VII

Non seppe mai cosa fece o dove andò quella notte. Una specie di follìa

calma e lugubre s’impadroniva del suo spirito, ed egli entrava nella

tragedia imminente con una spaventosa lucidità.

Non di rado, quando la vita d’un uomo è giunta vicino alla sua

catastrofe, il senso inerte e vacuo dell’irreparabilità dilaga nel suo

mondo interiore, come se tutta la potenza dell’anima volesse per un

istante riposarsi, prima di affrontare, benchè invano, la battaglia

definitiva.

Egli si senti del tutto solo nella vita, e questo senso della

solitudine, che non lo aveva spaventato mai, dette al suo cuore uno

smarrimento infinito. Lo avevano messo fuori dalla sua casa, bandito

come un essere immondo; gli pareva che tutta la famiglia umana

rifiutasse di considerarlo de’ suoi, perchè aveva peccato contro

la legge sacra delle parentele, aveva nascosto nella cenere del suo

focolare il serpe che avrebbe avvelenata l’ara della pace domestica.

Egli, che non aveva mai pensato a discernere il bene dal male, sentì in

quell’ora tutte le colpe della sua vita trascorsa. Aveva voluto vincere

il proprio destino, arrampicarsi con l’unghie e coi denti per un’erta

che non era la sua; spronato da un’ambizione meno che mediocre, tutte

le frodi gli eran parse buone per facilitare la sua dura conquista. Ed

aveva neglette in quell’opera vana le qualità che avrebbero potuto fare

di lui un uomo rispettato ed onesto, forse un uomo veramente superiore.

Ma la fatalità lo aveva inseguito, attenta e ben nascosta, nell’ombra

del suo cammino. Adesso lo vinceva; i frantumi del suo lavoro paziente

cadevano in polvere intorno a lui. Ma tutto questo era ancor poco, in

paragone dell’altra sciagura.

Quella che amava, quella che un tempo divideva il suo male, rendendolo

quasi dolce, quella che si era curvata con lui, più volonterosa di lui,

su l’orlo dell’abisso ineffabile, caduta già nelle braccia d’un altro

dimenticava il peccato. Per quanto fosse orrida la sua speranza, egli

non poteva nemmeno più sperare. Ella si era dunque lasciata vincere dal

ribrezzo, si era vergognata, o forse aveva riso di quell’amore ch’era

stato fra loro, e con lieta indifferenza si prodigava, nelle braccia

d’un altro, il più spensierato oblìo. Egli le avrebbe fatto orrore,

se ancora l’avesse baciata come una volta, e di lui non poteva ella

provare che una pietà profonda.

L’uomo ragionava di queste cose con una tranquillità mortale. Ma una

speranza tenue, una di quelle speranze irragionevoli che nascono dalle

somme disperazioni, ancor balenava nella sua morte interiore.

Era fuggita, ma sola forse, fuggita per cercare di lui... Come saperlo?

Si trovò, la mattina dopo, in uno stato quasi d’incoscienza, davanti

al palazzo Giuliani. Guardò nella corte; le scuderie eran chiuse; le

finestre dei primi due piani similmente chiuse; tutto il palazzo aveva

quell’aria disabitata che assumono le case patrizie al tempo delle

villeggiature. Entrò in portineria per domandar di Rafa; gli fu detto

che lo credevano in campagna, a Villa Ippolita, con tutta la famiglia.

Era partito in automobile.

— Da quando? — egli domandò.

— Forse da una decina di giorni, o poco più.

Tornò fuori. Il selciato delle strade, acceso dal sole, gli feriva

dolorosamente gli occhi; qualche volta gli pareva che i muri delle case

si chinassero su di lui.

Nel suo freddo incubo, immaginava ora una scena selvaggia; si vedeva

davanti a Rafa, in una stanza chiusa, laggiù, chissà dove, lor due

soli. Gli pareva di sentirsi nelle braccia una forza raddoppiata, e

che l’altro ne tremasse. Gli diceva (ma non era precisamente lui, e

non era la sua propria voce): «Tu me l’hai presa, è vero? tu le hai

fatto gridare il suo primo grido... tu l’hai avuta, nuda, fra le tue

braccia... è vero? Ed io t’uccido!» In sè, profondamente, sentiva

la gioia della morte che avrebbe data. Gli diceva: «T’uccido!... ma

lentamente, non súbito, non d’un colpo: devi patire.»

S’avvicinava, lo prendeva per la gola, lo spegneva, piano piano...

Nella mattinata la città operosa viveva d’una vita confusa ed ilare; il

fragore delle strade gli parve assordante.

