IX

Faceva una notte di stelle nella piena estate; Lazzara era uscita

in cerca di lucciole, e tornava portandone assai, racchiuse in una

prigione fatta col suo grembiule riverso.

Amava le lucciole, la libertà, i campi; era selvaggia come i suoi

capelli, ch’eran d’un biondo pallido, soffusi d’un colore di cenere

spenta.

— Molte ne ho prese! — gridò verso la piccola veranda. — Guardate,

signora: splendono!

Lora s’affacciò al terrazzuolo e rispose alla fanciulla: — Vieni su.

Ella corse per i dieci gradini con una leggerezza di gatta selvatica,

venne davanti alla sua signora e disse:

— Guardate.

Aperse il grembiule di colpo, e le lucciole, tornate libere, volaron

via sguinzagliandosi, tremule, come fuochi fatui, nella notte piena di

stelle.

Risero entrambe d’un riso chiaro, che squillò dal terrazzo carico di

vanzianelle sopra il silenzio del giardino fragrante di póllini maturi.

Un lume velato ardeva sopra un tavolino di giunchi; torme di moscerini

aliavano per intorno, bruciacchiandosi le ali, seminando il chiaro

tappeto d’innumerevoli agonie. Loretta, per aver fresco, s’era messa

una vestaglia scollata, in fil di lino. Noiata e stanca, dopo la cena

solitaria, non si era sentita la voglia nè di uscire a piedi per i

sentieri dei vigneti, ove pesava la vendemmia, nè di correre per le

strade maestre, bianche di polvere, tra le infinite messi cariche

di frumento, al trotto dei due polledri sauri che Rafa le aveva

noleggiati presso un vetturale di que’ dintorni. Ma invece, la sera

dolce, inebriandola a poco a poco, l’aveva lentamente addormentata

su la poltrona di vimini, presso il lume velato, fra i giornali

d’illustrazioni e di mode, ch’eran scivolati a terra in disordine

mentr’ella si addormentava.

Col suo grido Lazzara l’aveva ridestata; ed ora stavano entrambe a

guardar le lucciole, che volavano via spegnendosi a poco a poco, nel

buio, come lucígnoli deboli sotto il vento.

Nell’aria ferma, poco più su che le cime degli alberi, il calor del

giorno pareva esser rimasto sospeso come un gonfio lenzuolo pressochè

invisibile; tutto, a perdita d’occhio, pareva sopraffatto ed esausto

per la fatica enorme dell’estate.

A quell’ora, nella villetta, nella casa rustica del giardiniere, nel

villaggio poco lontano, i contadini, gli artigiani, dormivano con

serena pace; non si udiva che la cantilena lentissima d’una donna, la

quale forse ninnava il suo bimbo.

Quando l’ultima lucciola si spense, laggiù, dentro un cespuglio,

Loretta disse a Lazzara:

— Dove sei stata?

— Nei campi.

Ed aveva su la gonna infatti qualche fil di fieno.

Certo se n’era andata in cerca di lucciole, per trovarsi fuori dal

cancello con Benedetto che l’aspettava; poichè Benedetto era un bel

giovine e le faceva la corte. Ecco, era tornata con le sue lucciole,

co’ suoi capelli sempre spettinati, ed alla cintura portava un garofano

rosso che prima era stato all’occhiello del suo galante.

— Questa sera non verrà il signore? — domandò Lazzara.

— Non verrà. Almeno ha detto che non verrà, — Loretta rispose.

A Villa Giuliani quella sera si dava un pranzo e Rafa era costretto a

rimanersene in famiglia, dove le sue troppo frequenti assenze, le notti

passate fuor di villa ed i mormorii del vicinato avevano già fatto

nascere qualche malumore.

— A meno che non venga più tardi, — fece Lazzara; — magari dopo la

mezzanotte, come sabato scorso.

— Può darsi, — rispose Loretta. Ed affacciatasi al terrazzuolo,

guardò con uno sguardo errante la fantastica notte, simile quasi ad

una bellissima donna ignuda, che ricurva su lo specchio della terra

si andasse lentamente pettinando le lunghe sue treccie nere, cosparse

d’una polvere d’oro che scintillava e tremava come un denso pulviscolo

di stelle.

Eran diventate amiche durante quelle poche settimane, poichè l’età

le univa e qualcosa forse di concorde nel dissimile cuore. Lazzara si

occupava di governar la casa, ripuliva, rassettava, ricuciva, dava di

mano alla cuoca, faceva un po’ di stiratura; ma quantunque non avesse

che un semplice abito nero e tutta l’eleganza sua fosse ne’ grembiuli

fini, questa graziosa villanella era quasi una signorina, una signorina

molto strana.

E Loretta l’amava; nelle calme ore d’ozio si tenevan compagnia;

discorrevano insieme, a lungo, di cose lievi, lievi come le farfalle.

Lazzara era la figlia spuria d’una donnaccia del paese, nátale da un

amore di strada maestra, fra le calde vendemmie. Costei beveva e la

picchiava. Un giorno scomparve. Dissero che fosse andata in città a

prostituirsi nella mala vita, e più da quel tempo non la si rivide.

Allora Lazzara divenne la più trista e lacera monella che fossevi

nel villaggio. Da principio il parroco, un buon vecchio prete, ch’era

venuto ai settant’anni senza mai peccare, se l’era tolta seco per far

opera di carità e voleva educarla come una figlia; ma non potendola

frenare, l’aveva messa in convento. Dal convento era fuggita per un

ismodato amore di libertà; e non s’era saputo più nulla di lei, finchè

un giorno l’avevan riveduta nel villaggio, e diceva d’aver fatto

molto cammino, a piedi, solo per rivedere il suo vecchio prete, che da

qualche mese appunto avevano condotto a sepoltura.

Adesso aveva più che vent’anni; era bella, era selvatica, e lavorava e

le facevan la corte.

— Non dormirete, signora? — domandò Lazzara, vedendo che Lora,

taciturna, stava con i due gomiti sul davanzale del terrazzo e guardava

nella chiara notte, un po’ ebbra di quella solitudine.

— Dormirò più tardi, — rispose; — ancora non ho sonno.

Si rivolse dalla piccola veranda e tornò sulla poltrona di vimini,

presso il lume velato.

Un filo d’aria, pur lieve, non moveva le foglie del giardino; le stelle

rossastre parevano mandar su la terra un disperato calore.

— E tu hai sonno, Lazzara?

— L’estate io non dormo che poco, e male, perchè i sogni che faccio mi

túrbano.

— Raccóntami: quali sono i tuoi sogni?

— Son molti e sono pieni di miracolo, signora. Talvolta sogno l’altro

mio viaggio, quel lungo viaggio che dovrò fare, assai lontano di qui.

— Dunque pensi che ripartirai, Lazzara?

— Certo ripartirò. Mi piace la strada, il fiume, il vento; mi piace

ogni cosa che va lontano.

Lora si sdraiò nella poltrona con indolenza, rovesciò il capo

all’indietro, sul cuscino, ed in quella penombra i suoi capelli chiari

le mettevano intorno alla fronte una specie d’aurora.

— Sei stata in convento, non è vero? — domandò alla fanciulla.

— Sì, signora; più di quattro anni.

— E ne sei anche fuggita, mi hanno detto.

— Sì, una bella notte che non dimenticherò.

— Raccóntami ancora di te, Lazzara. Non ho sonno ed amo ascoltare i

tuoi racconti.

La fanciulla si accovacciò a terra sopra una stuoia, contro le

ginocchia della sua padrona, con la pigrizia d’un bell’animale

selvatico e docile.

Poi si mise a raccontare...

Raccontava le preghiere fervide, le canzoni un po’ lente che intonano

in coro le monache dalla voce cristallina, e il fumo gonfio degli

incensi tra gli altari bianchi di gigli, nei mattini di primavera. E

poi, quando il suo fervido cuore, nella cella rigorosa, nei cortili

pieni di sole, al di là dalle nude muraglie, risognava l’aperta

infinita campagna, ove sono i fiumi dalla corrente limpida, i boschi

odorosi di timi e di résine, ove sono i frutteti e le vigne, le messi

che ondeggiano, il vento e la libertà.

E la rivide, la campagna immensa, e vi si mise a correre, libera, sola,

con il cuore che le cantava, in una notte del mezzo Aprile.

Aveva risoluta la fuga. Era desta, in un chiarore di stelle, nel

silenzio altissimo del monastero, sola, con quel Crocifisso di ferro

che dalla nuda parete, immobile e pur vivo, la guardava. Passavan

nel cielo, davanti alla sua cella, certe continue vampe di chiarità,

quasi tangibili, come fiumane traverso lo spazio, e v’era una chitarra

che sonava, lontana continua, straziante allegra, come un dolore che

volesse ridere, come un riso che finisse in lacrime, forse da una

finestra senza sonno, forse da un ballo in un cortile...

