cioè: nel consolato ottavo di Vespasiano imperatore Augusto e nel sesto
di Tito Imperatore, figlio d’Augusto, provata nel Campidoglio.
Qui mi conviene far cenno altresì di cinque altre bilancie romane,
interamente di bronzo, notevoli pei modi diversi ond’è segnato il
numero nei varj punti in cui puossi appoggiare il peso. Su due di
esse sono impressi questi numeri, V, X, XV, XX, che significano 5,
10, 15, 20: su d’un’altra i seguenti XIIIIVIIIIXXIIIIVIIIIXXXIIII, che
equivalgono da 10 fino a 54: sulla quinta finalmente questi: IIIVX, V,
XX, XXX, IIII, cioè 2, 3, 4, 5, 15, 20, 30, 34.
[Illustrazione: Bilancie Pompeiane. _Vol. I Cap. IV. Storia,
ecc._]
Piacemi per ultimo constatare che tutte queste bilancie veggonsi
fabbricate con mirabile diligenza, e i contrappesi, _æquipondium_,
rappresentano teste di donna, o satiri, di squisito lavoro.
Ora per menzionare di tutte le misure publiche che si scoprirono in
Pompei, dirò che alla Porta alla Marina, presso al tempio di Venere,
scorgesi il modulo di capacità per i solidi, e consiste in una pietra
di tufo in forma di rettangolo con tre cavità coniche forate al disotto
che si chiudevano con una placca di metallo e si riaprivano dopo che
s’era verificata la quantità della granaglia.
A qualche distanza poi era un altro congenere monumento, più grande e
più perfetto, che si vorrebbe anzi uno de’ più interessanti monumenti
dell’antichità, trasportato al Museo già Borbonico, ora Nazionale,
in Napoli. Conteneva esso non solamente le misure de’ solidi, ma ben
anco quelle de’ liquidi, e ricercandole in quell’interessantissimo
Stabilimento che non ha, cred’io, l’eguale in ricchezza e quantità
d’antiche cose e preziosissime, vi leggerete ancora la seguente
iscrizione, la quale vi farà sapere che Aulo Clodio Flacco figlio
di Aulo e Narceo Arelliano Caledo, figlio di Narceo, duumviri
di giustizia, vennero incaricati, per decreto de’ decurioni, di
rettificare le publiche misure.
A . CLODIVS . A . E . FLACCVS . NARCEVS . N . F
ARELLIAN . CALEDVS
D . V . I . D . MENSVRAS . EXÆQUANDAS . EX
DEC . DECR .
Tale rettifica venne, non ha dubbio, eseguita, secondo la pratica
romana, tanto a riguardo dei pesi, che dallo _scripulum_, pari agli
odierni grammi 1,136 andava all’_as_, o _libra_, eguale a grammi
327,187; e dall’_as_ e _dupondium_ che costituivasi di due assi, fino
al _centussis_, ossieno chilogrammi 32,718; che a riguardo delle misure
lineari e di quelle di superficie e di capacità.
Le misure lineari dividevansi in _uncia_; _palmus_, pari a 3 oncie;
_pes_, che era unità di misura, pari a 4 palmi corrispondente a
metri 0,295; _cubitus_ pari a un piede e mezzo; _passus_ eguale a
tre cubiti e un terzo; _decempeda_ eguale a due passi; _actus_ pari a
dodici decempedi; _miliarium_ pari ad _actus_ 41-2/3, corrispondente a
chilometri 1,475.
