— Sali e spógliati, Lora — egli le aveva detto a piè dell’ascensore,
forse perchè temeva di affrettare quella imminente ora notturna. —
Córicati presto e riposa bene.
— Ma tu non sali? — domandò ella indugiando.
— Sì, fra poco. Ancora non ho sonno; rimango a fumare un’altra
sigaretta.
— Io pure non ho sonno... — ella fece.
Ma egli la persuase con dolcezza:
— Domani faremo una gita, bisognerà levarci di buon’ora. Va e dormi.
Egli rimase a camminare nell’atrio lungamente, poi scese di nuovo nel
giardino, tornò verso il lago. Vide la camera illuminata sul terrazzo
del primo piano; quella intensa luce lo affascinava, distogliendolo da
ogni altro pensiero.
— Lora si spoglia, — pensò. E vide gli abiti che si toglieva, ne sentì
l’odore.
Le sue braccia lo tormentavano, il petto che le usciva dalla camicia di
batista gli sbocciò nel pensiero come un mazzo di fresche rose; i suoi
piedini ancor calzati, li vide che andavano qua e là, per la camera,
con quella irrequietezza or pigra or frettolosa della donna che si
spoglia. — E adesso Lora si péttina, — pensò. E intese il crepitìo del
pettine di tartaruga nella treccia disciolta. L’odore di quei capelli
empì l’aria per dov’egli passava.
La vide curva sul catino a rinfrescarsi la faccia; immaginò che per
una sua civetteria feminea s’incipriasse tutta, prima di coricarsi.
Quell’odor morbido della cipria e della sua pelle profumata, commisto
insieme, gli alitò sotto le narici come una cosa viva. Ed egli la vide
sedersi vicino al letto, stirarsi un poco nella pigrizia, nella delizia
dell’imminente riposo, accavallare una gamba su l’altra per togliersi
la scarpina, lasciarla cadere su lo scendiletto, poi farsi scorrere
lentamente, giù dal polpaccio, la finissima calza nera, ed il piccolo
piede uscirne, polito come un gioiello d’avorio, inquieto nella sua
forma sottile, nervoso come una mano. Indugiare un poco a togliersi
parimenti l’altra scarpina, l’altra calza, guardarsi intorno con quello
sguardo svogliato di colei che non vorrebbe dormir sola, poi levarsi,
prendere di su la coltre una bella camicia tutta pizzi e nastrini,
prepararla con qualche movimento carezzevole, slacciarsi quella che
portava indosso e lasciarla scivolare giù, come una guaina, con un
sorriso lento....
Si andava per l’ultima volta a guardar nello specchio, poi si coricava.
Egli si raffigurò queste cose minutamente, angosciosamente, come alcuno
che bevesse a piccoli sorsi un veleno soavissimo. La tepida notte
lo fasciava di profumi troppo forti; un indefinibile silenzio pieno
d’agitazioni pendeva tra cielo e terra; la nascosta vita notturna si
moltiplicava intorno a lui, nell’ebbro giardino.
Traverso il fogliame degli alberi guardava con una specie di
stupefazione quella finestra illuminata, sul terrazzo del primo piano.
D’un tratto, non potè più resistere a quelle visioni, traversò il
giardino in fretta, e salì.
Ella era uscita sul terrazzo deserto, s’era stesa pigramente nella
poltrona a sdraio, ed or l’aspettava, guardando nel miracolo della
notte, ove tremava con una specie di furiosa intensità la magnificenza
delle stelle.
— Che fai lì fuori? Non ti sei dunque coricata?
Un po’ ebbra di stelle, di silenzio e d’amore, tese a lui le due
braccia senza rispondere.
— Perchè non ti spogli? — domandò egli ancora.
— Aspettavo te, — ella rispose con una voce lenta, un po’ velata.
Il lieve alito notturno era passato fra i suoi capelli; nel suo viso
batteva la bianchezza del raggio lunare. — Fa umido la sera, — egli
osservò; — non rimaner fuori troppo a lungo.
Poi, volgendosi con rapidità: — Ora è tardi, — le disse; — dormi bene.
Addio.
— Rigo... — ella profferì a bassa voce, quasi fosse ancora sperduta
nel sogno. E v’era un poco d’ebrietà nella sua femminile indolenza, ne’
suoi modi ambigui, nella voce con cui lo chiamava. — Rigo, vieni qui:
siéditi.
Gli fece un piccolo posto accanto a sè. Egli ubbidì silenziosamente.
Il calore di quel dolce corpo gli si propagò nelle vene come un piacere
avvelenato e lentissimo. Stava curvo sopra il suo volto; le mani della
fanciulla gli carezzavano i capelli, la fronte.
Allora ella si mise a parlargli piano, facendo lunghe pause, con
trepidazione.
— Non devi lasciarmi sola... Questa notte più che mai sento il bisogno
di esserti vicina, molto vicina, perchè sarebbe una vera malinconia
mettere una parete, chiudere un uscio, fra me e te... Non vedi che
notte magnifica? C’è un odore di gelsomini che vola per l’aria come una
polvere ubbriacante. Poi mi sento piena di torpore, questa notte...
Báciami!... Ho le mani calde, senti... Mi fanno male... Brúciano.
Voglio rimaner qui tutta la notte, a parlarti, a carezzarti, piuttosto
che rimaner sola.
Cacciava le dita ne’ suoi folti capelli, come alle volte si fa, nelle
pellicce tepide, l’inverno. E continuava:
— Là, nel giardino, m’hai dette cose talmente gravi, che ne sono
turbata; vorrei piangere, ma in fondo al mio cuore v’è una gioia che
ride, una specie di speranza inesprimibile... Non lasciarmi sola. Od
anche mi piacerebbe fare una cosa che non ho fatta mai: venire nel tuo
letto, addormentarmi vicino a te... Báciami! E poi dimmi qualcosa di
veramente pericoloso... Anche una parola innocente, se non vuoi dirmi
altro... Ti amo, e sola non potrò dormire... perchè ho voglia che tu
mi baci. Senti come la mia bocca è innamorata... Bàciami! Sono tua...
tua... préndimi! Non desidero altro che soffrire di te... per te...
Fammi un po’ male... dammi un bacio, uno solo, senza fine.. chínati...
Queste parole, dette vicino alla sua bocca, lo addormentavan come
la musica d’un soave malefizio, fasciavan i suoi sensi dolorosi
d’un ineffabile ristoro, e chiudendo gli occhi egli s’irrigidiva per
ascoltarla. Su la sua carne fredda passava un gran brivido di piacere;
una consumazione insensibile, uno struggimento senza fine si propagava
in lui, sotto la carezza di quella voce.
Ella disse ancora, snervata, spossata:
— Guarda: chiudo gli occhi... dormo. Chínati un poco, báciami!... ho
tanto sonno... ti amo. Sii dolce con me... Ascolta: non c’è rumore,
nessuno ci guarda... báciami!
Come un pazzo egli le baciò la bocca, la fronte, le tempie, il collo,
i polsi, le mani, con un roco ansito nella gola soffocata, e la baciò
per tutta la sua carne profumata finchè il respiro gli venne meno. Poi
si levò scapigliato, si sciolse da lei che lo teneva, la ricacciò con
violenza sui cuscini, corse nella sua propria camera, vi si chiuse.
Ella dette un piccolo grido, e vibrante com’era sotto il flagello
di quei baci, ruppe in un convulso di lacrime, poi restò per qualche
attimo quasi priva di vita.
La mezza luna saliva sopra le montagne, alta, limpida, lontana dalle
stelle.
Egli si buttò sul letto, mordendo i cuscini, aggrappandosi alle coltri,
per dominare il tumulto che dentro lo schiantava, e non udir quella
voce sommessa che dietro l’uscio lo supplicava, e non guardar più oltre
nella terribile possibilità di quell’ora.
La notte s’inoltrava, limpida, quasi tremante, verso i culmini del suo
glorioso fulgore, disseminando nella curva dell’infinito una più grande
magnificenza di stelle. Il lago, le rive, abitate dall’ombre notturne,
invase dall’ambiguità del silenzio, si vestivan di bianchi splendori
nell’incantesimo della notte.
Trascorse un tempo che a lui parve infinito, poi gli sembrò di
comprendere ch’ell’avesse cominciato a svestirsi. Non più intese per
il pavimento il rumore de’ suoi tacchi sottili, ma il camminar soffice
di due pianelle che andassero frettolose; allora ebbe la tentazione
d’accostarsi all’uscio interno, che li divideva, e mettersi ad
ascoltare. Ma subitamente invece la porta verso il corridoio s’aperse,
ed ella entrò.
Era in vestaglia, paurosa, pallida, e ristette sul limitare. Egli balzò
giù dal letto, rimase attonito a guardarla.
— Che vuoi?... — balbettò con voce soffocata.
— Nulla, — rispose. Lo guardò. Negli occhi alterati aveva una luce
insolita; l’espressione di quel viso era singolarmente mutata. Qualcosa
di aspro e di selvaggio era pure in lei, nella sua bocca per solito
così ridente.
— Non dormirai stanotte?
— No.
Allora il fratello si mise a camminare cupamente per la camera, senza
passarle vicino, come se meditasse contro lei qualche orribile cosa.
Ma rapidamente aperse la finestra ed uscì sul terrazzo.
Roteavano tutte le stelle, per l’immensità piena di tremito, come un
turbine di coriandoli d’oro.
Ella, furtiva, gli scivolò appresso, così leggera che non la udì, e
gli si appese al collo. Non aveva più busto, non aveva più che una
vestaglia quasi diafana, che mal nascondeva la camicia ricolma e la
gonnella corta; il suo corpo gli si fasciava intorno alla persona come
una morbida sciarpa di seta si fascia, nel vento, intorno al collo che
la porta. Le si disfecero anche i capelli, ch’eran tenuti da un pettine
solo, e, senza cadere del tutto, gonfi e morbidi le ingombrarono la
nuca.
Dolorosamente, amaramente, le loro bocche si congiunsero. Ella sentì
così vicino lo spasimo della dedizione che s’attorcigliò a lui come
un’edera, gli si avvinse intorno come un nodo.
La polvere di gelsomino volava in alto a vampate, ondeggiava per l’aria
soffice, divampava dall’aperto giardino come un incenso invisibile:
ogni cosa per intorno pareva esser pregna di quest’odore possente. Una
fontana sola dominava il silenzio della notte, lanciando i suoi fili
d’argento nell’intrico dei rami frondosi, dove, ad intervalli, un’ombra
si mutava subitamente in splendore.
Tutto quanto avevano sofferto, patito, rifiutato al proprio desiderio
colpevole, si disperdeva come un fumo di sterpi nella vertigine di
quell’ora. Nulla più li divideva, se non il terrore di quella immensa
gioia; l’indugio stesso che frammettevano al loro peccato era un
peccato infinitamente più grande.
Ella si perdeva, ridendo e singhiozzando, sotto le sue carezze
molteplici; nella gola turgida le saliva già il grido felice di quel
vertiginoso dolore.
Ebbro di averla toccata, egli la sollevò nelle braccia, ed il suo peso
non gli fece compiere che uno sforzo lieve. Aperse l’uscio serrato,
la portò nella sua camera. Il pettine che le ratteneva i capelli,
cadde sul pavimento, rimbalzò; le belle trecce le si diffusero per le
spalle seminude, mentre si teneva strettamente al suo collo formando
con le braccia avvinte una forte catena. I suoi piedini gli battevano
contro le ginocchia, nel camminare. L’adagiò sul letto, e, curvatosi,
immerse la bocca nel tepore della sua gola palpitante, mentre la vedeva
contorcersi e tremare di sofferenza, quanto più, nel delirio, con le
sue disperate labbra egli la baciava.
Allora strappò i vestiti da sè, da lei, furiosamente. Si sentiva rombar
nelle tempie l’urlo della notte infinita; perdeva la conoscenza d’ogni
altra cosa che non fosse quella carne viva.
E la freschezza della coltre li raccolse in un sol nodo convulso, li
strinse, bocca su bocca, in un terribile disperato piacere...
. . . . . . .
Nel suo letto insonne di vergine ell’aveva imparato l’amore;
nelle origini stesse della sua vita un oscuro istinto l’aveva
irrimediabilmente condannata a peccare; il suo grembo di donna la
condannava ad essere un delizioso e temibile strumento di voluttà.
Era inconsapevolmente lasciva; tutti i peccati della carne possedevano
già il suo corpo intatto. Gli dava da bere il suo fiato, lo soffocava
ne’ suoi capelli, si raccoglieva i seni come due bei grappoli maturi e
li offriva crudelmente alla sua bocca, perchè ne godesse il sapore; si
torceva con agile furia, battendo insieme le ginocchia nell’impazienza
dello spasimo da cui voleva sentirsi ferire.
Ma in quell’attimo, dalle radici più vive dell’essere, un male opaco,
denso come fumo, greve come piombo, traboccò nelle sue vene, pervase
il più profondo gorgo della sua vita, la ruppe nelle giunture, le
si strinse intorno alla gola come un capestro soffocante. Ed in
quel male torbido, così vicino all’urlo del piacere, tutto l’odio
virgineo che portava nel grembo inconsapevole si ribellò nell’attimo
della dedizione. Con le sue mani, ch’eran state lascive, cercò di
respingerlo, di afferrarlo, serrando la sua gola, torcendo la sua bocca
umida, graffiandolo nel viso; e mentre pativa il bisogno di sentir
infranta per sempre la disperata sua verginità, d’un tratto le forze
l’abbandonarono, la vita le sfuggì dalle vene con un lievissimo grido.
Allora egli vide subitamente in quella faccia svenuta, come nella
trasparenza d’un’acqua ferma, salir la faccia grave del lor padre
taciturno, aprire su quelle palpebre chiuse i suoi dolorosi occhi
pallidi, scavare in quelle piane tempie le fosse delle sue tempie
senili, e vide nella faccia della sorella svenuta le scarne fattezze di
lui, la fronte carica d’anni, l’amara bocca dalle labbra esangui, che
si movevano per maledirlo...
Un abominevole terrore lo colse; di nuovo il cilicio della colpa non
consumata lo ferì nella carne, fin nell’anima, con più irte spine.
Balzò indietro, come di fronte ad un fantasma, e perdutamente fuggì.
Passava la notte glauca per il cielo della prima estate; le stelle
splendevano così vicino alle finestre, che pareva, stendendo una mano,
di poterle quasi toccare...
La mattina dopo si guardaron in faccia, lividi, come se avessero
commesso un delitto. A lei dolevano tutte le membra; i nervi esasperati
le vibravano come funi troppo tese; le alitava intorno alle narici
un profumo voluttuoso di baci. E sentiva solamente il bisogno di
giacer supina, fra le carezze di quell’amante che amava, e dargli
tutta sè stessa come una coppa traboccante, e soffrire da lui quel
maraviglioso dolore, ch’egli le aveva crudelmente risparmiato. Pur
affranta com’era, le pareva che mai le sue vene si fossero sentite
così gonfie di vita, che mai l’urto del suo sangue le avesse portato
al cervello una più torbida voluttà. Sentiva un bisogno quasi malato
di tornargli vicino, di accarezzarlo con tutto il suo corpo, con tutta
l’anima sua, poich’egli portava in sè il piacere inebbriante, e si
sarebbe inginocchiata con umiltà pur di goderne ancora la struggente
inquietudine.
Ma nella faccia di lui, devastata e folle, non era che una enorme
paura. La paura di quegli occhi pallidi che lo avevano guardato, la
notte, d’improvviso, fra i baci. E rivedeva la faccia grave del lor
padre taciturno, la senile bocca maledicente, su cui s’era trovato
curvo nell’attimo estremo, quando stava per impadronirsi di lei.
Già, per ogni angolo, sovr’ogni cosa, rivedeva quella immagine, velata
di silenzio e di malinconia. Era il fantasma che andava insieme col suo
peccato, che gliene avrebbe ora e per sempre impedita la consumazione.
Tra lui e lei c’era lo sguardo di quegli occhi pallidi; nella vampa
stessa del suo desiderio quell’ombra passava come una fredda minaccia.
Su la bella bocca profanata vedeva rinascere la memoria, il segno
quasi, dei loro baci; ma quando più la tentazione attanagliava il suo
cuor maledetto, ecco fra loro lo spettro paterno, la sinistra pallida
faccia che appariva nel viso di lei.
Allora capì d’essere dannato, capì che uno spavento inesorabile
ormai dominava il suo spirito, e lo piegava, e lo teneva prigioniero,
trascinandolo, quasi alla catena, come un cane sitibondo lungo la riva
d’un fiume. Comprese di non essere più padrone della propria volontà e
di non potere nè ribellarsi nè ubbidire a sè medesimo, poichè fra lui
ed il suo amore c’era tutta la potenza di quella legge umana che le
più forti anime talvolta non riescono a sovvertire, c’era lo sgominio
invincibile del peccato che in tutti i tempi era stato maledetto,
c’eran le oscure leggi della procreazione e del sangue, c’era la forza
terribile delle parole, che vieta di chiamare amante una sorella
e vieta che il nostro desiderio si fermi sul limitare della casa
dov’ebbimo la culla, dove arde la fiamma inviolabile del focolare, dove
siede il nume domestico a tutela della perpetua famiglia.
Comprese pure d’essere un debole, cui facevano paura le grandi anomalie
della vita, un timido, che preferiva languire sotto il flagello del suo
male anzichè impadronirsi d’una spietata felicità.
Solamente una grande anima può essere capace d’un grande peccato ed
è molte volte più facile riscattarsi nel terrore della colpa, che
affrontarne con tutto l’animo la tragica bellezza. Per concedere al
proprio desiderio quella stupenda e orrenda libertà, che non riconosce
divieti, bisogna disprezzare infinitamente gli uomini e tutto ciò che
ubbidisce a pregiudizi umani. Ma egli non era che la vittima del suo
fenomeno d’amore, nè sapeva in alcuna guisa divenirne il padrone.
Aveva guardato infatti con occhi temerari verso le cime ove spazia
l’anima dei veri sovvertitori; ma forse gli mancava quella coscienza
dell’individuale arbitrio che sola poteva uguagliare il suo coraggio
alla temerità del volo: una legge fortuita aveva imprigionato in
quest’uomo mediocre l’amore d’un dio.
E però tentava liberarsene con ogni potere della sua volontà,
riconoscendosi pieno di umili paure davanti alla fiamma di una così
grande passione. Ma colui che dice a sè stesso: «Diméntica!» — non
fa che insidiar la sua colpa con una tentazione più forte, non fa che
avvelenare il proprio desiderio con l’attesa di una più grande voluttà.
Egli aveva passata la notte insonne a ragionar con sè stesso, a
prevedere ogni possibile conseguenza, e n’era uscito con un proposito
fermo: quello di allontanarsi dalla sorella, di non più rimanere un
istante vicino a lei, perchè solo nella fuga, nella lontananza, nel
tempo, egli ancora vedeva una remota salvezza.
Le andò presso, le parlò come non aveva mai parlato ad alcuna creatura
del mondo, tanta era la dolcezza che traboccava dalle sue parole.
Disse d’aver pensato a sè stesso ed a lei, a lei sopra tutto, e d’aver
compreso che stavano per prepararsi entrambi, con le lor proprie mani,
una irremediabile rovina. Ch’ella era giovine, e doveva pur vivere,
mentr’egli non avrebbe mai consentito a dividerla con chicchessia. E
nessuna illusione le facesse velo. Oggi, forse, la sua gioia più grande
consisteva per lei nel sacrificio di sè stessa, ma inevitabilmente
verrebbe un giorno, e forse non lontano, in cui se ne sarebbe troppo
tardi pentita. Infatti, quante aspirazioni, quante impazienze già non
tormentavano la sua fervida giovinezza! Poich’ella era una bambina di
vent’anni, ed a vent’anni l’amore, anche un’amore così torbido, non può
essere che una ventata sentimentale, un soffio di perverso ardore, che
sfuma e passa e non lascia memoria di sè... Poi, a lungo andare, nulla
si può nascondere. La gente, prima o poi, se ne sarebbe avveduta. E
allora?... Si sentiva ella il coraggio di subire apertamente una tale
vergogna? Li avrebbero tutti esecrati, fuggiti come due cani lebbrosi,
come due stregati, e non sarebbe rimasta per loro nè famiglia, nè
amici, nè avvenire, nè pace, nè alcuno di que’ conforti umani che pur
son necessari ad ogni creatura. Inoltre non eran ricchi, e bisognava
quindi che, ognuno per la propria strada, provvedessero all’avvenire,
visto ch’entrambi s’eran scelta una via diversa da quella ch’era
segnata nel lor destino. Ricchi forse, molto ricchi, avrebbero potuto
fuggire in un paese dove nessuno li conoscesse nè potesse conoscerli
mai, e là dimenticare ch’eran nati dalla stessa madre, dallo stesso
padre, per solo ricordarsi che si amavano.
Ma se pure questo fosse, avrebbero mai trovato pace nella lor propria
coscienza? «Ricórdati! — egli le diceva; — tutto si può far tacere,
tranne la voce inesorabile che si alza dall’intimo del nostro cuore.
Ed il rimorso, vedi, è il nemico più terribile fra quanti ci riserba la
vita.»
Non solo; ma se un figlio nascesse dal lor peccato? se mai dessero
al mondo una creatura così maledetta fin dall’origine? se di lor
due, fratello e sorella, si generasse una creatura infamata, esclusa
da tutte le leggi umane, che li avrebbe fatti tremare ogniqualvolta
pronunziasse con la sua bocca infantile quelle prime parole che si
balbettano: «mamma, papà...»
Aveva mai pensato a tutto questo, lei? No certamente; perch’era
giovine ancora, inesperta d’ogni pericolo, e si lasciava prendere senza
riflessione dalla follìa del suo amore, ch’era solamente «il suo primo
amore...»
Anche per lui era il primo, il solo, veramente l’unico. Ed ella ne
sarebbe certo guarita; egli no. Egli avrebbe fatto il possibile per
dimenticare, ma tutto questo non avrebbe servito che a mescergli
nelle vene più profondamente il suo velenoso male. Per lei, senza
dubbio, non era che un capriccio lieve, una folata di vento, un’ondata
impetuosa di calore ne’ suoi freschi vent’anni... Oh, non dicesse di
no! Egli lo sapeva bene, e questa era forse la sua tortura più grande.
Ma egli era invece un uomo già maturo, ed anzi, un uomo rimasto fino
allora insensibile a tutte le passioni; cosicchè gli si era scatenata
nell’anima una buia tempesta, una di quelle tempeste che travolgono
e distruggono intera una vita. Per quanto lottasse con ogni sua
forza, ormai non v’era più scampo; in lui era entrato subitamente un
altr’uomo, ben diverso da quello ch’egli era stato fino allora; la sua
mente, il suo cuore, i suoi sensi, tutto era mutato. La sua libera
gioventù si era incatenata il giorno ch’egli aveva cominciato ad
amarla, ed ormai viveva come sotto la magìa d’un sortilegio, non sapeva
più dominarsi, era uscito di sè.
Bisognava che s’armasse di tutta la sua forza per non trascinare anche
lei nella propria rovina, bisognava che le volesse un bene infinito,
più che amore, un’adorazione senza limiti, per venire a dirle quel che
le diceva:
— «Parto, fuggo, non mi vedrai più. Devo starti lontano a costo di
morirne, devo rinunziare a te perchè tu sia felice più tardi. Devo
trovare nelle mie forze umane la forza spietata di non prenderti, e
andarmene, solo, a rifugiarmi chissà dove, io che ti amo, io che non
vivo un momento senza pensare a te, io, che dovunque vada, porterò nei
sensi e nell’anima la tua memoria, più viva e più terribile di te...
Poi, non è tutto. Sei difesa, vigilata; c’è tuo padre, nostro padre,
che ti difende. Ogni volta che le mie labbra volessero baciarti, ora
lo vedrei. Stanotte, quand’eravamo insieme, quand’eri quasi mia, d’un
tratto egli è venuto, l’ho visto. Era lì, fra me e te, che mi guardava
con i suoi occhi fermi. La sua faccia si è confusa nella tua faccia.
Ho inteso che nostro padre ci malediva. Ed ora il suo fantasma non mi
abbandona più. Comprendi, Loretta, comprendi che ne impazzirei?...
«Solo ti domando una cosa: abbi pietà di me. Non far nulla per
trattenermi, non piangere, non ripetere che avresti voluto esser mia.
Invece tu devi odiarmi, perchè questo amore che ho per te, ricórdati!
è una cosa orrenda. Fa quello che vuoi: tornatene a casa, o rimani, o
va dove sarai felice. Ma non dimenticare che un uomo fugge, butta fuori
dalla vita il suo cuore morto, per salvare te, unicamente per salvare
dalla rovina la sua sorella che amava...
«Più tardi, quando sarai donna, pensa che se la mia colpa fu grande ho
anche lottato quanto un uomo può lottare per ribellarmi a questa colpa.
E tu non dirmi niente, Lora... non mi cercare mai più. Parto súbito,
stamane, fra un’ora...»
E partì.
* * * * *
I
Ella rimase in quell’albergo due giorni, sperduta, nell’inerzia, nello
stupore, nello smarrimento. Quello che succedeva era nuovo, inatteso,
per lei. La rivelazione di questo amor disperato, l’apparenza tragica
di questa passione, da prima le dette un senso di dolorosa maraviglia.
Ella non intendeva l’amore a questo modo; per lei l’amore non poteva
essere che un viluppo romantico di sensazioni tristi e gaie, di parole
che vengono alle labbra per tramutarsi in un bacio, di curiosità
insoddisfatte, d’aspirazioni veementi verso una contentezza fisica
da lei non conosciuta. Per lei dunque l’amore doveva essere una cosa
gioconda.
Ella non era che una piccola vespa, leggera, volubile, pungente:
provava un senso di malessere davanti a questo amore così tragico.
S’era invaghita del fratello, ma senza trovarvi un benchè minimo sapor
d’incesto; lo aveva infatti amato per istinto, senza pensare al suo
nome, senza nemmeno accorgersi di violare un sacro divieto. L’aveva
incontrato, quando, nel suo grembo d’amante voluttuoso ed ancor
suggellato, ella provava un bisogno di dedizione invincibile, avvolto
nelle oscure lascivie che tormentano il fuoco della verginità. Aveva
da lui subíta la prima tentazione, per lui s’era sentita nascere nel
sangue la prima ed oscura inquietudine dell’amore; il suo grembo di
vergine, così, non altrimenti, lo amava.
Ella era tanto semplice e tanto perversa insieme, che poteva sentire
puramente un amore incestuoso; il male stava così nascosto in lei
ch’ella non sapeva d’esserne contaminata.
L’uomo, che ne’ suoi atti è sovente un impulsivo, ama nondimeno
interrogarsi, discutere le sue proprie passioni; la donna, che invece
ha per natura uno spirito riflessivo, quando una forte passione
l’avvince non discute più e lascia che il proprio desiderio vi si
abbandoni senza ombra di paura. Nessuna cosa è per lei tanto piacevole
quanto il sottrarsi al dominio della propria volontà, mentre è sempre
con un grande rammarico che noi rinunziamo al potere di noi stessi.
In que’ due giorni ella fu malata; languì sotto il peso di una
sofferenza opprimente, che le serpeggiava per tutto il corpo,
sfibrandola. Od erano invece improvvise accensioni, repentine vampe,
tremiti freddi e ardenti, scoppi di lacrime ch’ella non sapeva
reprimere; la notte sopra tutto, nell’incubo del dormiveglia, le
avveniva di balzar dalla coltre, madida di sudore, convulsa, vedendo
insane immagini accendersi nell’oscurità.
Allora con la voce dell’anima chiamava il suo fratello scomparso.
Poi tornò a casa. Disse che Arrigo l’aveva ricondotta, ed era súbito
ripartito per continuare il viaggio da solo. Ma il pronunziar quel nome
le faceva male, il pensare a lui la colmava d’un singolare spavento.
Dov’era? che faceva? perchè fuggire? perchè lasciarla sola, dopo
che insieme erano stati così presso alla felicità? Quando sarebbe
tornato?... Forse mai. Le pareva che non lo avrebbe riveduto mai. Ed in
tutto il suo corpo rimaneva un bisogno imperioso ch’egli tornasse, per
carezzarla, per baciarla, per parlarle ancora una volta con quella sua
voce torbida e singolarmente voluttuosa.
Un giorno, per curiosità o per noia, non sapendo che fare, non sapendo
con qual mezzo distrarre il suo snervamento, pensò di recarsi alla
Posta per vedere se, caso mai, ci fosse qualche lettera di Rafa. Non
una ne trovò, ma un fascio; lettere che tutte, con ardenti parole,
affrettavano il suo ritorno e la supplicavan di scrivergli non appena
tornata.
Ella non voleva più curarsi di lui, tanto era piena di tristezza e la
vita le pareva inutile.
Ma i giorni passavano e dal fratello non riceveva parola; più volte
giunse fino alla sua casa ed immutabilmente la trovò chiusa. Egli non
aveva nemmeno scritto a Filippo; nessuno poteva darle notizia di lui.
Quante lacrime pianse, quanti giorni passò di attesa e di malinconia!
Era malata: il suo corpo sfioriva. Ma ora una specie di rancore
sordo le si levava nell’anima contro lo scomparso, che lontano da lei
conduceva una vita ignota, forse gaia, dopo averla condotta su l’orlo
del più dolce pericolo; un rancore fatto solo di voglie sensuali, che
l’abbattevano sempre più, mettendole intorno agli occhi due grandi
cerchi neri e nelle braccia e nelle ginocchia e per tutto l’essere una
infinita stanchezza. Si doleva dell’amor perduto, ma insieme di tutte
le speranze ch’eran morte con esso. Quei fratello doveva aprirle il
cammino della vita, iniziarla per le secrete vie dell’amore, condurla
piacevolmente verso il paradiso de’ suoi frivoli sogni.
Ed ecco, era di nuovo sola, stretta nei vincoli che aveva desiderato
spezzare, con il triste peso nell’anima d’una colpa non vinta nè
consumata. Cos’eran quelle orribili parole ch’egli le aveva dette?
Cos’era mai quella improvvisa tragedia nel loro sorridente amore?
Spesso la memoria di quella faccia sconvolta le incuteva paura; il
pensiero stesso di quell’unica notte le riviveva nella mente come la
sensazione d’un incubo angoscioso.
Cominciò con pensare che, s’egli pure tornasse, non avrebbe più potuto
stargli vicino senza tremarne, senza rivedergli nel viso livido la
disperazione di quel mattino. Ed ora considerò anche il pericolo di cui
egli le parlava, comprese lentamente l’orrore ch’egli le aveva dipinto,
guardò nel precipizio sul quale non sapeva d’essersi chinata.
Il suo lieve cuore ne fuggì via come una timida farfalla.
Intanto avanzava la stagione calda, con certe lunghe snervanti
giornate, che la opprimevano di malinconia. Per quell’estate imminente
aveva pensato che la sua vita sarebbe ormai diversa, ed eccola invece
di nuovo nella odiata bottega, tra i vincoli mediocri della sua
famiglia, più malcontenta, più sola che mai.
Passeggiava per lunghe ore, sfaccendata, nei parchi ombrosi,
rammentandosi ad uno ad uno i suoi piccoli sogni. Si sentiva battere
il cuore troppo giovine, aveva una gran voglia di ridere, e non
poteva. Camminando, trovava qualche inseguitore; le dicevan cose
provocanti, la tormentavano, chi per il suo bel collo nudo, chi per
il suo piede fino. Andava oltre senza curarsi di alcuno. Ma ciò che
non poteva tralasciare, per quanto fosse malinconica, era di fermarsi
davanti alle modiste, con l’ombrellino poggiato su la spalla, un piede
innanzi all’altro, in estasi. Che bei cappellini di paglia usavano
quell’anno!...
Qualchevolta le faceva pure invidia qualche lenta coppia d’innamorati
che vedeva camminar sottobraccio per i viali dei giardini. Era
il momento che i tigli fiorivano ed i lunghi rami dei lilla si
sciorinavano sui prati. La sera, qualche finestra rischiarata le
metteva un brivido nel cuore; qualche uomo, per la strada, nel passarle
accanto, le faceva sentire il bisogno di stringersi tutta in sè
stessa, come se l’avesse toccata; una musica la tormentava, un libro la
snervava, e la notte fin tardi non poteva dormire.
Un giorno incontrò Rafa. Ne divenne rossa fino alle radici de’ suoi
capelli biondi. Voleva non fermarsi, ma egli le si mise appresso.
Allora, per liberarsi da quell’inseguimento, su l’angolo d’una piazza,
irresoluta, si fermò.
Rafa le parve quel giorno più bello che nel tempo trascorso, e
quand’egli la supplicò d’un convegno con le più calde parole che
sapeva, quando le propose lì per lì d’entrare in una confetteria
vicina, dove certo non sarebbero veduti, a ber qualcosa e discorrere un
poco... senza sapere perchè ubbidisse, quel giorno Loretta lo seguì.
Per inerzia, o perchè s’annoiava, o forse per una tentazione
indefinibile, divenne con lui meno severa che per il passato.
Ricominciarono a passeggiare luogo il viale solitario, verso la gabbia
dei vecchi fagiani, a correre in automobile per i dintorni, a scendere
nelle trattorie di campagna per bere il fresco vinetto biondo che una
paesanella portava, con due larghi bicchieri, sopra un vassoio d’opaco
stagno, pieno di ammaccature.
Poi Rafa, con una lenta pazienza, la indusse ad altro. Trovarsi nei
giardini, correre le strade maestre, scendere nei villaggi, poteva
tuttavia essere un rischio per lei... Venisse per una breve ora nel
suo piccolo appartamento: era una casa tranquilla, sicura, lontana
dalle vie frequentate; si poteva, da un terrazzo del primo piano,
sorvegliar la strada e nessuno l’avrebbe veduta entrarvi nè uscirne,
mai. Avrebbero discorso in pace, lontani dalla gente curiosa, ed egli
prometteva, giurava, di rispettarla, con tanto maggior scrupolo quanto
più ella mostrasse d’aver fiducia in lui...
Forse perchè lo voleva ella stessa, un giorno si lasciò persuadere.
Nell’afa del caldo mese il pomeriggio abbagliante percoteva i tetti, le
finestre delle case; pendeva su la città scintillante una rossa cupola
di fuoco.
Mentre saliva le scale, si rammentò quel tremore che aveva conosciuto
le prime volte nel recarsi a trovare il fratello, e siccome il cuore le
batteva troppo forte, sul pianerottolo si fermò a riprender fiato. Ma
egli era dietro l’uscio e le venne incontro.
— Cosa mi fate fare!... — esclamò Loretta, varcando la soglia.
Nel buio dell’anticamera vide un trofeo d’antiche armi, e vide, a
ridosso del muro, un lungo attaccapanni tappezzato d’un cuoio fosco.
— Siete in casa vostra, — le rispose Rafa con un gesto ed un accento
pieni di solenne galanteria, mentre non sapeva come nascondere la
propria trepidazione.
Grano cinque o sei camere, mobiliate con eleganza, piene di fiori quel
giorno; camere taciturne, ambigue, pervase da una certa insidia, che
pur tradivan nella squisita leggiadria dell’arredo quella particolare
freddezza, quella imprecisabile vacuità, che nelle case degli scapoli
grávita come un senso di continua disabitazione. Rafa le serbava di
fatti per i suoi piaceri e solo qualchevolta vi dimorava nei mesi
d’estate, quando la sua famiglia era in campagna.
Benchè di cuore ingenuo, Rafa era per lunga esperienza un conoscitore
di donne ed aveva, nel desiderarle, una rara e difficile virtù: la
pazienza. Si era spesso trovato a debellare una caparbia onestà, un
pudore astuto, sicchè non aveva mai rinunziato a credere che anche
Loretta finirebbe tosto o tardi con cedere al suo piacere. Forse capiva
ch’ella si sarebbe arresa piuttosto al suo denaro che a lui, ma Rafa
era tra quegli uomini avveduti che non si perdono in queste distinzioni
sottili.
Era un po’ sazio d’amori galanti e trovava o noiosi o pericolosi
gli amori dei salotti; era stanco pure di rincorrere le sartine per
via, come un inseguitore stradaiolo, quando, nelle sere d’inverno,
sciamano dai laboratori nelle contrade buie; stanco di adocchiare
sui palcoscenici le mime e le ballerine, di cogliere quelle primizie
che le mezzane della città presentavano a lui prima che a qualsiasi
altro. Gli bisognava ora un’avventura più complessa e più rara, che
potesse in ugual modo appagare i suoi sensi, la sua vanità e quel certo
sentimento idillíaco non ancor deluso dalla sua inveterata abitudine
di donnaiuolo. Cercava da lungo tempo un’amante, la quale fosse in
tutto conforme a’ suoi gusti e lo potesse finalmente riposare da
quella caccia infaticabile ch’egli dava ai piaceri fugaci. E Loretta
era veramente colei che possedeva tutto il fascino, tutte le femminili
attraenze ch’egli poteva desiderare nell’amante sognata; era fanciulla
per di più, e la pericolosa delicatezza di questo pregio lo tentava
sommamente, pur impaurendolo un poco.
C’era un fratello di mezzo, ma non, egli supponeva, un fratello
intrattabile. Poi, quanto maggiori fossero i rischi, tanto più grande
lo allettava la tentazione. Aveva d’altronde provato a guarirsi di
questo capriccio, ma non gli riusciva, e nemmeno era più nel caso di
riflettere, perchè ormai s’era così fortemente invaghito della ragazza,
che avrebbe corso qualsiasi pericolo pur di non rinunziare a lei.
Di Loretta pensava che avesse una virtù irritante ma fragile:
qualchevolta s’era persino chiesto se fosse davvero innocente, poichè,
sopra tutto negli ultimi giorni, gli pareva di sentirla quanto mai
debole contro la tentazione. Fra le quattro mura di una stanza non
disperava di lei.
Ed ecco, l’aveva nella sua casa, disarmata, sola, fra il gran silenzio
di un pomeriggio soffocante; ecco gli stava di fronte, gli sorrideva,
un po’ incerta, un po’ confusa.
Oh, quante volte aveva immaginata quest’ora! Se ne sentiva commosso in
modo singolare, si trovava impacciato, quasi timido, e non sapeva che
dirle.
Dopo un lungo indugio, la condusse a visitare la casa, parlandole
con serietà, per non far nascere in lei alcun sospetto. Così le
fece apprezzare un gran numero di quadri, di stampe, di gingilli, di
fotografie.
Passando per una stanza, intravvidero nell’altra un letto vasto, chiuso
da una cortina.
— Ebbene? — ella domandò, quando furon tornati nella sala e furon
seduti l’uno di fronte all’altra, perplessi.
Fuori divampava l’estate, con le sue fiumane di luce, co’ suoi roghi di
splendore; lì nella profonda sala, dietro le persiane chiuse, dietro le
stuoie calate, alitava una freschezza riposante.
Allora egli prese una sua mano, e lentamente, con una specie d’insidia,
la carezzò.
— È strano, — disse, — ma tu m’intimidisci. Ho sempre avuta una
certa paura di te. Su la tua bocca vedo così spesso una specie di
derisione...
— Davvero? Che bizzarrìa!
— Del resto hai ragione: mi devi trovare quasi grottesco. Gli uomini
innamorati sono molto spesso ridicoli.
— E le donne? — ella fece.
— Le donne, io credo, non lo sono quasi mai.
— Che? grottesche?
— No, innamorate.
— Ah, non saprei... Ma certo lo confessano più raramente.
— Dimmi, — egli riprese con calore, — dimmi che verrai spesso, che
verrai ogni giorno... Io ti voglio vedere ogni giorno! Siamo talmente
al sicuro qui...
— Ho sete, — ella rispose.
Rafa le portò a bere un’aranciata così fresca, che appannava il
cristallo della caraffa; poi bevve a sua volta, nel medesimo bicchiere.
— Gli altri anni, a quest’ora, sono già in campagna, — disse Rafa. — Il
caldo mi fa male. Però quest’anno mi è impossibile partire; l’idea di
non vederti più mi riesce insopportabile. Ma tu cosa pensi fare durante
l’estate?
— Ancora non so nulla; non dipende da me.
— E da chi dipende?
— Forse da’ miei genitori, forse... — aggiunse con esitazione, — da mio
fratello.
— E non da me in ogni modo?
— Da voi? come da voi?
— M’hai detto una volta, nel parlarmi d’altre cose: «La mia famiglia
m’annoia; verrà forse un giorno nel quale sarò libera, interamente
libera, perchè voglio cantare.» Ti ricordi d’avermi detto questo?
— Si, me ne ricordo, e ripeto: Verrà un giorno, forse prossimo, nel
quale sarò libera.
— Ecco, e pensando a quel giorno, io pure ho fatto un sogno... ma così
bello che non oso dirtelo.
— I sogni... — ella scherzò, — i sogni han questo di buono, che servono
a raccontare le cose troppo difficili a dirsi.
— Hai ragione, Loretta, — egli ammise. — Dunque, un sogno. Ch’io ti
prendessi una villetta, non troppo lontana da Villa Giuliani, piccola,
per te sola. Una villetta nascosta, con un bel giardino, un frutteto,
una scuderia. Saresti libera, nessuno saprebbe chi sei. Qualche volta,
per non rimaner sola, mi apriresti il cancello.
— Ah... ed è questo il sogno?
— Sì, è questo.
Ella riflettè un momento, poi disse:
— Continua.
— Che vuol dire?
— Dopo l’estate...
— Ebbene, dopo l’estate potrai scegliere come ti piacerà. Nell’autunno,
per esempio, un bel viaggio, una piccola fuga, in automobile, se vuoi,
anche all’estero, se vuoi... E d’inverno la tua casa in città, una dama
di compagnia per salvare le apparenze, una maestra che t’insegni il
canto.
— E di primavera, — ella esclamò, tuttavia tentata, — siccome l’anno
rifiorisce, al posto di Lora se ne mette un’altra, e tutto ricomincia:
la stessa villa, il viaggio, la casa di città... No, grazie!
— Un’altra? Ma cosa dici? Non hai compreso ancora che ti amo, che ti
amo da lunghi mesi, ogni giorno più forte? che mi puoi far ubbidire
come un bambino, e tu sola, tu sola, devi ridarmi la pace che non ho
più?... Un’altra? Questa parola non ha senso! Ma, ragiona un momento.
Credi che non sappia a quali rischi vado incontro facendoti questa
proposta? Ebbene, che m’importa? Non voglio, non posso più riflettere!
Nessun pericolo mi fa paura. Solo dimmi di sì! Domándami quello che
vuoi, ma dimmi di sì!
— Non domando nulla, — ella fece, pentita di lasciarsi vedere così
previdente.
— Allora senti, ascóltami... — E s’inginocchiò davanti alla sua
poltrona, la ricinse con le braccia.
— Che fai? che fai?
— Nulla; ti prego in ginocchio. Vóglimi un poco di bene, sii una volta
buona con me!
Così a ginocchi, proteso verso lei nell’ardore del suo desiderio, con
gli occhi appassionati, la voce supplichevole, Rafa era quasi bello, ed
ella lo guardò.
— Via, lasciami stare... — ella fece, con una certa molestia.
Egli la teneva stretta per la cintura, e pesandole un poco addosso, le
copriva l’abito, i polsi, di baci minuti.
— Quante amanti hai fatto sedere su questa poltrona? — ella domandò
subitamente.
— Quante? Nessuna.
— Eh, via! Te lo domando per curiosità.
— Forse — diss’egli — qualcuna è venuta qui, ma non ricordo. Non erano
amanti, non erano te. Se non ti piace, cambieremo casa. Non ho avuto
nessun amore, prima di conoscere te. Ora tu mi sembri la prima. Ti amo,
ti amo in tutti i modi; mi perséguiti e mi piaci. Sei bella. Hai una
tal grazia indefinibile, che soffro nello starti vicino. Sii buona con
me, non ridere!...
Ella rideva infatti, ma d’un riso un po’ nervoso, e la sua bocca, i
suoi occhi, le sue mani, non erano più così tranquille.
— No, lásciami stare... — supplicò. — Lásciami, ti prego... mi fai
terribilmente male...
Nella penombra egli la vide impallidire; le nascose la faccia nel
grembo, e con le braccia le serrava le ginocchia.
Ella cercò di sollevargli la fronte, che bruciava, cercò di respingere
quella bocca molesta, ma non potendo vincere la sua forza, con súbita
ira gli cacciò le dita convulse fra i capelli.
Poi la lotta fu breve: perdutamente la fanciulla chiuse gli occhi e si
lasciò portare...
Ma vide un’altra camera, di notte, con le finestre aperte sopra un lago
bianco di luna, e le stelle vicine, infinite; un altr’uomo curvo su
lei, che la copriva di carezze e di baci. E si rivide in quel letto,
e rivisse lo spasimo di quell’ora dispersa, e le parve, un attimo,
ch’egli fosse tornato, ch’egli fosse lì, a ginocchi, e terribilmente
come allora la baciasse, e le sue mani corressero febbrili, ardenti,
per tutto il suo corpo irritato, e una bocca salisse, salisse fino alle
sue labbra, piena d’angoscia, di febbre, di voluttà e di spavento...
Di lì a poco, nella camera vicina faceva buio, e di stanza in stanza,
per la casa taciturna, subitamente s’intese il grido della sua perduta
verginità.