La tentazione lo vinse; poichè una fatalità voleva ch’egli soffrisse
tutto l’abominio del suo peccato.
Per dare un pretesto alla famiglia, Loretta simulò di star male,
d’essere accasciata da uno di que’ mali primaverili che vengono con la
prima calura. Il fratello propose allora di condurla seco a respirare
un po’ d’aria salubre, in qualche paese di collina o su le rive d’un
lago tranquillo; e benchè la insolita premura di Arrigo dovesse un poco
sorprenderli, tuttavia l’onesto padre finì con accondiscendere a quella
partenza.
L’albergo dove scesero aveva un grande giardino, che dondolava su
l’acqua azzurra le sue spalliere di selvatici rosai; un giardino
esuberante, che allora, sul finire del Maggio lacustre, aveva più
fiori che foglie, più ombre che sole. L’albergo era quasi pieno,
ma di que’ forestieri un po’ lugubri, che viaggiano tutta la vita,
chiusi ermeticamente in sè stessi, maltrattati ed insensibili come i
loro bauli. Mangiano, dormono, guardano il cielo, cercano di adunare
ne’ propri occhi la maggior confusione possibile di cose vedute: son
puntuali come l’orario, minuziosi come la carta topografica, pieni
di ricordi come un albo di cartoline illustrate; delle cose altrui si
curano poco, delle lor proprie, sembrerebbe, ancor meno.
E il lago faceva oscillare le sue calme onde luminose davanti alla
contemplazione de’ lor occhi senza colore; le montagne, fasciate di
vapori turchini, buie di foreste, bianche di ville, drizzavano contro
il cielo fiammeggiante i loro impetuosi vértici; la riva, coltivata a
vigne, dorata di frumenti, sciorinava la sua pigra fecondità sotto la
magnificenza del sole.
Eran dunque partiti, ma non senza contrasti, poichè la famiglia non
vedeva di buon grado quella inattesa partenza. Certo nessun dubbio
contaminava quelle anime semplici; ma, forse un presentimento oscuro,
un sospetto senza precisione, generato anche dalla lor titubanza,
persuadeva i genitori a non favorire questa soverchia familiarità del
fratello con la sorella minore.
Inoltre, da qualche tempo, Loretta era mutata in un modo singolare;
le si leggeva nell’espressione del volto un non so che d’ambiguo,
d’insolito; ed era mutata proprio da quando Arrigo aveva cominciato
a prendersi cura di lei. Ella, involontariamente, odiava questa sua
famiglia, dalle idee grette, severe, meschine, questa famiglia ch’era
il solo inciampo alla possibilità d’ogni suo desiderio, ed oscuramente
lasciava sentire quest’odio, lasciava comprendere ch’era solo felice
quando poteva uscirsene con Arrigo, evadere dalla prigionìa familiare,
allontanarsi dalle mediocri loro abitudini.
Ed il primogenito, che una volta bazzicava così di rado nella casa
paterna, or vi giungeva quasi ogni giorno, qualche volta stralunato,
qualche volta con l’attitudine e con il pretesto di colui che voglia
nasconder la ragion vera della sua visita. Non era stato mai tenero
d’affetti familiari, e queste sue più che fraterne attenzioni per
la sorella minore sembravano per lo meno singolari. Poi, quest’uomo
arrogante, che non aveva mai sofferto alcuna ingerenza ne’ fatti suoi,
or qualchevolta appariva titubante, quasi umile, e si studiava di dare
una ragione d’ogni suo passo; talvolta guardava il suo vecchio padre,
la sua vecchia madre, con uno sguardo paurosamente filiale, che i suoi
occhi non avevan mai saputo esprimere.
Paolo, il fratello minore, il giovine dal cranio rotondo, dagli occhi
un po’ intontiti, Paolo, che mostrava per la sorella un’antipatia
irriducibile, per il fratello un certo disprezzo, non lesinava le sue
ironie un po’ grossolane su que’ due che se la facevano da signori,
prendendo a prestito le penne del pavone. E poi c’era quel terribile
Riotti, che per nulla al mondo avrebbe rinunziato a soffiare quali
che malignità su quanto accadeva nella casa del vicino. Non che la
sua mente sobria potesse mai giungere a concepire manco per sogno la
possibilità d’un amore simile; ma egli vedeva la cosa sotto un altro
punto di vista, e cioè vedeva che la figlia ultima dell’occhialaio
stava per divenire in femmina ciò che il primogenito era stato in
maschio. E comprendeva benissimo, lui, che facessero buona lega
insieme, que’ due caporioni, e s’aiutassero del loro meglio a
scandalizzare la gente per bene.
Oh, lo aveva detto in casa del Ferrante! detto e ripetuto ben forte!
«Ma sì! era proprio ad un uomo di quel genere che dovevano confidare
la loro ragazza! e una ragazza — senza farle torto — che di serio
non aveva nemmeno un capello. Perchè non le insegnavan piuttosto a
diventare una buona madre di famiglia? Altro che vestitini e ciprie e
gingilli e teatri e villeggiature! Anche le villeggiature adesso! Ma
sicuro, alla fine di Maggio, quando ancora non fa gran caldo — anzi, la
sera si sta meglio con il soprabito che senza, ed è il momento migliore
per la città, — alla fine di Maggio si sente il bisogno d’andare a
prendere una boccata d’aria sui laghi. Figuriámoci!... un viaggetto per
i luoghi e per gli alberghi eleganti, a imparare altri capricci, come
se non ne avesse abbastanza! Ma, già, quando si è ricchi!... quando si
può!... Il signor Arrigo, lui, di soldi ne ha a palate! Spende, spande,
viaggia, tiene appartamento e cameriere. Poverino! E perchè allora
non invita suo padre, o meglio sua madre, a vedere un po’ di lago, che
sarebbe tanta salute per lei? Nossignore! Invita la sorella invece; e
perchè? Perchè ha le «toilettes» eleganti, perchè va in giro come una
farfalla, perchè è una civetta, la signorina, e questo a lui piace,
si sa, a lui!... a quello sciupone! a quel borioso! La finisse con gli
scandali, e pensasse una buona volta a riparare i suoi malanni! O non
cercasse almeno di corrompere anche la sorella, che, scherzi a parte,
ne sapeva già più di Bertoldo! E lui, il vecchio, debole anche in
questo, come in tutto, debole fino alla viltà! Del resto, facessero poi
loro, che lui, Riotti, com’era suo principio, negli affari altrui non
desiderava mettere il becco...»
Ma Loretta non aveva pazienza con i suoi di casa; quando appena la
contraddicevano, dava in ismanie, dichiarando che intendeva esser
libera e vivere a modo suo. Finissero di seccarla una buona volta
per i suoi vestiti troppo eleganti, per i suoi cappellini ed i suoi
mantelli, visto che una ragazza dell’età sua non poteva già convocare
il consiglio di famiglia prima di scegliersi una camicetta!... Quindi
le facessero il santo piacere di non volersi mischiare anche delle
sue «toilettes», dal momento che non potevan nemmeno rimproverarle di
spender troppo, e ciò in grazia del suo buon gusto, della sua grande
abilità nel fare le compere. Che se poi Arrigo di tempo in tempo le
faceva qualche regalo, nessuno in fin dei conti aveva il diritto di
trovarvi a ridire. E volevano saper la ragione per la quale andavano
così d’accordo lui e lei?... Ma era naturale! Avevano gli stessi gusti,
e dopo tutto eran fratello e sorella. Inutile! non cercassero di far
di lei una bottegaia, perchè un marito dei loro non lo avrebbe sposato
mai. La lasciassero in pace! la lasciassero in pace! Quanto a lei,
saprebbe trarsi d’impaccio da sola. E finalmente anzi aveva deciso:
voleva studiare e diventar cantante. Questo le avrebbe servito almeno
ad esser libera.
Cantante!?... Il fratello Paolo ne scoppiò a ridere, d’un riso cattivo,
insultante. Lo andò a raccontare al Riotti, il quale, appena la vide,
cominciò con chiamarla Adelina Patti. Fece anzi un lungo e dettagliato
racconto d’una serata in cui aveva inteso la celebre cantante;
criticò la scuola moderna, la dizione moderna, la musica barbara e le
grottesche teorie dei wagneriani; poi spiegò tutti gli inconvenienti
che può incontrare una donna sul teatro. Ma poi concluse che, alla fin
fine, se questa era proprio la immutabile sua vocazione, si mettesse
almeno a studiare seriamente, perchè sul teatro, come in tutte le
cose, si riesce o non si riesce, ma quando non si riesce, poichè il
denaro occorre lo stesso, le donne per lo più arrivano a fare un altro
mestiere... E la voce? Ma sapeva lei quanto ci vuole per giungere a
trovare l’intonazione giusta? E le movenze? i gesti? la padronanza
della scena? Aveva dunque un’idea approssimativa dell’assiduità che
occorre per imparare tutto questo? Anni ed anni di studio! Poi bisogna
esserci nati sul teatro, od entrarvi molto giovani...