E si levò. Scese. Le grandi ombre del colonnato la inseguivano come

fantasmi enormi che non facesser rumore. Poi vide nell’ombra due luci,

due scintille di fosforo, ferme, che l’impaurirono. Si nascose tra le

colonne, strisciò luogo un andito, passò un cortile, giunse nell’orto,

si aggrappò ad un cancello, s’inerpicò per un albero, fin sopra il

ciglio del muro. E di là vide una fila di case addormentate, con un

fioco lume che pendeva da un fil di rame, fra due muri, oscillando; poi

vide la campagna, l’infinita libera campagna, simile quasi ad un mare,

in quelle bianche fiumane di luce che sopra lei spandeva la navigante

luna.

Allora, d’un tratto, fragile com’era, paurosa com’era, si fece il segno

della croce, e si lasciò cadere...

Correva, correva, parendole di volare, buttandosi tutta viva negli

odori della notte primaverile, lasciandosi dietro un solco nell’erba

rugiadosa, bevendo il vento che le passava tra i capelli e li

scioglieva stupendamente, facendoli nella corsa ondeggiare come una

bella criniera.

Camminò. Le messi abbondavano di spiche mature, le viti pendevano

da un albero all’altro, quasi bianche di grappoli in fiore. Passò

prati, campi, orti, seminagioni, frutteti; e come in sogno rivide

allora fiorir le stagioni, che da tanti anni non vedeva più; rivide la

primavera odorosa di fiori, satura di linfe, chiassosa di nidi, limpida

di ruscelli, gaia di canzoni; l’estate adorna di pannocchie d’oro, dal

cartoccio stridente, con le sue sterminate messi un po’ curve per la

ricchezza dei frumenti, ed i covoni e le biche su l’aie scintillanti,

ed i bubbolìi freschi dei fonti nell’ora meridiana, ed il guizzo della

falce nitida, che va, che va, stanca e senza posa, come una distruzione

lenta. Poi sognò dell’autunno, con le sue clamorose vendemmie,

dell’inverno, con la sua squallida neve...

Camminò. Si mise per lungo un ruscello, che scendeva con una musica

lieve, inchinando l’erbe al suo passare, giocando nel suo lesto correre

con la scherzosa luna. E le pareva che il ruscello cantasse, piano, per

lei sola, una bella canzone: «Séguimi, o tu che vai per tutta la notte

senza conoscere la tua strada. Io pure, come te, non conosco la mia

meta lontana. Vedi: trascorro e brillo. M’accompagna il chiaror della

luna e faccio un lieve romore. Séguimi, o tu che vai per la notte senza

conoscere la tua strada.»

Camminò. Il ruscello mormorava per lei sola il suo canto notturno; ella

ne seguiva la sponda, quasi correndo, e trasognata. Era, nel mezzo

Aprile, la notte più stellata. Pareva che ogni stella avesse un’ala

invisibile o che un vento leggero, passando, le facesse tremare. E più

ella fissava nel cielo i suoi occhi sperduti, più infinitamente vedeva

nascere stelle. Ad ogni battito d’occhio alcuna spariva: era un mondo

distrutto, un atomo di luce distrutto, non appariva più.

Camminò. Il ruscelletto passava sotto piccoli ponti, faceva cascatelle,

muoveva i canneti; limpido e lento, fiancheggiava una strada, un

podere, una casa; entrava nei prati, pareva perdersi: ricominciava.

Lontano, all’orizzonte, con indistinte ombre ventose, apparivano le

foreste. Ora cominciò ad abbaiare un cane, ed un altro rispose, più

lontano, poi un altro ancora, e quei laìti lugubri empirono la notte

serena. Fra i grandi alberi tutte le ombre avevano apparenze umane;

s’udivan strepiti nel buio, come di gente che sbucasse dai rami, e

le pareva di sentirsi ghermire. Poi, nell’alto fogliame, intese un

frastuono, quasi un tonfo, come d’immense ali che calassero giù... Ed

era un gufo, o molti, una civetta, o molte, che si misero a cantare

la morte. Il ruscello scomparve, si cacciò sotto la terra, nel buio.

Ed ella andava, andava, andava, più tra le siepi, più tra le macchie,

più tra le forre, toccata in faccia dal vento di quelle ali enormi,

perseguitata da quei canti funebri; poi le piombarono tutti addosso,

gufi e civette, per ucciderla, per coprire il suo corpo morto con

un lenzuolo d’ali immonde... Alla fine, quando l’ebbero atterrata,

soffocata, uccisa, le si misero tutti all’intorno, in cerchio,

immobili, senza più cantare, simili ad un tribunale di spettri, e

stettero a fissarla dai grandi occhi rotondi, fermi, che bruciavano

come fiamme di fosforo nella spaventosa oscurità.

Quando riaperse gli occhi, dai pertugi della foresta brillava su l’erba

il sole mattutino; l’odor selvatico dei timi profumava la terra umida;

le capinere del bosco trillavano a voce spiegata...

Lazzara tacque. Laggiù nel giardino, tra il folto, avevano entrambe

inteso un rumore. Ascoltarono.

La notte folle sperperava le sue ricchezze inestimabili, vuotava i

suoi tesori di stelle, rovesciava i suoi forzieri traboccanti nella

profonda immensità; erano collane favolose, che si spezzavano e

rotolavano per l’infinito, corrusco di mille arcobaleni; eran diademi

fatti con milioni d’astri, che si rompevano in frantumi e scorrevano

tra fiumane di etere fosforescente; erano stelle, stelle senza numero,

disseminate nel curvo spazio, che la folle notte rovesciava in una

conca scintillante.

Ascoltarono, più attente.

— Nulla, — disse Loretta; — è nulla; continua.

Accovacciata su la stuoia, tenendo fra le mani congiunte le ginocchia

pigre, gli occhi un po’ spersi nell’incantesimo della notte d’estate,

un sorriso appena visibile su le rosse labbra, Lazzara ricominciò.

... e diceva, battendo agli usci, cantilenando sopra un’aria imparata

nel convento:

Date un pane, buona gente;

nel mio sacco non rimane

più niente...

Buona gente, chi mi fa

per l’amore del Signore

la carità?

E così, camminando e mendicando, giunse ad un paese che stava sul

declivio di montagne gigantesche, e brillava di fiumi scintillanti, ed

era tutto imbevuto di primavera come un roseto in pieno fiore.

Ad un casolare, certa donna le parlò:

— Come ti chiami?

— Lazzara.

— E che hai fatto sinora?

— Nulla: ho camminato.

La donna stette un attimo pensierosa, poi disse:

— Entra.

Così la presero per il tempo della mietitura.

Un giorno, nella grande ora meridiana, ella stava sdraiata sopra un

mucchio di fieno, tra due siepi cariche di frutti rossi, all’ombra

d’un gelso basso e contorto. Di là dalla siepe correva la strada

maestra, tutta polvere e sole, tra le fratte arsicce che avvampavan

di selci vive e di ginestre in fiore. Venne a passar di lì Cardo, il

pastore, che spingeva con la canna la sua mandria lanosa. Una vasta

nube di polvere oscillava lungamente sopra la strada prima di posarsi

dietro il lor passare; un cagnaccio di pel fulvo, con la coda mozza,

si lanciava ringhiosamente contro quelle che disarmentavano. Cardo era

un ragazzotto di spalle robuste, con una testa massiccia, crespa di

capelli nerissimi, ed aveva il colorito bruno delle ghiande mature.

Dai calzoni di frustagno rimboccati a mezzo il polpaccio gli uscivan

le gambe, aride, nere, quasi lucenti; i piedi, opachi di polvere, si

muscolavano con solidità nelle sue dure caviglie di camminatore.

Egli guardò sopra la siepe, vide la fanciulla giacere sul fieno, fece

una smorfia e rise forte.

— Buon dì!

— Buon dì.

— Fa sole...

— Che sole!

Cardo fermò la mandria in un pratello e si misero a merenda insieme.

Sul fieno, ella stava con la pigrizia d’una gatta snella e indolente.

Allora egli tolse dalla sacca un mezzo pan nero, un po’ di formaggio,

una manata di ciriege, e venne a sdraiarsi vicino a lei. Si guardarono

in faccia e risero. Entrambi, senza saperne il perchè, risero.

— Fa sole...

— Che sole!

— Già, e non piove...

Ella prese tre ciriege, unite per il picciuolo, e stesa com’era se le

portò alla bocca. Un rivoletto sanguigno le corse giù per il mento.

Guardava lui, che la guardava. Era scalza ella pure, con le braccia

mezzo nude, con qualche fil di fieno tra i biondi capelli arruffati,

che mandavan riflessi brillanti e bui. Così giacendo, formava un solco

profondo nel fieno soffice; la sua gagliarda persona tramandava un odor

di selvatico.

Ma egli non rideva più: si fece scuro, e, come sentendosi pungere da

non so quale molestia, ogni tanto, poichè stava prono, col dorso dei

piedi scalzi batteva la terra, ma forte.

