IX

Qualche giorno dopo era la Domenica del Gran Premio. Un ippodromo

sfavillante attendeva la maggior prova dell’anno. Il prato, invaso da

una moltitudine tumultuosa come un mare, spariva sotto l’ondeggiare

degli ombrellini aperti e dei cappelli chiari, che luccicavan nella

vampa del sole. Lungo gli steccati s’eran disposte in triplice fila

le vetture stracariche di gente, che, ritta sui sedili, trepidava e si

agitava nell’attesa della prova solenne. Sotto le tettoie vampanti gli

scommettitori urlavano le quote, cinti a tracolla d’una borsa gonfia

di denaro, e dall’alto scanno dominavano la folla come forsennati

arringatori.

Dall’altro lato della pista le tribune parevano immensi alveari umani,

gremite le scalinate, gli spalti, i terrazzi; maraviglia di colori tra

il verdeggiare degli alberi, sotto il limpidissimo cielo.

Tutta la città era uscita dalle sue mura per invadere l’ippodromo:

gente latina, memore de’ suoi circhi romani, applauditrice d’aurighi,

amatrice di competizioni, partigiana d’un colore. Dalla tribuna

reale assisteva un Principe con la sua corte; intorno a lui, dame

e gentiluomini occupavano le gradinate. Tra le rose rampicanti, che

assalivano le ringhiere e i terrazzi delle tribune, pendevan grappoli

di belle donne, uscite in abito primaverile con la primavera nel

viso; nascosti gioielli che raramente la città operosa può raccogliere

insieme.

Abbasso era un correre, un ondeggiare, uno scambiarsi frettoloso

di saluti e di pronostici. Gentiluomini gravi, con l’abito grigio a

lunghe falde, il cappello a tuba, il canocchiale a tracolla, radunati

in crocchio a discutere animatamente; bellimbusti e Mammagnúccoli,

veri signori della pista, che affettavano volentieri, secondo la moda

inglese, di giungere a quel solenne convegno in abito da mattina;

giovani patrizi, attillati, composti come ad un ricevimento, al séguito

d’una o di più nobildonne, dispensando sorrisi, avanzando i loro

pronostici raccogliticci, offrendo di giocare in società; giovinottini

di primo pelo, incerti ancora se scegliere a modello della propria

vita Lord Brummel o don Giovanni Tenorio, che andavano in giro a

saettar d’occhiate irresistibili tutte le belle ragazze, con la tessera

di soci bene in mostra all’occhiello, un binoccolo enorme, e certe

pose ancor dubbie fra il «dandy» e l’allenatore; vecchi scapoli, dai

calzoni a quadrettini bianchi e neri, le marsine fuor di moda, la

tuba d’altri tempi, che trascinavan dietro qualche sottana il passo un

po’ spinitico, parlando dei Grandi Premi di tanti anni fa, quando non

c’erano ancora l’automobili disadorne, ma si contavano a decine i tiri

a quattro, i tiri a sei...

Giuocatori accaniti che odiano la folla, vorrebbero l’ippodromo

tramutato in una bisca, vanno, vengono, si consultano, contano

denaro, si bisticcian coi pubblici scommettitori o cavano l’oroscopo

della corsa dopo averne escogitate tutte le possibilità. Proprietari

di scuderia che si dànno un gran da fare; poi si lascian carpire

qualche misteriosa informazione da qualche bella signora, passeggiano

con l’allenatore parlando inglese, un inglese molto stretto, e

irreprensibilmente vestiti vanno prima della corsa a carezzare il muso

del proprio cavallo e rivederne l’imboccatura. Fantini amenissimi nella

loro piccolezza, nutriti di carni sanguigne, arsi dal wisky, cinti già

dei loro colori, con un soprabito cortissimo color nocciuola, simili

un poco ai pagliacci dei circhi equestri, quando, già infarinati e

dipinti, s’infilano la giubba e màsticano un mozzicone di sigaro, fra

un numero e l’altro dello spettacolo in cui dovranno far ridere.

Ufficiali di cavalleria che sperano in questa come in ogni altra

occasione per innamorare una ragazza ricca o debellare una bellezza

restìa; negozianti arricchiti, venuti con lucidi equipaggi,

studiosi d’accedere per mezzo di lente insidie ai chiusi olimpi

mondani; cortigiane un po’ sciupate dalla notte di vigilia del Gran

Premio, notte in genere assai clamorosa ed irrigata di Sciampagna;

cortigianelle di minor conto, vestite dalle sarte dei quarti piani, che

han rinfrescato alla meglio un cappellone da sera, si son comprate un

ombrellino nuovo, e molestan d’importune familiarità chi non vorrebbe

affatto ricordarsi d’averle per caso conosciute una sera. Cortigiane

libere, venute sole, con una certa spigliatezza di «sportswoman», in

abito di taglio inglese, armate di binoccolo, con il programma ed una

matita nella mano inguantata. Allegre, ciarliere, adorne di ricchi

gioielli che portano con semplicità, noncuranti di sciuparsi l’abito,

passano e ripassano come palafrenieri tra i cavalli sellati, giocano

pacchi di biglietti, commentano le partenze, salgono in piedi su le

seggiole per seguire la corsa, riconoscono i cavalli a tutte le curve,

sanno gli ordini di scuderia, vedono chi trattiene e chi taglia la

strada, bestemmiano qualchevolta agli arrivi, e traversano i crocchi di

signore con una certa millanteria, contente d’avere in comune con esse

la medesima sarta e le stesse avventure d’amore.

Fra tutta questa gente, quelle povere bestie che ne fanno le spese: i

cavalli da corsa, malcontentissimi d’essere puri sangue, cioè d’aver

perduto a poco a poco, in una lenta evoluzione, tutto quello che li

faceva somigliare ad equini, per chiudere in una pelle succinta la lor

sottile carcassa di spartiventi e mettersi a galoppare come dannati

sotto la frusta e lo sprone, portando su la groppa, rannicchiata, una

piccola scimmia curva e leggera.

Per lo sterrato ch’era intorno alle tribune Loretta passeggiava

insieme col fratello, divertendosi d’ogni piccola cosa, domandandogli

un’infinità di spiegazioni. Arrigo le aveva scelto un abito ch’era un

piccolo capolavoro di grazia e di rarità, d’un colore quasi biondo,

quel colore che ha talvolta nel bicchiere il vin del Reno sotto la luce

d’un paralume rosso, e che pure han talvolta certe rose, nell’aprirsi,

fra il giallo della rosa tea e l’incarnato della rosa di Francia; un

colore che somigliava a lei, poich’era voluttuoso, morbido e leggero.

Portava un gran cappello di paglia, fiorito, leggiadrissimo, con

l’ala da un lato curva su l’orecchio e sul viso, dall’altro ripiegata

spavaldamente alla carabiniera; portava un ombrellino alto di manico,

intonato con il colore dell’abito. Da quella seta e tra quei fiori

la sua personcina un po’ frivola, piena di irrequietezze, bella di

naturali armonie, traspariva come una statuetta ben modellata, che

fosse appena ravvolta in una carta velina. Camminava di qua, di là

curiosamente; tutto la interessava, ogni cosa le piaceva.

Ella era nata per essere tra quei lussi, per divertirsi di quegli

svaghi, per vedersi dagli occhi altrui desiderata con una certa

insolenza. La bottega paterna era già così lontana da lei e dalla sua

immaginazione, che le pareva di non esserne mai stata prigioniera. Per

un istinto femineo, svegliatissimo in lei, aveva osservate le donne

eleganti nei loro abiti e nei loro atteggiamenti, sicchè le riusciva

molto facile imitarle; non le invidiava già più; sapeva di possedere

nella sua giovinezza, nella sua freschezza, un valore inestimabile.

