Fede e superstizione — Architettura generale de’ Templi —
Collocazione degli altari — Are ed altari — Della scelta dei
luoghi — Tempio di Venere — Le due Veneri — Culto a Venere Fisica
— Processione — Descrizione del tempio di Venere in Pompei —
Oggetti d’arte e iscrizioni in esso — _Jus luminum opstruendorum_
— Tempio di Giove — _I Sacri Principii_ — Tempio d’Iside — Culto
d’Iside — Bandito da Roma, rimesso dopo in maggior onore — Tibullo
e Properzio — Notti Isiache — Origini — Leggenda egizia — Chiave
della leggenda — Gerarchia sacerdotale — Riti — Descrizione del
tempio d’Iside in Pompei — Oggetti rinvenuti — Curia Isiaca —
Voltaire e gli Zingari — Tempio d’Esculapio — Controversie —
Descrizione — Opinioni sulla sua destinazione — Ragioni perchè
abbiasi a ritener di Mercurio — Descrizione del tempio — Tempio
della Fortuna — Venerata questa Dea in Roma e in Grecia —
Descrizione del suo tempio — _Antistites, Sacerdotes, Ministri_ —
Tempio d’Augusto — _Sodales Augustales_ — Descrizione — Pitture,
Monete — Tempio di Ercole e di Nettuno — Detto anche tempio
greco — Descrizione — _Bidental_ e _Puteal_ — Tempio di Cerere —
Presunzioni di sua esistenza — Favola — I Misteri della Dea Bona e
P. Clodio — Il Calcidico era il tempio di Cerere? — Priapo — Lari e
Penati — Cristianesimo — Ebrei e Cristiani.
Quanto sono venuto fin qui dicendo ha indubbiamente già indotto nel
lettore la convinzione che Pompei, se non avanzasse le altre città del
romano impero nel sentimento religioso e nel culto superstizioso, certo
non ne fosse ad alcun’altra seconda. Egli ricorda come al tempo della
trasformazione di Pompei in militare colonia, assumesse l’appellativo
di Colonia Veneria, per ciò appunto ch’essa si fosse posta sotto la
speciale tutela di Venere Fisica e ricorda i speciali tabernacoli e
numi esposti nelle sue vie, gli amuleti ed emblemi contro il fascino
sulle case e botteghe scolpiti od in mostra; cose tutte codeste le
quali attestano come la fede religiosa commista alla superstizione,
colla quale anzi non era che un tutto, non fosse l’ultima delle qualità
degli abitanti di questa città. Più innanzi, favellando delle Case e
dell’Arti, accadrà eziandio di far cenno di immagini e storie di numi
pinte sulle pareti delle prime e di statue grandi e piccole in marmo od
in bronzo rinvenute in ogni parte, di cappellette consacrate ai Lari ed
ai Penati nelle principali abitazioni e saranno altrettanti argomenti
che ribadiranno e l’opinione non solo che ho più sopra enunciata
circa le credenze pompeiane, ma più ancora mostreranno i costumi
essenzialmente collegati alla teogonia in tutto l’orbe romano.
Io nel dire, in questo capitolo, de’ Templi, nel visitarne le rovine,
necessariamente verrò segnalando qual culto si avessero peculiari
divinità: pur non lasciando per ultimo di constatare, come, malgrado
le nessune reliquie trovate del culto cristiano, la nuova credenza si
fosse tuttavia insinuata in Pompei ed avesse la sua luce di verità e
di libertà balenato alla mente di qualcuno; come non fosse unicamente
una trovata di fantasia quella dell’inglese Bulwer e del nostro
Vecchi l’avere introdotto ne’ rispettivi loro libri episodj di neofiti
cristiani.
Premetto per altro alcune generali e brevi considerazioni, che reputo
opportune a farsi una giusta idea delle ragioni di tanti e disparati
culti e della molteplicità de’ templi; e come in altri argomenti, anche
in questo della religione, Pompei riassumerà la storia dell’intero
mondo romano.
Il politeismo era la religione dominante di questo mondo romano, e
Roma, la capitale a cui traevano sudditi e stranieri d’ogni parte
dell’universo, ospitava i numi di tutte le nazioni e ne accoglieva
tutte le superstizioni; laonde si possa a buona ragione affermare
ch’essa fosse il tempio comune de’ suoi sudditi e fosse stata concessa
la cittadinanza a tutti gli Dei del genere umano.