Non un rumore di gente, o d’animali o di cose, non un correre d’acque,

non un tremar di foglie; non altro che un gridìo di cicale, ma così

tenace, fermo, continuo, che pareva stranamente fondersi col silenzio

ed essere il silenzio stesso.

Ella era scalza, ella pure, — e se ne rammentava. La gonnelletta corta,

rattoppata, non le scendeva oltre i ginocchi; tra quel fieno, qualche

fil di paglia la pungeva nel polpaccio; il suo polpaccio era grasso,

tondo — e se ne rammentava.

— Che avete, Carlo, a fissarmi così?

Allora egli strisciò carponi, sui gomiti, e standole più presso,

cominciò a fiutarla con un semiriso d’ubbriachezza, come chi fiutasse a

lungo la fermentazione d’un tino di mosto.

Era un pomeriggio d’estate, pieno d’iracondia, implacabile, rosso come

una fucina rovente, per quel sole che tutto lo incendiava. Ed ella si

sentì, tra quel fieno, più nuda e più supina che se fosse adagiata

sopra la sua coltre. Sentendosi bella, ebbe vergogna di sè. C’erano

intorno sciami di zanzare, che a lei pareva mandassero un gran romore;

ed erano forse le cicale, quelle strepitose cicale, che la stordivano

così.

Poi si misero entrambi a ridere, su la bocca l’un dell’altra, ma d’un

riso sciocco. Egli avanzò la mano.

— Be’, Cardo, — ella disse — mi fate male!...

E i grossi papaveri falciati rosseggiavano in quella calda estate,

avanzando il fiore floscio tra il mucchio della fienatura.

Cantavano, strillavano, le cicale.

Quando l’autunno venne, i vendemmiatori la mandaron via.

Ricominciò a camminare, in giù, lungo il fiume, con la rapida corrente.

Le avevan narrato di certi grandi velieri, con antenne alte come una

casa, e di più grandi navi senza vela, in un porto immenso, davanti

all’anfiteatro di una città splendidissima.

Certa sera, vedendo un uomo che stava per spingere il suo battello

nel fiume, curiosamente si fermò a guardare. L’acqua scendeva, lenta

e buia, con brividi luminosi, tra i filari di pioppi dal fogliame

d’argento.

— È lontana la città? — Lazzara domandò all’uomo che buttava un mucchio

di cordami vecchi nel suo battello e stava per saltarvi dentro.

— Sette ore di fiume, — questi fece, senza volgersi.

— E a piedi?

— A piedi? Chi ci va a piedi? — schernì l’uomo; e si volse.

— Io ci vado, — ella rispose con serenità.

Il battelliere la guardava; aveva egli una barba color di rame con

qualche venatura bianca; portava in capo un berrettaccio di lana, che

aveva preso il colore dell’acqua e del vento.

— Ohibò, con quelle gambe! — disse con un riso bonario. Poi soggiunse:

— Ma che ci vai a fare?

— E tu?

— Porto legna.

— Sicchè fammi salire.

Egli le venne accanto, le diede un pizzico su la guancia, e disse: —

Tanto fa!... il battello è carico; sali pure.

Spinsero il battello in acqua, vi montaron sopra tutt’e due, in

silenzio, come vecchi amici.

Fumando, cantilenando, egli mise una piccola vela quadrata, stese una

copertaccia ruvida, lacera, sui duri cordami, e sopra vi si coricò.

Lazzara, piena di confidenza, gli si distese vicino. La barra del

timone era sopra le loro teste; la vela, appena turgida, ogni tanto

s’afflosciava, battendo contro l’antenna con un romor secco come di

cosa stracca.

Le due rive intanto rabbuiavano; ma c’era un quarto di luna che saliva

su, nel cielo, tra fiocchi di nuvole, con rado stelle.

— Per caso, — domandò Lazzara, — non avreste un vecchio pane da mettere

sotto i denti?

— C’è pane e pesce fritto, laggiù, in quella cesta.

Ella prese quel po’ di cena e si mise a divorarla con ingordigia.

Fumando, il battelliere la osservava.

— Ma insomma, — volle sapere, — da che parte vieni, che sei tanto

lacera?

Ella si mise a narrargli di sè, tutta una fiaba...

Cominciavano a navigar tra stelle, fra il cielo che ne accendeva

sempre più, e il fiume che per ognuna mandava cento splendori. Il

battello scivolava piano piano, facendo sciacquar l’acqua sotto la sua

chiglia, lasciandosi dietro, nel fiume sparso di firmamento, una scìa

tremantissima.

— Come ti chiami tu? — fece il battelliere.

— Io, Lazzara. E tu?

— Benozzo; io, Benozzo.

— Ah...

Il battello scendeva senza prender vento, rompendo l’acqua illuminata,

che ricadeva in gocciole di stelle. Dalle due rive i pioppi ogni tanto

si scuotevano, svettavano, come se li intirizzisse l’algido chiarore

della luna, spargendosi di quel bianco tremito che il vento propaga nei

boschi d’ulivi; poi, lentamente, l’uno appresso l’altro, riprendevano

il sonno interrotto nella vaporosa quiete della notte fluviale.

— Lazzara!... — esclamò d’improvviso Loretta, afferrandola per

il braccio e balzando in piedi; — Lazzara, guarda... C’è qualcuno

laggiù!...

In fondo alla scalinata, fra i cespugli, s’era mossa un’ombra nera; due

volte, tre volte, visibilmente, s’era mossa un’ombra nera.

— No, signora, — disse Lazzara, levandosi a ginocchi su la stuoia, ma

un poco impaurita ella pure. — È forse un gatto... forse il vento...

— No, taci.

L’ombra si moveva, più distinta, più umana. La videro, buia nel buio;

l’intesero che si moveva.

Ammutolirono. Poi Lazzara balbettò:

— Chi può essere? Gli vado incontro, signora...

In quel mentre, da dietro i cespugli, nel pieno chiarore del viale

illuminato, sbucò fuori una forma d’uomo, curva, irriconoscibile, che

fece qualche passo avanti, quasi barcollando, e si fermò. Ma Lora dette

un grido, e per non vederlo si coverse la faccia.

Lazzara fu meno timida; si fece avanti, su l’orlo della scalinata,

volle parlare, forse gridare, ma non potè.

Egli ora saliva, lentamente, cupamente, con un aspetto minaccioso,

gli occhi nascosti sotto l’ala del cappello, i pugni affondati nelle

tasche, forse pronti sovra un’arma invisibile.

Si fermò a mezzo della scalinata, guardò in alto, fissamente; poi fece

due salti rapidi, e fu sul terrazzo, davanti a loro.

— Non gridate! — ingiunse, con una voce sorda. — Non voglio che si

gridi!

Entrambe, ammutolite, si strinsero l’una contro l’altra, fecero qualche

passo indietro; urtaron contro il tavolino di giunchi; la lampada si

rovesciò, si spense.

Eppure lo vedevan bene, bieco e pallido com’era, tutto curvato innanzi,

con una specie di oscillazione, di tremito, nella sua persona sinistra.

— Chi è? — bisbigliava Lazzara.

— Taci...

Allora seguì un grave silenzio, e fu, per l’uomo, un di que’ silenzi

ambigui che l’anima più disperata frammette come un indugio davanti al

suo più disperato coraggio.

Ma súbito egli disse con asprezza:

— Voglio rimanere solo con te. Mándala via.

Nessuna delle due si mosse; anzi parvero serrarsi ancor più vicine.

Allora egli cominciò a guardarla, come sopraffatto da una specie

di fascino; e, stando fermo, la investiva con uno sguardo triste,

insidioso, miserabile, la ricercava per tutta la persona, quasi che ciò

gli facesse un male estremo e la sua volontà fosse del tutto spenta sol

per averla un attimo veduta.

— Con te sola, — disse un’altra volta, — con te, Lora...

Forse già era un’altra voce che pronunziava questo nome, o forse, per

quello sguardo pieno di miseria, ella comprese di non doverlo ancor

temere; sicchè d’un tratto, abbassando il viso con una specie di

obbedienza, disse piano a Lazzara di andarsene via.

Costei esitava, ma ella con un moto repentino la sospinse. Allora la

ragazza uscì, a passi lenti, cauti, come alcuno che si ritraesse per

mettersi a vigilare.

Poich’egli s’avvicinava, ella ebbe una invincibile paura e protese un

braccio verso la porta ov’era scomparsa Lazzara.

— No, no... — balbettava — lásciami...

E con la faccia quasi nascosta fra le due braccia tese, s’andò a

rannicchiare in un angolo del terrazzo, contro la vetrata, come in un

rifugio.

Ora, fra quei due che s’erano amati, che avevano vissuto insieme il

più terribile dramma d’amore di cui possa l’anima umana contenere il

palpito, fra quei due che si erano a vicenda vietato il meraviglioso

delitto, forse perchè incapaci entrambi di sopportarne la tragica

e disperante felicità, non era più che uno spazio breve come il

braccio, lieve come la forza d’un àlito, pericoloso come il gesto

di chi ghermisce e di chi si lascia ghermire, mentre intorno a loro

un giardino ebbro lanciava in alto vampe di profumi forti come un

narcotico, e c’era, lì accanto, una casa pressochè deserta, piene di

stanze vuote, profonde, capaci di custodire nel lor silenzio così la

più nera complicità come la più efferata beatitudine.

