XI

Aver fatto un grande cammino traverso la vita, essersi cacciato

innanzi, palmo a palmo, per conseguire una vittoria lontana, aver

studiati gli uomini, essere sceso a patti con loro, averne adulati

alcuni, dominati altri, essersi fatto servire dai più; aver costrutto

l’edificio della propria vita con una pazienza ed una volontà

instancabili, essere passato in mezzo alle tentazioni con una

magnifica spavalderia, aver condotto il proprio cuore per mano come

un fanciullo ubbidiente, essere stato il servo astuto ed ingegnoso

della propria ambizione, sacrificandole tutto quanto poteva insorgere

nei duri istinti, nelle intime ribellioni della sua focosa gioventù;

aver sorseggiata con delizia la coppa dei primi trionfi e mietuta con

ilarità una larga messe, già preparandosi le corone di pámpini della

imminente vendemmia; e tutto questo per trovarsi un giorno il cammino

precluso da un ostacolo impreveduto, per sentirsi vittima e prigioniero

di un agguato invisibile, tutto questo per finir con distruggere lunghi

anni di fatica in un attimo solo... era cosa ben triste per colui

che, su la propria strada, non aveva incontrato ancora nè un ostacolo

insormontabile nè l’angoscia di una vera perplessità.

Egli era uscito da una bottega, ed aveva incominciato a salire,

pazientemente, con le sue forze sole. Si sentiva chiamato, da

un’ambizione oscura ma imperiosa, a vivere tra quelli che vantavano

il primato gentilizio, cui la ricchezza ed il lusso erano retaggio

inalienabile. Per giungere sino a loro, qualsiasi frode gli era parsa

lecita, e s’era mondata la carne plebea in un bagno di signorilità.

S’era cacciato per strade oblique; nell’ombra s’era fatto il cammino.

Aveva scelto con un singolare intuito quelli o quelle che lo potessero

condur oltre; s’era piegato, s’era fatto agile, scaltro, violento,

audace qualche volta, qualche volta umile.

Di alcova in alcova, di sala in sala, valendosi della sua maschia

bellezza contro il debole cuor femminile, rimanendo inaccessibile

ad ogni altra passione, chiuso nella sua funesta volontà, camminava

guardingo, in attesa dell’ultimo assalto, pronto a carpire la più bella

sua preda con l’audacia definitiva.

Quand’ecco, a quel punto del cammino, un amore insolito, spaventoso,

lo fermava; un amore nefando e impossibile, che trovava una specie

di oscuro divieto nella sua medesima volontà. E, cosa più terribile

ancora, colei ch’egli amava, amava lui pure, gli veniva incontro a

braccia aperte, piena d’incoscienza e di fremiti, offrendogli un sorso

di veleno con il sorriso più innocente.

Era la sua sorella di carne e di sangue, aveva nel nascere lacerata la

stessa ferita, macchiata la stessa coltre; aveva saziata alla stessa

poppa la prima fame lamentosa.

Eppure egli non sentiva queste cose; queste cose erano solamente nel

suo pensiero.

Qual altra salvezza poteva esservi per lui, fuorchè il fuggire?

Egli pensò di fuggire; fece i bauli, s’apparecchiò. Ma nell’ora della

partenza, l’immagine di colei che amava gli si mise davanti alla porta

e così forte l’avvinse nel piacere delle sue braccia colpevoli, che da

lei non seppe disciogliersi, ed il terrore della rinunzia lo assalì.

— Badi, signore, lei perde il treno, — disse il domestico, entrato

nella camera per prendere il suo bagaglio.

— Sì, va bene, — rispose Arrigo. — Lasciami stare.

— Ma guardi l’ora... Lei perde il treno.

— Non importa; lasciami stare.

