo, a vero

dire, quasi parte e compimento del Foro Civile. Lo svolgimento di

questi temi giustificherà ancor meglio una tale precedenza.

Ho altrove notato come le città suddite di Roma avessero conformato

ad essa le istituzioni, ed adottati i modi e le costumanze di

vivere: il Foro in Roma essendo il centro della vita, ed anzi, oserei

dire, il pernio intorno a cui s’aggira tutta la storia civile e la

gloria romana, il foro doveva pure essere in Pompei il luogo meglio

importante.

Che significasse, a che servisse, è presto conosciuto, tessendo

brevemente la storia del Foro di Roma. Gli scopi di questo sono pur

identici a quello: ecco perchè l’illustrazione di Pompei è ad un tempo

l’illustrazione della vita civile ed intima di Roma.

Il Foro, io già dissi altrove[244], derivò la propria denominazione

a _ferendo_, cioè _portare_. La ragione di tal nome raccogliesi

dal primitivo uso che ne venne fatto, essendo stato dapprima piazza

di mercato e de’ popolani concorsi: se pure _forum_ non significhi

piuttosto, come talun etimologista avvisa, un luogo aperto dinanzi

a qualche edificio, massime a sepolcro, ed abbia allora l’etimologia

propria dall’avverbio latino _foras_. Quasi tutte le italiane città

avevano anticamente il Foro, introdotto ad imitazione de’ Greci,

che egual luogo di convegno si avevano sotto il nome di _agora_,

destinato a’ mercati ed alle popolari adunanze. Vi furono anzi degli

oppidi, o grosse borgate, a cui traevasi per provinciali negozj, che

assunsero perfino il nome di _fori_: così il Foro Aurelio in Etruria,

il Foro di Livio nell’Emilia, ora Forlì, il Foro di Giulio, Cornelio,

Sempronio, ecc. Poi ne fu esteso l’uso, e intorno ad esso si eressero

i principali edifizj publici cittadini; era anzi là che gli ufficj

tutti si concentravano. Là i templi, i tribunali, le basiliche, il

pubblico tesoro e i principali ritrovi ove maggiormente sviluppavasi

l’esistenza cittadina; là la gioventù si dava agli esercizj ginnastici,

là seguivano gli spettacoli scenici e gladiatorj: tutto questo poi

cessando per riprendere unicamente le sole due prime sue destinazioni.

Più Fori tuttavia erano in Roma: servivano gli uni alle assemblee

popolari ed ai tribunali in cui rendevasi giustizia, ed appellavansi

_Fora judicialia_ o civili: i circostanti edifizj di questi fori

erano nondimeno occupati dai banchieri (_argentarii_) e dagli usurai

(_fœneratores_) principalmente. Era naturale: le principali transazioni

concernenti i più importanti affari pertrattati venendo nel foro,

usurai e banchieri ritrovavano necessariamente nel foro più vasto e

ricercato arringo.

Gli altri fori minori, detti anche venali, servivano pei mercati, ed

assumevano quel nome che, a seconda delle merci che vi si spacciavano,

loro meglio conveniva.

V’erano, a cagione d’esempio, il _forum boarium_, di cui Ovidio nel

Primo de’ _Fasti_:

_Hic ubi pars Urbis de bove nomen habet_[245],

ch’era il mercato del bestiame; il _forum piscarium_, ricordato da

Plauto in quel verso del _Curculione_:

_Symbolorum collatores apud forum piscarium_[246],

ove si vendevano i pesci; il _forum olitorium_, o degli erbaggi,

dove c’era pure la _columna lactaria_, alla quale si esponevano dalle

malvagie madri i bambini; il _forum suburanum_, ove que’ della campagna

portavano a vendere alimenti, e di cui parla ne’ suoi epigrammi

Marziale:

_Quidquid villicus Umber, aut colonus,_

_Aut rus marmore tertio notatum,_

_Aut Thusci tibi, Tusculive mittunt,_

_In tota mihi nascitur Subura_[247];

il _forum coquinum_, dove stavano apprestate le vivande già cotte;

il _forum cupedinis_, o delle ghiottornie, posto secondo alcuni, nel

Celio, secondo altri, nell’Esquilino, in cui dimorato aveva Numerio

Equizio Cupes, dal quale si vuole tratto per avventura il nome, da

chi non pensa che il vocabolo e la destinazione di tal foro bastano a

chiarirne di per sè soli l’etimologia; il _forum transitorium_, perchè

dava l’accesso a tre altri fori, pur detto palladio, ed era fra il

Capitolino e il Quirinale; ed altri.

