TEMPIO D’ISIDE.

In ragione del moltissimo culto che si aveva in Pompei la Dea Iside, il

discorso mi chiama a intrattenermi ora e di essa e del suo tempio, che

si presenta forse più interessante d’ogni altro.

Abbiamo veduto addietro come Roma avesse ospitato quanti numi stranieri

ed accolto quanti riti fossero stati importati dalle genti vinte: pur

qualche volta il Senato romano aveva dovuto interporsi per frenarne la

strabocchevole inondazione non scevra da funeste conseguenze.

[Illustrazione: Il Tempio d’Iside in Pompei. _Vol. I. Cap.

VIII. I Templi._]

Infra l’altre, la superstizione egiziana, la più spregevole ed abbietta

di tutte, venne più volte bandita da Roma e dall’Italia; ma Silla, se

per ispirito di devozione o per ragioni d’interesse non saprei dire,

l’aveva ricondotta nel suo ritorno dall’Egitto. Nell’anno di Roma 701,

a cagion d’esempio, il tempio di Iside e di Serapide fu demolito in

questa città per ordine del Senato, portandovi a tale fatto la mano

stessa del Console[187]; ma dopo la morte di Cesare fu riedificato

a spesa del publico erario, perchè lo zelo di fanatismo prevalse ai

freddi e deboli sforzi della politica. Gli esiliati numi dalle sponde

del sacro Nilo tornarono, si moltiplicarono i proseliti, i templi

furono riedificati con maggior lustro ed Iside e Serapide ebbero alfine

un posto fra le romane divinità. Quali ne fossero anzi gli entusiasmi,

e quanto generali, ce lo dicano i seguenti versi di Tibullo:

_Nile pater, quænam possum te dicere causa,_

_Aut quibus in terris occuluisse caput?_

_Te propter nullos tellus tua postulat imbres._

_Arida nec pluvio supplicat herba Iovi._

_Te canit, atque suum pubes miratur Osirim_

_Barbara, Memphitem piangere docta bovem._

_Primus aratra manu solerti fecit Osiris,_

_Et teneram ferro sollecitavit humum._

_Primus inexpertæ commisit semina terræ,_

_Pomaque non notis legit ab arboribus._

_Hic docuit teneram palis adjungere vitem,_

_Hic viridem dura cædere falce comam._

_Illi jucundos primum matura sapores,_

_Expressa incultis uva dedit pedibus._

_Ille liquor docuit voces inflectere cantu,_

_Movit et ad certos nescia membra modos._

_Bacchus et agricolæ magno confecta labore_

_Pectora tristitiæ dissoluenda dedit._

_Bacchus et afflictis requiem mortalibus affert,_

_Crura licet dura cuspide inulta sonent._

_Non tibi sunt tristes curæ, nec vultus, Osiri:_

_Sed chorus, et cantus, et levis aptus amor._

_Sed varii flores, et frons redimita corymbis,

Fusa sed ad teneros lutea palla pedes,

Et Tyriæ vestes, et dulcis tibia cantus,

Et levis occultis conscia cista sacris._[188]

Facevasi Iside presiedere singolarmente alla Navigazione ed alla

Medicina; onde si capisce perchè Tibullo nella sua Elegia III del Lib.

I, lamentando la malattia che lo incolse in Corcira, l’odierna Corfù, e

gli aveva vietato seguir Messala, dice a Delia sua amante:

_Quid tua nunc Isis mihi, Delia, quid mihi prosunt_

_Illa tua toties æra repulsa manu?_

_Quidve, pie dum sacra colis, pureque lavari_

_Te memini et puro secubuisse toro?_

_Nunc, Dea, nunc succurre mihi; nam posse mederi_

_Picta docet templis multa tabella tuis.[190]_

Come malato e come viaggiatore per mare, Tibullo aveva più titoli

alla protezione della Dea: quelli infatti che redimevansi da alcuna

grave malattia, o che si erano salvati da naufragio, non mancavano di

consacrare quadri votivi che si sospendevano nel tempio della Dea, di

che fa cenno ne’ surriferiti versi il poeta, e fece dire a Giovenale:

. . . . _Pictores quis nescit ab Iside pasci_?[191]

e noi di presente facciamo del resto nè più nè meno davanti agli altari

della Madonna e dei Santi nelle nostre chiese.

Proverà poi l’estensione del culto Isiaco in Roma e le ragioni

del favore che vi aveva ottenuto, il lamento di Properzio per

l’anniversario che ogni anno ad una determinata stagione vi si faceva

delle feste di Iside, nelle quali le donne, colla scusa di un ritiro

di dieci giorni e dieci notti, durante il qual tempo non ammettevano

consorzio d’uomini e neppur de’ mariti, e dormivano sole nel tempio

della Dea, davansi liberamente in braccio ad altri amanti.

_Tristia jam redeunt iterum solemnia nobis:_

_Cynthia jam noctes est operata decem._

_Atque utinam Nilo pereat quæ sacra tepente_

_Misit matronis Inachis Ausoniis._

_Quæ Dea tam cupidos toties divisit amantes,_

_Quæcumque illa fuit, semper amara fuit.[192]_

Anche Giovenale stigmatizza l’abuso di questi riti, chiamando _Isiacæ

lenæ_ (mezzane) queste sacerdotesse, o devote di Iside, che sotto il

manto della religione si davano alla più sfrenata prostituzione.

