VIII

Egli uscì barcollando. Si sentiva sopraffatto, perduto.

Non soltanto l’aveva ella tutto pervaso di un amor senza pace, non solo

fuggiva, dimentica d’ogni loro complicità, ma d’un colpo irreparabile

aveva pure distrutta la paziente opera della sua vita, mettendo

alla gogna il loro nome, dandolo ferocemente in balìa delle vendette

pubbliche.

Adesso tutti ridevano alle sue spalle, saziavan nello scandalo palese

l’odio e l’invidia lungamente contenute. Il nome infamante, l’aspro

epiteto di lenone, gli sibilava nelle orecchie ronzanti, lo feriva

nel mezzo del cuore, come se ognuno, vedendolo passare, gli lanciasse

dietro per beffa questa parola ingiuriosa. Ecco: l’accusavano di aver

venduto la sua sorella al ricco libertino, di aver tramato nell’ombra

il mercato fraterno, forse di averne già riscosso il prezzo. E la città

lo sapeva; per ogni strada la notizia correva di bocca in bocca, ad

ogni limitare si parlava di lui, di lei, dell’altro; era un bisbiglio

continuo, súbdolo, che saliva, saliva, soverchiando nel suo cervello

esagitato la voce di tutte le cose; era il suo nome, il nome di lei,

che volava nelle risate della gente.

Ora lo avrebbero bandito, si sarebbero precipitati in cento a sbarrare

il suo cammino; la fiamma nascosta sotto la cenere avrebbe illuminato

di un crudele rossore il suo pubblico dileggio. Strappatagli di

dosso la sua veste di gentiluomo avventizio, anche i più benigni non

avrebbero ritrovato in lui che il fratello della mantenuta.

E udiva rinchiudersi dietro di sè, con un sordo fragore, le porte

dei circoli, le anticamere delle sale, tutte le soglie che aveva

pazientemente forzate; facce avverse vedeva, bocche orlate di scherno,

occhi obliqui volgersi altrove per non rispondere al suo saluto.

Tanti anni spesi ad un lavoro ábile, tenace, assiduo, eran ormai

sprecati, buttati al vento come pugno di cenere; l’inviolabile signorìa

si asserragliava novamente nel suo cerchio di privilegi — e questa

volta per sempre.

Ecco il dono ch’ella gli aveva apparecchiato per il suo ritorno ed in

cambio dell’amore ond’egli si moriva per lei.

Oh, se questo avesse potuto almeno liberarlo dalla sua disperata

passione! Ma non sapeva odiarla, e, per quanto ella lo ferisse, non

gli riusciva d’avere contro lei alcun rancore. Dal fondo invece della

sua coscienza risvegliata una voce gli parlava, con le stesse parole

del suo padre accusatore: «Sei stato tu che l’hai portata fuori di casa

per il primo; se oggi si disonora la colpa non è nostra, è tua! tua!...

perchè sei stato un cattivo figlio e in tutta la tua vita non sarai che

un uomo cattivo!»

Ed allora si ricordò di quel primo giorno ch’ella era venuta nella sua

casa, con un braccialetto d’oro al polso, il braccialetto di Rafa, e

ricordò tutto quello che avevan discorso fra loro, stando egli supino

sul letto, ella seduta su la coltre, quando, fra quel calore, fra

quell’odore che veniva da lei, aveva lasciato cadere sopra la sua

purezza il primo sguardo colpevole.

Invece di ammonirla s’era fatto il suo complice, per farsi amare da

lei; giorno per giorno l’aveva quasi ammaestrata nella corruzione, le

aveva scaldato nel grembo il piccolo serpe della lussuria, che li aveva

poi allacciati insieme nel suo nodo convulso.

Atterritamente sentì che una forza invincibile si era drizzata contro

la sua colpa e che più non eravi alcuna ribellione da tentare, alcuno

sforzo nel quale adergere l’ultima volontà, l’estrema speranza. Il

suo nemico non era più solamente racchiuso nella sua coscienza; ora

usciva, lo accerchiava, lo batteva da ogni parte. Quest’uomo, che si

era sentita forza bastevole per vincere da solo e duramente la sua

battaglia, provò allora un infinito bisogno di tutti, e si volse a

cercare intorno a sè un amico, un amico fraterno e buono in cui versar

la sua pena, un tetto soccorrevole sotto il quale trovar rifugio.