Negli ultimi tempi della Republica, crescendo il numero della

popolazione, Giulio Cesare aprì un altro foro presso il vecchio, ed è

di esso che parla Ovidio nel III libro dei _Tristi_:

..... _hæc sunt fora Cæsaris, inquit,_

_Hæc est a sacris quæ via nomen habet_;[248]

Augusto ne edificò un terzo meno ampio, ma ricchissimo di capolavori

dell’arte greca; Nerva compì quello incominciato da Domiziano, ed è lo

stesso che già mentovai sotto il nome di palladio, così chiamato perchè

Minerva fosse la divinità tutelare a quel principe. Esso era d’ordine

corintio. Un foro da ultimo, che fu detto _Ulpium_, costruì con

architettura di Apollodoro, l’imperator Trajano, di cui furono scritte

maraviglie, e del quale non rimane oggidì che la colonna trionfale.

Ammiano così ne parla: _singularem sub omni cælo structuram, etiam

numinum assentione mirabilem_[249].

I fori per altro venali non avevano nè la grandezza nè la bellezza, nè

la prestanza de’ fori giudiziali, ed erano per lo più cinti all’intorno

dalle botteghe de’ varj venditori o del piccolo commercio, che

_tabernæ_ latinamente venivano appellate.

Così anche in Pompei v’erano il Foro Civile e il Foro nundinario, o

venale.

In Roma, il maggiore foro veniva designato col solo nome di Foro,

comunque venisse altresì onorato cogli epiteti di _vetus_ e di

_magnum_, antico e grande, e serbavasi all’amministrazione della

giustizia, alle popolari adunanze ed alla trattazione in genere di

tutti i publici affari. Quivi perciò era il luogo de’ comizj, diviso

tuttavia dal Foro col mezzo de’ rostri, ch’erano le tribune, da cui

gli oratori arringavano il popolo e patrocinavano le cause con quella

ricchezza di eloquenza che sola pareggia la grandezza del popolo

dinanzi a cui si spiegava, e di che rimangono immortali monumenti nelle

orazioni del sommo arpinate Marco Tullio Cicerone. Vicina a’ Rostri

era la statua di Marsia coronato, intorno alla quale convenivano i

litiganti, e vi han tratto que’ versi della satira sesta di Orazio:

_Deinde eo dormitum, non sollicitus mihi quod cras_

_Surgendum sit mane; obeundus Marsya_[250].

Quivi il _Tabularium_, cosidetto perchè conservava le Dodici Tavole,

compendio della sapienza legislatrice degli antichi Quiriti. Quivi la

_Curia Hostilia_, in cui si raccoglieva il Senato; la _Grecostasis_ per

l’accoglimento degli ambasciatori stranieri; i templi a Giove Statore,

alla Concordia, alla Dea Vesta, alla Pace; onde Ovidio ancor nei

_Fasti_ potesse dire:

_Et tenet in magno templa dicata foro_[251];

qui le basiliche Giulia ed Emilia, gli archi, le colonne, e le statue

a ricordare gloriose gesta e gloriosi nomi. E a un medesimo tempo

ivi erano le orribili Carceri Mamertine, o Tulliane altrimenti dette,

in cui perirono di fame Giugurta re di Numidia, di capestro Lentulo,

Cetego, Gabinio e Cepario, complici nella congiura di Catilina sventata

da Cicerone console; e di pugnale Elio Sejano, e Simone figlio di

Gioas, capo ribelle degli Ebrei a’ tempi di Tito Vespasiano. Se poi non

erra la pia tradizione, in esse sarebbero stati gettati, prima del loro

estremo supplizio, gli apostoli di Cristo Pietro e Paolo.

Esaurita la menzione degli usi a che serviva il Foro, considerandolo

singolarmente dal lato materiale, non basterà ch’io abbia fatto cenno

ch’esso valesse alle popolari convocazioni, senza dirne più oltre; per

rispondere agli intenti del mio libro, toccherò con brevità altresì del

modo onde nelle adunanze si conducessero. Uno era il modo in Roma, come

in Pompei. Di quello dicendo, parlasi egualmente di questo.

Cosiffatte adunanze chiamavansi col nome generico di _comizii_,

_comitia_, e questi erano _centuriati_, detti anche _maggiori_

(_majora_), se vi poteva intervenire tutta la cittadinanza e della

città e della campagna; oppure erano _comizii tributi_ (_comitia

tributa_), se la votazione proceder dovesse per tribù.

