TEMPIO DI VENERE.

Non v’ha chi non sappia Venere, nata dal seme insanguinato di Celo

fecondato dalle spume dell’Ionio mare, essere stata una delle più

celebri divinità de’ secoli pagani. Se si volesse scrivere una storia

dei suoi fatti e ragione de’ diversi nomi, de’ suoi attributi svariati,

del culto, delle feste a lei consacrate, di tutto che le si riferisce,

sarebbevi materia a più d’un volume: più generalmente essa veniva

riguardata come la Dea della bellezza, la madre dell’Amore e del

Riso, la regina della Gioja, la compagna delle Grazie e de’ Piaceri.

Presiedeva essa alla generazione ed era ad un tempo la protettrice

delle cortigiane.

Delle diverse Veneri di cui si trova memoria, non terrò qui conto che

delle due riconosciute da Platone[168], la Venere Urania o _Celeste_,

caratterizzata da un diadema sul capo, e la Venere _Pandemos_, popolare

o publica, ed anche _terrestre_, appellata _Physica_ dai Pompejani.

Alla prima faceva cenno Ugo Foscolo che può dirsi il cantore di essa

ne’ tempi moderni, come negli antichi della seconda si direbbe Catullo,

ne’ mirabili suoi versi de’ _Sepolcri_, dove apostrofando Firenze, dopo

averla salutata ispiratrice all’Allighieri del divin carme, la saluta

patria e ispiratrice altresì del Petrarca:

E tu i cari parenti e l’idïoma

Desti a quel dolce di Calliope labbro

Che Amore, in Grecia nudo e nudo in Roma,

d’un velo candidissimo adornando,

Rendea nel grembo a Venere celeste.

Ne’ primi tempi la Venere Pandemos presiedeva alla popolazione;

poscia valse a indicarla la protettrice delle prostitute e veniva

rappresentata assisa su di un becco, simbolo di lussuria e di

impurità, onde l’epiteto a lei di _Epitragia_, ed ascrivevansi a lei

mille invenzioni di piaceri, e la scoperta d’una infinità di cose che

s’ignoravan dapprima, secondo ne cantò Ovidio:

_Mille per hanc artes notæ, studioque placendi_

_Quæ latuere prius, multa reperta ferunt._[169]

Queste due Veneri erano poi così fra loro distinte, da avere riti e

sacerdoti affatto diversi.

Massime al tempo della decadenza, in cui corrottissimi eransi fatti i

costumi, era in fiore per tutto l’orbe romano il culto a questa ultima

Dea, e feste in di lei onore celebravansi al primo d’aprile, che perciò

dicevasi mese di Venere. Vegliavano le donzelle pel corso di tre notti

consecutive, si dividevano in parecchie bande e in ognuna di queste

si formavano parecchi cori. Quel tempo s’impiegava nel danzare ed

inneggiare in onore della Dea: di che un inno o ritmo antico ci informa

in questi versi:

Jam tribus choros videres

Feriatos noctibus

Congreges inter catervas

Ire per saltus tuos

Floreas inter coronas

Myrteas inter casas[170].

Figuri il lettore quante dovessero poi essere le feste in Pompei dove

Venere Fisica o sensuale, era la Dea principalmente tutelare e quindi

la più venerata.

Il _Giornale degli Scavi_, al quale collaborano illustri e dotti

ingegni, nel fascicolo di maggio a giugno 1869 publicò una tavola assai

interessante, un dipinto, cioè, trovato nel triclinio di una casa che

ha l’entrata di fronte al lato meridionale del così detto Panteon,

e consiste in una grande fascia a fondo giallo che occupa tutta la

lunghezza di una parete: l’ordine e la distribuzione fornisce l’idea

di una sacra processione, e però la sua descrizione trova qui il suo

posto, ed io la reputo opportuna al lettore, perchè compie il dir mio

intorno al culto di Venere Fisica.