Portava un ciuffo di riccioli rimessi, dietro, su la nuca; e ciò le

stava bene; aveva raccolto il biondo peso de’ suoi capelli sul lato

che rimaneva scoperto per la rovesciatura dell’ala, e così parevano più

voluminosi ancora.

Vicino a lei Arrigo si sentiva triste; una tristezza profonda, quasi

un male, assaliva il suo cuore colpevole; poichè la sua bellezza

insidiosamente lo pungeva, come una rosa dallo stelo irto di spine.

Lo pungeva con la sua voce troppo chiara, che talvolta si velava di

suoni torbidi nel parlare a lui, con lo sguardo lieve de’ suoi occhi

ridenti, che avevan di continuo sotto le ciglia un fuoco nascosto; con

la forma del suo corpo femminile, ch’era troppo agile, troppo arcato,

troppo desideroso d’offrirsi al piacere degli uomini.

Gli pareva che tutti indovinassero la sua sofferenza inconfessabile,

vedessero in lui palesemente la colpa mostruosa, e dietro le sue

spalle ne parlassero, piano, ma continuamente. Una specie di oscura

gelosia cominciava a nascergli nel cuore, nei sensi torbidi, e guardava

talvolta gli ammiratori della sorella con una irritazione d’amante

sospettoso.

Avrebbe voluto condurla via, per sè solo, in una casa nascosta, in una

terra lontana, e là, forse, osare... osare quel grande inconsumabile

peccato.

— Dimmi, Arrigo: dove partono i cavalli?

— Non vedi? Partono laggiù.

Erano su la tribuna, ritti, vicini, fra la gente che assiepava. Egli

additò verso il fondo della dirittura i nastri abbassati, là dove il

giudice di partenza ordinava i competitori.

— Come si chiama il nostro cavallo?

— Dómino.

— Lo abbiamo vincente o piazzato?

— Uno e l’altro.

— Che colori porta?

— Giubba rossa, tracolla nera. È il terzo, vicino allo steccato.

— Dammi il canocchiale.

Per guardare si protese innanzi, afferrandosi al suo braccio.

— Non vuol star fermo, — disse.

— È un cavallo bizzarro: se parte bene vince, se no...

— Sono partiti!... — ella esclamò, stringendo il suo braccio. — Dómino

è davanti!

— C’è tempo, — egli fece; e si mise a guardare.

Passarono in gruppo serrato, levando su dal terreno un rimbombo veloce;

alla curva si piegarono come un sol corpo su lo steccato.

— Dómino cede, — disse Loretta che li seguiva palpitante.

— No, è tenuto, — rispose Arrigo. — La corsa per lui è ottima.

Si confusero laggiù, tra gli alberi. Ogni tanto, nel folto, un po’ di

bianco, di giallo, di rosso, e qualche criniera. Comparvero lontani,

all’ultima curva, già distanziati l’un dall’altro, e bassi, appiattiti

sul terreno, fra un saettar di scudisci, sbucarono in dirittura.

— Sono tre, mi pare, insieme, — disse Loretta.

— No, Dómino è sempre in testa, ma per poco, — fece Arrigo, attento al

canocchiale.

Giungevano. Da la folla si levava qualche clamore, qualche nome

indistinto:

— Dómino! Dómino! Canopic! Smallah!....

— Vince! vince! — esclamava Loretta, stringendo nervosamente il braccio

del fratello.

Erano alle tribune, in quattro, lottando, vicini. E la folla

pareva spingere col suo fiato, con la sua forza, il cavallo per cui

parteggiava.

— Smallah!... Smallah!... — fu da più parti un grido.

— Al diavolo! — esclamò Arrigo. — Dómino è battuto.

A pochi metri dal traguardo la piccola morella montata in giubba verde,

era scattata fuori, per una corta incollatura, e vinceva.

— Smallah! Smallah! — si urlò da più parti, applaudendo. E nell’aria

oscillò quella specie di pausa che segue le prolungate concitazioni,

come avvien nel mare dopo l’ondata.

— Che peccato! — fece Loretta. — Hai perduto allora?

— Ho Dómino piazzato e non perdo nulla; ma credevo di vincere.

— Ti secca molto? — ella domandò al fratello, vedendolo un po’

rabbuiato.

— Bah! sono sciocchezze! Andiamo.

Scesero. A piè della scalinata s’incontrarono viso a viso con Rafa.

Tutti e tre, per un moto istintivo, rimasero perplessi.

— Addio, Giuliani, — disse Arrigo seccamente.

— Buon giorno, Ferrante, — rispose l’altro, molto impacciato, levandosi

il cappello con un saluto cerimonioso. Loretta, ch’era più padrona

di sè, gli mandò un rapido sorriso. Arrigo fece atto di proseguir

oltre, ma Rafa, superata la prima confusione, mostrò di non volerli

abbandonare. Dopo lungo riflettere aveva concluso fra sè che il miglior

espediente fosse quello di farsi presentare a Loretta dallo stesso

fratello, e ne spiava l’occasione.

— Hai vinto, Arrigo? — gli domandò.

Stava di fronte a loro, fra le due ringhiere della scalinata, ed

impediva il passaggio.

— Ho Dómino piazzato, — questi rispose, non potendo farne a meno.

— Ed ora che giuochi? Dammi un buon pronostico.

— Nel Gran Premio ho già presa Arianna: ma voglio coprirmi sul cavallo

francese.

— Quale? Fontenay?

— No, Gabriel. Fontenay non può far nulla. Ho visto i galoppi.

Loretta era rimasta un passo lontano, quasi nascosta nel cespo di

rose che s’arrampicava su le colonne della tribuna. Disegnava qualche

arabesco nella ghiaia con la punta dell’ombrellino ed ascoltava i

discorsi dei due con un’aria indifferente.

— Ho inteso dire che Missolungi può vincere, — ella fece d’un tratto,

levando il viso, con l’aria più naturale del mondo.

— Vuoi presentarmi a tua sorella? — domandò Rafa, con voce titubante,

arrossendo un poco.

Arrigo esitò un attimo, impercettibilmente.

— Volentieri, — disse. E fece la presentazione:

— Il conte Raffaele Giuliani; mia sorella Anna Laura.

Loretta gli tese la mano, garbatamente, con la maggiore tranquillità;

egli s’inchinò profondamente, per nascondere la commozione che lo

turbava.

In quel momento il viso di Arrigo si oscurò, divenne perfido e

minaccioso.

— Andiamo a vedere le quote, — disse con asprezza.

— Dunque lei crede in Missolungi, signorina? — domandò Rafa, che

intanto le si era messo a lato.

— Io non me ne intendo affatto, sa!... Ma ho inteso dire che questo

cavallo possa vincere.

— Missolungi ha senza dubbio molte probabilità in suo favore; sopra

tutto il peso — affermò il Giuliani.

— Missolungi è un ronzino! — disse Arrigo aspramente. — Sarà finito a

mezzo il percorso.

— Scusa, ha pur vinto il Derby lo scorso anno, — osservò Rafa.

— Già... un caso! Missolungi, qui, non può far nulla. Questa corsa è

fra tre cavalli: Arianna, Gabriel e Bloomy Boy. Li vedo arrivare in

quest’ordine.

