Più vasto tempio e di superba architettura è quello che non è di molto
discosto da quello di Venere e che per una bella testa di Giove che vi
si è trovata ed una di Esculapio e di una donna, l’ha fatto assegnare
siccome consacrato al più grande degli Dei. Copriva 434 piedi quadrati,
grandissima estensione se si ponga mente alla angustia degli altri
tempj pagani, ed anche a quella degli altri templi in Pompei ed al
costume più generale che si aveva che in essi non convenisse tutto il
popolo, come è pratica nella religione cristiana, ma solo i sacerdoti
e quanti pigliavan parte a’ sacrificj, od alle matrone, bastando che il
popolo deponesse alla soglia le ghirlande e i doni.
Infatti se l’odierno tempio cristiano in Roma occupa 20,000 metri, il
tempio più grande di Roma antica, cioè quel della Pace, ne occupava
soli 6240; il Panteon ne copre 3182; quello di Giove Tonante 874; 195
quello della Fortuna Virile; e fuor di Roma, 1426 il tempio maggiore di
Pesto; 636 quello della Concordia ad Agrigento, e quindi vi tien dietro
questo di Giove in Pompei; mentre poi la più parte de’ templi pagani,
potevansi dire semplici fani, come quello di Iside in Pompei stessa
e gli altri, e come quello sacro a Giove Feretrio in Roma, che, sulla
fede di Plinio, non occupava in lunghezza più di quindici piedi.
A questo tempio di Giove dei Pompejani si ascendeva per un’ampia
gradinata or rovinata, che tutto fa credere fosse fiancheggiata di
statue colossali. Si compone di un vestibolo esastilo che risulta di
sei colonne corinzie di fronte e da quattro dai lati, di una cella
quadrilatera decorata di otto colonne d’ordine jonico per ciascun
lato, onde questo genere di templi aventi colonne ai lati designavasi
col nome di _peripteri_. Di palmi cinquantanove in lunghezza, e di
quarantaquattro in larghezza, questa cella ha un bel pavimento in
mosaico e le mura dipinte a fresco di un rosso brillante.
Scrive Vitruvio: «_Ærarium, carcer, curia foro sunt conjungenda, sed
ita uti magnitudo symmetriæ eorum foro respondeat_[182]»: or bene tali
condizioni riscontrandosi in questo edificio, ed al fondo della cella
essendo aperte tre camere fornicate, difese da cancelli di ferro, si
argomenta che fosse questo l’erario publico, per riporvi il denaro
della colonia e gli archivii.
Per una scala a mano manca di queste tre camere si monta ad un piano
superiore, da cui si gode del più bel panorama.
«Le colonne composte di tufo ricoperte di stucco, scrive l’architetto
G. Vinci, sono ridotte in pezzi, gli avanzi di due soldati, che non
vollero abbandonare il posto, ove forse erano di guardia, giacciono in
questo sito: uno di essi era stato schiacciato dall’improvvisa caduta
d’una colonna: una moneta di bronzo ed una visiera si raccolsero presso
di loro»[183].
Finalmente non obblierò la seguente iscrizione, che da questo tempio in
cui fu raccolta or fu portata ad arricchire il Museo:
SP . TVRANNIVS . L . F . SP . N . L . PRON . FAB
PROCVLVS . GELLIANVS .
PRAIF . FAB . PRAIF . CVRATORVM . ALFEI .
TIBERIS . PRAIF . PRO . PR . I . D . IN . VRBE . LAVINI .
PATER . PATRATVS . POPVLI . LAVRENTIS . FOEDERIS
EX . LIBRIS . SIBILLINIS . PERCVTIENDI . CVM . P . R .
SACRORVM . PRINCIPIORVM . P . R . QVIRIT . NOMINISQVE
LATINI . QVAI . APVD . LAVRENTIS . COLVNTVR . FLAM . DIALIS . FLAM
MART . SALIVS . PRAISVL . AVGVR . PONT .
PRAIF . COHORT . GAITVL . TR . MIL . LEC . X .
LOC . D . D . D .[184]
Spiegai altrove che significasse il pater patratus con cui si
qualifica Spurio Turannio, cioè perchè il feciale giurava a nome di
tutto il popolo, _pro toto populo patrabat_; dirò solo una parola
sul significato dei _sacri principii_ presso i Romani. I sacri
principii erano in un campo di guerra, negli alloggiamenti, e nella
castramentazione romana in cui ad una delle sue vie si dava il nome di
principia, e secondo si spiega dagli archeologi[185], perchè formava il
principio dell’accampamento; onde Plutarco in Galba l’appellò Archea
(Αρχαια) _sive initia quæ Romani principia appellant_. Era questo
un luogo più sacro e venerabile, perchè qui dal tribuno si rendeva
giustizia, qui si conservavano i vessilli e le aquile, qui sovra le are
castrensi si immolavano i sacrifici e si custodivano le immagini degli
Dei e dei principi, qui si prestava il giuramento e qui finalmente si
reputava un gran sacrilegio commettere il benchè menomo delitto. Così
Cicerone poteva uscire in quella sentenza favellando de’ _Principii:
Spes libertatis nusquam, nisi in vestrorum castrorum principiis
est_[186]. Nel medio evo in Italia il Carroccio tenne luogo de’ Sacri
Principi della antichità.