Augusto stesso, nella sua dimora in Egitto aveva rispettato la maestà

di Serapide, quantunque proibisse nel pomerio di Roma ed un miglio

all’intorno il culto dei numi egizii. Questi per altro finchè durò

il suo regno ottennero voga moltissima, non perduta pur sotto del

suo successore, finchè la giustizia di Tiberio fu tratta, al dir di

Tacito[194], ad usare qualche severità, dalla quale si scostarono

i suoi successori ben presto, e Gibbon è dell’avviso che il sicuro

e pieno stabilimento del culto di questa egizia divinità si possa

attribuire alla pietà della famiglia Flavia[195].

Se tali erano state sotto la republica e sotto i Cesari in Roma le

condizioni del culto isiaco, più fiorenti, nè mai turbate erano state

nella bassa Italia e massime in Pompei. Esercitandovelo sacerdoti non

provenienti dall’Egitto, ma romani e greci, vi avevano fatto tale un

miscuglio di riti superstiziosi che poco del carattere primitivo vi

ritenesse. Nondimeno a tanto fu mantenuto e spinto l’entusiasmo che

le matrone pompejane spacciassero a loro spesa proprj incaricati in

Egitto a pigliare l’acqua del Nilo stesso per le sacre cerimonie; lo

che pur facevano le romane, stando alla testimonianza di quel verso dì

Giovenale:

_A Meroe portabat aquas, quæ spargat in ædem_

_Isidis_[196]

e Meroe era tra le più grandi isole del Nilo e città interessante

dell’Africa,

Toccando l’argomento di questo culto, si è invogliati di indagarne

le origini e il vorrei fare, molto più che alcuna idea mi sarebbe

ingenerata che scostandosi dalle ipotesi più generali, le quali

seguendo una interpretazione data a un passo di Erodoto, derivar

vorrebbero la famiglia Egizia dalla Etiopia, avvalorando l’opinione

colla testa della Sfinge delle piramidi, la quale offre i caratteri

distintivi del tipo negro. Io, il carattere dell’architettura

principalmente egizia raffrontando con quello del Messico e Indiano

e l’analogia fra i riti e le istituzioni di un luogo e dell’altro,

argomento piuttosto ad una comune sorgente nell’India; se pure,

rammentando quello immenso fenomeno ricordato da Platone della graduata

sparizione di quella grande Isola che fu l’Atlantide, non si possa

con più ragione congetturare che i popoli che l’abitavano dovendo per

necessità abbandonarla, chi da una parte volgesse e chi dall’altra,

gli uni passando al Messico, gli altri a popolare le terre fecondate

dall’onda sacra del Nilo. La cronaca d’Eusebio appoggierebbe in certo

qual modo codesta ipotesi mia, affermando che a un’epoca assai remota

Etiopi venuti dall’India si sarebbero stabiliti nell’Egitto.

Ma ciò non accenno che di volo: la materia sarebbe vasta, ardua a

trattarsi e superiore alle mie forze ed al tempo che mi è concesso: mi

restringerò piuttosto a fornire sotto brevità alcune nozioni intorno

alla teogonia egiziana.

Il politeismo egizio riducevasi a stretto rigore all’unità; tutti que’

Dei venendo considerati come altrettante emanazioni d’Amon-Ra, l’essere

increato, immutabile, onnipossente, autore, conservatore ed anima

della natura, costituente una trinità formata di lui stesso, di Moûth

la femmina e la madre, e di Khons il figliuolo nato da essi. Questa

trinità ne creava altre e la continua catena scendeva ben anco dai

cieli e si materializzava sotto forme umane. Ogni regione dell’universo

aveva la sua triade: quella che aveva la direzione della terra

componevasi d’Osiride, d’Iside e di Horo, poi d’Horo, d’Iside e di

Malouli. Il regno di quest’ultima triade aveva immediatamente preceduto

la generazione degli uomini. Ella rappresentava il principio d’ordine

nel mondo, mentre Tifone, fratello e nemico d’Osiride, rappresentava il

principio del male.

«La leggenda egizia — scrive Clavel — raccontava che dopo aver

civilizzato l’Egitto e fondata Tebe, Osiride volle estendere i suoi

beneficj alla terra intera, e che visitò tutti i popoli, che sotto i

diversi nomi le avevano inalzato altari. Ma al suo ritorno, Naphtis

sposa e sorella di Tifone, si invaghì di sua bellezza e rivestendo

l’apparenza d’Iside per ingannarlo si unì a lui e diede alla luce

Anubi. Tifone così oltraggiato, ne concepì un fiero risentimento,

tese agguati ad Osiride, l’uccise e gettò il suo corpo nel Nilo.

Iside si mise alla ricerca della spoglia del proprio sposo, e giunse a

rinvenirla, meno gli organi della generazione, ch’erano stati divorati

da un pesce della specie chiamata fagro. Osiride ritornò dagli inferni,

ma nella persona di Horo suo figlio. Poco a poco crebbe in forza e

potenza, assunse il nome di Serapide e vinse il cattivo principio, che,

latente nell’universo, non cessa di sconvolgerne l’ordine e di produrre

ogni sorta di mali.»[197]

Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3) · 第 35 / 56 题