Così le misure di superficie suddividevansi in _pedes quadrati_,
di cui cento formavano lo _scripulum_, pari a metri quadrati 8; in
_clima_ o 30 scripuli; in _actus_ o clima 4; in _jugera_ eguali a 2
_actus_ e formava l’unità dei quadrati, e nella sua divisione ricorre
la partizione dell’asse in oncie e loro frazioni. Lo jugero era
un bislungo di 240 piedi sopra 120, cioè 20,800 piedi quadrati. Un
jugero sarebbe pari agli odierni ari 24 e metri q. 68 e come sarebbesi
in addietro in Lombardia detto d’un’estensione di terreno, che si
costituiva di pertiche e tavole, ed oggi di ettari ed ari, allora
si parlava di jugeri, onde Tibullo, ad indicare uom facoltoso, ha in
principio d’una sua elegia:
_Divitias alius fulvi sibi congerat auri_
_Et teneat culti jugera multa soli._[59]
Poi v’era _heredium_ costituito di due jugeri, richiedendosi 5
_heredia_ a formare un nostro ettaro, 48 ari e 8 metri q.; _centuria_
di cento _heredia_ e _saltus_ di 4 _centuria_.
Le misure di capacità erano: _ligula_ eguale a un decilitro nostro e 14
centilitri; _cyathus_ di 4 _ligulæ_; _acetabulum_ che era un _cyathus_
e mezzo; _quartarius_, o due _acetabula_ pari a odierni litri 1,375,
_hemina_ o due _quartarii_; _sextarius_ che constava di 2 _heminæ_;
_congius_ di 6 _sextarii_, _modius_ di 2-1/3 congii; _urna_ di un modio
e mezzo; _amphora_, che era l’unità di misura di capacità e valeva
2 _urnæ_, corrispondente a 80 libbre di vino, secondo il computo di
Festo, il che monta a litri 26,3995, posto il peso specifico del vino
0,9915. Dieci _amphoræ_ equivarrebbero a’ nostri ettolitri 2 e 44
decalitri. Finalmente il _culeus_ pari a 20 _amphoræ_, sarebbe quanto 5
ettolitri e 28 decalitri de’ nostri.
Delle Monete ho superiormente spiegato non constarmi che in Pompei se
ne coniassero di particolari e ne fornii le ragioni, e se Roma ne fece
battere nella Campania, si sa che vi adoprasse il tipo nazionale del
Giano bifronte e la prora di nave. Sulle monete della Magna Grecia,
fra le città della quale annoverar si deve Pompei, in luogo dei rostri,
vedesi in rilievo il bove colla testa umana, sotto cui raffigurasi la
divinità detta Eubone, che antichissimamente adoravasi, come simbolo
di fertilità, in Neapoli. Di quest’ultima città poi si hanno moltissime
monete antiche in rame ed in argento, le quali sono di squisito lavoro
e presentano diversi tipi. La moneta romana era quella adunque che
negli ultimi suoi anni Pompei usava ne’ suoi commerci ed usi quotidiani
e che fu rinvenuta e si rinviene tuttora nelle escavazioni. Anche
nella _Casa del Questore_ furono trovate monete romane degli ultimi
imperatori di quell’epoca: egualmente altrove di Nerone, di Tito,
Domiziano, Ottone e d’altri.
Darò brevemente alcune nozioni sulla moneta romana e sulla sua
valutazione, nel quale argomento si è ancor lungi dall’avere la
maggiore certezza.
L’_asse_, parola derivata forse dal nome del suo metallo _æs_, era
una libbra da 12 once di bronzo non coniato, e costituì la prima unità
monetaria romana. Essendosi al tempo di Servio Tullio impressa su di
esso la figura d’una pecora, ricevette il nome di _pecunia_.
Venne di poi nel 485 di Roma il _denaro_, dalle due parole _dena
æris_, perchè equivalente a dieci assi di bronzo, e fu la prima moneta
d’argento. Il _quinario_ rappresentò la metà del denaro, il _sesterzio_
il quarto, cioè due assi e mezzo. Spezzati più piccoli furono la
_libella_ pari ad un asse; la _sembella_ a mezzo asse o mezza libbra di
bronzo; il _teruncio_ ad un quarto di libbra.