Il domestico, senza nulla comprendere, ubbidì. Arrigo s’era sprofondato

in una poltrona, e vi stava, piegato su sè stesso, con una specie di

sinistra immobilità. Come un cane alla catena, avrebbe voluto assalire,

mordere. Si vedeva, lontano da lei, in un’altra città, in un albergo,

fra la gente, solo. S’immaginava il domani, il risveglio del domani,

se pure avesse trovata qualche ora di sonno. Ecco: non avere più lei

vicina, rinunziare alla funesta inebbriante gioia di rivederla, di

respirare l’alito della sua bocca, di toccarla, di camminarle presso, e

curvarsi, pur disperatamente, su la vertigine di quel peccato. Andare

via così, di nascosto, senza darle un bacio, senza dirle nemmeno

addio...

Ella verrebbe a cercarlo, forse quella sera stessa, prima del pranzo,

come soleva; e non lo troverebbe più. Sarebbe rimasta su la soglia,

perplessa, un poco pallida; poi se ne sarebbe tornata via, tacendo, a

fronte china, con qualche lacrima negli occhi. Tutta la notte avrebbe

forse pianto, senza potergli scrivere una parola, senza poter conoscere

in alcun modo il suo distante rifugio. Chissà, forse avrebbe anche

pensato ch’egli non l’amasse più.

Era una fanciulla nel primo fiore, con l’anima irrequieta e gaudiosa,

con un cuore lieve; la lontananza l’avrebbe insensibilmente guarita: e

questo egli non voleva.

Ma invece, per guarire lui, nè il tempo nè lo spazio non sarebbero

mai bastati; quel fantasma l’avrebbe inseguito come una presenza

dappertutto visibile, per ogni strada ove andasse in cerca di riposo e

di oblìo. Mesi ed anni non sarebbero bastati a guarirlo di quel male,

tanto le sue carni soffrivano di lei, tanto ella si era già mesciuta,

commista, nelle sue profonde vene.

Nè i mesi nè gli anni per guarire lui, e non la lontananza e non gli

svaghi e non più alcuna fra le cose che un tempo erangli piaciute. Ora

si mutava; un uomo dissimile da quello ch’era stato veniva con questo

male ad abitare in lui. Cercava sè stesso e si ricordava di sè come

d’uno straniero.

— Signore... — disse timidamente il domestico, avanzando ancora il capo

dietro l’uscio.

— Che vuoi?

— Parte forse ad un’altr’ora?

— No, non parto! non parto più! — egli rispose impetuosamente. — Apri

quei bauli.

— Riaprire i bauli? — fece il domestico, pieno di maraviglia, senza

osare alcuna domanda. — Va bene.

Ed entrò nella camera per mettersi all’opera.

— Ossia, lascia stare, — disse Arrigo. — Partirò forse domani.

— Come vuole, — rispose il domestico, guardandolo con una curiosità

rispettosa. — Qui ci sono le chiavi.

E le depose sopra un tavolino.

— Che ora è, Filippo?

— Sono le cinque meno un quarto.

— Allora vattene pure; non ho più bisogno di nulla per oggi.

— E non si cambia il signore?

— No, questa sera non mi cambio.

— Sta forse male il signore?

— Sto benissimo; va pure.

— Allora a rivederla, signor Arrigo.

— A rivederci.

Stava per uscire, quando il campanello squillò. Arrigo d’un balzo fu

ritto.

— Chi è? Va a vedere chi è — disse febbrilmente.

Avanzò dietro l’uscio per ascoltare. La intese nell’anticamera,

riconobbe il fruscìo della sua gonna, l’udì parlare, intese che diceva:

— Parte? Voleva partire? Ma, come mai?

Quasi di corsa ella entrò nella camera, vide i bauli chiusi, vide

la sua faccia sconvolta e si fermò attonita. Per le cortine calate

filtrava un giorno vaporoso; la strada mandava rumore, i veicoli

stridevano; dai quadri, dagli specchi, da ogni cosa lucida saettava un

polveroso riverbero.

— Parti? — ella domandò, senza osare avvicinarsi.

Il fratello non rispose.

— Parti?

— Forse.

— Come forse? Hai già i bauli pronti. E non mi dicevi nulla?

— Perchè dirtelo? — egli rispose con asprezza. — Parto domani: ecco.

La ragazza divenne assai pallida, lo guardò nel viso, e tacque.

— Anzi dovevo partir oggi, ma ho perduto il treno.

L’ombrellino che portava le sfuggì di mano, ed ella non si chinò a

raccoglierlo. Fece due passi per andargli vicino, ma si fermò.

— Allora...

— Nulla, nulla! Parto domani, è deciso. Domani parto.

— E dove andrai? — gli domandò la fanciulla dopo una lunga pausa, con

la voce che le tremava.

Quel suo pallore, quel suo tremore gli producevano al cuore la

sensazione d’una carezza. Egli fece con la mano un gesto vago:

— Non so, non importa... molto lontano. Per respirare!

— Ah...

Egli si compresse con le due mani il petto e ripetè:

— Per respirare!

Capricciosa com’era, bambina com’era, ella s’andò a sedere sopra

una poltrona e ruppe in lacrime. Egli si mise a camminare senza

guardarla; ma quando le passava presso aveva ogni volta la tentazione

di afferrarla tra le braccia. Ella era poggiata contro la spalliera,

il viso raccolto nel braccio, a metà seduta sul fianco, a metà

inginocchiata. Le usciva di sotto la gonna la balza d’una sottanella

greggia con i pizzi bianchi; ad ogni suo singhiozzo gonna e gonnella

facevan romore. Una mano le cadeva lungo il fianco, stringendo un

fazzolettino intriso di lagrime.

La guardava e soffriva. Era una cosa sua, nella sua casa, nella sua

camera, vicino al suo letto; avrebbe potuto chinarsi e baciarla,

dirle una parola d’amore, fra i baci, e farla sorridere di nuovo.

Era così facile far sorridere quella sua bocca rossa! Avrebbe anche

potuto svestirla, prenderla in braccio come una bambola viva, odorosa,

disciogliere i suoi capelli, assaporare la sua bocca, coprirle di

carezze la gola, il seno, le spalle, stringerla fino al dolore nelle

sue braccia forti, sciuparla con la sua passione, saziarsi di lei...

Tante cose avrebbe potuto, e non osava. Nessuno era fra loro, e pur non

osava. Quale forza oscura impediva il suo terribile amore? Quali abissi

erano in lui, che si colmavano di spavento?

E quasi gli piaceva di vederla soffrire. Nulla disse, non le diede

neppure una carezza, e tuttavia si sentiva felice ch’ella fosse lì,

felice di non essere partito, di non aver rinunziato ancora, per

sempre, a quel tormento ineffabile.

Camminò per la camera toccando vari oggetti ch’erano sui tavolini.

Prese le chiavi lasciate dal domestico, se le mise in tasca, e

suonarono. Andò verso la finestra semiaperta, si lasciò investire,

avvolgere, dalle tende che un soffio di vento gonfiava come pigre vele;

passò vicino ad un vaso dov’erano alcune rose ancor fragranti, che

cadevano, raccolse un pugno di petali, e tenendoli nel palmo vi tuffò

la bocca, vi morse.

Dalla strada veniva sempre quel rumore di veicoli e di gente, or forte,

or lieve, quel rumore incessante, confuso, discorde, che sale dalla

vita di tutti, mentre, dietro i muri e nel silenzio, per le case degli

uomini, passa talvolta la tragedia senza mandare un grido.

Un lume d’oro si diffondeva nella camera col cader del giorno; una

lama di sole, entrando per la tenda gonfia, colpiva uno specchio su la

parete opposta rompendolo nei colori del prisma.

Ella si levò; aveva gli occhi rossi, i capelli in disordine, un

singhiozzo fermo a sommo del petto, nel gonfiore della gola. S’avvicinò

a lui, esitante, lo prese per un braccio:

— Davvero te ne vai?