La politica degli imperatori e del Senato, per riguardo alla religione,
era felicemente secondata dalle riflessioni della parte illuminata dei
loro sudditi e da’ costumi della parte superstiziosa. I diversi culti
religiosi che si osservavano nel mondo romano erano tutti considerati
dal popolo come egualmente veri; dal filosofo come egualmente falsi
e dai magistrati come egualmente utili. Di tal modo la tolleranza
produceva non solo una scambievole indulgenza, ma eziandio una
religiosa concordia.
E che io dica cose veraci, me ne fa fede Petronio quando esclama:
«Nessuno crede cielo il cielo, nè stima punto Giove[159]» e Giovenale
in questi esametri:
_Esse aliquos manes et subterranea regna_
_Nec pueri credunt, nisi qui nondum ære lavantur_[160].
Tacito, l’austero Tacito, solo spera che dopo la morte le anime possano
aver vita e senso di quanto si fa quaggiù, ma nulla indica ch’egli lo
credesse[161].
Meritevole è del resto di osservazione la somma moderazione
dell’antichità, veggendosi le nazioni essere meno attente alla
differenza che alla somiglianza de’ loro culti religiosi. Il Greco,
il Romano e il Barbaro nell’incontrarsi avanti i loro rispettivi
altari, facilmente si persuadevano, che sotto nomi diversi e con
diverse cerimonie essi adoravano le medesime divinità. I Galli, a
cagion d’esempio, nel corso di uno o due secoli, come apprendiamo da
Cesare, assegnarono alle loro divinità i nomi di Marte, di Mercurio,
d’Apollo[162]. Iside stessa, divinità egiziana sotto altro nome ed
anche con egual nome, veneravasi così sulle sponde del Nilo, come su
quelle dell’Ilisso, del Tevere o sulle sponde sequane, dove persino
Parigi (Parisis) e Issy vuolsi derivassero da quella divinità il loro
nome.
Nessun meglio di Erodoto, tra gli antichi, ha fornito la vera indole
del politeismo; come Cicerone nel suo trattato _De Natura Deorum_ ne
lasciò la miglior guida che seguir si possa in mezzo all’inestricabile
labirinto dell’antica teologia, e Omero colla elegante sua mitologia
prescrisse le forme più belle e quasi regolari di essa. Ovidio non
ne appare, nelle religiose leggende raccolte da tutti i libri e canti
degli storici e poeti e da lui nuovamente col numeroso verso ammanite,
che quasi il più illuminato ed ispirato de’ suoi sacerdoti. Nelle
_Metamorfosi_ la storia degli Dei, nei _Fasti_ ne cantò il culto.
Se però ci è dato d’indagare le origini e la natura della religione
de’ Pompejani, de’ quali noi peculiarmente ci dobbiamo occupare, non
esitiamo a riscontrarvi tutti i caratteri grecanici. Templi, culto,
pitture e marmi, tutto ne rende al proposito chiara testimonianza.
I soli riti di Iside, come vedremo a suo luogo, ci avvertono
dell’immigrazione degli Alessandrini, e quali solennizzavansi in
Pompei, ne lasciano altresì a congetturare che i Greci ellenizzando
il culto di Iside, avessero identificata questa divinità con Igia,
la Dea della Salute, come argomenta il chiaro E. Brizio, poichè si
trovi spesso congiunta con Serapide nell’attitudine propria ad Igia
con Esculapio, ed una volta come Igea col serpe attorcigliato intorno
al braccio; per cui sia lecito inferirne che anche in tutti gli altri
dipinti pompejani, abbiano un rapporto analogo i serpenti dipinti nei
lararii, in congiunzione con Iside[163].
Discorrendo ora, pur in generale, sulla naturale costruzione de’ Templi
in Pompei, si può osservare che tutti, se si eccettui quello posto nel
foro triangolare, si presentano eretti sopra sostruzioni; per lo che
siasi dovuto praticarvi gradinate per entrarvi. La facciata d’ordinario
è ornata di colonne che vi aggiungono maestà; il sacrario è circondato
da mura, l’interno da colonne e da nicchie: il fondo ha un podio,
dove si collocavano le statue delle divinità che vi si adoravano.
Erano poi decorati di marmi, di pitture, di stucchi e di mosaici e di
quelle altre particolarità che verrò notando mano mano che tratterò de’
singoli templi.