E intorno a loro, e fuori, per tutto il cerchio delle cose visibili,

roteava una notte quasi magnética, tanto era bella e splendente, quasi

inverosimile, tanto nella sua bellezza era qualcosa di eccessivo e di

assurdo, quasi di crudele, poichè non dava il sonno, il riposo, la pace

nè il dolcissimo oblìo, ma una folle rabbia di peccati e di lussurie,

un tetro bisogno di soffocare nello spasimo del rimorso la tremante

anima e colmarla fino all’ubbriachezza d’una voluttà oltremortale.

Da che parte veniva egli mai, così miserabile a vedersi e così vinto?

Quale cammino aveva percorso? Quali tragiche risoluzioni portava in sè?

Forse non ricordava più nulla; tutto in lui era scomparso, dileguato,

come un fiocco di nebbia nel sole. Ora le stava presso, e mutamente la

guardava.

La guardava. Era pur lei, vestita di una mussola fina, quasi diafana,

in quella notte calda; era pur lei, fra le pieghe di quella vestaglia

trasparente, che mal nascondeva il suo petto florido, vasto, calmo,

diviso nel mezzo da un’infossatura quasi buia, la qual nasceva tra

i due seni distanti, lei, con la sua cintura di vespa e le sue belle

ginocchia che davano al camminare tanta grazia lasciva... Era pur lei,

con le sue braccia rotonde, senza un segno, appena cosparse d’una

vellutatura bionda, con la sua gola sempre un po’ turgida, come se

vi tenesse raccolto uno scoppio di riso, con la sua bocca di donna

perduta, lei, con la sua viva odorosa capigliatura bionda, splendente

come l’avena d’oro, come il riflesso di una cosa d’oro... Sì, certo,

era lei, sebbene gli paresse incredibile, sebbene un altr’uomo, con le

sue labbra, con le sue mani, con il calore umido del suo corpo, con

il fiato greve della sua bocca ansimante, con la sua viscida saliva,

con il suo rauco rantolo, avesse ormai toccata e posseduta questa

intangibile purità.

Certo, era lei; si chiamava Lora, Loretta; era la sua sorella germana;

era lì.

«Uccídila!» gli comandò una voce, che a lui parve suonasse nel rumore

dell’infinito, nell’opaco fervore delle sue vene gonfie di sonorità.

E gli venne all’ápice delle dita, nei nodi delle dita, nella

muscolatura dei polsi, una voglia rabida di stringere, di affondare

l’unghie acute nella sua carne molle, di sentire quel bagnato, quel

caldo che fa il sangue quando sprizza, o di mordere forte, coi denti,

lì, nella gola, dov’è la voce che canta, che dice le parole d’amore,

che rántola, nello spasimo e nel piacere, istessamente...

Ma gli sembrò di non poterla toccare ancora, di non essere così forte

ancora da poter compiere il suo disegno, poichè, più che tutto, quel

soave álito, quel dolce odor di lei lo vinceva, lo stremava, era come

una mollezza che gli entrasse nelle vene insidiosamente, che gli desse

la voglia di giacerle insieme, solo per carezzarla, per toccarla, per

sentirsi ancora su la faccia il flotto de’ suoi capelli disciolti, su

la bocca il bacio della sua bocca, e morire in lei come in voluttuoso

annegamento... poich’ella poteva, ella sola, fargli attingere da questa

inebbriata morte il fervore del rinascimento.

Ma queste meditazioni, sebbene concepite in un attimo, lo affaticavano,

lo stordivano, ed egli cercò di ribellarsi al lor funesto potere.

— Non ancora! — disse aspramente, con un riso di scherno, poichè la

vedeva tremare. — Non ancora.

Ma ella raccolse nella voce tutta la sua dolcezza, tutta la sua

persuasione femminile, con cui sapeva di esercitare un così grande

imperio sovra di lui, e sommessamente, quasi proditoriamente, lo chiamò

per nome. Con la sua propria fragilità, con la sua propria duplicità

di femmina quasi tentava di adescarlo, sentendo il pericolo vicino,

indovinando il dramma imminente.

— Non mi far male... — balbettò, sempre celata il volto nelle braccia

protese.

Sopra tutto ella temeva la sofferenza, l’atto brutale di quelle mani

minacciose, lo scoppio di quella collera sinistra. E questa viltà lo

fece ridere, d’un riso straziante; perch’egli forse avrebbe voluto che

si buttasse innamorata e pentita nelle sue braccia, per ritrovare in

lui quasi un rifugio, anzichè sentirsi chieder venia paurosamente, come

ad uno straniero.

Allora egli le disse con violenza:

— Guárdami!

Poich’ella teneva sempre il volto chino, egli protese ruvidamente il

braccio e con l’ápice delle dita le sollevò la faccia.

— Guárdami! — comandò più forte. — Vedi cos’hai fatto di me?

Buttò indietro il cappello che gli nascondeva gli occhi e le apparve

dinanzi a fronte scoperta.

— Mi riconosci?

Ella ebbe orrore o terrore di quel devastamento, e, quasi una dolcezza

ultima dell’amore ch’era stato in lei, la spinse a balbettare una

parola incomprensibile, forse di smarrimento, forse di pietà.

— No, — egli riprese con scherno, — certo non mi riconosci. Eppure sono

ancora lo stesso. Intendi bene quel che dico: ancora lo stesso!

La bocca torta, nel ridere, pareva che sui labbri avesse l’amaro

d’un veleno. Allora egli si guardò intorno con uno sguardo pieno di

avversione, come se odiasse ogni cosa di quel luogo dov’ella si era

venduta. Fiocamente illuminata da un raggio di luna si vedeva per le

due porte vetrate, aperte sul terrazzo, una vasta sala terrena, piena

di quei mobili raccogliticci, che arredano le case d’affitto; mobili

comperati a casaccio, collocati nel peggior modo, per riempire un

angolo, per soddisfare i capricci d’un locatore estivo.

E la luna metteva in quel disordine una specie di azzurra oscurità.

L’uomo, lo spettro di colui ch’era stato, s’avanzò fino al limitare,

forse per curiosità, forse per vedere se alcuno li spiasse; poi si

rivolse lentamente, a volto chino, parendo reggere su le spalle il peso

enorme della sua propria disperazione.

Col piede urtò nella lampada caduta, la raccolse; non s’era spezzata

e la riaccese. Metteva in ogni gesto una lentezza voluta, come se gli

piacesse prolungare il silenzio davanti alle parole inevitabili.

Ora la luce rosea della lampada velata si spandeva nuovamente sul

terrazzo quasi bianco; egli stava nel mezzo, ella nell’angolo, sempre

rintanata, con gli occhi attenti ad ogni gesto di lui.

Allora il giovine incrociò le braccia, drizzando quasi con fatica la

persona stanca.

— Lora, — disse, — il giorno che ti sei data per la prima volta

all’uomo che paga i tuoi lussi, hai pensato menomamente a quello ch’era

stato fra noi?

Fece una pausa, ma prima ch’ella potesse rispondere disse con forza,

con ira:

— No!

Poi rise, divenne scherzevole, parve che tentasse d’irritarla.

— Infatti, — la beffò, — mi sembri più bella! Questa vita un po’ pigra

ti fa bene alla salute. Ingrassi. Bada, forse un po’ troppo... La

vestaglia ti si dislaccia... Non eri così quando ti conoscevo io. Forse

Rafa ti fa star molto coricata, e il letto ingrassa... bada!

Prese uno sgabello e vi sedette.

— Discorriamo.

Ella taceva. E questo silenzio lo esasperava benchè facesse uno sforzo

indicibile per continuare su quel tono di burla.

— Mi ricordo, — incominciò, — d’un giorno del mese di Marzo, quando

sei venuta a trovarmi nella mia casa per la prima volta. Io dormivo.

Allora eri quasi una bambina, o parevi esserlo, e mi hai mostrato un

braccialetto d’oro. Già!... e adesso quella casa non l’ho più, o per

lo meno debbo lasciarla, perchè c’è stato uno scandalo e si evita di

salutarmi... Lo sai? Vuol dire che l’avrai tu, una casa, e più bella

e più ricca della mia, poichè Rafa spende volentieri. Se però non

ingrassi troppo... Rafa, ti avverto, ha in orrore le donne troppo

grasse. Poi mi ricordo anche d’una gita che si fece insieme, su le rive

di un certo lago... Ma fu per una notte sola; tu ne hai perduta forse

la memoria frammezzo a tante cose.

La guardava, la interrogava, la intimidiva con i suoi sinistri occhi.

— Raccóntami dunque un po’ della tua vita!... Non ti rimane più voce?

La sorella domandò con un accento fermo e semplice:

— Perchè sei venuto?