Ed allora solamente si ricordò di una donna ch’egli aveva oppressa e

fatta piangere, una donna che lo aveva sempre soccorso, ch’era pronta

sempre a tendersi verso di lui col gesto ineffabile del perdono. Egli

sapeva che da qualsiasi lontananza le ritornasse, dopo quante mai

strade, su le sue labbra smorte avrebbe sempre ritrovato un sorriso.

Camminò per i marciapiedi avvampati, lungo i muri che gli gettavano

in faccia una luce abbagliante; camminò, vedendo solo fulgori e grandi

circoli di sole, che gli roteavano intorno come per allucinarlo. Tutti

i rumori della strada, anche i più comuni, gli parvero insoliti, e

mutati gli aspetti delle cose; in lui scemava perfino la coscienza

dell’enorme dolore che lo travagliava. Come se un’immensa catastrofe,

d’un tratto, fosse avvenuta in lui, l’anima gli restò sepolta sotto le

rovine del suo mondo interiore, ed inerte come un automa egli ubbidì

solamente alla sua paura.

Quando giunse nella contrada ove abitava l’amante, quando rivide quella

casa dall’aspetto un po’ tetro, ma con un suo balconcello fiorito, col

suo portone ampio e scuro che dava in una corte vetusta, il cuore gli

si aprì di tenerezza come a colui che dopo aver patiti gli insulti, la

fame, i rigori della strada maestra, veda finalmente sorgere di lontano

il tetto di una casa ospitale.

Avviene talvolta che la più antica fra le nostre abitudini ci sembri

nuova, ed un luogo per il quale siamo le cento volte passati riévochi

subitamente in noi la dispersa memoria d’un’anima che anticamente fu

nostra.

A nessuno è dato conoscere come un luogo, un oggetto, un essere, siano

veramente in sè stessi, fuori dalla nostra sensibilità e svestito

dall’immagine che noi gli attribuiamo. È il nostro cuore che fa parlare

le cose, e noi, attoniti qualche volta, ne ascoltiamo la voce. Nel

salire le scale della casa di Clara Michelis egli provava quel giorno

un’onda di sensazioni confuse; guardava con una specie di curiosità

l’aspetto di que’ muri adorni d’antichi affreschi, di quegli scalini

larghi e lenti, che aveva tante volte contati macchinalmente nel

salirli, di quella ringhiera in ferro istoriato, un po’ rugginosa, che

portava nelle congiunture de’ suoi fregi una incancellabile polvere;

guardava l’aspetto di quel grande arazzo, che pendeva dalla parete sul

primo pianerottolo, dove c’era un cassabanco in legno scolpito.

E ricordava, ricordava... In un attimo riviveva una storia di molti

anni, la storia di tutte le cose ch’eran passate fra loro, dai primi

tempi, quando l’amava d’un capriccio forte, agli ultimi, quand’ella

era divenuta per lui un peso necessario, anzi una indispensabile ma

tediosa catena. La rivedeva, qualche anno addietro, ancor bella e

desiderata da molti, co’ suoi lisci capelli neri che le facevan su la

nuca un gonfio nodo attorto, col suo viso diafano, in cui gli occhi

ardevano d’una vita spirituale; e quand’ella gli si rifiutava con tutte

le scaltrezze voluttuose della donna che prevede l’imminenza del suo

fallo, e poi le lunghe sere che avevan trascorse nella sala semibuia,

tra i molti vasi di fiori che odoravan troppo forte, lei, con le veloci

sue dita correnti su la tastiera, lui, poggiato la tempia contro il

violino, avvolto nel profumo della sua carne pallida, curvo su lei,

desiderosamente...

E quel giorno ch’era stata sua per la prima volta, quando già da un

pezzo egli si sentiva amato, e già le sue calde labbra si erano date

a lui, di sera, nell’ombra, con brivido, su l’orlo d’un pericolo

meraviglioso. A quel tempo era singolarmente bella, ravvolta in un

colore di poesia, con l’anima che mandava profumo; nella sua semplicità

era qualcosa di prezioso; l’essenza intima della sua persona somigliava

singolarmente a certe materie fragili, profumate, rare, come l’antico

avorio, come l’ambra soave...