Vitruvio, che ho già invocato siccome autorità gravissima in fatto di
architettura antica, tratta delle diverse forme architettoniche, delle
parti e proporzioni e de’ fregi e d’ogni cosa consueta nella fabbrica
de’ templi d’allora e persino delle collocazioni degli altari: quelle
regole si riscontrano in buona parte de’ templi pompejani e dirò anzi
che informassero anche di poi l’architettura de’ templi cristiani,
come anche il culto di essi ha serbato non poche cerimonie pagane,
perocchè queste possano essere uniformi espressioni e manifestazioni
di adorazione e riverenza, senza condividere dottrine e dogmi, e come,
ad esempio nel seguente insegnamento. «Gli altari hanno da esser
posti dalla parte d’oriente, e sempre siano più bassi delle statue
che saranno nel tempio, acciocchè i supplicanti e i sagrificanti nel
riguardare la deità si situino a diverse altezze, secondo richiede il
decoro di ciascuna deità. Quindi le altezze si regoleranno in questa
maniera: a Giove e a tutte le deità del cielo si faranno quanto più
alti si può: a Vesta, alla Terra, al Mare, bassi; così con questi
principii si faranno nel mezzo de’ tempi altari proprj e adatti»[164].
Presso gli antichi avevano diverse altezze gli altari: per le deità
celesti erano alti e si dicevano specialmente _altaria_: per le
terrene, bassi chiamati propriamente _aræ_, ed è a questa distinzione
che per avventura accenna Virgilio in quel passo delle Bucoliche:
_En quatuor aras:_
_Ecce duas tibi, Daphni, duo altaria Phœbo_[165];
quantunque neghi taluno siffatta distinzione, ammessa da Vitruvio
tra gli antichi, e tra’ moderni da quel competente scrittore che è
Raoul-Rochette[166].
Nè queste regole unicamente esistevano di materiale architettura de’
templi; ma norme altresì vi avevano per la scelta delle località dove
erigerli e queste a seconda ancora della degnità dei numi ai quali
consacravansi e della natura de’ loro speciali attributi.
«Per gli edifizj sacri, scrive il medesimo Vitruvio, e specialmente
degli Dei tutelari, o di Giove o di Giunone, o di Minerva, dee
scegliersi il luogo più eminente, da cui si scopra la maggior parte
delle mura: a Mercurio nel foro, o pure, come anche a Iside e a
Serapide, nell’Emporio; ad Apollo e a Bacco presso al teatro; ad
Ercole, quando non vi fossero nè ginnasii, nè anfiteatri, presso al
Circo, a Marte fuori della città e specialmente presso il Campo:
a Venere fuori della porta: questo si trova fin anche stabilito
negli insegnamenti dell’aruspicina etrusca che, cioè, i tempii di
Venere, Vulcano e Marte si abbiano ad alzare fuori delle mura, e
questo acciocchè non si famigliarizzi dentro la città co’ giovani e
colle madri di famiglia la libidine, e tenendo lontana dalle mura la
potenza di Vulcano colle preghiere e co’ sagrificj, restino libere le
abitazioni dal timore d’incendio. La deità di Marte essendo adorata
fuori della città, non vi sarà guerra civile; ma anzi sarà quella
difesa da’ nemici e dal pericolo della guerra»[167].
Giova per altro avvertire come siffatte norme non sieno state sempre
ed esattamente osservate, perchè si vide in Roma stessa il tempio di
Marte nel Foro d’Augusto e quel di Venere nel Foro di Giulio Cesare,
erettogli da Giulio Cesare stesso, che pretendeva discendere dalla Dea
per parte di Julo figliuolo di Enea, e molti templi di Dei malefici
persino erano dentro la città, come quei della Febbre, di Vulcano,
della Mala Fortuna, della Pigrizia e va dicendo.
E così trovasi una tale deviazione dalle regole generali anche in
Pompei, dove il tempio a Venere Fisica non era fuori della città, ma
presso le Porte della Marina e in vicinanza del _Forum_. E sarebbe
stato invero strano e indecoroso spettacolo che la principale divinità
tutelare non fosse stata ospitata entro le mura.
Gli è anzi a tale riguardo, che derogando un tratto dal vecchio adagio:
_ab Jove principium_, o, come direbbesi nell’idioma nostro:
Non s’incomincia ben se non da Dio,
mi farò primamente ad occupare del tempio di questa leggiadrissima
Dea Venere Fisica o terrestre, come che mi paja doveroso e della buona
costumanza il consacrare di preferenza le nostre cure alla signora del
luogo.
Nè vi sarà alcuno d’animo sì poco cortese che mi dia torto in grazia di
ciò che si tratti della Dea della bellezza e della voluttà.