— «S’egli è a Villa Ippolita, ella non dev’essere lontano, — pensò. E

poi di nuovo l’assurda speranza s’infiltrava nel suo cervello: — Forse

non è con lui; forse mi cerca.»

Ma perchè non gli aveva scritta una sola parola, foss’anche per dirgli:

— «Mai più»?

Si accorse di avere un aspetto bizzarro, perchè molti, passando, lo

guardavano. Frattanto studiava il modo migliore per ritrovar le tracce

di Loretta; ma nel disordine della sua mente le idee si disperdevan

come fumo. Allora pensò di rivedere i consueti amici, poichè,

nell’interrogarli destramente, avrebbe forse attinta qualche notizia

sul conto di Rafa. Passo passo, meditando, si recò alla bottiglieria

dov’era solito fare una sosta prima della colazione.

Il consueto crocchio s’era diradato assai, perchè molti eran già

partiti per le villeggiature, si erano dispersi qua e là, nei soggiorni

estivi.

Taluno, al vederlo, ebbe un’esclamazione di stupore:

— Oh, Del Ferrante!... Come va? Tornato? Che brutta cera! Cosa ti

cápita?

Traspariva dalle parole, dagli sguardi curiosi, una celata ironia. Egli

rispose a casaccio, qualche breve parola. Tutti gli parvero strani e

mutati con lui. Scambiate appena poche frasi di convenienza, i più con

un pretesto o con l’altro, si ritraevano a parlar fra loro. Poi c’eran

stati alcuni sorrisi rapidi, alcuni segni nascosti, e tutto questo non

accadeva fortuitamente; egli lo comprendeva bene.

Giorgino Prémoli, dopo aver discusso con altri, gli si avvicinò.

Quest’uomo era maligno e crudele come tutti quelli che han molto a

farsi perdonare dall’indulgenza del prossimo.

— Sei stato via parecchio tempo, — disse per attaccar discorso.

— Infatti.

— Come mai?

— Non stavo bene, non sto bene ancora.

— Si vede.

Il Prémoli si levò il cappello per farsi vento.

— Bella donna! — disse, di una che passava. Poi, con indifferenza: — È

vero che vai a stabilirti via?

— Io? Perchè?

— Ma... lo dicevano... Saranno chiacchiere: a rivederci!

E se ne andò fischiettando.

Egli rimase lì come inebetito. Cos’erano quelle ostilità nascoste,

quelle frecciate che gli lanciavano con parole oscure? Sapevano forse

già di Loretta? La voce si era per caso divulgata? O forse, lei e Rafa,

s’erano fatti vedere insieme?

Pensò di far colazione al Circolo per raccogliere altri indizi. Ma non

v’era quel giorno che una piccola tavolata di gente con la quale non

era affatto intimo e che lo salutò appena. Si mise ad un tavolino da

solo e vide che anche i domestici bisbigliavan nel servirlo.

Non poteva inghiottire cibo; accese una sigaretta e si recò nelle sale

del Circolo, ch’erano ancor vuote. Solo un vecchio maggiordomo, quello

che la sera levava le decime dalle tavole di gioco, andava spolverando

qualche mobile con una pigra lentezza.

— Signor Del Ferrante, i miei rispetti! — fece, senza interrompersi.

Col servidorame Arrigo era sempre stato largo di mance, ben sapendo che

la fama d’un gentiluomo è spesso in mano di costoro.

— Come stai, Pietro? — gli domandò.

— Si tira innanzi come Dio vuole. Ma lei mi pare un po’ dimagrato.

— Forse. Cosa c’è stato di nuovo in questi giorni?

— Niente: un gran caldo.

— E d’altro?

— Nient’altro. Cosa vuol mai... le solite commedie!

Questo Pietro aveva la filosofica rassegnazione, il freddo compatimento

di coloro che da venti o trent’anni, ogni giorno, sbrigano le stesse

faccende e vedono succedere le stesse cose.

— Baruffe? — domandò Arrigo.

— No; son quasi tutti in campagna.

— Pérdite forti?

— Qualcuna.

— Pettegolezzi?

— Eh, si sa... di quelli se ne fanno sempre!

— Su chi?

— Non le saprei dire; io non ascolto nemmeno. Ne ho viste tante!...

Entraron Beppe Cianella e Franco Spada, per la partita di dómino che in

estate usavano fare ogni giorno, dopo la colazione. Il primo finse di

non vedere il Del Ferrante, l’altro di lontano gli disse:

— Addio, come va?