Poi, lentamente, la sazietà, la noia, il disamore. Quante lacrime

le aveva egli fatte piangere! Quante ore di sconforto aveva portate

in quella casa, dove adesso tornava, sopraffatto egli pure da una di

quelle tempeste che soverchiano il cuore...

Ell’aveva ora qualche capello bianco; però non si tingeva, per onestà

forse o forse per disattenzione. Ma egli ne aveva rabbrividito qualche

volta nel baciarla. E, se non poteva nascondersi l’evidenza di quello

sfiorire, il doverlo sopportare in silenzio talvolta gli eccitava

nello spirito un rancore ingiusto contro di lei. Nel ridere, la sua

bocca un po’ sciupata, i suoi occhi un po’ stanchi, s’increspavano di

leggerissime rughe; intorno alle sue narici estremamente fini, e nel

cavo degli occhi, sotto il mento, intorno alle vertebre del collo, si

raccoglieva talvolta una indefinibile ombra, quell’ombra delle cose che

stanno per mutar forma, che già furono belle ed accennano a finire. Ma

egli non poteva dirle che sentiva il freddo di quelle ombre, nè dirle

che, pur tacendo, gli salivan talvolta fino all’orlo della bocca certi

acutissimi scherni...

Ell’aveva conservata un’ossatura da signorina; le sue braccia nude,

nell’avvincersi a lui, sapevano ancor fare quel nodo lento e forte

che fanno le braccia delle amanti giovini; ma il seno fiacco le

s’inaridiva; la sua pelle, fattasi quasi opaca, non tramandava più

quell’odor lussurioso che la donna sparge fra le coltri quand’è nel suo

fiore. Egli doveva qualche volta chiudere gli occhi e sognare un’altra

carezza, un altro amore, anche di strada, ma sul quale non fosse caduta

la sottile cenere del tempo.

E come confessarle: «Non te bacio col mio tepido bacio... non te, ma la

giovinezza d’un’altra, e mi riscaldo nel calore d’un’altra e bevo su la

bocca d’un’altra questa voluttà che ti simulo...» Come dirle una simile

cosa?

E però metteva nel saziarla una specie d’involontaria crudeltà, poichè

in lei rimaneva la febbre, il desiderio più giovine degli anni, la

voglia inestinguibile in tutte le creature, di piacere ad un’altra,

di ricevere da un’altra il piacere. In lei rimaneva il triste furore

della passione, come un bócciolo ancor verde sopra una pianta che vada

sfiorendo; e qualche volta, sotto l’ombra della sua fronte chinata,

ella pareva guardarlo con infinita malinconia.

C’è un momento nella vita della donna, in cui tutte le virtù che sono

state o che potevan essere nel suo cuor femminile par si radunino

insieme per comporre una fedeltà unica, una sola poesia. Ed è allora

che nel suo amore pénetra un senso vago di maternità, si fonde una

tenerezza sororale, nasce un bisogno di proteggere, di consolare, di

porgere aiuto, come se nel suo cuore di amante vivesse insieme la casta

misericordia d’una suora di carità.

Ed è forse l’estrema, involontaria civetteria, della quale si orna

la donna, l’ultimo abito che si presceglie e con il quale cerca di

piacere. Nel suo commiato dell’amore, che in fondo è per la donna tutta

la storia della sua vita, ella vuol essere più bella che può.

Due giorni per lei non saranno dimenticabili nella sua fedele memoria —

il più voluttuoso ed il più triste: quando sentì per la prima volta il

desiderio d’un uomo tremare dietro il lieve muoversi della sua gonna, e

quando, in un bacio dell’ultimo amante, s’accorse irremissibilmente che

non sarebbe amata mai più.

— Clara!

Ella entrò nella sala con quel suo passo che non faceva rumore.

Soffocata dalla commozione, percossa dallo stupore, non disse parola e

restò perplessamente a guardarlo.

Dov’era stato? che aveva fatto? quale terribile avventura aveva così

travolta la sua vita? Non era più il medesimo, quegli che tornava; non

lo riconosceva più.