— Voialtri intenditori di corse — disse Rafa — vedete spesso il

rovescio di quello che poi accade.

— Bah!... e tu cosa vedi, se è lecito?

— Io per solito gioco un «outsider». Scelgo il nome che mi piace di

più, e, se guadagno, mi pagan molto.

— Un bel sistema, non faccio per dire! E qui cosa scegli allora?

— Sono incerto fra Eglantine e Thermosiphon.

— Per bacco! non c’è da esitare: scegli Thermosiphon.

— Sono anch’io di questo parere, — disse Loretta ridendo.

— Infatti lo dànno a venti: è una buona quota.

Si avvicinaron allo scommettitore; Rafa si tolse di tasca due biglietti

da cento e li tese al «bookmaker».

— Thermosiphon vincente, — disse forte, per far ridere alcuni amici

ch’erano intorno.

— Quattromila per duecento Termosiphon vincente! — rispose lo

scommettitore, firmando la tessera.

E urlava:

— Due e mezzo Arianna! Gabriel a due... Quattro Bloomy Boy!....

— Il francese parte favorito, — osservò Arrigo. — Tre giorni fa lo

davano a cinque.

— Bloomy Boy a quattro quinti piazzato... Gabriel piazzato a mezzo... —

annunziava lo scommettitore.

Arrigo si fece innanzi tra la folla, con un biglietto da cinquecento in

mano, e domandò piano allo scommettitore:

— Bloomy pari piazzato?

— Non posso.

— Via!... cinquecento lire....

— Vanno!

Rafa, rimasto un momento solo con Loretta, ne aveva profittato per

dirle:

— Venite domani, vi prego! Da tanti giorni non vi rivedo più... Cosa

mai succede?

— Silenzio, silenzio, per carità!

— Ditemi almeno cos’è accaduto? Non so più nulla, non mi scrivete....

— Per l’amore di Dio, Rafa...

— Promettimi almeno che scriverai.

— Scriverò, scriverò, ma tacete ora. — E aggiunse forte: — Sarebbe una

bella sorpresa se arrivasse Thermosiphon!

— Se arriva, tu mi avrai portato fortuna, — egli osservò amorosamente,

piegandosi un poco verso di lei. E sottovoce le disse: — Come sei

bella!

— Oh, insomma... cos’è questo?! — ella esclamò, battendo l’ombrellino a

terra con súbita irritazione.

Rafa prese un atteggiamento assai corretto, poichè il fratello tornava.

— Cos’hai giocato ancora? — domandò Loretta.

— Bloomy Boy piazzato.

— E Gabriel?

— Gabriel no. Non posso giocare tutti i cavalli, ti pare?

— Me lo avevi detto prima tu stesso... — ella osservò, intimidita di

quel tono aspro.

— Certo; ma non sapevo che partisse favorito. Se poi arriva, tanto

peggio per me!

— Posso offrirvi un bicchiere di Sciampagna? — propose Rafa.

— Vuoi bere, Loretta? — domandò Arrigo.

— Sì, volentieri: ho sete.

— E allora beviamo.

Loretta notò che il fratello era di cattivo umore; camminando appoggiò

la mano sovra il suo braccio, lo strinse furtivamente.

— Che hai? — gli domandò sottovoce.

Egli scrollò il capo senza rispondere.

Passarono davanti alle tribune, per il largo recinto, che

nell’imminenza della gran corsa era ingombro d’una folla irrequieta e

mutevole.

Il cielo s’era coperto un poco; certi grevi nuvoloni, d’un color di

piombo e d’oro, salivano sopra la città lontana, oscurando il sole.

Simili a grosse nari cariche, avanzavano su per il cielo da più lati

e cozzavano insieme, inglobandosi; oppure il vento li divideva,

li strappava a fiocchi, come enormi cumuli d’ovatta. Gli alberi

dell’ippodromo cominciavano a scapigliarsi; la folla umana, che come le

mandrie d’animali non ama l’acqua, si atteggiava tutta insieme a quella

paura sorridente che dà, sotto il cielo scoperto, l’imminenza d’un

temporale.

Una folata impetuosa di vento scompigliò le gonne delle signore,

minacciò di spezzare i loro esili ombrellini e fece volare in aria

qualche cappello d’uomo. Si udirono le risa argentine delle investite

squillare sopra il fragore della moltitudine.

— Speriamo non piova, — disse Rafa, entrando nella sala della

bottiglieria; — un acquazzone guasterebbe il ritorno.

— Pazienza! — disse Arrigo; — ci bagneremo un poco.

— Come siete venuti alle corse?

— Col mio tilburi.

— Caso mai, — fece Rafa — la mia automobile si può chiudere. Se volete

profittarne....

— Grazie, grazie; forse non pioverà.

Il sole tornava, spariva, tra nuvole di piombo e d’oro; il vento

infuriava negli alberi antichi.

In piedi, vicino al banco, si fecero servire lo Sciampagna, ch’era

mesciuto con una scodella da un gran vassoio, nel quale raggelava,

misto a neve e spicchi di frutte.

— Bisogna far presto per vedere la corsa, — disse Loretta.

— Lei s’interessa molto de’ cavalli, signorina?

— Me ne interesso molto; però vengo alle corse assai di rado.

— Male! Spero che d’ora innanzi divenga un’assidua.

Arrigo leggeva attentamente un giornale di pronostici, sorbendo con

lentezza la bevanda raggellata. E l’uno e l’altro, mentr’erano così

vicini, Loretta li osservava.

Suo fratello era un poco più alto di Rafa; aveva una persona meglio

costrutta, e più agile, pur essendo più forte. Il viso di Rafa,

sbarbato, liscio, simile a tanti altri che i parrucchieri e la moda

riducono a parer quasi gli stessi, contrastava e impallidiva davanti

alla vivace bellezza di Arrigo. Ella osservava il viso del fratello,

intento a leggere: i baffi leggeri, sul labbro ben disegnato,

accentuavano la bianchezza della sua bella dentatura; gli occhi

nerissimi, splendenti, con quello sguardo che poteva essere freddo

come una lama o dolce come una carezza, la capigliatura compatta,

morbida, per cui solcava un’onda lucentissima, il colorito sano,

quell’espressione ch’egli aveva insieme di virilità e di baldanza,

erano in singolare contrasto con la bocca un po’ sciupata dell’altro,

con i suoi occhi d’un colore smorto, con i suoi capelli troppo

ubbidienti al pettine.

Ma (una cosa che forse Loretta non poteva ben valutare) in tutta la

persona di Rafa, ne’ suoi lineamenti meno precisi, nelle sue membra

meno belle, v’era una delicatezza che all’altro mancava, un segno di

antica signorilità, che il figlio dell’occhialaio aveva malamente

potuto imitare. Ella tuttavia, ch’era della medesima sua razza, si

sentiva attratta verso quella robusta e bella statua, perchè il suo

corpo femineo sentiva in lui vibrare più veemente la forza imperiosa

del maschio.

— Andiamo a cercare un buon angolo su le tribune, — disse Arrigo.

— Vi dispiace se rimango un po’ con voi? — domandò Rafa cortesemente.

— Tutt’altro, — rispose Loretta. — Venite.

— Vieni, vieni, — soggiunse Arrigo, non più corrucciato.

Salirono su la tribuna, cacciandosi tra la folla, ed a gran stento

trovaron posto in una delle prime gradinate.

