S’erano vestiti rapidamente per il pranzo; egli era entrato nella sua
camera ad allacciarle il vestito, poi era mutamente rimasto a guardarla
mentr’ella finiva di lustrarsi l’unghie e di togliersi la cipria
dal viso. Le dolevan un po’ le mani per l’asprezza dei remi e se ne
lamentava ogni tratto con una voce di bimba viziata. Per consolarla,
egli le prese carezzevolmente le mani fra le sue, dicendole:
— Domani remerai di nuovo, il dolore passerà.
Eran poi scesi a pianterreno, discorrendo fra loro di cose gaie, s’eran
fatto apparecchiare un tavolino sul terrazzo ed avevano comandato
copiose vivande, perchè una fame robusta li pungeva dopo quella
giornata d’aria libera.
Le vetrate erano aperte verso il giardino; gli sciami notturni, densi
come polvere infuriata, ronzavano in larghi túrbini assalendo i globi
elettrici sospesi nella compattezza del fogliame; saliva dietro la
montagna dell’altra sponda una mezzaluna bianchissima nel cielo ancor
pieno di crepuscolo.
Molta gente pranzava intorno a loro, e Loretta, curiosamente, osservava
l’un dopo l’altro que’ numerosi commensali. Parlando, considerava i
gioielli che vedeva brillare indosso alle signore, poi sorrideva di
certe scollature ferocemente ossute, di certe pettinature strette
e rade come gomitoli venuti agli ultimi fili. Ma v’eran lì presso
tre giovani signore, che Arrigo suppose fossero Americane, le quali,
senz’essere compiutamente belle, pur avevano in tutta la persona que’
robusti e gentili segni di eleganza che formano la particolare bellezza
di questa nuova stirpe atlantica. Simili per nobiltà di sembianze a
giovani dogaresse, queste repubblicane d’oltremare possedevano già, nei
loro profili antichi e limpidi, quella verace purezza di origine che in
esse, figlie di mercanti, consacrerà l’imminente aristocrazia. Erano
vestite con amabile sfarzo, erano coperte di gioielli, e Loretta le
ammirava.
— Vorrei essere molto ricca per avere un bel filo di perle, — disse
al fratello con gelosia, toccandosi la gola nuda, che portava la sua
gioventù come una stupenda collana.
— Ti piacciono tanto le perle?
— Sì, tanto! Sono il gioiello che preferisco.
E soggiunse con una specie di rancore, dopo aver riflettuto:
— Com’è stupido esser poveri!
— Allora, — egli le domandò, guardandola — tu vuoi diventar ricca ad
ogni costo?
— Io sì! — rispose con fermezza. E l’avidità, la venalità, il piacere
del lusso, la smania di molte ambizioni ancora insoddisfatte balenarono
insieme nel suo volto.
Pur tacendo, egli parve assalito da un malessere intimo, ed ella, senza
dubitare che tali parole dovessero farlo soffrire, aggiunse:
— Per questo non ho voluto perdere di vista Rafa. Rafa mi potrebbe dare
tutto quello che voglio.
Gli occhi del fratello divennero estremamente grandi e fissi, la sua
bocca ebbe una contrazione irritata. Si volse alla finestra e guardò
fuori, verso la riva notturna, verso il lago pieno di stelle, che nella
ferma sua limpidità si copriva d’un lenzuolo d’argento.
— Non lo credi anche tu? — ella fece ancora.
— Certo! — egli rispose con asprezza; — Rafa può pagarti bene.
Ella subitamente arrossì; nel suo pudore di fanciulla si sentiva ledere
tuttavia da quella frase crudele.
Abbassò gli occhi e tacque.
— Non mangi? — disse Arrigo dopo una lunga pausa.
— Mi hai resa triste... che peccato!
— Via Lora, non ti offendere!....
E le tese la mano sopra la tavola, quasi volesse far la pace con lei.
Era molto ghiotta, le offrivano cose delicate, poi quel giorno aveva
molta fame: dimenticò.
— Voglio bere un bicchiere di Champagne, — diss’egli, — come la prima
sera che abbiamo cenato insieme, ti ricordi?
— Io mi ricordo ogni cosa ch’è stata fra noi, — ella rispose con
tenerezza. — Tutto ricordo, e non dimenticherò.
Il maggiordomo portò la bottiglia senza romperne i suggelli, poi la
ravvolse, l’imbavagliò, d’un tovagliolo bianchissimo, e la mise a
raggelare in un secchio appannato, che un treppiede reggeva presso la
tavola. D’improvviso ella fece una riflessione:
— Vorrei sapere cosa la gente pensa di noi.
— Perchè?
Ella segnò con un gesto solo sè stessa, lui, la bottiglia di Sciampagna:
— Scommetto che mi prendono per chissà chi... — disse. — Veramente non
ho l’aria d’essere tua sorella, nè tua moglie.
E rise; la sua bocca umida scintillò d’un riso inverecondo.
— Scommetto — riprese — che mi credono magari una «cocotte»!
— Sei pazza! — esclamò il fratello ridendo egli pure.
Ma questo nome non le dava noia, che anzi pareva in un certo senso
lusingarla e chiudere nella sua volgarità un significato pieno di
seduzione.
Voleva dire per lei possedere molti armadi stracarichi d’abiti
sontuosi, molti cofani pieni di gioielli splendenti, e ballare nei
carnovali, e ridere nelle cene, ed avere nella sua casa profumata un
gran letto d’amore.
Ella si sentiva invincibilmente attratta verso questa vita di
piacere, nè il suo corpo era fatto per il desiderio d’un uomo solo.
Non albergavano in lei sogni di maternità e di famiglia, ma il suo
cuore volava impaziente in cerca d’altre gioie meno tranquille.
Quella bottiglia di Sciampagna, che le metteva nel capo tanti
pensieri giocondi, non era per lei solamente un vino aggradevole al
suo palato, ma un simbolo quasi di tutta quella vita che le piaceva
ed a cui la chiamava un fervido bisogno di godimenti. Ella voleva
essere desiderata, infondere il piacere, prodigare la gioia, perchè
la sua missione femminile non altra era se non quella di tentare, di
esasperare, d’infliggere con il suo corpo voluttuoso il tormento e il
gaudio che ardon nell’essenza dell’amore.
Il turacciolo saltò con rumore sotto la furia della bianca spuma e
dalle coppe ricolme sprizzarono minutissime scintille. Ella v’intinse
le labbra, golosamente, bevve d’un fiato; egli sorseggiò il bicchiere
con lentezza, guardandola; poi si fece ricolmar la coppa e la bevve
d’un sorso.
Un’orchestra nel giardino attaccò il valzer della «_Vedova Allegra_»;
dietro un gruppo d’alberi s’intravvedevano confusamente i suonatori,
seduti in cerchio sovra un palco rotondo, illuminato a palloncini
giapponesi, che di quando in quando il vento faceva oscillare.
I gelsomini di bella notte spandevan nell’aria limpida ondate di buon
odore.
— Com’è bello qui! come tutto è bello qui! — ella esclamò gioconda. —
Ma tu non parli... Che hai?
Egli aveva bevuti tre o quattro bicchieri di Sciampagna, l’un dietro
l’altro, cupamente; si mise a ridere d’un riso innaturale e disse:
— Ascolto la musica; questo valzer è una persecuzione, lo suonano
dappertutto.
— Mi piacerebbe ballarlo, — ella disse; — ballarlo con te.
Sotto la tavola, con il piedino calzato di raso, batteva il ritmo della
danza. Riempiron le coppe un’altra volta, e furon vuote. Le saliva, da
quel vino pungente, un calor lieve alle gote; i suoi occhi brillavano
fra le ciglia orlate d’un luminoso tremito. Ora, godendo il caldo
benessere che le scorreva per le vene, s’abbandonò indietro, contro la
spalliera, tese le braccia nude su la tovaglia, e sorrideva come in un
rapimento, in una estasi che le avvolgesse tutto il corpo, tutto il suo
morbido corpo desideroso.
— Se fossimo soli ti bacerei... — confessò con un leggero tremito.
Di là dalla vetrata, nel giardino, una grande magnolia si vestiva
d’argento nel chiaro di luna, portando sovr’ogni ramo un magnifico
fiore.
Ella poggiò i due gomiti su la tavola e si prese la faccia fra le mani:
— Senti....
— Di’.
— Vienmi vicino, più vicino....
Egli si sporse innanzi per udir le sue parole.
— Non avrai più paura, dimmi?... non avrai più paura questa notte, che
c’è tanto profumo?... — gli mormorò sottovoce, con un brivido che la
impallidì.
Poich’egli non rispondeva, gli prese un polso, lo strinse.
— Dimmi, dimmi!... Perchè non vuoi rispondere?
— Ho più paura che mai! — rispose. E tremò.
Or qualcuno cantava, sul terrazzo, laggiù.
Uscirono. V’era molta gente, seduta a gruppi, che ascoltava il
concerto. Lor due si misero in disparte e si fecero servire il caffè.
Eran quasi nascosti da un grande cespo di rosse azalee, che propagavan
le lor vaste ombre su la ghiaia lucente. Tra la foltezza degli alberi
non si poteva discernere il lago, ma ogni tanto si udiva l’acqua
sciacquare contro la riva.
Egli disse alla sorella:
— T’annoierai la sera; qui non c’è nulla da fare.
— E se pure ci fosse, — rispose — non vorrei far nulla. Sto bene così.
— Ti senti stanca per aver remato?
— No, affatto. Ma quello Sciampagna mi dà una deliziosa vertigine....
L’azalea fiorita buttava dietro le sue spalle una specie di rosso
mantello damascato.
— Qualche volta, — ella disse — qualche volta, Rigo, son io che ho
paura di te. Sopra tutto quando non parli e mi guardi.
— No, Lora; io non ti farò mai alcun male.
— Chissà? — ella rispose.
— Perchè dici questo?
— Non saprei perchè lo dico; è una sensazione indefinibile. Forse tu mi
odii un poco....
— Io?....
Là presso, dentr’una vasca invisibile, udivan l’acqua d’una fontana
sgorgar sonnolenta, fra gli alberi. Egli si levò, le pose un braccio
sotto il braccio, ed insieme s’inoltraron per il giardino. Loretta
s’impauriva dei piccoli rospi verdi che saltavano traverso i sentieri.
S’allacciaron l’uno all’altra strettamente, perchè nell’ombra si
sentivano più sicuri, e scesero verso il terrazzo che accompagnava per
un tratto l’insenatura della riva. Tra la darsena e l’approdo c’era una
lunga fila di barche legate, che dondolavano.
L’acqua portava un mantello d’argento, che le aveva buttato sopra la
luna. Veniva una tristezza indicibile da quella chiara calma lacustre.
S’appoggiarono alla ringhiera del terrazzo, percorso da una spalliera
di rose vanziane; il muoversi dell’onda luminosa li addormentava in una
specie di funesto incantamento.
Egli pensava di stare sopra l’orlo d’un precipizio, e di cadervi
lentamente, insensibilmente, sprofondando in una vacuità piena d’oblìo.
Sentiva il suo corpo disperdersi nell’annientamento, il suo dannato
amore finire in un urlo.
Ella pensava d’essere una reginetta, che abitasse un gran castello
su le rive d’un lago incantato, e di scendere in una barca, la
notte, lei sola, sotto la luna, senza remi, senza vele, pigramente,
dolcemente, per dormire. E più andava, più il lago si faceva buio, più
diveniva nella notte una immensa disperata solitudine; e man mano che
s’allontanava col vento, le sembrava di smarrirsi nella perduta ombra,
di navigare in una buia distanza, dalla quale forse non sarebbe tornata
mai più... Aveva paura e si stringeva a lui.
Un cigno dormiva, con il bel collo piegato su l’ala, ondeggiando come
le barche legate in fila.
Non lontano dalla sponda passò un battelletto, con un fanale rosso
a poppa ed uno bianco a prua. V’era gente, che cantava in coro, e si
udivano le parole.
Il ritornello diceva:
«Tela lina molto fina
che si mette ogni mattina
la mia bella al suo levar...
tutto quanto le darei
per far come fai con lei,
per saper quel che tu sai,
per star dove tu le stai...»
— Cantano... sono allegri! — disse Loretta con invidia. — Io non lo
sono più.
Egli riprese, come per ischerzo, la cantilena:
«Tutto quanto le darei
per far come fai con lei...»
— Vanno a pesca? — domandò Loretta.
— Forse vanno solo per cantare.
Quand’erano soli, quando faceva un po’ scuro, quando si toccavano,
l’interiore fantasma s’impossessava del loro turbamento. Era un male
che cominciava col desiderio d’un bacio, e passava dall’uno all’altra,
come una catena che stringesse le loro carni fraterne; poi girava,
s’attorcigliava in serratissimi nodi, fino a curvarli entrambi sotto
l’oppressione del suo peso. Ella sentiva il bisogno di abbandonarsi
nelle sue braccia, egli provava con iracondia la tentazione di
afferrarla e stringerla fino al dolore; ma in entrambi, anche in lei
che si offriva, era una invincibile paura. Una paura gelida, radicata
nell’essere, una paura che li attraeva diversamente e diversamente li
separava. Eran come due sitibondi, legati presso la medesima fontana,
così che potesser tender le labbra sino ad un pòllice dall’acqua, fin a
sentirne la chiara freschezza e respirarne l’umidità, ma senza riuscire
ad intingervi le labbra, mai. Tra la lor sete e la fontana c’era quel
póllice di spazio che non li lasciava bere.