Tutto questo ella pareva esprimere con uno sguardo solo. Talvolta, fra

due che s’incontrano, vi son tante e così terribili cose a dirsi, che

le parole, tutte le parole, sembrano quel che sono in verità: segni

troppo incapaci di esprimere il colore dell’anima nostra. Ed allora si

parla solo quando ci si è già del tutto compresi, quando la confessione

è già passata dall’uno all’altro, mutamente, e mutamente ha devastate

le anime.

Un lungo silenzio pesò fra loro, anzi una specie di concitazione così

forte, così lucida, che a vicenda potevan leggersi nel volto i loro

inconfessabili pensieri.

Poi Arrigo si lasciò cadere sopra una poltrona.

— Sono stanco... — mormorò, e con le due mani si coverse la faccia.

Ella ebbe la bontà suprema di sorridergli, pur nello strazio che

dentro la esagitava; e venutagli più vicina, con una mano gli carezzò i

capelli come faceva di consueto.

Egli prese la sua mano, al polso, e la baciò.

Non aveva mai pianto; in quelle lunghe settimane di tormento, mai la

dolcezza consolatrice d’una lacrima gli era salita fino alle aride

ciglia. E in quel momento, dal suo più profondo essere, sotto la

carezza di quella mano timida, sentì qualcosa commuoversi dentro

l’anima che non era più disperazione, che non era più furore, ma

una voglia d’esser debole, d’esser umile, d’esser buono, quasi di

comunicare a lei tutto il male che aveva sofferto, quasi dirle:

«Aiútami! guarda nel mio dolore, lasciami piangere, vicino a te...»

E dagli occhi riarsi le lacrime caddero, infrenabili.

Tacendo, ella si piegò, si pose a ginocchi davanti alla sua poltrona,

mise la fronte contr’una sua spalla e rimase ferma. Così lo ascoltava

piangere, in silenzio, con una specie di religione, trattenendo a forza

le sue lacrime, poichè le parve che il suo proprio dolore non dovesse

nemmeno aver luogo vicino al dolore di lui.

Lontana, troppo lontana, ricomparve ad entrambi negli occhi la

loro storia d’amore. Ed in quell’ora in cui si sentivano per sempre

divisi da un ostacolo maggiore di tutte le volontà, l’uno e l’altra

provarono ancora il conforto di affacciarsi uniti sopra quella vacuità

incolmabile, di fondere il loro spavento insieme, di guardare con occhi

fraterni la loro morte interiore.

Ella gli passò le mani sul volto, pianamente, come per riconoscerlo,

come per cancellarvi le traccie dei dolori patiti; e lo guardava

con gli occhi asciutti, fermi, ove splendeva un’infinita bontà, una

disperazione infinita. Ella non poteva dimenticarsi d’averlo un tempo

veduto, bello e forte, con la bocca un po’ dura, che si contraeva sotto

il morso della volontà, nè dimenticare quegli occhi suoi, così lucidi,

che parevano pieni di sole...

— Sono stanco, — egli ripetè ancora una volta, girando intorno lo

sguardo con smarrimento, forse per riconoscere quella stanza, che gli

era tuttavia familiare.

— So tutto... non parlare... ho compreso tutto... — ella rispose

pianamente, quasi con paura, fra una carezza ed un bacio.

— Veramente?... — balbettò egli; — sai veramente ogni cosa?

E Clara, senza battere le ciglia, lo ravvolse in uno sguardo d’amore,

che pareva gli offrisse con umiltà il suo perdono di sorella e

d’amante.

— Sì, — ella rispose con una voce spenta; — sì, mio povero amico. Ed è

forse troppo tardi perchè io possa fare qualcosa per te.

Lasciava cader le parole con una specie d’infrenabilità, come fosser

lacrime; fra l’una e l’altra metteva i battiti del suo cuore.

— Ma quello che non so, — riprese, — è dove sei stato finora, dove sei

fuggito, che hai fatto?

Egli diede una grande risata, stridula, disperata, che suscitò in

quel silenzio un’eco sinistra, e parve il riso implacabile d’un’anima

gonfia d’odio contro sè stessa. Poi, di scatto, sorse in piedi,

spingendo indietro la poltrona, e, fermo davanti a lei che rimaneva

inginocchiata:

— Non hai orrore di me? — chiese, fissandola.

Clara gli sollevò nel viso gli occhi mansueti:

— Povero mio amore... — gli rispose con dolcezza; e si levò.