E si sedettero in fretta nel solito angolo. Pietro portò la scatola

del dómino. Mentre giocavano, Arrigo li intese parlar fra loro

animatamente; s’avvicinò, studiandone le fisionomie; ma l’uno

e l’altro, con la fronte raccolta nella mano, finsero d’essere

occupatissimi al loro gioco.

Arrigo si mise a cavalcioni d’una seggiola, vicino ai due giocatori.

— Che novità? — fece.

— Peuh... nessuna! — rispose velocemente il Cianella. E disse allo

Spada: — Da questa parte ti chiudo col cinque: pesca!

Sopravvenne un certo Ugo Fiorini, biondo e miope, sempre mezzo

assonnato, che occupò súbito il divano sul quale usava ogni giorno fare

la siesta; poco dopo entraron Lanzo Malatesta e Carletto Santorre con

Totò Rígoli.

— Eh!... alla buon’ora! si levano i morti! — gridò quest’ultimo al Del

Ferrante. — Mi avevano detto che ti eri imbarcato per le Indie, partito

per il Polo, andato in cerca d’una miniera... Invece sei qui. Si voleva

già mettere il tuo nome nell’elenco dei soci onorari... perbacco!

Alcuno rise di nascosto, sogguardando il Rígoli con intendimento. Il

Ferrante non rispose nulla; tese la mano ai sopravvenuti e strinse le

loro con affetto.

Nella sua gran desolazione gli pareva di voler bene a quegli amici, che

andavano tessendogli una corona di spine.

— Come vedi, — riprese il Rígoli, — siamo rimasti in pochi. Tutti via,

coi papà, con le mamme, con le sorelline... in campagna!

Egli ebbe una stretta al cuore; di nuovo sentì nascere un riso

discreto, ma non osò guardare chi ridesse. A che alludevano quegli

scherni velati? Non avevan dunque nessuna pietà di lui? Non lo vedevano

morire?

— Tutti via, — riprese il Rígoli. — I mariti partono alle cinque

col treno dei mariti: è il tempo in cui si fanno i figli legittimi

alle proprie mogli. Ci sono poi quelli che vanno in Isvizzera con le

ballerine e le inscrivono nei registri degli alberghi sotto il proprio

nome, — per esempio: «Monsieur Maxime Ravizzolì et Madame.» Madame, qui

da noi, è la Gigetta. — Ci sono gli amanti delle signore, che spendono

un occhio della testa in biglietti di andata e ritorno; ci sono gli

spiantati che vanno ad Aix-les-Bains od a Trouville, ed infine ci siamo

noi, scapoli, senza famiglia o quasi, che restiamo su per giù tutta

l’estate a soffiare dal caldo in città.

— Accidenti! Non potresti farli un poco più lontano i tuoi sproloqui? —

esclamò lo Spada che perdeva la partita.

— E poi ci sono i misteriosi... — continuò l’altro, imperterrito. —

I misteriosi che non si sa dove vadano, nè con chi vadano, nè perchè

vadano dove appunto vanno...

Alcuni, che avevan ascoltato noiatamente, si volsero al ciarlatore con

un risolino pieno di malizia.

— E sono molti quest’anno, riprese il Rígoli. — C’è lo Spronelli,

detto Coditrémola, che ha passato la frontiera col suo inseparabile e

indispensabile amico Lulù Mattioli... Anzi, la Clementina dice che sono

in luna di miele. C’è il tenente Calógero, che ha chiesto tre mesi di

licenza, per fare, lui dice, una crociera nel Mediterraneo, ma tutti

sanno invece che deve curarsi la sifilide; Tito Gallo che va a fare il

Segantini in alta montagna; i due Berni e Giannetto Pigna che vanno a

fare una «tournée» artistica nelle bische francesi; Torretta che va

ad imparare il «bridge» in Inghilterra... c’eri tu, caro Ferrante,

che credevamo scomparso, ma invece sei tornato e non conti più fra

i misteriosi... Eccoti in poche parole messo al corrente di tutta la

situazione estiva della nostra compagnia.

— Ce n’è un altro... — disse ambiguamente il Malatesta, — un altro

misterioso...

— Ah, sì! — concluse il Rígoli, volgendosi ad Arrigo. — Quasi quasi me

ne scordavo! C’è Rafa Giuliani, ch’è partito per ignota destinazione, e

quello proprio nessuno sa dove sia, a meno che, per caso, non lo sappia

tu...

— Pesca! — disse il Cianella allo Spada, soffocando una risata.

Colei che non si deve amare: romanzo · 第 32 / 37 题