Metà del cielo era ingombro di nuvole, tutto il resto era una zona di

sole. Il prato, spesso di gente come un immenso mercato, brulicante

come un formicaio, ondeggiava di teste umane, levava un grande

frastuono di voci confuse. Dagli alberi qua e là disseminati pendevano

grappoli di ragazzaglia; le alte carrozze, in fila, come un lungo

bastione, eran cariche di gente salitavi sopra, ritta in piedi sui

cassetti, fra i cocchieri che s’eran tolta la livrea, mentre i cavalli

pazienti agitavan le code con un movimento ritmico, per liberarsi dalle

mosche importune.

Suonò la campana del buttasella. Un lungo mormorìo percorse la folla,

si vide gente accorrere da ogni parte. Le tribune, come immense

finestre spalancate, riboccarono di spettatori; gli steccati ed i

cancelli parvero piegare sotto il peso delle persone che vi poggiavan

contro.

Sopra quella grande aspettazione, il vento, cavalcatore di nuvole,

accendeva e spegneva la gloria del sol di primavera. I due giudici di

partenza usciron nella pista, ed a galoppo la risalirono per recarsi

verso il mezzo della dirittura. Un’altra campana squillò, ed i cavalli

entraron in campo, condotti a mano dagli allenatori, per la sfilata.

Erano quattordici competitori, spugnati, lustrati, bellissimi,

quasi consci della solenne prova che stavano per disputarsi; alcuni

mansueti alla mano che li frenava, altri impazienti, con le belle

code al vento, il collo inarcato, l’occhio irrequieto, già bianchi di

schiuma. I fantini impassibili parevano annoiarsi mortalmente di quella

passeggiata.

In quelle facce dure, arse dal vento, use alla sferzata della velocità,

curve su le criniere, tra gli spruzzi di bava, in quegli occhi sempre

attenti ad una meta, non era possibile indovinare un turbamento

qualsiasi. Erano la piccola macchina umana, fragile e pur forte, su

quel fascio di muscoli equini; non parevano rappresentare altra cosa

che una sottile frusta, un fino sprone, un volante colore; e tuttavia

non era il cavallo sovente, ma lui, quel nano, che in una furia

disperata di rivalità, per un più lungo respiro, stupendamente vinceva.

Arrigo conosceva i cavalli e li nominava per ordine.

— Brenno, il primo; è figlio di Marcus: farà il gioco della sua

compagna di scuderia, Versilia, la quinta. Il secondo è Moloch, veloce

ma senza fondo; il terzo è Fontenay, il quarto Gabriel. Un bel cavallo,

il più bello di tutti. La sesta è Samaritana, una bestia generosissima;

può fare una sorpresa; credo piuttosto in lei che in Missolungi, quello

che vien dopo. È un cavallino misero, ma ben fatto. Ecco Bloomy Boy;

lo monta Symson, il miglior fantino che sia oggi in Italia. Ecco, vedi

Arianna: è l’ultima.

Era una saura alta calzata di bianco ad una delle estremità anteriori,

leggiadrissima e capricciosa in ogni sua movenza, che saltellando

s’arrabbiava con l’imboccatura e con la mano di chi la conduceva.

Nei salti, la criniera le si sfioccava sul collo arcato, come una

capigliatura di donna bionda. Era montata in bianco, con due fasce nere

a tracolla, incrociate.

— È piccina, — disse Loretta.

— Vicino a Gabriel sì, per esempio; ma non è una cavalla piccola; poi

non vedi com’è fatta?

— Dov’è il mio Thermosiphon? — domandò Rafa.

— Eccolo là, vicino allo steccato, con una giubba a pallottole rosse.

— Quel nero? — domandò Loretta?

— Sì, quel baio scuro, — corresse Arrigo.

— Ma è un bel cavallo sai! — esclamò Loretta.

— Per le vetture di piazza... non c’è male!

— Oh, non me lo disprezzare!... — sospirò Rafa. — Ho tutta la mia

fiducia in lui.

Compiuto il giro davanti alle tribune, ad uno ad uno si mettevano di

galoppo per recarsi al palo di partenza. La folla del prato man mano

acclamava i suoi favoriti. Quando Gabriel prese il galoppo, fu un

clamore d’invidiosa ammirazione. Si stendeva su la terra come una lunga

molla elastica, in un galoppo facile, e pareva nettamente il più forte.

— Che bel cavallo quel Gabriel! — esclamò Arrigo.

— Perchè non hai giocato Gabriel allora? — ripetè Loretta.

— Credo in Arianna, — questi asserì, con un tono fermo e caparbio.

Bloomy Boy, che apparteneva alla scuderia italiana preferita

dal pubblico, era partito a galoppo serrato, sollevando applausi

d’ammirazione.

Arianna, nervosissima, e Missolungi vicino a lei, cercavan di

svincolarsi dall’allenatore lanciando falcate. Partiron insieme, di

scatto, fra uno scroscio d’applausi.

— Guarda Arianna! che azione maravigliosa! — esclamò Arrigo.

— Io vedo — cantilenò Rafa — che anche Missolungi va molto bene.

— La corsa è di Missolungi, — sentenziò uno di quegli interlocutori

anonimi che si trovano sempre in mezzo alla folla.

— Lo crede lei? — fece Arrigo, ironico.

— Ma certo!

— Lo ha giocato?

— Si capisce. Guardi: cinque biglietti del totalizzatore.

— Auguri allora!

E puntando il canocchiale si mise a guardare verso i nastri di partenza.

— Com’è nervosa quella bestia! Ho paura che parta male.

— Chi?

— Arianna.

Rafa, in quel mentre, vedendo Arrigo tutto rivolto verso i cavalli

partenti, cercava di parlar sottovoce a Loretta. Ma ella, dopo avergli

fatto qualche segno perchè smettesse, deliberatamente gli volse le

spalle, e, poggiatasi contro il fratello, si sporse in fuori onde

scorgere i cavalli.

— Ecco: partono! — esclamò Arrigo. — Poi súbito: — No, hanno strappato

i nastri. Partenza falsa. Peccato! Arianna partiva bene.

— E Missolungi? — domandò l’interlocutore, che, piccolo, senza scanno,

schiacciato tra la folla, non poteva puntare il suo binoccolo.

— Missolungi anche, — rispose Arrigo.

La partenza fu lunga e laboriosa; finalmente s’intese da più parti un

grido: Sono partiti! E il campanello squillò.

— Una partenza magnifica! — disse Arrigo. Loretta gli si era poggiata

sul braccio e guardava sopra la sua spalla.

Un sole in cui pareva scintillasse il pallido oro dei primi frumenti

si aperse un varco nel sereno e di nuovo inondò tutto il campo. Veniva,

davanti al manipolo volante, per la terra sonora, un rombo sordo.

Erano tutti in gruppo, a un’andatura velocissima, con Missolungi in

testa e Samaritana poi, i due francesi su l’ala, Arianna allo steccato,

Bloomy Boy in coda. Passarono in quest’ordine alle tribune, senza che

nessuno cedesse d’un palmo. Alla prima curva Bloomy Boy guadagnò tre

posti; all’altra curva il gruppo s’allentò un poco. Nel prato la gente

correva inseguendo i cavalli; nelle tribune era un gesticolar confuso,

un vociare altissimo. Missolungi era sempre in testa e galloppava con

lena. Questo nome già empiva l’aria.

— Dov’è Arianna? — domandò Loretta.

— È quinta; ma va bene.

— Come la vedi?

— La vedo; sta zitta.