I primi comizj tenevansi per eleggere i superiori magistrati della

Republica, come consoli, pretori, censori e tribuni militari; per

approvare le leggi che questi magistrati proponevano; per deliberare

la guerra, pei giudizii di perduellione o contro lo stato, e per

quelli cui era comminata la morte, e venivano indetti da un magistrato

superiore, almeno diciasette giorni avanti, ne’ quali potevano

discutere le proposte e v’erano oratori publici che le propugnavano,

altri invece che le combattevano, e così il popolo aveva campo di

pesarne l’opportunità e pronunziarsi poscia con cognizione di causa.

Venuto il dì del comizio, consultavano gli auspicj, e se buoni, lo si

teneva, se contrarj, lo si rimetteva ad altro giorno.

Il comizio aprivasi solennemente col leggersi la proposta del

magistrato, che lo presiedeva, e con acconcio discorso in cui svolgeva

la proposta stessa, terminando colla consueta clausola: _Si vobis

videtur, discedite, Quirites_; o anche: _ite in suffragium bene

juvantibus diis, et quæ patres censuerant vos jubete_[252].

[Illustrazione: Veduta generale del Foro Civile in Pompei.

_Vol. I. Cap. IX. Il Foro._]

E la votazione allora aveva principio per centurie. Se trattavasi di

progetto di legge, le due tavolette (_tabellæ_) che si distribuivano

portavano l’una le lettere _U. R._ (_uti rogas_, come proponi),

e l’altra _A._ (_antiqua volo_, cioè sto per l’antico ordine);

se trattavasi di giudizj, l’una tavoletta aveva la lettera _A._

(_absolvo_), l’altra _C._ (_condemno_), ed una terza colle lettere _N.

L._ che significavano _non liquet_, cioè il fatto non è accertato.

Di qui ne venne che la lettera _A_ si chiamasse _salutare_, e _triste_

la lettera _C_. La maggioranza de’ voti decideva. La nuova legge votata

incidevasi in rame e veniva poscia esposta al publico, conservandosene

sempre una copia nello _ærarium_ (tesoro).

Nei comizj, in cui s’era trattato di alcuna elezione, il nuovo

magistrato eletto, proclamato che era, pregava gli Dei, prestava

giuramento, e quindi dai _suffragatori_ era accompagnato festevolmente

a casa, dove egli adornava di corone le immagini degli avi.

Data così per me una generale idea del foro, modellandola, come

adoperarono tutte l’altre città italiane, su quel di Roma, pel

visitatore di Pompei questa idea verrà concretata ancor meglio e

precisata, esaminandone il Foro Civile.

A seconda degli ammaestramenti di Vitruvio, il Foro Civile era situato

nella parte della città più vicina al mare[253].

La sua figura è rettangola, è decorata da due ali di colonne di

travertino, che formar dovevano un peristilio coperto onde passeggiarvi

in tempo di pioggia, fattovi fabbricare da V. Popidio, come ne rende

testimonianza questa iscrizione, che venne ivi trovata il 24 marzo

1824:

V . POPIDIVS .

EP . F . Q .

PORTICVS

FACIVNDAS

COERAVIT[254].

Solo al nord si chiudeva dal tempio di Giove, che ho già descritto,

circondato da tre altri templi, cioè quel di Venere, d’Augusto e di

Mercurio e da altri stabilimenti publici, come la Basilica, l’Edificio

d’Eumachia, e il _Calcidico_, la Curia consacrata alle assemblee dei

principali magistrati della città, le Prigioni, il _Pecile_ o porticato

pel publico passeggio, ad imitazione de’ Greci, da cui i Pompejani

dedussero la denominazione, i tribunali e va dicendo da altri precipui

monumenti; rispondendo così in tutto alla descrizione, che d’un

foro lasciò il succitato Vitruvio[255], di cui Bonucci è indotto a

credere che gli architetti pompejani avessero indubbiamente consultata

l’opera[256].

Il Foro di Pompei, secondo l’osservazione fatta nell’ultima edizione

dell’opera sua _Pompeia_ nello scorso anno 1869 da Bréton, non era

accessibile che ai pedoni, desumendolo da certi scaglioni rovesciati

rinvenuti e da certi rialzi che vi si trovano, i quali avrebbero certo

reso il luogo impraticabile a’ veicoli.

La piazza del Foro pompejano misurava in lungo trecento quarantaquattro

piedi ed in largo centosette all’incirca.

L’escavazione fattane dal 1813 al 1822 permise rinvenire ventidue

piedistalli con iscrizioni, che portar dovevano le statue di Rufo, di

Sallustio, di Pansa, di Lucrezio Decidiano, di Scauro, di Gelliano e di

altri illustri pompejani e personaggi più distinti della colonia.