La reco colle parole del chiarissimo E. Brizio, altro de’ più solerti e

dotti scrittori del succitato _Giornale_, che la illustrò:

«Nel centro sovra tre gradini, si eleva un tempio ornato di colonne

corinzie: ivi nel mezzo, ove è figurata la cella, sta in imponente

atteggiamento la Venere pompeiana cinta la testa di corona murale:

una lunga veste violacea la cuopre fino ai piedi, mentre un mantello

ampio e leggiero, scendendole dalle spalle, le involge tutta la

persona. Solamente le mani rimangono visibili: la destra teneva senza

dubbio un ramo, ora svanito; nella sinistra ha lo scettro, ed appoggia

parte del braccio sovra il timone al suo lato. Due figure assai più

piccole in dimensione le stanno ai fianchi; alla sinistra un amorino

con frigio berretto in capo, coperto di larga tunica ed una bulla sul

petto, poggiato sovra un piedistallo cilindrico sta ritto al fianco di

Venere, tenendosi con la destra allo scettro di lei, mentre porta nella

sinistra lo specchio: dall’altro lato evvi Priapo barbato, con berretto

alla foggia orientale.... Una giovine donzella vestita da sposa, colla

χαλὺπτρα[171] intorno il capo, è in atto di scendere i gradini del

tempio.... la destra nell’atto di discendere l’ha pôrta ad Ercole, il

quale alla sua volta le ha steso la sua.... Più in lontananza seguita

la processione quasi divisa in due parti ed ordinata a vari gruppi....

Due fanciulli coronati di fiori precedono la comitiva, la prima tenendo

fra le mani un oggetto, sovra cui sono distesi dei panni: seguono due

giovani a pie’ scalzi, involti in tuniche bianche listate di rosso

con larghe maniche: portano, sorretta da due lunghe sbarre, una base

quadrata, sovra cui si alza un grande albero avviticchiato da un serpe:

dietro ad essi poi un gruppo di altri quattro giovani portan sulle

spalle una larga tavola, dove posa un piccol tempio a colonne. Qui

il gran tempio della Venere pompejana interrompe la processione, la

quale si ripiglia dall’altro lato. Viene la prima una sacerdotessa di

Iside, coperta di bianca veste con scarpe pur bianche ai piedi: ciascun

braccio ha circondato da quattro armille ed ha tre collane intorno al

collo e al petto: cammina col braccio destro sollevato, tenendo in mano

il sistro. Vengono poscia due giovani involti a quanto pare nella toga

e portano una tavola con suvvi una galea d’argento. Per il deperimento

dell’intonaco in questa parte, resta impossibile a determinare

l’oggetto collocato sovra un’altra tavola più ampia, portata da un

altro gruppo di quattro persone. Nudo il torace vien poi dietro il popa

reggendo nella destra la scure, e menando innanzi a sè un corpulento

bue pel sacrifizio; lo segue uno con l’agnello attraverso le spalle.

Finalmente chiude la processione un gruppo di due giovani portanti

una κλίνη (sedia) abbellita di fiori, nel cui ricco sedile mirasi una

corona.»

Brizio, riconoscendo in tutta questa rappresentazione di gruppi non

altro che la solennità di una festa del culto di Venere, celebrata col

più grande apparato, crede ravvisarvi l’apoteosi di Ercole, per mezzo

delle sue nozze con Ebe, dopo ultimate le sue famose fatiche.

Un tale dipinto inoltre chiarisce per avventura la ragione per la quale

i Pompeiani avessero a Venere Fisica accordato il primato su tutte

l’altre divinità e l’invocassero propizia ai destini del paese, non

già solo come fautrice di dissolutezza, ma piuttosto, — non altrimenti

che sotto il nome di Venere Fisica veniva adorata nei paesi della

Campania ed in Roma, — quale Dea della fecondità femminile, in qualità

di Dea γαμήλια e γενετυλλίς, dell’amore materiale, cioè, ed anche del

matrimonio.