Fontenay venne avanti; Gabriel gli serrò addosso; Bloomy Boy, che dalla

coda era passato nel gruppo di testa, non stava più che poche lunghezze

dietro Gabriel. Arianna invariabilmente teneva lo steccato, senza

perdere nè guadagnar terreno. Spuntavano già alla curva di destra, nel

fondo; la giubba chiara di Missolungi biancheggiava per prima, con

quelle de’ due francesi a ridosso, tanto vicine che parean confuse

in una, mentre Samaritana stava già per cedere. Bloomy Boy aveva

sorpassato Arianna, ma i tre primi, nella curva, li avevan un poco

distanziati tutt’e due.

— Missolungi è finito, — disse Arrigo, un po’ ansante perchè vedeva i

due francesi prevalere.

Gabriel infatti con forti lanciate stava per prendere la testa.

— Gabriel! — tuonò la folla, che li vide così sbucare dall’ultima

curva, in dirittura. — Gabriel! Gabriel!

— Come va Missolungi? — domandò il piccolo uomo, incapace di

estollersi, sopraffatto all’intorno da una specie di muraglia umana.

Arrigo non rispose. Fontenay cedeva, Gabriel era in testa nettamente,

Bloomy Boy a due lunghezze, Arianna e Versilia di paro. Si vide

Versilia, sotto una tempesta di scudisciate, buttarsi avanti,

pareggiare Bloomy Boy, minacciare il vincente. Fu un urlo discorde,

assordante, di due partiti che si combattevano:

— Gabriel! Versilia! Versilia!....

C’era nell’aria elettrica la sospensione di tutti i cuori.

Erano alle prime tribune, e Bloomy Boy cedeva, Versilia pareva ormai

incapace di contendere la vittoria al più robusto francese, benchè

assillata dagli urli de’ suoi partigiani, quando si vide Arianna, su

cui nessuno più contava, con una volata magnifica saettar fuori dal

gruppo, e frustata, e spronata, e portata di peso dal suo fantino,

assalire i tre primi, giungere con il muso alla coda di Gabriel. La

folla, che improvvisamente cambia idoli, negli ippodromi come nelle

piazze, non dette che un urlo frenetico: — Arianna! Arianna!....

— Vince! Vince! — gridò Loretta, piena di trepidazione, al fratello che

sentiva leggermente tremare.

Egli non rispose: voleva con la sua forza spingere la generosa bestia

sfinita.

Gabriel non aveva contato sopra quest’avversaria inattesa, credeva

per sè la vittoria e quell’uscita era stata così fulminea che s’era

lasciato avvicinare alla sprovvista. I due fantini battevano, battevano

a forza di braccia, di pugni, di sprone, per quel centimetro che li

avrebbe fatti vincere.

Mancavan pochi metri al traguardo, e Arianna stava ora con il muso al

ventre di Gabriel, alla sua spalla, al suo collo... era quasi con lui.

La folla ondeggiava burrascosa, urlando, acclamando. Non erano più due

cavalli, ma due razze, due paesi, due patrie in gara. Tutto il cielo

era ingombro di questo nome d’Arianna, che in quel momento suonava come

il nome d’Italia.

Sfiniti, quasi convulsi, il loro cuore d’animali da corsa, nobile come

un cuore d’uomo, li reggeva in piedi, li faceva lottare disperatamente

per quell’ultimo palmo di terreno.

Allora fu la potenza della folla che la portò, fu la spinta di quelle

centomila anime protese verso di lei, fu la volontà tremenda, immensa,

fisica, della moltitudine, che le fece fare nell’ultimo metro il

salto più lungo, che le fece avere nell’estrema tensione il più lungo

respiro, e forse perchè v’era nel suo nome un grido di patria, col suo

piccolo muso di gazzella, sul filo del traguardo, Arianna passò.

Una specie di delirio sollevò la folla; si vide gente correre, ballare,

invadere la pista, scender giù dalle tribune a precipizio, battendo le

mani, gridando.

Cavalla e fantino ritornarono tra un’ovazione di popolo.

E il piccolo britanno, dalla faccia arida, che non segnava un’età

definibile, curvo in sella, con la briglia rilasciata, passava in

mezzo a quel trionfo rasciugandosi nel palmo la bocca umida, il naso

grondante, e rispondeva con un semplice: «All right!» al suo rosso

allenatore, che aveva presa per mano la cavalla e carezzava sul collo

la bella saura balzana.

Il cuore le pulsava come un timpano sotto i fianchi fragili, rigati di

sangue; il sudore le gocciolava dal ventre come se le avessero buttato

un secchio d’acqua su le reni; le froge fumanti parevano fiatar sangue

e tutta le sue vene gonfie la vestivano d’una fittissima rete viva. Ma,

quasi comprendendo la sua vittoria, volgeva intorno la piccola testa

nervosa, allungava il muso candido, guardando la folla co’ suoi grandi

occhi di gazzella cerchiati di nero.

Terzo era giunto Bloomy Boy, quarta Versilia, quinto Missolungi.

Loretta, appesa giocondamente al braccio del fratello, si rallegrava

della sua vincita, ch’era d’alcune migliaia di lire, e domandava ad

Arrigo senza tregua:

— Sei contento? Sei contento? — mentre andavano a veder scendere i

fantini per passare il controllo della bilancia.

Ella era divenuta loquace, un poco impertinente; nella lor natura di

piccoli borghesi, tanto lei come il fratello non sapevan nascondere

il piacere che ad essi proveniva dal denaro vinto. E Loretta molestava

Rafa:

— Dunque lei non ritira nulla su Thermosiphon?

— Rida, rida, signorina! Mi burli pure! Una volta o l’altra le farò

veder io quel che si vince scommettendo su gli sfavoriti!

— Glielo auguro di tutto cuore. Ma quel povero Thermosiphon, spero che

l’avrà giuocato per l’ultima volta! Già, com’è possibile dare un nome

simile ad un cavallo da corsa? Io, se avessi un cavallo da corsa, lo

chiamerei....

— Come lo chiamerebbe, sentiamo?

— Non so, non ci ho mai pensato ancora, perchè tanto non ne ho.

— Bene, ci pensi.

— Ecco, ho trovato! — ella esclamò con malizia. — Lo chiamerei Rafa!....

Appena detto il nome, tutt’e due, tutt’e tre, ne rimasero come

atterriti, e Arrigo, volgendo la faccia, fulminò la sorella con uno

sguardo veloce.

Ella non seppe come nascondere la sua confusione. Poichè, infatti non

avrebbe dovuto nè potuto sapere che il conte Raffaele Giuliani da’ suoi

amici era chiamato Rafa.

Fu Arrigo che provvide ad accomodar la cosa.

— Come sai che il Giuliani si chiama Rafa? — domandò con naturalezza.

— Forse che per caso t’ho chiamato io così? — soggiunse, rivolto al

Giuliani.

— Ho inteso appunto che lo chiamavi tu con quel nome, e questo mi

ha fatto un po’ ridere... scusi sa, signor Giuliani! — ella rispose,

cavandosi d’impaccio con una squisita impertinenza.

— Ma io non me ne offendo affatto, signorina. Anzi mi chiami pur Rafa,

se vuole... Questo la divertirà!

Arianna, senza sella e senza briglia, con una cavezza di corda

intrecciata, usciva dal recinto del peso condotta a mano dal suo

palafreniere.