In seguito queste monete subirono variazioni: al fine della prima
guerra cartaginese, l’asse fu ridotto a sole due once; nell’anno 537
l’asse scese al peso d’un’oncia; il danaro si sollevò a sedici assi,
il quinario a otto, il sesterzio a quattro. La legge Papiria del 562
abbassò l’asse a mezz’oncia di rame, nè restò più che moneta di conto,
divenuto unità monetaria il sesterzio.
E qui giova avvertire che il _sestertius_ non vuol essere scambiato pel
_sestertium_, moneta di conto che valeva mille _sestertii_.
La prima moneta d’oro fu battuta dai Romani nel 547 alla ragione d’uno
_scrupulum_ per 20 sesterzj. Poi si battè l’_aureus_, detto anche
_solidus_ pari a 100 _sestertii_ e a 23 _denarii_.
Dureau de la Malle, nel suo libro dell’_Economia de’ Romani_, pareggia
il denaro al principio della Republica a L. 1.63; sotto Cesare a L.
1.12; sotto Augusto a L. 1.08; sotto Tiberio a L. 1; sotto Claudio a L.
1.05: sotto Nerone a L. 1.02; sotto gli Antonini a L. 1.
La libbra d’oro, di cui sovente nelle scritture antiche si parla, può
valutarsi a L. 900: a 75 quella d’argento. Sul declinare dell’impero,
la libbra d’oro valse L. 1066.
Così abbiamo un primo cenno a quella fluttuazione, od altalena nei
valori, che ora alla Borsa vien designata colle parole _rialzo_ e
_ribasso_, o più comunemente colle forestiere di _la hausse et la
baisse_, su cui si specula da’ mercadanti e non mercadanti, che sono
la vera e più funesta piaga della odierna società, causa spesso come di
improvvise fortune colossali, così di subite e precipitose ruine.
«Nel trattato d’Antioco coi Romani, riferito da Polibio e Tito Livio
(scrive C. Cantù, alla cui _Storia degli Italiani_ debbo parecchie
notizie per questo mio libro), si stipula che il tributo si paghi in
talenti attici di buon peso, e che il talento pesi ottanta libbre
romane. Sapendo d’altro luogo che il talento era seimila dramme,
otterremo il peso della dramma = grani 82-1/7. Il talento attico può
approssimare a lire seimila.»[60]
La esistenza constatata in Pompei di due publici alberghi, l’uno detto
di _Albino_ e l’altro di _Giulio Polibio_ e di _Agato Vajo_, scoperto
il primo nel 1769 e l’altro nel successivo anno, mi trae a dire di
altra istituzione che s’ha ragione di supporre esistente in Pompei,
quella, cioè, della posta.
Imperocchè nel primo singolarmente, dove vedesi una porta larga undici
piedi e mezzo colla soglia senza scaglione e piano, accessibile quindi
a’ veicoli, si rinvennero ruote, ferri e bardamenti di cavalli e si
ritenne però che qui potesse sostare la posta. Svetonio nella vita di
Ottaviano Augusto, rammenta come questo imperatore la stabilisse sulle
vie consolari, con _rede, essede e plaustri_, e vi attivasse corrieri
in tutte le _mansiones_, che così appunto appellavansi le stazioni
postali. Siffatto sistema, prestando fede ad Erodoto, sarebbe stato
imaginato dai Persi, e Senofonte lo conferma narrando di Ciro che nella
spedizione contro gli Sciti, fissasse le poste del suo reame circa
cinquecento anni avanti Cristo. Tiberio avrebbe d’assai vantaggiata
l’introduzione d’Augusto; vuolsi anzi vi ideasse forme analoghe alle
nostre. — In quest’albergo di Albino la posta doveva avere la sua
mansione; a differenza dell’albergo di Giulio Polibio e Agato Vajo,
nel quale trovato essendosi gli avanzi di tre carri, — i cui cerchi
di ferro si conservano al Museo Nazionale di Napoli — con fontane e
abbeveratoj di animali e questa iscrizione:
C . CVSPIVM . PANSAM
ÆD . MVLIONES . VNIVERSI
AGATO . VAIO
coll’altra sottoposta: