si è già indotti a credere che fosse meglio uno _stallazzo_ da
mulattieri.
Con ciò per altro non credo sostenere che a questa istituzione
della posta, valevole al trasporto de’ passeggieri, quella fosse
pure congiunta del trasporto regolare delle lettere, come si vede
praticato in oggi; perocchè questa bella ed utilissima invenzione de’
cui vantaggi tutta gode presentemente la parte civile del mondo, non
fosse ancor conosciuta, venendo assegnata ad epoca d’assai posteriore
ed a merito de’ Veneziani. V’erano bensì staffette, latinamente dette
_veredarii_, ma queste non portavano che i publici dispacci. I privati,
che volevano carteggiare co’ lontani, doveano quindi servirsi con grave
loro spesa di messi appositi, detti _tabellarii_, ossia portalettere, o
procacci, come più propriamente qui dovrebbesi dire[62].
Meglio posso dire della lingua che si parlava in Pompei. Ben osservò
Gibbon come i Romani fossero così persuasi della influenza della
lingua sui costumi nazionali, che più seria cura di essi fosse quella
di estendere col progresso delle loro armi l’uso eziandio della loro
lingua[63], e sappiamo anzi a proposito dal summentovato Svetonio,
come l’imperatore Claudio degradasse un ragguardevole greco perchè non
sapesse la lingua latina[64].
Se la lingua di Cicerone e Virgilio — sebbene con qualche inevitabile
miscuglio di corruzione — fu così universalmente adottata sin nelle
province dell’Africa, della Spagna, della Gallia, della Britannia e
della Pannonia; se della sola Spagna ebbe la latinità que’ chiari
scrittori che furono i due Seneca, Marziale, Lucano, Columella e
Quintiliano, è presto argomentato com’essa divenisse per tutta Italia
non solo la lingua ufficiale, ma ben anco la parlata ed anche in Pompei
fosse, nella classe almeno meglio educata, la più generalmente usata.
Taluni per altro pretesero voler desumere da ciò che da queste classi
meglio educate pur si usasse del greco idioma, che dunque fosse
l’antica lingua parlata in Pompei, e trarne perfino illazioni intorno
alle origini; ma non credo che ciò sia esattamente vero. Imperocchè
il succitato Gibbon giustamente osservasse come la vittoriosa
Roma fosse ella stessa soggiogata dalle arti della Grecia. «Quegli
immortali scrittori — scrive egli — che fanno ancora l’ammirazione
della moderna Europa, presto divennero l’oggetto favorito dello studio
e dell’imitazione nell’Italia e nelle province occidentali. Ma non
portavano danno le geniali occupazioni dei Romani alle radicate massime
della loro politica. Mentre si riconoscevano le bellezze della lingua
greca, sostenevano la dignità della latina; e l’uso esclusivo della
seconda fu conservato inflessibilmente nell’amministrazione sì del
governo civile che del militare. I due linguaggi esercitavano nel tempo
istesso la loro separata giurisdizione per tutto l’impero; il primo
come naturale idioma della scienza, il secondo come il dialetto legale
degli atti publici. Quelli che univano le lettere agli affari erano
egualmente versati nell’uno e nell’altro, ed era quasi impossibile in
qualunque provincia di trovare un suddito romano di una educazione
liberale, che non sapesse nel tempo stesso la lingua greca e la
latina.»[65]
Così può spiegarsi il promiscuo uso in Pompei dei due linguaggi, senza
per questo correre a diverse supposizioni. Piuttosto ammetteremo che
l’origine osca degli abitatori di Pompei, da me riferita, venisse
attestata dalle molte iscrizioni trovate negli scavi e di cui si hanno
dotte interpretazioni nel _Giornale_ di essi che si stampa a Napoli, e
se devesi ritenere quanto con certo fondamento si sostiene da parecchi
scrittori e dal Fontanini che il popolo non si valesse nel famigliare
linguaggio della lingua latina, ma sì de’ dialetti speciali, come si sa
che infatti antichissimi fossero il Sabino, l’Etrusco ed il Veneto, io
credo che una prova di tale opinione si abbia in ciò che i Pompejani
alla loro volta avessero conservato il dialetto osco e lo parlassero
volgarmente. Detti e motti graffiti in questa lingua sulle muraglie
delle case suffragano validamente una tal prova.
Se latina era dunque la lingua generalmente parlata dalle classi più
elevate, e se osca quella usata dal basso popolo in Pompei; latina
era pure quella che generalmente solevano scrivere e l’ufficiale; non
escludendo per altro che gli uomini più letterati si servissero assai
della greca, quantunque meno frequentemente negli ultimi tempi che in
addietro.
A ciò attestare, si rinvennero negli scavi tanto d’Ercolano che di
Pompei, più per altro in quella città che in questa, non pochi papiri,
i quali, appunto perchè nella più parte riflettenti studj, anzichè atti
o scritture attinenti agli affari, furono nella massima parte dettati
nella lingua greca[66]. Sebbene codesti molti cimelj non abbiano
ancora di assai avvantaggiata la storia od altro ramo dello scibile
umano; tuttavia non è detto che quegli che non sono per anco svolti e
pubblicati non abbiano ad essere di maggiore interesse.
Ho detto svolti, perchè quali vennero trovati, non figurano che
altrettanti pezzi di carbone, così resi dalle ardenti materie onde
furono avvolti, nè par vero che siasi potuto vincere la loro rigidità
e spiegarli e renderli atti alla lettura. C. Rosini aveva nel 1793 in
Napoli edito due tomi di questi scritti ercolanesi sotto il titolo
_Herculanensium voluminum quæ supersunt_. Il Canonico De-Jorio
fin dal 1823 in Napoli nella sua _Officina de’ papiri_ ne fece la
descrizione e più Volumi di que’ papiri trascritti sono omai fatti di
pubblica ragione; qualche migliajo ancora attende la medesima sorte.
De Mürr fin dal 1804 aveva in Parigi pur mandato per le stampe un suo
commento intorno ai papiri greci scoperti in Ercolano _De papyris seu
voluminibus herculanensibus commentatio_, e Hayter in Londra nel 1810
un suo lavoro dal titolo _A report upon the herculaneum manuscript_.
Si sa che i papiri e le pergamene fossero la carta usata più
comunemente in que’ tempi per le scritture: quelli costituiti da fili
di un giunco cresciuto sulle sponde del Nilo, avente un tal nome e
però d’origine egizia; questa di pelle per lo più ovina e derivante
il suo nome da Pergamo, città dell’Asia Minore, dove fu prima usata;
le tavolette cerate, di cui tanto sovente si fa cenno nelle opere
antiche, erano per le più brevi scritture, e chi volesse poi avere
più particolareggiate notizie _Dello scrivere degli antichi Romani_,
consulti le dottissime dissertazioni edite con questo titolo da Stefano
Morcelli[67].
Egli mostra come fossero fatte queste tavolette incerate che i greci
chiamavano πίνακίδης, o anche δηλτωι dalla loro forma simile alla
lettera Δ, e come vi si andasse sopra con lo _stilo_ o _grafio_, il
quale solcando la cera a guisa di aratro la terra, diede origine fra’
latini al vocabolo figurato _exarare_ in significato di scrivere,
vocabolo che non è per anco bandito dal linguaggio de’ nostri curiali,
che bene spesso scrivono _esarare una dichiarazione_, un atto, e va
dicendo.
I biglietti che si spedivano allora così esarati sulla cera, come
vedremo nel venturo capitolo, riferendo una lettera di Plinio il
Giovane, appellavansi _codicilli_ e i _pugillares_, di cui parla
lo stesso autore nella lettera del libro I delle sue _Epistole_,
contenendo le suddette tavolette o codicilli, corrispondevano, per
un certo rispetto agli odierni portafogli, poichè servivano a piccole
scritture e annotazioni, non mai ad opere di lunga lena[68].
Le città della Magna Grecia, tra cui, come sa il lettore era Pompei,
ricevendo in tutto l’intonazione da Roma, come nella cultura e nel
gusto, derivando usi e costumi di colà, ne parteciparono anche al lusso
sfrenato.
Già ho detto della quantità e sontuosità delle ville de’ più facoltosi
romani che principalmente possedevano ne’ dintorni di Pompei o nel
golfo napolitano. Lucullo nella vicina Baja profuse tesori: si sa che
le sue cene in Apolline costassero la bagatella di trentaduemila lire
odierne l’una e non occorreva per esse che avesse convitati: a Baja
stessa forò un monte per derivar l’acqua marina alla sua piscina; Irzio
spese dodici milioni di sesterzi a nutrire i suoi pesci, pei quali la
sua villa fu venduta per dieci milioni dei nostri. Argomenti da ciò
il lettore del resto. Siffatto spreco degli epuloni romani portato in
provincia era contagioso: perchè i ricchi di Pompei non lo avrebbero
adottato?
Gli scavi ci hanno rivelato pitture e statue di sublime lavoro,
ornamenti d’oro e gingilli, progresso dell’arte e dell’industria; ma io
ne tratterò in separati capitoli, perocchè valga il prezzo dell’opera
il conoscerne i migliori capolavori. Il Museo Nazionale di Napoli
ne va ricco e costituiscono tutta una storia. Monili e braccialetti,
orecchini ed anelli vi sono leggiadrissimi e tali da cui l’industria
odierna potrebbe cavarne un eccellente partito, e si sa dal trattato
delle pietre preziose di Plinio come fossero anzi gli antichi più
avanti di noi. Marziale ci ricordò come le dita de’ ricchi del suo
tempo si empissero di anelli ed anzi se ne avesse più d’uno per
falange, o per articolazione:
_Sardonicas, smaragdos, adamantos, jaspidas uno_
_Portat in articulo._[69]
Si sa che Lollia, gentildonna romana, comparve ad un banchetto adorna
per otto milioni di perle, delle quali le romane caricavano perfino i
calzaretti. Caligola ne fregiava le prore delle navi e Nerone i letti
delle sue lascivie. Nè si creda valessero meno dell’oggi, se una sola
fu comprata con sei milioni di sesterzj.
Non parlerò qui de’ bagni, degli aromi ed essenze che si prodigavano,
chè m’avverrà di trattarne, meco guidando il lettore alla visita delle
_Terme_, cui consacrerò speciale capitolo, e così de’ banchetti e
d’ogni altra ghiottornia e lautezza, entrate ne’ costumi pompejani.
Pur degli spettacoli dirò in altro capitolo e vedrà il lettore come
teatri, comico e tragico, e anfiteatro avesse Pompei, e comunque città
di terz’ordine, vi esistesse ludo di gladiatori, serragli di belve
riservate al circo; nè farà più maraviglia il vedere i pompeiani
sorpresi dal cataclisma mentre erano accolti nel vasto anfiteatro,
se la libidine di congeneri passatempi veggiamo solleticata ne’ più
strani modi in tutto il mondo romano; così che a’ giorni di Nerone[70],
a cui ci ha pur condotti la narrazione, rappresentandosi sul teatro
l’_Incendio_ del vecchio Afranio, si diè fuoco davvero alle case e gli
istrioni lasciaronsi padroni di saccheggiarle; e alla rappresentazione
del _Prometeo_ si chiuse con un vero supplizio; quella di _Muzio
Scevola_ col bruciarsi uno schiavo la destra, e un leone avvezzato a
divorar uomini, il fè nel circo con tanto garbo, che il popolo, cui fu
presentato dall’imperatore, ad una voce implorò per esso la libertà.
Ma io stavo per dimenticarmi di accennare che quest’imperatore era il
buon Marco Aurelio, colui la cui filosofia è giudicata una continua
aspirazione al bene de’ suoi simili e ne’ suoi precetti vi è tanta
cristiana umiltà; che il cardinal Barberini, voltandoli nella volgar
lingua, la traduzione dedicasse all’anima sua «per renderla più rossa
che la sua porpora allo spettacolo delle virtù di questo gentile.»
Nè di tutti i costumi pompejani presumo esaurir qui l’argomento, che
altri risulteranno menzionati nel restante dell’opera, nè volli, qui
del pari toccandone, per amor d’ordine, che mi si accusasse dipoi di
inutile ripetizione.
Come in qualunque altra parte d’Italia e d’altre nazioni, anche in
Pompei viveva in mezzo ai suddetti ordini cittadini e in mezzo a quel
civile reggimento, senza parteciparne ai diritti ed ai benefici, una
infelicissima classe di uomini, diseredata e tenuta nè più nè meno di
cosa, a’ quali eran devoluti i pesi maggiori sociali, che si compravano
e si vendevano come giumenti a’ prezzi non di molto maggiori, che
servivano nelle case, a’ capricci spesso di stolti e di violenti
padroni, infrenati da una disciplina severa e crudele, dalle leggi
autorizzata. Questa classe era quella degli schiavi. Per la più parte
Barbari prigionieri per vicenda di guerra usi a vita indipendente
e impazienti di vendicarsi a libertà. Nelle scorse pagine vedemmo
come tentassero ben due volte in massa di rompere i ceppi e per ciò
dessero grande travaglio alla Repubblica. Cesare dalla Gallia ne aveva
menati, stando a Plutarco ed Appiano, un milione; Lucullo dal Ponto ne
traeva tanti da venderli quattro dramme l’uno, cioè meno di quattro
lire per testa: una dramma era nello stesso campo di Lucullo venduto
un bove[71], e Augusto ne scendeva dalle montagne de’ Salassi ben
quarantaquattromila.
Mimi e gladiatori da rallegrar circhi ed arene, amanuensi a copiare,
grammatici a corregger libri, danzatrici e suonatrici di flauto, o
come in Grecia, appellavansi _auletridi_, ad allietare i banchetti ed
a provocare orgie e lascivie, si avevano per lo più da questa povera
gente, e Pompei questi costumi divideva con tutto l’orbe romano, e vi
cresceva stimolo la mollezza del clima, ond’ebbero infausta celebrità
gli ozj campani.
In Pompei inoltre la coltura de’ campi era interamente affidata agli
schiavi ed erano questi i più infelici. Sorvegliati da altri schiavi
tenuti dal padrone in miglior conto, o da’ liberti, che erano stati
schiavi un giorno e fatti poi liberi, severi castighi subivano se
recalcitranti o infingardi.
Dai vigneti coltivati per essi ottenevansi quelle uve, d’onde que’
vini di Pompei, che al dir di Plinio[72], ebbero fama tra i meglio
accreditati, che non erano bevibili che vecchi di dieci anni, e pur
tanto focosi che chi ne beveva, restava molestato dai dolori di capo
sino all’ora sesta del dì seguente. Certo è che oggidì la natura di
questi vini ha mutato. Persuaso di quel vecchio proverbio:
.... _si Romæ vivis, romano vivito more_,
nello asciolvere all’albergo del Sole in Pompei, chiesi del vino
paesano, nè fu causa che mi desse al capo. Gli è tuttavia ne’ dintorni,
alle falde del Vesuvio, che si spreme il famoso _Lacryma Christi_.