Egli la fissò un momento, con gli occhi lucentissimi:

— Passavo di qui, — rispose; — il muro non è alto; ebbi voglia di farti

una visita.

— Perchè sei venuto? — ella ripetè ancora, con una voce più profonda.

— Ah!... Forse pensavi di non rivedermi più? Avevi già messo il cuore

in pace?

In lei, come nel viso del fratello, si dipinse fuggevolmente una

malvagia e tetra collera.

— Io non t’ho fatto alcun male, — ella disse recisamente, con piena

certezza.

— Tu?

— Alcun male, — ribadì, più recisa.

Egli si levò d’un balzo, livido, come per afferrarla.

— No, non toccarmi! — ella comandò, proteggendosi con entrambe le

braccia. — Se mi volevi, ero tua; di me avresti potuto fare liberamente

quello che ti piaceva... Non dimenticartene!

— Che dici? — mormorò egli, sorpreso da queste parole, colpito in pieno

da questa verità.

— Quand’ero, come hai detto, una bambina, quando venni per la prima

volta nella tua casa, e dopo, e sempre, fino al giorno in cui fuggisti,

potevi fare di me quello che ti piaceva. Io non mi sarei vendicata nè

lagnata, mai.

Fece una pausa ella pure, poich’egli taceva, percosso di meraviglia.

— Ma ora cosa mi domandi? — soggiunse Loretta.

— Cosa ti domando?... Un piccolo schiarimento, una cosa da nulla: per

qual ragione sei divenuta l’amante di Rafa?

Ella volse gli occhi altrove, irresolutamente, verso gli alberi fermi,

verso le stelle agitate, verso la luminosa ombra della notte cerulea.

— Rispondi!

— Non so.

— Per amore?

— No.

— Per denaro?

— Neanche.

— T’ha forse presa di violenza?

— No.

— E allora?

— Non so, non so!... — ella fece nervosamente. — Perchè mi vuoi

tormentare?

— Rispondi: lo amavi? lo ami?

— No. Ho detto di no.

Ella intuì che si salvava con queste parole, e ripetè ancora una volta:

— Nè prima, nè ora; non lo amo.

Ed inoltre era pur vero.

Una specie di vertigine passò negli occhi dell’uomo che la fissava;

un segno, quasi già un sorriso, quasi un bacio, increspò l’amara sua

bocca.

— Ed allora perchè hai fatto questo?

— Io stessa non me lo saprei dire, — confessò la sorella. — È stata una

follìa, un momento di leggerezza, una cosa impreveduta e facile, senza

gravità ma quasi necessaria... Un giorno feci questo, e non so dirti

nemmeno la ragione. Forse perchè tu mi avevi molto martirizzata, forse

perchè ho commesso l’errore di salire una scala... non so, non so!

Ed ora non aveva più paura di lui, gli parlava quasi con dolcezza,

riprendendo su le guance floride il suo bel colore, passandosi una mano

inanellata su la bianca tempia e ravviandosi i capelli con un suo gesto

abituale.

— Ed io? — mormorò il fratello, dopo aver taciuto.

— Tu?

— Sì, Lora, io, che t’amavo con tanta pena, io, che fuggivo

disperatamente per non farti male?...

Ella esitò un poco, poi disse:

— Tu non m’hai voluta... non m’hai voluta nemmeno quando ne piangevo,

dunque...

Nella terribile semplicità di queste parole ella radunava tutta quanta

la logica del suo piccolo cuore di donna, scioglieva il suo piccolo

enigma femminile, dove l’amore più folle non era stato in fondo che

una torbida curiosità. Ella non poteva andar oltre; tutta la storia del

suo grande peccato finiva in questa piccola riflessione: «Tu non mi hai

voluta, dunque...»

Ed egli chinò il volto, poi si mise a battere le nocche sul tavolino di

vimini, che oscillava.

— Dunque, — fece, con amarezza e con scherno, — avevi semplicemente

bisogno che uno ti coricasse, forte, con le spalle sovra un cuscino,

che uno ti facesse dare finalmente quel piccolo grido... Chi fosse

costui, poco importava. Io ti avevo molto martirizzata... hai detto

martirizzata?... — bene, sia! Ma ti sei scelta in ogni caso un uomo

ricco, per addolcire le pene del martirio; hai voluto in cambio qualche

abito, qualche gioiello, una casa che finirà con divenir tua... ecco, e

tutto questo lo hai!

— Ho voluto, — ella spiegò, — scegliermi una vita diversa da quella che

facevo: null’altro. Forse mi sono anche ingannata.

Egli la fissò ancora con uno sguardo dubitoso, poi mutò pensiero:

— Perchè sei sola questa sera?

— Sono molte volte sola, — ella rispose.

Tacquero; un lungo silenzio dominò la loro inquietudine. Egli aspettava

ch’ella parlasse; ella era in attesa delle parole di lui. E si

esaminavano attenti; l’uno cercava di leggere nel cuore dell’altra.

— Dunque, — egli riprese dopo quella pausa, — dunque non hai nulla a

dirmi?

— Sì, molte cose... ma ho paura di te.

— Ed hai ragione, — disse il fratello. — Io son giunto a quell’ora

in cui non si rispetta più nulla e nessuno, in cui tutta una storia

va incontro al suo pericolo definitivo. Però t’ascolto, se devi dirmi

qualcosa, e ti ascolto ancora con bontà, Lora, perchè io sono ancora lo

stesso... ti ripeto: ancora lo stesso.

E mise nella sua voce, in queste ultime parole, un accento soave come

una carezza.

— Siéditi, — soggiunse; — vienmi più vicino.

— No! — ella fece due volte, — no.

— Hai paura?

Non rispose; ma pareva che un’angoscia, una pietà, una compassione

quasi vicina al ribrezzo, le soffocasse l’anima in quel rifiuto.

Sul limitare della sala semibuia la figura di Lazzara comparve, piena

d’esitazione, tuttavia con l’aria d’esser lì per recarle soccorso.

L’uomo si volse a lei con una mossa repentina:

— Che volete? — inveì.

La ragazza non rispose; i suoi occhi spauriti si volgevano dall’uno

all’altra, quasi per indovinare.

Ma Loretta le disse:

— Non temere, Lazzara. Sali nella tua camera e dormi. Fra poco mio

fratello se ne andrà.

— Vostro fratello, signora?... — profferì la fanciulla, senza poter

credere a sè stessa per la maraviglia.

— Sali e dormi, Lazzara, — comandò Lora brevemente.

Ella si ritrasse a piccoli passi, tacendo, e scomparve nel buio. Indi

a poco fra lo spessore dell’antica muraglia scaturì un rumore d’acqua

corrente, che nella risonanza della notte riempiva di sonorità la casa

profonda. Poi tacque: le alte camere si addormentarono.

— Non me ne andrò, — disse il giovine. — Sono venuto a vederti per

l’ultima volta, e non me ne andrò così presto.

— Ho pensato, — ella fece, — che non vorresti rimanere a lungo in

questa casa.

— La stessa cosa io pensavo di te. Ma evidentemente mi sono ingannato.

Ella non diede alcuna risposta. Invece, dopo un silenzio, gli domandò:

— Allora che vuoi?

— Prima di tutto ascoltarti. Avevi molte cose a dirmi... dunque parla,

e sinceramente, come parlavi con me una volta, quando non avevi paura.

Ella intrecciò le dita insieme, e parve cercare in sè profondamente una

frase per esprimersi.

Veniva ora dalla inoltrata notte qualche alito di frescura, in alto,

per le cime degli alberi, sommessamente. La lampada velata ne riceveva

i brividi; sotto il respiro del vento la sua morbida luce impallidiva.

— Una sola cosa volevo dirti, Rigo, — ella pronunziò infine. — Che

anche tu devi per sempre dimenticare i giorni passati e perdonarmi se

ti ho fatto male senz’alcuna mia colpa.

Nella faccia bianca dell’uomo passò, come una transfigurazione, il

colore della sua profonda morte.

— Anche tu... anche tu... — egli ripetè macchinalmente, con un atto

appena visibile delle labbra. Poi soggiunse: — Questo vuol dire che per

tuo conto hai già dimenticato.

Ella non rispose da prima; poi ebbe forse pietà di quel dolore.

— Non ho dimenticato, — gli disse. — Ma ogni giorno vado facendo

uno sforzo continuo per strappare da me questa cosa che non doveva

essere... Io sono morta per tutti, per tutti quelli ai quali ho fatto

male.

Egli la guardò con una specie di sperdimento, quasi cercando nel suo

volto un segno qualsiasi che gli permettesse di non credere a quelle

fredde parole.

Ma in lei vide un’attitudine ferma, risoluta, quasi nemica.

E di nuovo si levò:

— Senti...