L’epiteto di Fisica dato alla Dea Pompejana in parecchie iscrizioni,

dice ancora il sullodato Brizio, doveva già persuaderci ad intendere

sotto questo nome di amore, non la celeste e sentimentale attrazione di

due spiriti, bensì il fervido e sensuale congiungimento di due esseri

nell’esuberanza delle loro forze vitali. Considerata sotto questo

aspetto, Venere da divinità dell’amore passava facilmente ad essere

Dea della forza generatrice, del matrimonio e per conseguenza anche

della fecondità femminile: e tale appunto è il molteplice concetto

sotto cui veniva adorata dai Pompejani. Parecchi monumenti ne rendono

testimonianza, ma le allusioni a Venere come Dea dell’amore sono

troppo conosciute, troppo naturali e troppo frequenti nei dipinti,

e specialmente nei graffiti pompejani, perchè sia necessario di

numerare gli esempi: citerò invece una pittura, sotto alla quale è

scritta una formula, che impreca l’ira della Venere pompejana sovra

colui che avesse leso il dipinto: ciò rivela l’intensità del culto

prestato dai Pompejani a questa forza dell’amore, e quindi a Venere

che la simboleggia; poichè non si sapeva rinvenire pena maggiore da

esser inflitta al colpevole che l’ira della Dea. La fusione della

Dea dell’amore con quella del matrimonio, come sembra di ritrovarla

in una iscrizione graffita, ove si dice di una donzella Methe, che

ardentemente (chorde) ama Chrestum[172] e viene quindi invocata la

Venere pompejana, perchè sia propizia ai loro amori e possano vivere

concordi. La mancanza d’ogni illecita allusione e il dolce augurio di

vivere concordi, ci avvicina assai più all’idea di due sposi, che non a

quella di due amanti di ventura.[173]

Il tempio di Venere vedesi in questa città, come più sopra avvertii,

presso il Foro alla sinistra di esso e di fronte alla Basilica;

comunque il chiarissimo Garrucci[174], tanto benemerito illustratore

di Pompei, ponesse pel primo in dubbio avere esso appartenuto a questa

Dea, inclinando piuttosto a credere fosse a lei dedicato l’altro

edifizio che trovasi in capo al Foro nel luogo più elevato e che

più comunemente è detto tempio di Giove, e questo invece, chiamato

generalmente di Venere, opinando sacro a Mercurio, e Maja. Quei dotti

uomini che furono il Nissen[175], il Momsen[176], e l’Overbeck[177],

di fronte agli eruditi argomenti dal Garrucci addotti ne divisero

l’opinione; ma il Brizio li combattè e mi pare vittoriosamente; e pel

rinvenimento di due statue, una di Venere e l’altra di Ermafrodito e

per l’erma marmorea e panneggiata, che ancor oggi vedesi nel peribolo

del tempio e che ritiene di Mercurio, non già come figlio di Maja, ma

come sposo di Venere, e per le sigle della lapide votiva pur trovata

T. D. V. S. interpretate naturalmente _Tutrici Deæ voto soluto_,

Dea tutelare della città essendo Venere, conchiude riconfermando la

primitiva assegnazione, essere veramente il tempio di Venere.

Esso nella prima architettura del santuario, e per conseguenza di

tutto l’edificio, è quello di un tempio greco che si venne di poi

trasformando, alla severità del dorico stile essendo subentrato

nell’arte il gusto della jonica eleganza, fu mutata la faccia anche

alle colonne, dandosi loro le basi, convertendo ai capitelli la forma,

riempiendo per un terzo le scanalature di stucco e di stucco spalmando

anche i triglifi. Esso è assai vasto e decorato di bei marmi. Diciotto

colonne d’ordine corintio gli girano all’intorno, e deducesi come esse

costituissero un portico coperto in tre lati da un tetto. Nel Santuario

che sorge nel mezzo e di cui si vede la base, doveva certamente

trovarsi la statua della madre di Cupido. Innanzi ad esso santuario

evvi l’altare pei sacrificj e sui due lati leggesi ripetuta la seguente

iscrizione, che ricorda i nomi dei quattro magistrati che la fecero

costruire:

M . PORCIVS . M . F . L . SEXTILIVS . L . F . CN . CORNELIVS . CN . F .

A . CORNELIVS . A . F . IIII VIR . D . D . S . F . LOCI[178]

A destra si osserva una scultura in marmo bianco, raffigurante una

donna elegantemente palliata.

A sinistra su d’una colonna di marmo cipollino leggesi questa

iscrizione:

L . SEPVNIVS . L . F .

SANDILIANVS

M . HERENNIVS . A . F .

EPIDIANVS

DVO . VIR . I . D .

D . S . P . F . C .[179]

Pitture dai vivi colori rappresentanti paesaggi, sontuose ville ed

istorie con figure, alle quali l’artista sovrappose a corpi mingherlini

teste giganti, ornavano le pareti del porticato; ma di esse se ne ha

conservate taluna al Museo di Napoli, dove vennero trasportate, le

altre essendo state dal tempo o assai guaste o affatto distrutte. Fra’

soggetti summentovati erano quelli di Achille che trascina il morto

corpo di Ettore attaccato al suo carro, e Priamo che implora Achille,

spiccati entrambi all’Iliade, ed il primo rammentato altresì dalla

Eneide.

Nella sua dotta dissertazione sulla _Venus physica_ il Brizio afferma e

dimostra come detto tempio di Venere abbia avuto un’origine greca per

l’osservanza che vi si appalesa rigorosa di tutte le leggi dell’arte

greca, e per la sua grande somiglianza coi templi di Pesto, Selinunte e

Metaponto, che seguono le norme dell’antico stile dorico; e quantunque

per le grandi trasformazioni a cui andò soggetto l’edifizio, non possa

dirsi nulla di certo intorno alla sua epoca, ritiene innegabile che,

dopo quello in vicinanza dei teatri nel Foro triangolare, sia codesto

il tempio più antico di Pompei.

Non è da ultimo a passar sotto silenzio l’importante iscrizione che

trovavasi in questo tempio e che fu trasferita al Museo e la quale

suona così:

M . HOLCONIUS . RVFVS . D . V . I . D . TER

C . EGNATIVS . POSTVMVS . D . V . I . D . ITER

EX . D . D . IVS . LVMINVM

OPSTRVENDORVM . HS . ∞ . ∞ . ∞

REDEMERVNT . PARIETEMQVE

PRIVATVM . COL . VEN . COR

VSQVE . AD . TEGVLAS

FACIVND . COERARVNT.[180]

Questa lapide per il cenno che si dà del _jus luminum opstruendorum_

porse occasione a diverse sentenze di dotti ed archeologi; ma il

suo più probabile senso si è che l’erezione di questo muro venendo a

causare ai continui edifizii privati una grande oscurità, i duumviri

indicati nell’iscrizione ne indennizzavano i proprietarj, dai quali

compravano quel diritto di servitù col prezzo di tremila sesterzj.

Schöne riconosce questo muro in quello all’ovest del tempio[181] e

quivi doveva essersi stabilita la Colonia mandata da Silla, come ne

fanno fede le mura della città per tutto questo lato abbattuto e gli

edifizj costruiti sovra esse, posteriori alla colonizzazione sillana.

Nella parte postica del tempio, in fondo del santuario, a sinistra vuol

essere veduta una cameretta, forse destinata a’ sacerdoti della Dea,

decorata di pitture. A mano manca vi è quella di un Bacco col tirso in

una mano e un vaso dall’altra, e un vecchio Sileno in atto di suonare

la lira: al destro lato invece è praticata una nicchia e poteva essere

un larario, o tabernacolo degli Dei lari.

Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3) · 第 33 / 56 题