— Vorrei che un uomo potesse dirmi perchè mai ti ho dovuto amare!
— esclamò Arrigo. — Vorrei me lo dicesse un uomo che conosca tutte
le anime e tutti i peccati, un prete per esempio. Ma io non oso
confessarmi di questo peccato. E poi, che serve? Anch’essi non san
nulla; nessuno sa nulla di tutto ciò.
Questo accenno religioso della confessione spaventò la fanciulla,
come se, d’improvviso, l’abito nero del sacerdote, l’ombra
dell’intercolunio, le mistiche nuvole dell’incenso, l’alito caldo
che passa per la grata con il bisbiglio delle parole colpevoli, e
la rampogna, e la condanna, e la minaccia di penitenze perpetue, le
componessero nel cuore sbigottito l’immagine del suo peccato mortale.
— Perchè dici queste parole così nere? — domandò. E si strinse a lui,
più vicina, quasi per trovare in lui un rifugio. La barca dei cantori
lontanava nella sera lunare, e fievole si udiva di tratto in tratto il
ritornello giocondo:
«Tela lina molto fina
che si mette ogni mattina...»
— Hai pensato, — egli riprese, — hai pensato a quello che avverrebbe
se avessi una volta il coraggio, il terribile coraggio che mi è mancato
finora?
— Due cose ho pensato: o che tu non mi ami veramente, o che il tuo
cervello è malato. Se la nostra felicità è in noi, perchè dobbiamo
spaventarla con tante riflessioni? Tu mi comúnichi a poco a poco il tuo
male. Quando, per la prima volta, mi agitò questo immenso desiderio,
súbito avrei voluto esser tua. Guardare più in là mi sembrava inutile,
mi sembra inutile ancora.
— Ma, dimmi, — egli fece; — tu che parli con tanta leggerezza, conosci
dunque il valore dell’offerta che mi fai? Comprendi cosa vuol dire
questa frase che ripeti senza sgomento: «Essere tua?» Comprendi che ciò
significa regalare, sacrificare a me tutta la tua vita?
Ella parve maravigliarsi di queste parole; ma tuttavia rispose a fior
di labbro, senza convincimento:
— Sì, certo, lo comprendo.
— No, Lora, — egli corresse con indulgenza, — tu non lo comprendi.
Verrebbe inevitabilmente un giorno, e forse non troppo lontano, nel
quale diresti a tuo fratello: «Réndimi ora la mia vita, perch’essa è
mia, e voglio viverla.» Ma pensi che allora io potrei cederti ad un
altro? Pensi che, dopo un delitto come questo, si possa tranquillamente
ricominciare la strada per la quale si andava prima? Tu sì, forse,
perchè hai vent’anni ed un cuore spensierato. Ma io? Dimmi, che
farei allora? Conosci la gelosia? Conosci quell’altro tormento, più
grande, che si chiama il rimorso? Vedi: c’è fra noi una differenza
fondamentale: tu mi ami perchè puoi dimenticare, perchè non conosci, e
quasi non sai che sono tuo fratello... invece io ti amo appunto, e più
disperatamente, perchè so, perchè so con profonda paura, che sei la mia
sorella....
A testa china, guardando l’acqua insidiosa, che scintillava come una
buia stoffa intessuta con fili d’argento e produceva un rumore appena
sensibile urtando contro il muro della darsena, ella parve meditasse
profondamente il senso di quelle parole.
— No, Rigo!... — esclamò d’un tratto, afferrandosi al suo braccio con
una forza convulsa, — no! tu non sei mio fratello. Non ho mai pensato
per un attimo che tu fossi mio fratello. Mi piaci, e nello stare con te
sento che mi desideri come un vero amante. Préndimi!... fa di me quello
che vuoi, per un’ora o per sempre, fin quando sarò bella e mi troverà
bella il tuo amore... Non senti? Sono tutta profumata come un fascio
di rose... Préndimi!... stríngimi fra le tue braccia, come se fossi un
gran fascio di rose... Ma ridi! ridi!... perchè non posso più vederti
così buio... Ridi ancora una volta... ridi!
La barca ripassava di lontano e si udiva cantare:
«Tutto quanto le darei
per far come fai con lei...»