Le venne più vicino, si curvò:

— Senti... ho corso paesi come un pazzo, per guarirmi; ho sofferto

tutto quello che un uomo può soffrire, e son tornato per vederti, solo

per vederti. Sono stato nella casa di mio padre, dove tu, dove tu ed

io, abbiamo portata l’infamia. Essi mi hanno cacciato fuori come un

cane. Sono stato fra quelli che mi chiamavan amico, e tutti han vôlto

il capo altrove per non riconoscermi; anzi alcuni m’hanno insultato

quasi apertamente, perchè mi accusano di aver concluso il tuo mercato.

Ma di questo non ti rimprovero: la colpa è d’entrambi; siamo colpevoli

entrambi, sebbene io solo, per ora, ne debba scontare la pena. Invece,

se ho bene compreso il senso delle tue parole, in questo momento nel

quale una immensa rovina si moltiplica intorno a me, tu che ne sei

la causa non trovi per aiutarmi che un solo rimedio, anzi un calmo e

ragionevole consiglio: «Bisogna dimenticare.» Non è così?

Ella tacque, si restrinse nelle spalle, confusa, umiliata, come se

avesse per la prima volta compresa la gravità de’ suoi falli.

— È così? — Rispóndimi! — egli comandò, afferrandole un polso.

— No, Rigo... no, no... — ella balbettava smarrita. — Guarda: io voglio

fare per te, per mio padre, per mia madre, tutto quanto posso... Dítemi

solo cosa debbo fare... dítemi...

Gli occhi le si empivan di lacrime, come ad una piccola bimba cui

si minacci un grave castigo. Egli comprese d’avere davanti a sè

l’ineluttabile dell’anima femminile, quel vuoto, quel nulla, che sta in

fondo a tanti cuori di donna. Di ciò si avvide con l’intelletto, ma in

cuor suo, nell’interiore sua febbre, non volle credervi ancora; cercò

di non arrendersi, di riafferrare con un’estrema cecità la sua speranza

fuggente.

— Lora, tu mi hai detto che non ami Rafa, che non gli appartieni per

amore... Dimmi: è la verità?

— Sì, è la verità.

— Mi hai detto pure che ti sei forse ingannata scegliendo questo

cammino, è vero?

— Sì, è vero.

— Ebbene, senti. La passione che ho per te supera, esclude tutto. Ho

mille rimorsi nel cuore, ma ormai non temo neanche il rimorso. Bandito,

rovinato, espulso: tutto questo non mi dà un vero spavento. È forse

orribile a dirsi, ma io posso dimenticare tutto questo. Non così la mia

passione maledetta. L’amore che ho per te, la febbre che tu mi dài,

la tempesta che mi susciti nel cervello, nei sensi, questo no, mai!

mai!...

Così vicino le stava, ch’ella n’era tutta rabbrividita, e si

restringeva nell’angolo, s’impiccioliva nella stretta de’ suoi

propri gomiti, quasi per accrescere lo spazio che li divideva. Quelle

parole, quel suo fiato caldo, quella passione traboccante, quel viso

contraffatto, e la minaccia di sentirsi toccata, baciata, posseduta, le

davan ormai un invincibile ribrezzo, più forte che la stessa paura, più

forte che la stessa pietà.

Ma egli, quasi ebbro, continuava:

— Se tu vuoi, se tu mi dici una sola parola, io posso veramente

scordare tutta la miseria di questi giorni. Se tu vuoi, mi sento la

forza di ricominciare un’altra volta la vita, e lontano di qui, lontano

da tutte queste memorie, mi sento la forza di giungere ad ogni cosa

che tu possa desiderare. Saprò vigilarti, servirti, rendere la tua

vita bella, come tu stessa forse non hai sognato ancora. In questo

momento comprendo che sono stato un pazzo quand’ho avuta paura della

nostra colpa. Noi non abbiamo volontà che basti per lottare contro

queste cose immense; anzi troppo spesso, come hai detto, noi siamo vili

davanti alla felicità. Ma ora, vedi, son tornato e ti aspetto, e, se

vuoi, m’inginocchio per chiederti perdono, e, se vuoi, ti prendo nelle

braccia, così come sei, per portarti lontano, attraverso la notte, via

di qui, via da tutti, sin dove nessuno al mondo possa più conoscere il

rifugio del nostro amore...

E già, nell’ebbrezza del suo perdimento, nella vertigine del suo

rinnovato sogno, stava per cingerla con le braccia e tendere verso la

fredda bocca di lei la sua bocca bruciante, quand’ella dette un grido

soffocato, e, prima che potesse toccarla, con un rapido movimento gli

sfuggì.

Ansante, con i capelli un po’ disfatti, non sapendo come difendersi

dal pericolo della sua violenza, indietreggiò fin presso l’orlo della

scalinata per aprirsi una fuga verso il giardino.

Egli si battè contro le tempie i due pugni convulsi, come per

arrendersi al dramma di quell’ora che passava. Poi la guardò. Muto,

attento, fermo, per un lungo attimo la guardò.

Nelle mosse rapide la vestaglia s’era interamente slacciata, e sotto

la febbre di quegli occhi ella s’accorse d’avere le braccia quasi del

tutto nude, la gola scoverta, il seno visibile. Per un pudore istintivo

cercò di raccogliere la stoffa tenue sul candore di quella nudità.

Intorno a lei, su l’alto della gradinata, brillò, sparì, qualche

tremante lucciola, che nascondeva in sè un verme buio, come talvolta

l’amore nasconde un turpe vizio tra le sue belle fiamme.

Egli rimase dov’era, e parlò forte:

— Allora una confessione, una sola: Non mi ami più?

Ella taceva.

— Ti faccio ribrezzo? mi odii?... se ti bacio gridi?...

Metteva tra queste frasi una dura pausa, breve come un singhiozzo.

— Mi lascerai portare la mia croce da solo? da solo e per sempre?

Ella era ferma in capo della scalinata, ferma come una statua; si

vedeva soltanto il pizzo delle sue larghe maniche leggermente tremare.

Una di quelle sperse lucciole, volando, le si impigliò fra i capelli.

Ma ella non sentì quel peso, non si accorse di avere sopra la fronte

quella piccola stella.

— Rispondi! rispondi! Voglio udire da te l’ultima parola... da te,

dalla tua bocca!

Un attimo ancora di silenzio:

— Non mi amerai più?...

Come di schianto, ella si piegò su le ginocchia, si accasciò sul primo

gradino, rompendo in lagrime dirotte.

La lucciola uscì da’ suoi capelli, si mise a volarle intorno.

Allora, fuor di senno, egli s’avventò. Con le braccia pur esauste la

raccolse di peso, e perchè non potesse gridare, ben forte, con tutta la

mano, le tappò la bocca.

Poi, tenendo su le braccia la sua preda, sperduto, si guardò intorno,

come un animale in cerca della tana.

Ella volle dibattersi con ogni forza, cercò di morderlo, cercò di

urlare; ma non poteva, per quella mano irremovibile premuta su la sua

bocca. Cercò di fargli male agitandosi quanto potè; ma d’un tratto il

peso ch’egli reggeva su le braccia divenne assai più greve, come il

peso di una creatura morta; la bocca senza fiato cessò di mettergli

bava e sangue nel palmo che la premeva.

Allora l’uomo, con la sua preda su le braccia, passò nel raggio di

luna che bagnava il terrazzo come un fascio di bianca elettricità, e,

traversata la soglia, giunto nel mezzo della prima sala terrena, parve

cercasse con gli occhi sperduti un divano sul quale deporla.

Quando l’ebbe adagiata, s’inginocchiò. Si mise, come un ebete, ad

ascoltare il silenzio. Tutta la casa era morta; la sonorità concava

del silenzio vi gravitava immobile, come nei claustri disabitati; la

magnificenza del raggio lunare traeva dalle ságome dei mobili qualche

fulgore, simile a bianchissimi arcobaleni.

Allora egli si guardò il palmo della mano, il palmo che sanguinava,

morso da’ suoi denti minuti; poi si tastò il cuore, la fronte, la

faccia, quasi per riconoscere sè stesso.

Il capo di lei dormiva rovesciato sul bracciuolo del divano; la

sua gola nuda era un po’ turgida, il suo petto scoverto quasi non

respirava. Aveva le braccia lente lungo i fianchi, le ginocchia unite,

i piedi composti, come in una bara; le sue belle treccie, quasi del

tutto sciolte, bagnavano il lembo spiovente nel raggio di luna.

— «Ora, — egli disse a colei che non udiva, — ora t’ucciderò.»

E trasse di tasca un’arma lucida; ma tosto, impaurito, la ripose.

Poi gli parve udir rumore, da lontano e da presso; rumore assordante,

come di gente che sopravvenisse, urlando, per impedire il suo delitto.

Ascoltò: non sapeva ben distinguere se questi rumori fossero nel suo

cervello o fuori; ma, ecco, insieme gli pareva che ombre passassero, in

torma, dietro le finestre, per gli usci, negli angoli bui.