— Non ti faccio orrore, dimmi?

— Dolore mi fai, disperazione mi fai... Non altro. Io sarò sempre la

tua amica e non ti devo giudicare, io.

Egli abbassò la fronte, con vergogna.

— L’ami? — ella fece, così piano che appena si udì.

E tremava. Ma egli scosse la testa con un moto ruvido e non volle

rispondere.

— La mia vita è morta, — disse. — Ho tutto perduto in un giorno; tutto.

Vivo in una specie di vertigine. Son venuto da te, perchè sei il mio

ultimo rifugio. E pensavo che anche tu mi avresti respinto.

Poi gli salì un rimorso fuggevole dal fiore dell’anima:

— T’ho fatto piangere molto, non è vero?

Ella rispose:

— Che importa?

Allora si risovvenne d’essere donna, d’aver tuttavia qualche grazia

nella sua consumata persona, di potergli forse dare un conforto

parlandogli con la sua voce più morbida, lasciandolo discorrere della

sua pena; e gli si fece presso, gli posò le mani su le spalle con un

atto debole e dolce:

— L’ami ancora? — domandò. — L’ami ancora molto?

— Con furore! con furore! — gridò egli, senz’alcuna pietà.

Ella si ristrinse nelle spalle, per dominare un tremito che l’assaliva.

— Raccóntami... — fece, con la estrema curiosità del suo tormento. — A

me puoi dire tutto, se questo ti fa bene. Io non sono più nulla, tranne

che la tua amica... Raccóntami...

— Sì? — egli fece, guardandola; — vuoi?

Ma improvvisamente ebbe un gesto d’ira:

— È inutile! — gridò. — Ora non c’è più rimedio.

— Non è inutile, — diss’ella, tentata forse dal gran dolore che ne

avrebbe. — Non è mai inutile raccontare quello che ci fa male.

— Poichè, infatti, era la mia sorella!... — egli esclamò cupamente,

quasi parlando a sè medesimo. E disse tre volte queste parole: «la mia

sorella», come se trovasse un’acre sapore nell’orribile nome.

Poi le parole gli fluirono disordinate, angosciose:

— Non è stata mia! Non ho avuto abbastanza coraggio perchè fosse mia!

Lo sapevi?

— No, — ella rispose impallidendo.

Il fratello di Loretta riprese:

— Un giorno, senza ch’io me ne rendessi conto, mi si è attorcigliata

intorno al cuore come un nodo vivo e soffocante; un giorno, senza che

l’avessi pensato mai, la tentazione mi si è presentata, nuda, folle,

terribile, nello spirito, e da questo fantasma non ho avuto più pace.

Quando passava, tremavo; la sua voce mi faceva male; l’odore della sua

persona, lo sentivo anche di lontano, la notte, il giorno, sempre, su

tutte le cose. Nel guardarla, i miei occhi la svestivano; quando mi

coricavo, era fra le mie braccia, nel mio letto, coricata. Questo male

venne a poco a poco, insidiosamente, come un veleno ch’io respirassi

dal suo medesimo respiro.

Ed era lei che mi si offriva. Nella sua verginità, piena di nervi,

piena d’impazienze, mi porgeva sotto le labbra questo cálice, in

cui dovevo non bere. Lo faceva naturalmente, come si offre un sorso

a chi abbia sete. Non volevo cedere, ma sentivo che prima o poi

questa orribile sete mi avrebbe vinto. È stata una pazzia, che mi è

salita lenta, inguaribile, nel cervello. Non devi, anzi, nessuno deve

condannarmi. La volontà è un’arma troppo fragile per combattere queste

orrende passioni.

Sai: veniva nella mia casa; qualche volta si svestiva, lasciava

nell’aria, su tutti gli oggetti, un odore incancellabile di sè.

Anch’ella soffriva del mio stesso desiderio, e questo appunto

m’ubbriacava. Eravamo in due a chinarci sopra un pericolo; lei ridendo,

io tremando; e c’era una forza che mi tratteneva, non saprei quale, ma

una forza invincibile.