Secondo lui per Anna Laura era già troppo tardi.
In merito a questa gita, Arrigo ebbe dal canto suo qualche noia con
Clara Michelis.
Un vago sospetto cominciava oscuramente ad agitarsi nel suo cuore
attento e geloso. Ella pure aveva notate alcune circostanze fuggevoli,
senza valore per sè stesse, che potevano parer accidentali, ma che,
legate insieme da quel sottile intuito che ha la donna quando ama e
quando si sente minacciata nel proprio amore, finivano con darle una
strana chiaroveggenza sul cuore di Arrigo.
Ella pure trovava incomprensibile questa subitanea cura che l’amante si
prendeva de’ suoi doveri fraterni, e trovava strano che una ragazza di
vent’anni ed un giovine come lui se ne partissero insieme, senz’altro
scopo nè altra meta che di veder la primavera fiorire su le rive d’un
lago tranquillo.
Inoltre ella sapeva leggere in lui con singolare penetrazione, e da
qualche tempo lo vedeva mutato, cupo, irascibile, come se un funesto
pensiero si agitasse dietro la sua fredda impassibilità. Questi due
fatti, il suo mutamento e le sue premure fraterne, eran nati insieme.
Le rare volte che aveva potuto indurlo a parlare di Anna Laura, gli
occhi dell’amante non avevan osato più guardarla in faccia, s’eran
fatti obliqui e fuggevoli, s’eran empiti insieme di sospetto e di
lampi. Nella casa dell’amante aveva scoperta qualche traccia d’un’altra
visitatrice; nel suo letto stesso aveva sentito che quest’uomo non era
più suo, non era più di nessuna, tranne che d’un suo terribile nascosto
amore.
Ma egli era un violento, ella una rassegnata. Non potè impedirgli di
partire, anzi nulla confessò a lui de’ suoi dubbi angosciosi, e rimase
ad aspettarne il ritorno con il perdono su le labbra, la morte nel
cuore.
Ella non si vedeva, non si sentiva più giovine; la vecchiezza vicina,
questo ch’è forse il più terribile supplizio, la più irrevocabile
condanna per l’amore, le faceva comprendere che ormai ella doveva
solamente rassegnarsi e perdonare e patire in silenzio, perchè lottare
nè ribellarsi non poteva più. Arrigo era stato l’ultimo episodio nella
sua storia, e le donne forse non ricordano che due uomini: l’ultimo ed
il primo.
Ora che il sospetto era nato in lei, non aveva più pace. Si sentiva
sfiorire, mentre la giovinezza di lui splendeva più rigogliosa.
Quest’uomo, che aveva prima lottato per averla, ella poi lo aveva
conteso, lo contendeva ad altre con ogni mezzo, per tenerlo presso
di sè. Da dominatrice era diventata la sua schiava; perchè non si
stancasse di lei gli aveva permesso tutti i capricci, secondato tutti
i vizi; per essere la sua amante, s’era alienate molte conoscenze,
s’era veduta male accolta in qualche sala della più severa società;
per passare qualche lunga notte, fino all’alba, con lui, per sedersi
su le sue ginocchia e baciarlo, nella propria casa, quand’egli veniva
a trovarla, non s’era quasi curata dei testimoni domestici nè della
bambina che intanto cresceva e vedeva; perch’egli fosse ricco, si era
fatta più povera; avrebbe reso povera anche la sua bambina, che pure
amava, avrebbe fatto per lui qualsiasi altro sacrifizio, pur di non
perderlo, pur di riavere qualche volta i suoi violenti baci.
Ed ora si contentava di poco; sapeva ch’egli era giovine, che aveva
bisogno di vivere, ch’era un ambizioso, un uomo in balìa d’una sorte
precaria, e gli perdonava molte cose, troppe cose. Lo aspettava qualche
volta per giorni interi senza vederlo, ed allora le sue notti erano
insonni, ma lottava con disperazione contro la voglia di piangere
per non sciuparsi la faccia. Egli la tradiva spesso; e pur avendone
la certezza ella non osava ribellarsi nè muovergli alcun rimprovero.
Sapeva che i suoi amori eran fuochi di paglia, galanterie cui si dava
talvolta per capriccio, talvolta per opportunità, e rassegnatamente
aspettava di vederne l’ultime faville, le ceneri.
Ormai si contentava di poco, di così poco! Ch’egli venisse a darle un
bacio, la sera, prima del pranzo, e qualche volta restasse a tavola con
lei, o venisse dopo il pranzo, prima d’andare a teatro, senza nemmeno
togliersi il soprabito, senza ch’ella potesse baciarlo con piena
libertà, per non sciupargli la cravatta bianca, per non spettinare
i suoi capelli così ben ondeggiati. Si contentava d’andare qualche
volta a casa sua, quand’era troppo gelosa, troppo triste o troppo
innamorata... Per lo più non lo trovava. Lo aspettava; metteva in
ordine, guardava tutte le sue cose; gli portava mazzi di fiori, glieli
disponeva nei vasi. Toglieva la polvere da’ suoi gingilli, riordinava
i suoi vestiti, i suoi libri; metteva l’ora del proprio orologio con
gli orologi di lui. Ella parlava con Filippo familiarmente; Filippo
era un amico per lei. Spesso gli dava un po’ di denaro o gli portava un
regalo, e intanto, fra un discorso e l’altro, cercava di far raccontare
al domestico tutto quanto sapeva su le abitudini del suo padrone.
Ma il domestico sapeva poco, poi era scaltro. Quand’ella non aveva più
nulla da fare, si metteva in una poltrona, al buio, ed aspettava. Era
paziente; si sentiva quasi felice.
I suoi giorni d’amore divenivano sempre più radi, e però le bastava di
sapere ch’egli veramente non ne amasse un’altra, che a lei rimanesse
anche solo per abitudine o per riconoscenza; le bastava che ogni tanto
egli le sorridesse, con quella sua bella bocca violenta sotto i baffi
sottili, e ogni tanto la prendesse in braccio, la cullasse, lui così
forte, lei così fina, e le dicesse ancora, per ingannarla forse, che
l’amava, che l’amava, con quella stessa voce che gli aveva udita nei
primi giorni, quando non era ancor sua. E le bastava che una volta
ogni tanto ella potesse coprirlo de’ suoi baci avidi e gelosi, de’
suoi baci in cui metteva tutta la disperazione del suo ultimo amore,
poich’ella era più malata che mai, più innamorata, più ardente che
mai. Certo v’era una grande tristezza in tutto questo, ma ella non se
ne lamentava; cercava di essere buona, umile, per soverchiarlo con la
propria dolcezza; e di quel poco era contenta, perch’ella amava sopra
tutto l’amore che aveva per lui.
Ma ora un terribile spavento s’era aperto nell’anima sua; le era parso
d’indovinare la cosa orribile, aveva indovinato, ne era ormai pressochè
certa. Non più il gioco lo distraeva da lei, non le amanti d’una notte,
non le cene, i teatri, gli amici, non la sua tenace ambizione, non la
sua violenta gioventù. Guardandolo talvolta, gli scopriva ora negli
occhi una fiamma non mai veduta prima, e standogli fra le braccia ella
sentiva l’inimicizia, l’avversione, che quest’uomo celava ora contro
di lei. Dunque s’era innamorato, dunque glielo avevano tolto; nel suo
cuore insensibile era nata una passione selvaggia... E per chi? per
chi?
Aveva passati giorni e giorni osservando, indagando nella sua vita
con quella pazienza femminile che noi non conosciamo; poi un barlume,
un dubbio era balenato nella sua mente, le si era infitto nel cuore,
seducendo lei stessa, mentre l’atterriva, con la sua potenza nefanda.
Ch’egli avesse amata un’altra donna, anche giovine, anche bellissima,
questo era forse nella sorte naturale delle cose; le pareva che in tal
caso avrebbe saputo comprenderlo, perdonargli e rassegnarsi anche a
questo nuovo dolore. Poich’ella stessa era desiderabile ancora e poteva
sperare di vincere con la pazienza, con l’amore suo più forte, con
l’indulgenza sua più grande, infine con uno qualsiasi tra que’ mezzi
femminili che valgono a ricuperare un possesso perduto.
Ma invece accadeva la cosa più imprevedibile, si elevava contro di lei
la più inattesa e formidabile nemica. Poich’egli non s’era innamorato
d’una donna che fosse bella o giovine soltanto, che potesse avere
una bocca più fresca della sua, una pelle più morbida, un corpo più
voluttuoso; non solo d’un’amante che fra le coltri lo sapesse meglio
accarezzare, che fra la gente potesse meglio lusingare la sua vanità;
non insomma d’una fra quelle tante che son tutte destinate a perire,
a passare, a conoscere anch’esse il tormento della fine... Ma invece
aveva scaldato in sè il più divorante fuoco, s’era lasciato invadere
da una rossa demenza, si dibatteva in una lotta feroce contro il
demone della sua stessa colpa, voleva cogliere il dolcissimo frutto
avvelenato, quello che torce, che perde, che fa impazzire, quello dopo
il quale tutti gli altri non hanno più sapore.
Egli non amava una donna soltanto; amava la sua sorella, una sorella di
vent’anni, ancora intatta, che forse, che certo amava lui; una sorella
che aveva in più di tutte l’altre il dono d’essere il peccato, il dono
di portare nel suo grembo il sacrilegio, ne’ suoi baci la dannazione, e
di chiamarsi «sorella», ossia di nascondere in questo nome trasparente
come la purità il significato più divino e più terribile che sia
nell’amore.
Forse i grandi peccati propagano intorno a sè una specie di atmosfera
malefica, di ambiguità quasi tangibile, per la quale inevitabilmente
giungono a farsi avvertire dalle vigilanze altrui. Il primo giorno
che questo dubbio era balenato nella sua mente, ella súbito l’aveva
respinto, se n’era sdegnata contro sè stessa, s’era trovata abominevole
per aver concepito un simile pensiero. Ebbe quasi paura che l’aver
pensata una tal cosa potesse rendere una tal cosa verisimile.
E si mise con affanno a cercare un’altra spiegazione, a scoprire
un’altra verità, meno orrida... meno affascinante! Se questo pensiero
assiduo le martellava nel capo, ella compiva uno sforzo quasi fisico
per allontanarlo da sè.
E però tornava, forse rievocato solo dalla paura che ne aveva; tornava,
perchè noi ci somministriamo senza volerlo, con una gioia crudele,
tutte le immaginazioni che ci dànno più tormento; perchè l’orrido ci
attrae, perchè il peccato, anche il peccato altrui, è la più grande
suggestione che possa corrompere lo spirito nostro. Tornava, perchè
pensando alla possibilità di questo amore, alle sue gioie più che
umane, ella sentiva nascere in sè le radici, fremere in sè i tormenti
di questo inconfessabile amore.
E siccome talvolta siamo i peggiori nemici di noi stessi, ella cominciò
a pensare quale sarebbe stata la sua tortura se questo dubbio avesse
presa la consistenza della verità. L’onda sensuale di quella colpa
ineffabile si frammise alla sua paura, alla sua gelosia, corse in
lei, facendole intendere l’ebbrezza che quei due potevano sentire se
veramente s’amavano. E mentre andava cercando le prove che questo amore
non fosse, in verità ella era tentata e soggiogata dalla voluttuosa
paura di scoprirne l’esistenza.
Con lei d’altronde Arrigo non era guardingo abbastanza, poichè non
credeva ch’ella potesse avere sospettato. A lui stesso, qualche
rarissima volta, piaceva parlarle della sorella, cosa che in addietro
non accadeva mai. Gliel’aveva descritta con frasi calde, ma vigilando
insieme le proprie parole, quasi temesse di potersi tradire. Le aveva
pure mostrato un ritratto di lei, un ritratto recente, fattole fare
in quei giorni. Poi, talvolta, son gli estranei, che con una frase
innocua ci rivelano una grande verità. Molti eran venuti, nel modo più
naturale, a parlarle di lui e di lei, narrandole particolari futili,
cose prive per sè stesse d’ogni colpevolezza.
Li avevano insieme veduti per istrada, nei teatri, alle corse, altrove;
li avevan anche ammirati, perchè sembravano volersi molto bene. C’era
chi gliel’aveva descritta: una bionda, ma d’un biondo color cenere, col
visino fresco, il profilo non del tutto puro e però graziosissimo, la
bocca sempre in sorriso, il corpo ammirevole.
Non gli somigliava affatto affatto; aveva l’aria un po’ di scapatella,
e così alcuni, da principio, avevano supposto che fosse una sua piccola
amante... Ecco, alle volte, com’è facile ingannarsi!...
. . . . . . .
— Inségnami a remare! — ella disse allegramente, nel pomeriggio di quel
primo giorno.
— Non ti pare che faccia un po’ caldo ancora? Sarebbe meglio attendere
più tardi.
— No, súbito, súbito!
E calzata di bianco, con una gonnella di tela bianca, che le scopriva
le caviglie, un cappellone di paglia piegato sul viso, ella scendeva
con ilarità per i viali del fragrante giardino, che aveva tanti profumi
e tanti colori quanti ne può adunare insieme una primavera italiana.
Ella si divertiva; tutto questo era nuovo per lei; non s’era forse
mai trovata in un albergo elegante, ben di rado aveva inteso parlare
i linguaggi stranieri, non s’era mai sentita così libera e così felice
come in quel giorno.
Aveva una bella camera, con un terrazzo verso il lago, e la camera
d’Arrigo era comunicante con la sua. Sul terrazzo, ricoperto da una
tenda a striscie bianche e turchine, le avevan messo una seggiola a
sdraio, di vimini, con molti cuscini. Appena giunta vi si era distesa,
un po’ stanca, e s’era messa a guardar intorno, a sognare.
Le si apriva dinanzi il lago immutabilmente azzurro, con le sue rive
dense di villaggi, sparse di campanili e di torri, il lago solcato in
ogni senso da uno sciame di barche, leggere come petali di fiori sopra
una fontana. Pareva le muovesse un dolcissimo vento, non la fatica
dei remi, e cullassero il sonno di gente oziosa. Udiva ogni tanto una
sonagliera di cavalli squillare, lontanando per il bianco scintillìo
delle strade maestre; vedeva le automobili passar veloci, fragorose,
lasciandosi dietro una gonfia nuvola di polverone, i battelli giungere
ad intervalli, carichi d’una folla gioconda, che facendo ressa per le
scale montatoie sbarcava sui pontili d’approdo.
E per lei tutto questo era nuovo, le raddoppiava nel cuore il senso
della giovinezza; voleva in un giorno solo tutto vedere, tutto godere.
S’era côlta nel giardino un bel mazzo di rose gialle, Arrigo ne aveva
tolte le spine, gliele aveva messe alla cintura. Andavan ora verso la
darsena per scender in una barca ed allontanarsi dalla riva.
Egli non era più così tetro come nei giorni passati; un senso di
beatitudine e di pace ritornava in lui; gli pareva quasi che quel cielo
così aperto fosse indulgente alla sua colpa, ed in verità un più sano
respiro dilatava il suo petto capace. Mentr’ella diveniva più fanciulla
e pareva scordarsi fra quella novità il suo torbido amore, egli si
compiaceva nel circondarla di tante piccole premure, come si fa per
un’amante.
La città era lontana, quasi dimenticata; nessuno li conosceva in quel
sereno golfo lacustre, in mezzo ai fiori esuberanti, con intorno la
catena quasi glauca delle montagne, tra l’odor vegetale dei prati
maggenghi, nell’aria limpida e sana. Egli non aveva più il terrore che
alcuno sorprendesse il suo segreto, e vicino a tutte le semplici cose
della terra gli pareva che nel suo sentimento fosse entrata una qualche
purità. Non voleva pensare più a nulla, ma solamente godere con pieno
abbandono quei giorni di oblìo.
In fondo comprendeva che la nostra coscienza è talvolta una semplice
paura dell’opinione altrui.
Scendevano verso la darsena per i viali del giardino traboccante,
mentre di poco il sole aveva sorpassata l’ora del meriggio e traeva
da tutte le cose un insostenibile fulgore. Con il suo vestitino di
tela bianca, la gonnella corta, un velo azzurro su le spalle, il gran
cappello di paglia a larghe tese, ella pareva più giovine di qualche
anno e la sua irrequietezza era veramente quella d’una bambina.
Si chinava tra i fiori, saltava le piccole siepi, gettava sassolini per
rompere lo specchio delle fontane, faceva una piccola corsa, tornava.
Era un po’ accaldata, gli occhi le brillavano, il suo petto si gonfiava
per respirare a lunghi sorsi quell’aria profumata, e parlava, parlava,
ed ogni piccola cosa la faceva scoppiare in una risata così limpida che
i taciturni forestieri si volgevano sorridendo a guardarla.
Egli non viveva di sè, ma di lei sola viveva, con un profondo tremore
d’anima e di amor carnale. Udendola ridere, una grande allegrezza
empiva il suo recesso cuore; s’ella correva per il giardino, avrebbe
voluto egli pure mettersi a correre come un fanciullo; se una cosa le
dava godimento, anch’egli ne traeva piacere, nè mai si ricordava per
l’innanzi d’aver concepito in un modo così elementare il senso della
felicità.
Ma v’era nel suo vigile spirito una parte che rimaneva incapace
d’allegrezza e dove il sole del bel pomeriggio non mandava nessuna
chiarità; una parte religiosa e recondita, che in lui pesava come su
la terra un feretro: quella dove il suo perduto cuore misurava con
spavento e con viltà il rimorso della colpa inesorabile.
Ma quando l’udiva parlare, la sua voce stessa gli prodigava gioia,
correva per entro le sue vene, scendeva in lui come una musica divenuta
piacere; quando la vedeva muoversi, ridere, vivere, splendere, gli
pareva che ogni movimento svestisse di quegli abiti leggeri la sua
perfetta nudità, e mille volte, in quell’ebbro giardino, tra i fiori
gonfi di pòlline, coricava la sua bianca gioventù nel meraviglioso
peccato...
— Remi bene tu? — ella domandò al fratello, saltando nella barca ed
aggrappandosi a lui per non perdere l’equilibrio.
— Una volta, sì, remavo bene; ma ora forse ne avrò perduta l’abitudine.
Tuttavia non vollero barcaiolo; andaron soli, perchè nessuna vigilanza
importuna turbasse il loro intimo godimento. Egli remò con lentezza
finchè furono discosti dalla riva, ed ella, cantando, reggeva il
timone. Il lago era fermo, senza un’onda nè una scìa. Nella sua
limpidità, le alte montagne propagavano una immobile ombra, che pareva
subacquea. Le ville, i golfi, le rive, l’aria, l’acqua, la montagna,
tutto nello spazio brillava d’un glorioso trémito.
Arrigo la guardava: ell’aveva posato i piedi su lo stesso appoggiatoio
contro il quale premeva egli stesso nell’inarcarsi per remare; la
gonna corta erale un poco scivolata in su, ed egli vedeva le sue
fine caviglie uscire dalle scarpette scollate, poi salire con ugual
simmetrìa, come fusi perfetti, e sparire tra i pizzi della gonnella
in un principio d’oscurità. Portava le calze di seta, color cenere,
traforate, luccicanti. Con la punta dei piedini irrequieti, ogni tanto
per ischerzo, ella toccava i suoi. E ridevano, ridevano entrambi, senza
parlarsi.
In quella pace, nella lentezza della remata, nel dondolìo della barca
navigante, comprendevano come la più dolce cosa fosse guardarsi e
tacere.
Egli l’osservava. Nel sole, nella grande vampa, la sua carne
s’impregnava d’una trasparenza bionda, come i cálici delle rose tee; la
vellutatura della sua pelle brillava minutamente, l’ombre ne parevano
più scure. L’esaminò, e si avvide, forse per la prima volta, ch’ella
non aveva la bocca pura, non la bocca dei suoi vent’anni, limpida e
quasi leggera come lei, ma una bocca sensuale, calda, troppo rossa,
troppo viva, una bocca di donna già molto baciata, già esperta di tutte
le lussurie che insegna l’amore. E allentandosi nel colpo della remata,
con il corpo all’indietro e gli occhi semichiusi, egli si stendeva con
un lungo brivido sensuale sotto il bacio di quella bocca impura.
Nel calor del giorno, tra il riverbero del sole sfavillante, lasciava
ella pure che le palpebre le scendessero a metà su gli occhi un po’
ebbri di luce; un senso di stanchezza beata le si diffondeva per il
viso, per tutto il corpo, inondandola di riposo come dopo una fatica.
Ed egli più non rivide in lei quella che nel giardino saltellava tra
i fiori buttando ciottoli nelle fontane, ma un’altra, che aveva su la
bocca il riso della donna perduta, e pareva quasi addormentarsi dopo
aver patito un violento piacere, un’altra, ch’egli si raffigurava
distesa in un letto d’amore, nuda, con le braccia lente lungo i
fianchi, abbandonata nel soave riposo del piacere sofferto, nuda e
stanca in un letto d’amore, con il capo vôlto da un lato fra i capelli
semisciolti, la bocca umida, gli occhi appassiti, scuri come le
violette...
Egli remava lento, lento, nella infinita luce. Una riva s’allontanava,
l’altra era pur lontana, tutto pareva cedere al sonno, sentirsi
opprimere dallo splendore, in quel pomeriggio di sole. Passaron presso
un pescatore, che aveva la sua barca ferma e la lenza nell’acqua. Piano
piano, senza far romore, scivolaron oltre.
Egli l’osservava: teneva in una mano e nell’altra le due funicelle
del timone; ma le due mani le riposavan nel grembo, semiaperte, quasi
addormentate, sicchè al più leggero strappo del timone avrebber forse
lasciati sfuggire i due cánapi. Quelle mani, il sole le dorava; parevan
un po’ scure su la bianchezza della gonna. Anch’esse, come la bocca,
non rivelavano alcuna purità. Eran fatte per tutti i peccati, erano
destinate ad infliggere carezze tormentose, avevan nella lor forma
innocente qualche segno che ne tradiva l’attitudine al vizio. E sul
viso caldo, su la bocca un po’ arsa, per tutto il corpo affaticato dal
lungo desiderio, egli sentì passare la carezza di quelle mani lascive,
una carezza che lo snervava e lo torceva, prodigandogli una voluttà
piena di morte, dalle radici dei capelli fino all’ultime sue vene.
Allora lasciò i remi, si curvò innanzi e la baciò.
— Che fai?... — diss’ella come destandosi, maravigliata.
— Ti amo, — egli rispose, circondandola con le braccia, e guardandola
negli occhi pieni di sole, tutto proteso e curvo su di lei, con la
bocca immersa nel suo vivo respiro. Per scuotersi da quel torpore,
ella si stirò con indolenza sotto di lui che le pesava un poco adosso,
e levate le braccia, con un movimento pieno d’amore gliele strinse al
collo, rovesciando il capo all’indietro, chiudendo gli occhi, beata.
Su l’acqua, su tutta l’acqua, parve correre in un tremor di luce il
palpito delle loro anime innamorate.
— Báciami... — ella profferì, quasi volesse tradurgli con parole quella
pienezza di gioia che le inebbriava i sensi. — Báciami ancora una
volta, come hai fatto prima... così... così...
Egli la baciò di nuovo su la bocca umida, golosamente, come si sugge
un favo di miele. Ed ella passava le dita nella sua capigliatura, gli
scopriva le tempie, la fronte, pettinando piano piano i suoi capelli
con una prolungata carezza.
— Mi sento felice... — ripeteva, gonfiando nel respiro la sua gola
giovine. — Vorrei dire tante cose inesprimibili... vorrei quasi
cantare, sì, cantare di gioia!...
E volse gli occhi tutt’intorno, per quella vampa infinita, e le parve
di abbracciare in sè stessa tutto lo splendore che vedeva.
Egli la fissò profondamente, con una ferma potenza negli occhi:
— Sei mia, o cosa pensi? — domandò con affanno, quasi con ira. E così
forte la strinse nelle sue ruvide braccia, ch’ella parve sentirne
dolore.
— Perchè mi domandi questo? perchè fai così?... — disse, con un’ombra
di paura.
— Nulla, è nulla... non badare a quel che dico. Ridi, Loretta, ridi
ancora!
E si levò, si rimise a remare. Su la sua faccia era nuovamente
scesa quell’espressione di violenza e di tormento che spesso lo
contraffaceva; tutto il suo corpo straordinariamente agile si piegava,
si distendeva, con impeto nello sforzo di arrancar sui remi; lo snello
battelletto correva; l’acqua sferzata saltava con rapidi arcobaleni.
— Che hai? Perchè ti stanchi così?
Egli non rispose, anzi remò più forte.
— Lascia provare a me, — diss’ella; — voglio remare anch’io.
E fece atto di levarsi.
— Non ti muovere, non ti muovere, se no cadrai.
— Voglio remare anch’io; lascia che provi.
— Sì, aspetta. — E ansante abbandonò i remi.
— Come sei forte! Ora si correva!
Egli le sorrise nel tergersi il sudore che gli colava dalla fronte.
— Allora vuoi remare?
— Sì.
— Bene, proviamo: io mi siedo su l’altro banco e tu verrai qui.
Cambiò posto, mise in acqua un altro paio di remi e le tese una mano
per sorreggerla mentre passava. Quando fu seduta, la baciò ancora su
la nuca e su la tempia, la cinse, la tenne imprigionata. Ridendo, ella
premeva la guancia contro il suo collo nudo; poi disse:
— Perchè mi hai fatta quella domanda, Rigo?
— Volevo sapere se mi ami, se mi ami davvero... — egli rispose con una
timidezza d’amante.
— E non lo sai dunque?
L’altro non rispose; le insegnò a tenere i remi, le accompagnò il
braccio nella remata.
— È facile! — rispondeva la fanciulla. — Vedi che so remare anch’io?
— Piano, fa piano, senza stancarti... Non affondare troppo il remo
nell’acqua; così, guarda. Snoda il polso quando ti pieghi avanti,
fletti la mano in basso quando dái la remata... Così, va bene.
Ella si divertiva; guardava un remo, poi l’altro, che non andavano
insieme.
— Perchè non si cammina? — fece, indispettita.
— Si cammina adagio adagio.
— Voglio fare come fai tu.
— Abbi pazienza, ora t’aiuto.
Si mise anch’egli ai remi e navigaron fino a sera; fin quando su le due
rive, sparse d’indaco e d’oro biondo, cominciarono a suonar da lungi le
campane di tutte le chiese.