Come le colonne, anche il pavimento era coperto di larghe tavole di

travertino.

«Io non posso, scrive il Bonucci con quella autorità che gli attribuiva

la qualità di architetto e di direttore degli scavi reali di Pompei

e d’Ercolano[257], trattenermi dal fare le seguenti importantissime

osservazioni. Dopo i danni del tremuoto dell’anno 63, si ricostruiva il

Foro con maggiore magnificenza. Le colonne dei portici che non erano

dapprima che di semplice pietra vulcanica, erano state sostituite

dalle più eleganti di travertino. Il pavimento che è coperto di

larghe tavole dello stesso marmo, ma solo in qualche parte, stava

per allora interamente finito. Le statue di questi portici dei templi

e dei monumenti che lo circondano da tutti i lati dovevano trovarsi

nell’officina di qualche scultore per essere restaurate, perchè non se

ne trovò che i frammenti di qualcuna ch’erasi lasciata per il momento

al suo posto. Il tempio di Venere era già riedificato. La Basilica e

la Curia erano quasi al termine di loro ricostruzione. Il Calcidico

era ultimato; ma il suo vestibolo attendeva ancora l’ultima mano. Non

vi mancavano che le colonne e i marmi che dovevano coprirne i muri.

Il tempio detto di Quirino era ancora spoglio de’ suoi stucchi e degli

altri suoi ornamenti. Finalmente le colonne di tutto il lato destro del

Foro e del peristilio nel tempio d’Augusto non erano al loro posto. Si

lavoravano esse in mezzo del Foro, colle basi, i capitelli, le cornici

e con tutti gli ornamenti d’architettura che dovevano appartenere agli

altri monumenti. Questi numerosi pezzi di marmo vennero d’ordine del

Re, trasportati al Museo Borbonico (ora Nazionale), onde servir di

modello a’ giovani artisti del nostro reale Istituto.»

Ecco le iscrizioni che si lessero sui detti piedistalli:

M. LVCRETIO DECIDIAN.

RVFO D. V. III QVINQ.

PONTIF. TRIB. MILITVM

A POPVLO PRÆF. FABR.

M. PILONIVS RVFVS[258].

—

M. LVCRETIO DECIDIAN.

RVFO II VIR III QVINQ.

PONTIF. TRIB. MIL. A POPVLO

PRAEF. FABR. EX D. D.

POST MORTEM[259].

—

Q. SALLVSTIO P. F.

II VIR. I. D. QVINQ.

PATRONO... D D[260].

—

C. CVSPIO. C. F. PANSAE

II VIR. I. D. QVART. QVINQ.

E X. D. D. PEC. PVB.[261].

—

C. CVSPIO. C. F. PANSÆ

PONTIFICI II VIR I. D.

EX D. D. PEC. PVB.[262]

Dalle quali iscrizioni rilevasi come si potessero nel Foro erigere per

diversi meriti più d’una statua allo stesso personaggio.

Era qui che i Pompejani, oltre de’ Comizj ed oltre della trattazione

de’ più importanti affari di publico e privato diritto, non che de’

negozj più importanti al loro commercio, dovevano celebrare le maggiori

solennità; qui le processioni delle Canefore, di cui toccai parlando

del tempio di Venere nel Capitolo precedente; qui avvenivano i giuochi

de’ gladiatori, quando a spettacoli più grandi non fossero chiamati

nell’anfiteatro, siccome vedremo, favellando de’ Teatri, più avanti.

Chiuderò il dire intorno al Foro Civile pompejano col tener conto della

pittura che fu rinvenuta sulla parete che cinge il portico interno

verso settentrione, fatta con molta grazia e varietà, e suddivisa in

parecchi comparti.

In uno di questi è rappresentata l’origine della commedia ed una

Baccante: in altro la scena di Ulisse quando si presenta alla sposa

Penelope, in sembianza di vecchio mendicante e col falso nome di Etone,

e non ne è riconosciuto: subbietto spiccato alla _Odissea_ di Omero e

del quale avverrà che faccia novella menzione quando avrò a trattare in

un capitolo successivo del _Calcidico_ sotto altro aspetto, cioè come

pertinenza della Basilica.

Era consuetudine generale del resto che sotto i portici del Foro si

pingessero per lo più gloriosi fatti della nazione, ad imitazione

di Grecia, dove sotto i portici dell’agora ateniese era dipinta

la battaglia di Maratona da Milziade valorosamente e gloriosamente

combattuta, perchè servissero al popolo di generoso incitamento e

scuola.

Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3) · 第 47 / 56 题