Egli chiuse gli occhi per non guardarla.

— Sì, Loretta, vado via...

— Perchè?

— Lo sai perchè.

Ella si torse, con un movimento femineo, come per fargli sentire su

tutto il corpo la carezza della sua persona; gli venne contro, gli

nascose la faccia ancor umida contro la spalla, e disse piano, ma con

un singolare brivido:

— Portami via con te.

Egli ebbe un sussulto.

— Con me?...

La visione gli balenava in tutto l’essere, radiosa.

— Sì, con te! dove tu vuoi... con te.

Le sue braccia gli si annodavan intorno al collo, formando una fragile,

fortissima catena. E così vicini, così avvinti, guardarono per un

momento la felicità che passava nel loro impossibile sogno.

Andare via, fuggire, perdersi, vivere tra gente straniera, che

ignorasse il loro peccato; contaminarsi della colpa irredimibile,

scendere nel divino perdimento, con la sola paura che fosse necessaria

per goderne ancor più... Ed ella, che ignorava il peccato, tremò, come

se ne fosse già tutta coverta.

Ma egli ancora si vinse, ancora si sciolse da lei.

— No, lásciami, lásciami! Tutto questo è un tormento che uccide!

Gli errava per la faccia livida una buia disperazione, le sue mani

brancolavano sul tremore di lei. Era venuta ella stessa in tanta

esasperazione che ormai non poteva essergli vicina senza che una specie

di svenimento le scendesse per tutte le vene, soave come una morte che

disánimi a poco a poco, senza far male. Talvolta un dolore acutissimo

le batteva nel grembo, la torceva come una mano crudele.

— Anch’io non posso più... — balbettò. — Quando mi tocchi, quando mi

guardi, mi sento così male, così male...

Egli ripetè sordamente:

— Lásciami.

— La notte non dormo, — ella disse; — la mattina non riesco a levarmi

dal letto. È come se mi avessero battuta. Mi ammalerò. Tutto questo,

perchè ti voglio bene. Di giorno, qualche volta, bisogna che mi butti

sopra una poltrona e stia lì ferma, come se fossi morta. Allora mi

sembra che tu venga, e mi baci, mi baci... Fa tanto male... Se tu

sapessi come fa male!

Egli rise d’un riso rauco, affannoso; ella ricominciò:

— Anche tu sei cambiato; diventi pallido, qualche volta mi fai paura.

Gli strinse ancor più le braccia al collo, e qualche lacrima tremò

nella sua voce.

— No, non andartene, — disse. — Oppure, se parti, conducimi via con te.

Egli scosse il capo con violenza, come per ribellarsi alla tentazione

che lo assaliva.

— Pórtami via! Saremo felici qualche giorno insieme...

Ne’ suoi occhi di fanciulla perduta brillava lo splendore della sua

calda anima, il dolore della gioia non goduta.

— Hai paura forse? hai paura?... — ella domandava.

— Ho paura di me.

— Non dirmi di no... È la prima volta che ti chiedo qualcosa. Vuoi che

ne divenga malata? Io ti starò vicina coma fossi una piccola cosa tua;

non ti accorgerai di me. Qualche giorno soltanto... non dire di no!

Farai di me quello che vorrai, anche nulla se vorrai. Sarà un secreto

nostro, nessuno mai lo saprà. Pensa, Rigo, qualche giorno per noi due

soli...

Lo tentava con tutta la sua grazia, con tutte le insidie della sua

femminilità, con il calore che usciva da lei come il profumo da un

cálice, lo tentava con le sue braccia avvinghianti, con la sua voce

torbida.

— Pórtami via con te... non ho paura, io, dell’amore...

Moriva il sole nello specchio; negli occhi loro passava il miracolo di

una lontana felicità.

Colei che non si deve amare: romanzo · 第 24 / 37 题