Con la sua bocca bella mi parlava, m’accarezzava, piangeva, mi si

offriva, ed io non potevo saziare nè lei nè me. Tutte le lascivie

che non avevo immaginate per alcuna donna, le pativo per lei nel mio

nascosto pensiero. Quando eravamo soli, mi pareva che intorno a noi

roteasse tutto un mondo di cose vertiginose... Ma perchè vuoi che ti

racconti? — Si fermò affannato, quasi pentito, e súbito ricominciò:

— Un altro l’amava, od almeno voleva possederla. A poco a poco son

divenuto anche geloso, terribilmente geloso. Non dipendeva che da me

l’appagarmi, eppure non potevo! C’era uno spavento, che so? un terrore,

qualcosa fra me e lei... ombre, fantasmi, ch’ella non vedeva. Io sì:

terribili! Mio padre qualche volta... ed ancor più la mia carne stessa,

che non poteva contaminare la sua. Perchè?... Lo sai tu il perchè?

Clara lo ascoltava, up po’ ansante, un po’ curva, senza battere le

ciglia, senza muovere la bocca, incatenata, affascinata.

— Lo sai? No, tu neppure non sai dirmelo. Bisognava osare. Adesso è

troppo tardi; un altro me l’ha presa... è tardi! Mi amava: non mi ama

più. Si è data, con gioia forse, perchè io l’avevo tormentata, e perchè

sono stato anche vile: sono fuggito, lasciandola sola. Ho lottato

contro di me, contro di lei, con un eroismo inutile. Bisognava osare.

Invece che ho fatto io? L’ho spinta con le mie braccia nelle braccia

d’un altro. Li ho lasciati fuggire, intendi? fuggire insieme...

Egli fece una lunga pausa, perchè l’affanno lo soffocava; poi

ricominciò: — Un giorno, mi ricordo, è venuta nella mia casa, e si

è spogliata. Non dimenticherò mai quella prima volta che vidi le

sue spalle nude. Ed anche una certa notte non dimenticherò, quando

eravamo in un letto, nel medesimo letto, insieme, ed ella mi carezzava

con tutta la sua persona profumata, mi avvolgeva, mi tormentava,

si attorcigliava contro me con tutta la sua gioia, con tutto lo

spavento che può essere nel primo desiderio d’un’amante. Ma, invece di

prenderla, invece di concedere a lei ed a me questa felicitò orrenda,

sai che ho fatto io?... Sono fuggito. Uno spettro mi ha cacciato

indietro, afferrandomi alla gola; uno spettro scarno e livido, che

vedrò sempre nella luce della mie pupille, finchè io viva: — mio padre.

Sono fuggito lontano, all’impazzata, in cerca d’una liberazione. Mi

odiavo, sentivo di me lo spregio che si può avere della bestia più

immonda, ma non potevo non amare lei. Questo desiderio mi veniva

dietro, fischiando, come un agile serpente. Ho tutto scordato, fuorchè

lei: ho rotta la mia vita irremediabilmente, son pieno di rimorso, ne

trabocco... e pure non posso vincere la mia colpa, non so concepire

altra passione al mondo che il desiderio di possedere lei...

Fece un’altra pausa, e si piegò su sè stesso come un uomo ferito nel

petto, che voglia contenere la morte. Indi ricominciò:

— Vedi? un altro me l’ha presa! C’è ora chi può dirle: «Sei mia.»

Un altro le dorme vicino, la gode, la bacia. Ormai tutti lo sanno

e se ne parla fino per istrada. Ebbene, che fa? Ne ridono... Che

fa? Mi chiudono le porte in faccia dappertutto, mi dileggiano, mi

respingono... Che fa? Che fa? Lei sola è colpevole di tutto questo, ma

l’amo ancora, e più ancora, sempre più... Forse l’amo con odio, ma il

mio odio è così bello e così pieno d’inesorabilità, che deve ancora

chiamarsi un terribile amore. Vedi, son pieno di rimorso, e forse ti

faccio soffrire, ma lo dico a te per la prima, a te sola... Farle male

voglio, anche se grida!... Berle tutto il fiato in un sorso, appagare

il mio peccato fino alla sazietà... E dopo? Non importa! Anche se

questo mi costasse la vita, che fa, Clara, che fa?...

Nella piccola sala, piena di quella voce sorda, un occhio di sole si

mise a scintillare sopra una scatola d’argento.

Colei che non si deve amare: romanzo · 第 33 / 37 题