Un sudor freddo gli copriva tutte le membra; dolori acuti come lame

gli trafiggevano la carne. Su la bella bocca della donna coricata era

impressa una traccia di sangue, che la faceva parere un po’ tumida e

le suggellava intorno ai labbri una specie di riso estatico, inerte,

come ha talvolta, nel sonno d’un narcotico, la bocca di chi soffre un

dolore atroce. Egli v’appressò l’orecchio, per udire se quelle labbra

respirassero; ma il rombo delle sue proprie vene soverchiava quel

leggero álito.

— «Ora, — disse un’altra volta, — ora t’ucciderò.»

Le sue dita convulse toccarono con voluttà il freddo metallo

dell’arma; di nuovo palleggiò fra le mani il minuscolo ordigno, su cui

s’accendevano scintille come sprazzi di fosforo.

Premere appena, poggiando la canna sottile contro la sua bella tempia,

senza quasi rumore... Una scossa, una breve scossa, a lui nel polso, a

lei per tutta la persona giacente; una specie di urto improvviso nelle

due ginocchia... qualcosa, come un fiotto d’anima nella gola gonfia...

un battito, uno sguardo ancora negli occhi fuggenti, un po’ di saliva

lucente agli angoli delle labbra, sotto la traccia rossa... il peso

d’un braccio che cade... poi più nulla... nessuna differenza visibile,

tranne il senso di questa parola: morta. E un filo di sangue, sottile

come la più piccola delle sue vene, giù dalla tempia, su la spalla,

senza fiotto, piano piano, senza farle male...

Egli pronunziò col pensiero, forse col respiro, questa lieve domanda: —

«E poi?»

Ecco: e l’enorme vuoto della vita gli apparve, ed anche l’enorme

vuoto della morte, se pur si fosse ucciso; l’inanità estrema d’ogni

cosa, d’ogni possibilità, quando in lei non fosse più respiro. Sì,

uccidersi, ma placarsi prima, concedere un sorso anche minimo alla

sua rabida sete, per chiudere con un possesso tremendo la sua vita

inutile, per non trascinare al di là dall’ultimo rantolo la sua rabbia

insoddisfatta...

Allora, lentamente, quasi con la paura di compiere un sacrilegio,

immerse le dita aperte nella sua treccia spiovente; ma faceva piano,

quasichè non volesse destarla. N’ebbe una così grande gioia, che

v’immerse la faccia, ne aspirò, ne bevve il sapore. Ella non si

destava; il suo tramortito sonno era profondo. Osò prenderle una mano

ed intrecciar le dita fra le sue dita, senza stringerle, con paura.

— «Povera piccola mano, — pensava, — sarai morta fra poco, non darai

più carezze, povera piccola mano...»

E strisciò con le labbra lungo il polso, fin nella congiuntura del

braccio, dove tutte le vene, passando, creavano una specie d’oscurità.

In quel mentre una grande farfalla notturna entrò per la finestra;

si mise a dar di cozzo contro le pareti, rumorosa, dannosa, come un

pipistrello. E batteva, e batteva, per la stanza chiusa, in alto, in

basso, cercando l’aria stellata nella oscura prigione. Poi si calò

sopra l’uomo ricurvo, e stringendo sempre più il cerchio di quel

brancolare gli fece sentir su la faccia il freddo pericolo del suo

volo.

Ma sparve. Il silenzio divenne assoluto in quella stanza quasi azzurra;

solamente il raggio lunare saliva come una materia tangibile dentro la

bella capigliatura spiovente.

E l’uomo che l’aveva amata con tanta disperazione, che si era difeso

contro la colpa con un eroismo tanto accanito quanto inutile, ebbe

allora la tentazione suprema di possederla pur una volta prima di

spegnere la vita in quel lieve cuore, prima di addormentarla nel sonno

dal quale non si sarebbe mai più ridesta, nè per stirare in una molle

pigrizia le sue membra voluttuose, nè per tendere ad una bocca d’amante

il bacio della sua bocca soavissima.

E poichè non era stato il primo, voleva esser l’ultimo a possederla,

quegli che le darebbe insieme, quasi nello stesso attimo, le due

pressochè simili agonìe del piacere e della morte. Voleva tuttavia

ferirla nella sua carne più viva, con una forza malvagia, e, tenendola

in possessione, vedere come torcerebbe gli occhi sentendosi entrar per

le vene la spasmodica voluttà di quella morte.

Ora finalmente l’odiava; ora, dopo tante catene, si sentiva capace

d’un odio bello, nitido, sicuro di sè. Ed appunto perchè l’odiava,

si compiaceva nel dirle, come per ischerno, le più calde parole

d’amore; appunto perch’era sicuro di poterla uccidere, si dilettava nel

ripeterle cose dolci e lascive, le stesse cose d’un tempo, quand’ella

era perduta come lui nel desiderio di appartenergli, quando la sua

verginità null’altro era che un brivido, una cosa infinitamente

sottile, infinitamente vicina al peccato.

Ecco, e di nuovo era in suo possesso: aveva complice l’ombra, la

solitudine, il silenzio, e quel suo docile sonno, profondo come un

letargo; aveva complice inoltre l’arma vendicatrice, che teneva pronta

per il suo primo sussulto.

Sottovoce le raccontava i suoi giorni di fuga, le lunghe ore notturne

trascorse a possederla inanemente, le voluttà prodigiose di que’ sogni

e la fatica enorme dei risvegli logoranti.

— «Io t’ho date le più lunghe gioie che una donna mai ebbe dall’amore

d’un uomo; io t’ho goduta, — le diceva, — senza numero di volte nella

mia solitudine disperata, come tu stessa non potresti concederti ad

altr’uomo che a me. Ti conoscevo: so come baci quando ami, so il colore

delle tue iridi quando scompaion sotto le palpebre, so come le tue

ginocchia stringono e come fai quando gridi... Ma tu stessa, ora che

ti vedo, sei più bella ancora, e, così addormentata, mi ricordo che

passavi le tue notti nel mio letto, vicino a me. Allora non potevo

toccarti: ora ti tocco. Ora mi metto le tue braccia nude intorno al

collo, perchè tu morrai tenendomi le braccia intorno al collo. E,

vedi? non hai che una vestaglia tenue sul corpo... quasi nulla, un

velo appena, e sento già come sei tepida, come sei dolce... Ma perchè

vestita?... spógliati... io ti spoglio. Anche un semplice velo è di

troppo. Sei bella abbastanza perchè il mantello della morte ti avvolga

nuda. Io ti spoglio per l’ultima volta, e in questa luce, ancora più

candida sembrerai...»

Le correva con la mano per il corpo dolcissimo, la scopriva lentamente,

con indugi febbrili, assaporando a poco a poco il gaudio di vederla

mirabilmente spogliata. E là dove le vesti s’aprivano, il raggio della

luna penetrava, come per stendere una specie di velo glauco su la sua

carne scintillante.

Ed ecco apparve tutta nuda la gola purissima e la sommità un po’

convessa del petto, in cui nascevano ampiamente, dal suo mezzo fin

sotto le oscure ascelle, i due seni robusti, erti, rigogliosi, pieni

d’impudicizia e di splendore, simili a due conocchie straordinarie

gonfie di lana da filare.

Egli si fermò come inebetito, quasi vacillante benchè fosse

inginocchiato, con gli occhi pieni di uno spavento enorme, davanti a

quella nudità che aveva osato guardare. Il senso delle cose presenti

gli tornava a quella vista maravigliosa e peccaminosa, mentre, come

un’eco inafferrabile in fondo all’essere la voce del suo démone gli

andava sempre più sibilando: «Uccídila! uccídila! Sáziati, e falla

morire.»

Poi, di nuovo, sottraendosi a quella specie d’incantesimo, si

rammentava d’essere un uomo, un miserabile uomo brancolante sopra una

femmina seminuda, e questa femmina essere la stessa ch’egli non poteva

toccare, la sua sorella giaciuta nella medesima cuna, colei che portava

nel grembo l’inconsumabile amore.

Ed ebbe uno spavento immenso al pensiero che quegli occhi potevano

aprirsi e guardarlo. Si sentì serrare la fronte come da una mano

d’acciaio, fredda e forte; si sentì per tutto il corpo trafiggere

come da molte lame che gli recidessero i tendini, ad uno ad uno, per

sfibrarlo.

Aveva complice la notte, la solitudine, il silenzio, e quel suo docile

sonno profondo come un letargo, ma non poteva toccarla.

E perchè non potrebbe toccarla? Chi dunque lo condannava a doverla

uccidere senza godere di lei?

«Un nome... — si ricordò ch’ell’aveva detto una volta, — cos’è un

nome?...»

E dentro, il suo démone beffardo gli urlava con una specie

d’implacabile crudeltà: «Sáziati, e falla morire!»

Allora la sua bocca malvagia si tese all’ápice d’uno di que’ seni

rotondi, per suggerne il forte sapore; quella orrenda lussuria lo

istigò a conoscere dappertutto la sua nudità indifesa, e nel baciarla

si sentiva pervadere da un’ebbrezza delirante, come se il suo corpo

fiaccato, arso, rovente, si empisse all’improvviso d’un ristoro

paradisiaco, e, dentro le sue vene lievi, non più sangue scorresse ma

una inconsumabile voluttà.