Abbondante del resto la vendemmia, come in tutte le terre vicine
al Vesuvio e fin su sulle sue pendici; onde L. Floro, estasiandosi
innanzi a questi luoghi, dicesse la Campania, di cui questa parte che
si specchiava nel Tirreno era la gemma, la plaga più bella d’Italia
non solo, ma dell’Universo, dove in nessun luogo vi fosse cielo più
dolce, terra più ubertosa e dove duplice pei fiori la primavera e i
monti rivestiti di viti e bellissimo fra tutti il Vesuvio: e Marziale
giugnesse a dire, che il Vesuvio verdeggiante per pampinose ombre e
la nobile uva dando laghi di vino, paresse che gli Dei del piacere
e dell’allegria, abbandonate le più care lor sedi, venuti fossero a
dimora sui gioghi del Vesuvio. Uditene i versi che riporto dal Libro IV
de’ suoi _Epigrammi_, sotto il n. 44:
_Hic est pampineis viridis Vesuvius umbris;_
_Presserat hic madidos nobilis uva lucus._
_Hæc juga, quam Nisæ colles, plus Bacchus amavit,_
_Hoc nuper Satiri monte dedere choros._
_Hoc Veneris sedes, Lacedæmone gratior illi,_
_Hæc locus Herculeo nomine clarus erat_[73].
Così Pompei era del pari celebre per le sue pere e ne forniva le più
ricercate mense, come Tivoli le poma; ferace per le messi e per gli
ulivi, e gli scavi ci hanno dato saggi di frumento ed olive appunto,
come altri molti frutti sia naturali che preparati, pane, focaccie ed
altrettali leccornie; nè parrà vero che mentre tutti questi camangiari
appajono anneriti e bruciati dalle ardenti ceneri onde furono
investiti, parte del grano rinvenuto conservasse tuttavia la proprietà
vitale, e seminato, malgrado fossero trascorsi più che diciassette
secoli, germogliasse e porgesse la propria spica e le olive fossero
conservatissime ancora nell’olio.
Virgilio nelle Georgiche aveva la fertilità di queste terre celebrato
in questi versi:
_Quæque suo viridi semper se gramine vestit,_
_Illa tibi lætis intexet vitibus ulmos_
_Illa ferax oleæ est: illam experiere colendo_
_Et facilem pecori, et patientem vomeris unci._
_Talem dives arat Capua et vicina Vesevo_
_Ora jugo_[74].
Dalle onde poi del Tirreno, che baciavano, frangendosi, il piede alla
voluttuosa Pompei, il pescatore pompejano, tra i cento svariati pesci
traeva in copia il _Garo_, che or non saprebbesi designare con nome
conosciuto, e con esso facevasi colà il caviale liquido, che nella
bassa Italia si fa tuttavia. «Evvi, dice Plinio, un altro genere
di liquore assai ricercato, al quale si è dato il nome di _garum_:
esso è composto d’intestini di pesci o d’altre parti che sarebbero
diversamente a gittarsi, e che si fanno macerare nel sale in guisa che
divenga l’effetto della putrefazione. Questo liquore componevasi una
volta col pesce che i Greci chiamavano _garon_»[75]. Lo stesso Plinio
attesta che Pompei andasse assai lodata, come Clazomene e Lepti, per il
garo[76].
Orazio ne faceva menzione, dicendolo composto di succhi di pesce
iberico:
_Garum de succis piscis iberi_[77].
Marziale del pari in un suo epigramma:
_Sed coquus ingentem piperis consumet acervum:_
_Addet et arcano mixta falerna garo_[78].
E altrove lo stesso poeta:
_Nobile nunc sitio luxuriosa garum_[79].
Era per ultimo lungo queste amenissime sponde che il Vesuvio sogguarda,
che i medici solevano mandare a curarsi e risanare gli affetti da
mal sottile, e siffatta salubrità di tali luoghi Varrone ricordò in
quelle parole: _ubi montana loca ut in Vesuvio, quod leviora et ideo
salubriora_, constatataci di poi anche dall’autorità di Polibio e di
Procopio.
Queste erano le condizioni di Pompei ne’ primi anni dell’Era Cristiana,
negli ultimi quindi di sua esistenza, e dei quali io mi faccio ad
intrattenere il lettore.