X

Ella incontrò Rafa due giorni dopo nel solito viale. Il Giuliani

aveva talmente insistito per rivederla, ch’ella, temendo qualche sua

temerità, non seppe rifiutargli un altro appuntamento. Arrigo non

le parlava più di lui, anzi pareva che volesse ad ogni costo evitare

questo penoso discorso. Ella indovinava l’oscura gelosia del fratello,

ma, per un crudele istinto femineo, le piaceva talvolta esasperare

in lui questa profonda irritazione. La giornata di corse, che aveva

costretto Arrigo ad una lunga e tacita sofferenza, era stata invece per

lei un godimento sottile. Ora la piaceva sentirsi avviluppata e contesa

fra il desiderio di due uomini, e ciò sopra tutto le piaceva, perchè

nella dura gelosia d’Arrigo vedeva più palese il suo violento amore.

Di questi due uomini, uno rappresentava il gioco, l’altro il pericolo:

due sensazioni che raramente vanno disgiunte. Al ritorno dall’ippodromo

Arrigo non le aveva mosso alcun rimprovero, non le aveva detto la

benchè minima parola intorno all’accaduto; s’era fatto solamente un

po’ scontroso, un po’ aspro. Ed ella, sebbene maravigliata, non osò

parlarne con lui.

Ma ora le premeva risolvere in un modo qualsiasi la sua malcerta

situazione con Rafa. Ora che una passione struggente l’aveva tutta

pervasa, continuar quel gioco le pareva inutile, più che inutile,

sommamente dannoso. E tuttavia, nel suo scaltro animo donnesco, nella

sua mente calcolatrice, le pareva peccato buttar via quella carta

senz’averne conosciuto e valutato il preciso valore, chiudersi dietro

le spalle una porta equivoca senz’aver prima guardato al di là.

Ora non pensava più di darsi a Rafa, nè per poco nè per molto denaro.

Quelle speciose teorie, que’ gravi discorsi, che lì appunto, in

quel giardino, gli aveva sciorinati con amabile serietà, quasi per

dilettarsi nel recitare una commedia, si erano a poco a poco infiltrati

nel suo cervello, ed anzi le pareva contenessero una incontrastabile

verità. Ma invece, quello che un giorno era stato appena un sogno, un

di que’ sogni assurdi che non giungon nemmeno ad invogliare la nostra

tentazione, tanto ci sembrano lontani da noi, ora, che la sua fiducia

in sè stessa era smisuratamente cresciuta e la vita le pareva più

facile, quel sogno inverosimile si riaccendeva come una possibilità

remotissima negli oscuri meandri del suo pensiero. Ella chiudeva in sè

un torbido amore, ma sapeva che questo amore non sarebbe la sua vita;

sapeva che questa sua disonesta passione avrebbe dovuto per sempre

nascondersi, vivere così profondamente rifugiata nel suo spirito, che

mai non fosse lecito ad alcuno indovinare il suo palpito. Ma, insieme,

c’era tutta una vita da vivere, tutta una conquista da tentare senza

esitazione, fosse pure a prezzo di qualsiasi frode. E in verità poteva

darsi che quel buono, quell’innamoratissimo Rafa, arrivasse un giorno a

commettere la più grande pazzia per lei, nè potendo altrimenti averla

si lasciasse trascinare fino ad offrirle il matrimonio. Chissà mai?

Ben altre, da una condizione minore della sua, eran salite più in alto

ancora. O, se questo pure non accadesse, bisognava tuttavia rompere con

Rafa quel mezzo legame ozioso e dannoso, sfuggirgli, dopo esser quasi

scivolata fra le sue mani, e lasciarlo perplesso, deluso, nei vincoli

d’un amore insoddisfatto, perchè, se caso mai ella s’avesse a pentire

della propria risoluzione, potesse in ogni tempo ritrovarlo qual era:

un uomo capace di gettare a’ suoi piedi tutto quanto può sedurre un

desiderio femminile, e comprarla, sia pure, ma comprarla sontuosamente.

Voleva insomma non perderlo per sempre, ma fargli tuttavia comprendere

quanto vana era l’insistenza de’ suoi tentativi.

Del resto il matrimonio non la seduceva oltremodo; era troppo giovine,

troppo curiosa di sensazioni, troppo ansiosa di piaceri, perchè la

famiglia, anche la più ricca, potesse avere molto fascino sopra di

lei. L’altra vita invece la tentava, quella che nessuna legge severa

governa, nessuna immutabile fedeltà, quella che miete nel piacere

come una falce instancabile nei prati più folti, quella che seduce il

frivolo cuore della donna con più forti allettamenti.

Aveva un suo recondito sogno: voleva cantare, essere un’artista,

libera, festeggiata, corteggiata, famosa... Di ciò non si era confidata

con alcuno, forse per una timida gelosia di fanciulla, ed anzi voleva

tacere, finchè non le paresse giunta l’ora propizia.

Da principio aveva sperato di trovare in Arrigo l’uomo che volesse

aiutarla nel compiere il suo grande sogno; era stata sul punto di

confidarsene con lui, ma s’era presto avveduta che Arrigo non le

avrebbe favorito quel disegno, ed ogni giorno più smarriva il coraggio

di parlarne con lui a cuore aperto.

Il solo che l’avrebbe ciecamente ubbidita, il solo che avrebbe potuto

con ogni mezzo appianare la sua difficile strada, era dunque Rafa, il

suo devoto e ricchissimo Rafa; perciò non lo voleva del tutto perdere,

allontanandolo da sè irremediabilmente.

— Siete stato un poco temerario!... — ella disse per prima cosa, quando

s’incontrarono.

— Ti sembra? Era la cosa migliore che potessimo fare. Ci pensavo

da tempo. Adesso che ti son stato presentato da tuo fratello, tutto

diventa più semplice.

— Non vedo la semplificazione, — ella rispose con tono canzonatorio,

poichè quell’uomo aveva talvolta il dono d’irritarla singolarmente.

— So invece che a momenti ci si tradiva, e mio fratello, dopo, m’ha

tormentata un bel pezzo per quel nome di Rafa!

Egli si mise a ridere.

— Dovevi stare più attenta.

— Già, si fa presto a dirlo! Ma io non ho l’abitudine di recitare due

parti in commedia. Meno male che non gli è rimasto alcun sospetto. E sì

che voi avete fatto il possibile perchè se n’avvedesse!

— Che ho fatto io?

— Mi siete stato sempre ai panni, anzitutto; poi, Arrigo non

poteva volgere il capo altrove senza che vi metteste a bisbigliarmi

sciocchezze. State all’erta, Rafa! perchè mio fratello non è un uomo

comodo... ve l’ho già detto.

— Sono disposto a rischiare tutto per te, Loretta!

— Ma io nulla per voi: ecco la differenza.

— Davvero?

— Proprio; e venivo a dirvelo.

— Cioè?

— Cioè debbo dirvi che a questo modo non è possibile continuare. Ho

paura; sento che corriamo incontro ad un pericolo molto grave.

Egli cercò di prenderle il braccio, amorosamente.

— No, lasciatemi, — disse Loretta sciogliendosi da lui. — Non posso far

altre pazzie. Ho commessa una leggerezza imperdonabile, ve lo ripeto,

ma spero che sarete così gentiluomo da non farne troppo ricadere il

peso e la vergogna sopra di me.

— Allora, tutte le volte che ti vedo, Loretta, mi accogli a questo

modo? — egli esclamò con una voce dolorosa ed umiliata.

— Ma cosa volete che faccia, santo Dio! Mi trovo io stessa in una

condizione insostenibile. Voi mi siete simpatico, Rafa, oserei dire che

vi voglio un poco di bene... certo non vorrei parervi brusca... ma voi

mi scrivete certe cose, mi costringete a certe cose, che io non devo nè

ascoltare nè fare. Insomma, ragionate un poco: io sono una signorina,

dopo tutto, una vera signorina, ed ormai lo sapete... Dunque il fatto

solo che mi trovi qui, con voi, è già un pericolo gravissimo; non vi

pare?

— In questo hai ragione. Ma perchè rifiuti allora tutte l’altre mie

proposte? Non vuoi vedermi altrove che in questo giardino, forse per

diffidenza, forse per paura....

— Certamente ho paura, non lo nego: paura.

— Ebbene, fídati una buona volta! La tua paura è insensata! Non sono

certo un uomo capace di atti brutali. Vieni almeno in un luogo dove si

possa parlare; qui non è possibile.

— E dove allora?

— Senti: ho l’automobile fuori dal giardino; vado avanti e ti aspetto;

andremo in un paesello dei dintorni.

— Ma no, ma no!

— Insomma, te ne prego! Per una volta, per l’ultima volta...

— Cos’avete a dirmi?

— Tante cose. Vieni, sii buona.

— Dov’è l’automobile? — ella fece perplessa.

— Al cancello, dietro le cascate.

— Bene, sentite: io verrò con voi, ma solo ad un patto...

— Quale?

— Che sia l’ultima volta, e poi non mi scriviate più, non domandiate

più di vedermi.

— Loretta!... — egli fece, supplichevole.

— No: assolutamente!

— Ebbene, ascolta. Se, dopo averti parlato, rimarrai nondimeno ferma

nella tua decisione, ti prometto che farò tutto quanto posso per

riuscire a dimenticarti. Va bene?

— Andate avanti, — ella disse, — vi seguirò.

Il giovine svoltò per un viale che s’infoltava tra gli alberi;

ella fece un lungo giro. Camminava piano, pensierosa, nervosa; con

l’ombrellino molestava l’erbe sul margine dei prati. Si trovava in

uno stato d’animo quanto mai perplesso. Nonostante le sue lunghe

riflessioni, ora non comprendeva più sè stessa, nè il fratello, e

non sapeva più che farsi di questo Rafa così devoto e così ricco. In

fondo al cuore ella si sentiva anche triste; l’amore la struggeva,

la malinconia saliva dal fondo del suo essere, causandole una specie

di lenta soffocazione. Il giorno prima era stata nella casa d’Arrigo,

perchè non poteva più rimanere senza vederlo; lo aveva trovato assorto

e quasi ostile. Non l’aveva baciata, non s’era lasciato baciare; aveva

cercato mille pretesti per mandarla via, e, vicino a lei, pareva su le

spine. Di Rafa non aveva neanche voluto udir parlare; le aveva detto

ruvidamente:

— Fanne quello che vuoi! Non m’interesso più di nulla.

Ed ella si era fatta mansueta, aveva cercato di carezzarlo, gli aveva

detto:

— Lo dovrò vedere domani: dammi un buon consiglio.

Allora egli s’era messo a ridere, d’un riso acre, malvagio, di cui

ella non poteva intendere il senso; poi si era messo a camminare per la

stanza, concitato, accigliato.

— Lo vedrai domani?

— Sì.

— Allora digli ch’è un imbecille! Al suo posto io t’avrei già presa.

— Perch’è parli così, Rigo? — ella gli aveva domandato con le lacrime

agli occhi. E lui a scrollar le spalle, senza rispondere. Poi l’aveva

pregata che se n’andasse, perchè gli doleva il capo e voleva rimaner

solo. Ma su l’uscio se l’era presa in braccio, se l’era stretta fra le

braccia, con passione, e l’aveva spinta fuori.

Più tardi, verso la sera, con il pretesto di chiedere una informazione

al padre, era venuto a casa loro, forse per vederla un momento, per

sorriderle un attimo, dopo essere stato così ruvido.

E s’erano baciati ancora, di nascosto, con più ansia, nella casa

paterna.

Ella non poteva comprenderlo bene. Forse lo struggeva una sciocca

gelosia di quest’uomo che in fondo ella derideva e sul quale faceva

un calcolo così diverso, così lontano dall’amore. Ma ell’avrebbe

rinunziato mille volte a Rafa, s’egli le avesse detta una sola parola!

E perchè non la voleva? Perchè faceva sopportare ad entrambi, con tanta

ostinazione, una sofferenza così logorante?

Dietro la cancellata vide l’automobile ferma; vi corse rapida, vi

entrò. Gli ordini eran già dati al meccanico: partirono in fretta.

Nel caldo pomeriggio le campagne sfavillavan come oro: la strada era

sovrastata da una ferma nube di polvere: i carri enormi, carichi

di mobili o di mercanzie, trascinati da molti cavalli in fila, ne

ingombravan il mezzo e si scostavan lenti, con un gran scricchiolare,

ai segnali della tromba. Quando un’altra automobile passava, rapida,

con urli di sirena, tutto, per un lungo tratto, s’annebbiava in un

folto polverìo, tutto: anche il sole.

Rafa le metteva un braccio intorno alla cintura, ella cercava di

respingerlo, ma debolmente; non era più nè loquace nè gaia.

— Vedete, — diceva, — non posso fidarmi di voi...

Egli ubbidiva e ricominciava.

— Andiamo lontano?

— Non molto.

— Ebbene, cos’avete a dirmi?

— Non ora; parleremo dopo.

— Ah, dopo...

— Sei triste oggi?

— Sì, un poco.

— Perchè?

— Per tante cose... tante cose...

— Raccóntami, Loretta.

— No, che serve? Tanto mi considerate per una ragazza molto leggera...

Sono qui con voi... ne avete anche il diritto!

Ella mescolava ora in un modo singolare, senza rendersene conto,

l’astuzia con la sincerità. Il giovine si chinò su lei, fin quasi a

baciarla.

— Non dire così, Loretta; sai bene che non è vero. Per te sento anche

un profondo rispetto: altrimenti non ti amerei.

— No, voi mi desiderate; questa è la parola giusta. Ma quanto ad

amarmi, è ben altra cosa; non mi fareste venire qui.

— Dammi ancora del tu, Loretta, come l’altre volte.

— Non oggi, non oggi!

— Allora non credi ch’io ti voglia bene?

Ella scosse il capo, incredula, sorridendo.

— Ne sei certa?

— Certissima.

Arrivarono in poco più di mezz’ora ad un piccolo villaggio, che

distendeva le sue case bianche nella grande pianura, percorso intorno

da un fossatello quasi arido, con le due rive coperte di fiori gialli,

tra l’erbe polverose.

L’automobile sostò nella piazza, ed uno sciame di monelli scamiciati

accorse intorno saltellando sui ciottoli a piedi scalzi. C’era un

piccolo giardino pieno di frescura e di pace a ridosso della chiesetta;

una raggiera dorata bruciava, percossa in pieno dal sole, sul

frontone della chiesa, e tanto splendeva, che pareva ruotasse; la casa

parrocchiale, dietro il verde, aveva le persiane delle due finestre

socchiuse; da una pendeva un lenzuolo, dall’altra una camicia di

percallo a righe bianche e blu. Un cagnaccio di color fulvo annaspava

lungo il muro.

— Vieni, — disse Rafa; — c’è un alberghetto in fondo al villaggio: vi

berremo il vin bianco.

— No; voglio andare in chiesa, — rispose Loretta.

— In chiesa?

— Sì.

— Bene, andiamo pure, se vuoi.

Il meccanico si recò all’albergo per attenderli; essi traversarono la

piazza, il giardinetto pieno d’ombra, e salirono i quattro gradini del

sagrato. Molti monelli rincorrevano la macchina fragorosa.

Non era tardi; s’udivano ancora tutti i romori del villaggio: i fabbri

martellare, i falegnami piallare, le tessitrici muovere i telai. Un

bambinotto vestito da chierico leggeva un libro seduto all’ombra nel

giardino. Li guardò e non si mosse. Sotto l’arco luminoso della porta

maggiore si vedevano ronzar sciami. Entrarono. La chiesa era povera,

ma religiosa e chiara come l’anima d’un seminatore; dalle alte vetrate

pioveva il sole scomposto in polvere bionda. Solo una vecchia donna,

confusa nell’ombra dei colonnati, pregava col volto fra le mani; ma era

così ferma, così genuflessa che pareva una suppellettile della chiesa.

La fanciulla intinse la mano nell’acquasantiera e si segnò, piegando

leggermente il ginocchio. Una goccia le rimase su la fronte, nitida

come una perla. Poi girarono tutt’intorno all’abside guardando i quadri

della Passione di Cristo.

L’aria fresca odorava d’incenso evaporato.

— Perchè hai voluto entrare in questa chiesa?

— Un capriccio.

Ell’andava innanzi con un passo elastico, quasi per non far rumore;

la sua ombra s’allungava obliqua sul lucido pavimento. Piegò di nuovo

il ginocchio passando innanzi all’altare, poi sedette sovra un banco,

nell’ombra del colonnato, e si raccolse la fronte nella mano.

Il Cristo crocifisso riscintillava della sua corona d’argento.

— Ed ora che fai? — domandò Rafa.

— Niente. Mi piace.

Egli s’appoggiò alla colonna presso di lei, un po’ curvo.

— Amo le chiese, — disse Loretta — e i canti e gli organi delle chiese.

Rafa la guardò a lungo, poi disse:

— Come sei strana!

Ella gli sorrise levando la faccia. I suoi capelli biondi, in quella

luce bionda, parevano luminosi e davano alla sua faccia, al suo

sguardo, un’espressione spirituale.

— Dimmi qualcosa... — ella mormorò come se fosse turbata.

Il giovine le sedette accanto.

— Qui vuoi che ti parli?

— Sì, mi piace.

Egli le si mise vicino, così vicino che la toccava.

— Senti... — prese a dirle; ma súbito esclamò: — Non è possibile! Non

posso parlarti di queste cose ora.

— Perchè? — fece Loretta con un sorriso perverso.

— Non posso.

— Allora taci.

E si raccolse di nuovo la fronte nelle mani.

Egli si accendeva della sua bellezza, nel guardarla. Tutto gli piaceva

di lei: la mano, il braccio, il colore dei capelli, la schiena divisa

da un’infossatura profonda, il petto che le fioriva tra le braccia

piegate. E l’odore di lei lo stordiva come il profumo di un incenso

irreligioso.

— Io ti voglio avere... — le disse piano, quasi non potesse frenar

quelle parole. E glielo ripetè vicino all’orecchio minuscolo, che le

appariva tra i capelli, come un piccolissimo nido in un cespuglio.

— Come? — domandò la fanciulla senza muoversi.

— Tutta, tutta, in ogni modo!...

Ella, senza muovere il capo, gli volse in faccia gli occhi ridenti.

— È difficile!... — disse con ironia. E le mani congiunte, concave,

serbarono come impressa la forma della sua fronte.

— Lo so, — egli rispose, — ma non importa.

Fece una pausa, poi soggiunse:

— Dimmi: cos’è necessario ch’io faccia per averti?

Ella rideva, la sua bocca era crudele.

— Molte cose... — disse. E ripetè con una cantilena: — Molte cose...

— Per esempio?

— Lo devi sapere tu.

— No, dillo.

— Io non dico nulla.

E si nascose la faccia nelle mani congiunte.

Un raggio di sole, dall’invetriata, cadde sull’organo, lo illuminò.

In quella chiesa era una pace così grande che l’anima vi si riposava.

Lento, accidioso, nel fondo, si udiva il biascicare della vecchia

inginocchiata.

— So una storia... — mormorò la ragazza intrecciando le dita.

E rideva.

— Ah, sì?

— Una bella storia...

— Ah, sì?

— Ma non la racconto.

— Allora perchè la sai?

Ella si prese fra i denti minuti un de’ suoi labbri fini e rossi:

— La storia d’una bambina, che andava al mulino, per prendere farina,

tutte le mattine... una bella bambina. — E cantilenava come se

raccontasse una fiaba.

— E poi?

— ... per istrada la vide un peccatore...

— E poi?

— ... che le offerse di portarle il sacco, perchè la strada saliva,

saliva, e c’era un bosco a mezza via, tutto verde, con un ruscello

d’argento.

— E poi?

— ... ma il peccatore la voleva baciare, ed ogni momento le toccava le

mani, le braccia, la bocca, il mento, la gola, senza darle pace. Ma la

bambina disse: Non stamattina.

— E poi?

— ... anche domani disse: Non stamattina.

— E poi?

— ... anche dopo domani disse: Non stamattina.

— E poi?

— ... poi, un giorno ch’erano seduti presso un ruscello d’argento

a prendere il fresco, la bambina disse al peccatore: Portami un

bell’anello se mi vuoi.

— Allora?

— Il peccatore venne il giorno dopo con una collana di perle, con

un fermaglio d’argento, con uno specchio d’oro. Ma la bambina disse:

Portami un bell’anello se mi vuoi.

— Allora?

— Il peccatore venne il giorno dopo, e le promise un castello, un

giardino, un lago, una foresta, un fiume. Le promise molti cófani

pieni di gioielli, molte guardarobe piene di broccati, un letto d’oro,

un’arpa d’oro, una scuderia con cento cavalli... Ma la bambina disse al

peccatore: Portami un bell’anello se mi vuoi.

— E come finì?

— Andò a finire che al mese di Maggio se la prese il mugnaio... per un

fiore.

Ella si mise a ridere, sommessamente, con ironia, della sua fiaba

improvvisata, e senza nascondere il rossore che tuttavia le dava la sua

temerità. Poi congiunse i palmi, appoggiò le labbra nell’incavo dei due

póllici, e parve assorta in una lunga preghiera.

Ma egli restò confuso e non seppe con quali parole rispondere alla sua

fiaba. Quell’allusione lo aveva un poco sbalordito, se ne vergognava

egli stesso più di lei.

— Allora tu sei la bambina che va al mulino, per prendere farina, tutte

le mattine... non è vero? — disse finalmente, continuando la celia.

— Io prego... — ella mormorò senza batter ciglio.

— E il peccatore sarei dunque io, non è vero?

— Prego... — ella ripetè, premendosi la bocca sui póllici esigui.

— Ma chi sarebbe il mugnaio? — domandò Rafa, più forte.

Ella si volse a lui, lo guardò, rise.

— Ah?... chissà mai! — fece, interrompendo la preghiera.

Il giovine le dette un bacio, rapidamente, prima ch’ella se ne

schermisse, un bacio sul collo, tra la nuca, dove i primi capelli eran

tenui come biada nascente.

Nell’alta chiesa l’organo di sette canne, avvolto in un fascio di sole,

mandava dal suo curvo metallo una musica di fiamme.

Colei che non si deve amare: romanzo · 第 23 / 37 题