E la cingeva, e la toccava, e quel corpo stava per essere finalmente

la sua preda sul limitare della morte, nè più sapeva chi ella fosse,

nè per qual modo su l’orlo della tragedia inevitabile egli potesse

conoscere il principio di una così grande felicità.

Anche gli pareva di rammentarsi un’altra notte lontana — quasi dispersa

nel vortice del passato — quando parimenti si era trovato curvo su

quella amata bocca, pallida, ma non così ferma... — e la baciò.

La baciò a lungo, assetatamente, con ira, come si sugge un delizioso

veleno. E gli parve, sotto i suoi baci, ch’ella si agitasse un poco;

udì un sommesso lamento, che gli parve un lamento d’amore. Traverso

il velo di quell’ebbrezza, la memoria del mondo non gli sembrava più

che un oceano infinito, la vita stessa una vacuità immensa, colma

di piacere. La baciava su la bocca e su la fronte, sui capelli e su

gli occhi; e su la bocca e su gli occhi della sorella addormentata

balbettava in delirio le sue parole d’amore.

— Fammi con le braccia intorno al collo un nodo forte... più forte...

Ella aperse gli occhi, e lo guardò. Forse non lo vide, ma lo guardò. E

quegli occhi rimasero sbarrati, fermi, tra le palpebre violette, sotto

l’arco dei grandi sopraccigli, a fissarlo inesorabilmente.

Percosso dal terrore, mentre giungeva per l’ultima volta su l’orlo

del peccato, la volontà gli ricadde nell’anima, tutta d’un colpo,

infranta. E subitamente, nella faccia della sorella svenuta come nello

specchio d’un’acqua senza fondo egli rivide salir la faccia del loro

padre taciturno, la pallida faccia senile, emaciata sino al teschio,

l’incancellabile sembianza del generatore che separava i suoi figli.

Livido, indietreggiò nel buio. La catena delle due braccia inerti si

disfece, ricadde come spezzata, mentre, dal divano dov’ella era stesa,

il fantasma del padre si alzava più preciso contro di lui, divincolando

a fatica da quel sonno le sue membra cariche di squallore.

E rivide, come l’ultima volta nella casa dell’umile occhialaio, questo

bianco suo padre levarsi con una specie di maestà, per minacciare il

figlio primogenito che aveva osato peccare contro la legge sacra delle

famiglie e spingere l’occhio lascivo sotto la coltre della sorella

addormentata.

Ed ora non più lei vedeva; ma soltanto vedeva lo scarno fantasma, vero

di una tragica umanità, sorgere contro il figlio maledetto, contro il

violatore della bellezza ingaudibile, per respingerlo indietro da lei,

fuori dalla casa, fuori dagli uomini, fuori dalla vita...

L’incubo sopraffaceva la coscienza dell’uomo dannato, la follìa latente

scoppiava nel suo cervello tragico, dandogli quella specie di briaco

terrore che invade la bestia accerchiata da un pericolo senza scampo.

La pazzìa liberatrice finalmente soverchiava questo mediocre uomo, che

aveva osato racchiudere nella pavida sua temerità l’amore maraviglioso

d’un dio.

E in fuga, davanti ai fantasmi del suo delirio, si cacciò per la notte

d’estate, briaca e folle come una baccante, che saliva per i culmini

del cielo, tra un’apoteosi di stelle...

. . . . . . .

Lontano qualche miglio di lì, sotto i fuochi già rossi dell’aurora

d’Agosto, un gruppo di terrazzani mattinieri scendeva cantando per

il declivio della collina, ciascuno recando su l’ómero la gran falce

lunata, che il sole nascente incendiava di tremanti arcobaleni.

Andavano a mietitura; la terra pingue di frumenti faceva risplendere di

mattutina ilarità l’anima di quegli adusti mietitori.

A perdita d’occhio, violastri e biondi come un mare sovra il quale

indugino gli ultimi vapori della notte, i campi non mietuti si

stendevan nella immensa pianura, ed ogni cosa pareva oscillasse in una

dorata inquietudine solare, prima che, nell’irrompere del giorno, tutto

bruciasse d’aurora e di fiamma sotto la furia dell’estate.

Ed ecco, nella incendiata serenità, il sole sbocciò dall’oriente, come

da un paonazzo cratere del fuoco sotterraneo, e gli uomini che andavano

per falciare, d’improvviso, lo salutarono col loro canto.

Poichè infatti l’avevano lavorata insieme, quella terra onusta di

raccolti, gli uomini e il sole.

Giunsero al piano, s’incamminarono tra le messi brillanti come un’esca,

ricurve sotto il peso delle pannocchie d’oro, che fra i papaveri di

campo sgranavano dal cartoccio rotto un enorme riso giallo.

Poichè il sentiero fra le due prode facevasi angusto, e di qua, di là,

fra gli alti campi si perdeva, gli uomini con le lor falci si misero in

fila. E cantavano sempre, nell’aurora vittoriosa, l’inno colonico al

sole onnipossente, alla terra libera, fecondata, che dona i raccolti

gloriosi, al vómero tenace che spezza la gleba irta di radici, alla

falce nitida che stride contro i fusti legnosi, e va, e va, traverso la

pazza estate, faticosa ed instancabile...

Ma, giunti verso il termine del sentiero, colui che andava in capo

della fila si fermò di colpo.

— Gesummaria!... — gridò verso i compagni; e con la faccia tutta

bianca, rimase incerto se avanzare.

— Che c’è? — domandarono quelli che stavano ancora dietro la svolta. E

si addossarono a lui, sollevando le brillanti falci, spezzando nella

ressa improvvisa qualche fusto di grano. Ma quel che videro li fece

inorridire.

Lì su la proda, lungo il sentiero nel campo, un uomo giaceva,

immobile, contorto, a metà prono, a metà sopra un fianco, la faccia

bruttata nella terra tutta molle di sangue. Un grosso can da pagliaio,

laido e col pelo irsuto, forse un can sperso, di quelli che van la

notte uggiolando fra campagna e campagna, lasciava pendere dalla

fauce intrisa la lingua bramosa, e accovacciato su le quattro zampe

leccava con una specie d’ingorda sete la pozza di sangue rappresa nel

terriccio, sotto la tempia ferita.

— Un morto... — bisbigliò quello che stava davanti al gruppo. E

raccolta una pietra, la scagliò contro il can errático, dalle orecchie

mozze, dagli occhi notturni ed iniettati come quelli d’una jena.

L’animale, colpito nel fianco, digrignò senz’abbaiare i denti

rossastri, e zoppo sotto il peso del suo ventre gonfio si mise a

correre lungo la proda. Quando fu lontano guaì.

— Coraggio, — disse il mietitore; — forse non è morto ancora.

Però, da solo, non gli bastava il cuore per avvicinarsi.

— Fatevi prima il segno della croce, — suggerì cristianamente il più

vecchio de’ mietitori. E con la dura mano, sacra di antico travaglio,

si toccò la sua fronte rugosa.

Gli uomini, sotto il lampo delle lor falci, si fecero il segno della

croce. Poi, con paura, gomito a gomito, si avvicinarono.

Veduta più da presso, la faccia orrenda li raggelò. Si curvarono.

Stretta nel pugno convulso, la sottile arma luccicava, — il piccolo

meccanismo d’acciaio, gelido, infallibile che aveva data la morte.

Intorno alla tempia bruciacchiata era un grumo di sangue nero; degli

occhi, uno era chiuso e pesto, l’altro sbarrato, vitreo, scoppiante

quasi dall’órbita, come l’occhio d’un uomo che fosse morto in delirio.

Gli sollevarono l’altro braccio, che ricadde come piombo; gli tastaron

la fronte fredda, le gambe stecchite, il cuore fermo.

— Amen... — mormorò il più vecchio dei mietitori. — Che Gesù Cristo,

nostro Signore, raccolga nella sua pace l’anima di questo cristiano.

E recitando a bassa voce la preghiera dei morti, santificarono la proda

empia su cui giaceva un cadavere insepolto.

Poi uno dei falciatori sciorinò il suo fazzoletto di percallo e con

pietà lo distese come un sudario su quegli occhi spenti.

— Non è di queste parti, — osservò un altro, che aveva, lì nel campo,

raccolto un fiore.

— Neanche delle nostre ville; certo veniva dalla città.

— È sempre la città che li ammazza...

— Dal modo com’è vestito sembra uno di quelli che pretendono di saper

godere la vita...

— Così giovine!

— Sì, una trentina d’anni.

— Forse anche di più.

— Trasportiamolo.

— No, — rispose il più vecchio dei mietitori. — Bisogna prima che lo

veda il Sindaco.

E in silenzio, con le fronti curve, tra il sole che nasceva sul mondo

rifecero il cammino.

RICHMOND HILL — _Agosto 1908_.

AIX-LES-BAINS — _Settembre 1909_.

Colei che non si deve amare: romanzo · 第 34 / 37 题